Sulla
pervasività dell'interpretazione
Luigi Perissinotto
0. Rispetto al tema preannunciato il testo qui
presentato (già apparso in Tempo e interpretazione, a cura di L.
Perissinotto e M. Ruggenini, Guerini, Milano 2002) si limita, per così dire, a
fornire alcune coordinate generali.
1."Interpretazione" è senza dubbio un
termine-chiave della filosofia contemporanea,
il quale circoscrive un ambito di posizioni, temi e interrogativi che
unisce e insieme divide gli orientamenti filosofici più influenti del nostro
secolo.[1]
Per un verso, infatti, può sembrare che il riconoscimento di una ineliminabile
dimensione interpretativa dell'esperienza (del percepire, agire, pensare e
conoscere) sia un assunto così scontato per la filosofia contemporanea da non
costituire in sé motivo di conflitto. Potrebbe anzi sorgere il sospetto che
questa condivisa insistenza sull'interpretazione sia solamente un indizio della
sua debole o addirittura inesistente incisività teorica. Per un altro verso,
tuttavia, quello stesso termine sembra tracciare una rigida linea di confine
tra le diverse opzioni filosofiche che si contendono il primato nel campo di lotte senza fine della
filosofia. Per esempio, "interpretazione" è una parola fondamentale
nell'ambito di molti di quegli orientamenti filosofici che la filosofia
analitica caratterizza con l'ambigua etichetta di "continentali".
Basti pensare al posto centrale che essa occupa nella riflessione sul metodo
delle cosiddette "scienze dello spirito"; nella filosofia di
Friedrich Nietzsche; negli assunti ontologici e nell'impostazione metodologica
della sociologia di Max Weber; nell'ontologia fondamentale di Martin Heidegger;
nell'ermeneutica filosofica di Hans-Georg Gadamer o, in Italia, di Luigi
Pareyson; nel decostruzionismo d'impianto nietzscheano di Jacques Derrida;
nella fenomenologia ermeneutica di Paul Ricoeur.[2]
Non deve allora stupire che la polemica analitica nei confronti di questi
orientamenti assuma spesso la forma di
un attacco al primato indebito che i filosofi "continentali"
avrebbero assegnato all'interpretare, rispetto, per esempio, al comprendere,
allo spiegare, all'argomentare, al percepire. Interpretare - potrebbe dire un
filosofo analitico[3] - è
indubbiamente qualcosa che gli uomini fanno,
ma non è qualcosa che fanno sempre e comunque e sicuramente non è
qualcosa che li caratterizzi meglio o di più delle molte altre cose che essi
fanno. In particolare, essi, a differenza di quanto sembrano credere Heidegger
e i suoi seguaci, prima di interpretare percepiscono.[4]
Così come non deve meravigliare che molti filosofi "continentali"
vedano volentieri in questa emarginazione dell'interpretazione da parte dei
filosofi analitici uno degli indizi più significativi di una comprensione
povera e inadeguata dell'esperienza umana e dell'umano esistere e di una
sudditanza a forme, più o meno ingenue, di realismo metafisico[5]
e di cartesianismo.[6]
Ovviamente, le cose sono sempre più complicate di
ogni possibile schematizzazione. È risaputo, infatti, che anche all'interno
della filosofia analitica vi è chi ha insistito sul carattere pervasivo
dell'interpretazione. Secondo Donald Davidson, per esempio, ogni scambio
linguistico, dal più quotidiano e banale al più alto ed eccezionale, va
considerato un caso di interpretazione, anzi un caso di quell'interpretazione
radicale che, come egli più volte afferma, inizia a casa propria. Si interpreta
anche quando si chiede nella propria lingua un caffè al bar, e non solo
allorché si ricerca di intendere una lingua che ci sia radicalmente estranea.[7]
Per vie diverse, anche un altro filosofo analitico, Hilary Putnam, ha insistito
negli ultimi anni sull'inseparabilità di principio tra "le questioni di
interpretazione e le questioni di fatto".[8]
Ma è anche egualmente risaputo che molti filosofi "continentali" hanno
nutrito e nutrono nei confronti dell'insistenza ermeneutica sul ruolo centrale
dell'interpretazione una diffidenza almeno altrettanto forte di quella che
caratterizza grandissima parte della filosofia analitica. Ciò vale, per esempio, per quella parte
della fenomenologia che ha resistito alla svolta heideggeriana, ma vale anche
per filosofi come Jürgen Habermas o
Karl-Otto Apel i quali, pur riconoscendo l'inevitabilità di un momento
interpretativo dell'esperienza e accettando che quella che è stata chiamata
"svolta ermeneutica" rappresenta un punto di non ritorno per la
filosofia, leggono nell'insistenza ermeneutica sull'interpretare il pericolo di
una caduta in un relativismo talora sincronico, più spesso diacronico[9]
incapace di preservare le legittime esigenze della ragione filosofica.
2. In questo saggio non voglio affrontare
direttamente le grandi questioni richiamate nel primo paragrafo. Vorrei
piuttosto tentare di dissipare, fondamentalmente attraverso la discussione di
alcuni esempi, almeno un po' della
nebbia che mi sembra spesso avvolgere le polemiche sul significato e il posto
dell'interpretare nell'esperienza umana. È anche per questo, e non solo per il
ricorso ad alcuni esempi di Ludwig Wittgenstein, che ho parlato nel titolo del
saggio di "divagazione wittgensteiniana".[10]
La domanda che mi guiderà è la seguente: "Quale immagine dell'esperienza
di sé, degli altri e del mondo è sottesa ai molteplici impieghi che, sia nella
vita quotidiana che in ambito filosofico, si fanno del sostantivo
'interpretazione' e del verbo 'interpretare'?".
3. Per farci strada nell'intricato paesaggio che il
richiamo all'interpretazione ha prodotto nella filosofia contemporanea dobbiamo
anzitutto riconoscere che il sostantivo "interpretazione" e il verbo "interpretare" hanno
innumerevoli e differenti impieghi. Per esempio, diciamo che un musicista
"interpreta" un brano
musicale, ma diciamo anche che il medico cerca di
"interpretare" i sintomi manifestati dal suo paziente. Diciamo che il
nostro amico "interpreta" sempre nella compagnia la parte del
buffone, ma diciamo anche che una lirica di Georg Trakl va attentamente
"interpretata". Diciamo che il nostro interlocutore ha ben (o male)
"interpretato" le nostre parole, intenzioni o azioni, ma diciamo
anche che nel dramma di Shakespeare Amleto è "interpretato" da
Laurence Olivier. Diciamo che quello sguardo andava "interpretato" in
un certo modo (come ammiccante o sprezzante, per esempio), ma diciamo anche che
un antropologo "interpreta" lingue e culture straniere. Diciamo che
l'analista "interpreta" il sogno del suo paziente, ma diciamo anche che il nostro amico cerca di
"interpretare" la nostra scrittura quasi illeggibile.
È evidente che quando si sostiene, per esempio come
fa esplicitamente Gadamer, che l'interpretazione
è "il modo d'essere dell'esistenza stessa come tale",[11]
e non una delle tante cose che all'uomo può capitare di fare, difficilmente si
intende suggerire che siamo sempre nella situazione del musicista che
interpreta un brano; del medico che visita un paziente; del lettore che legge
una poesia; dell'amico che, per così dire, indossa sempre la stessa maschera;
dell'attore che recita una parte in teatro; dell'individuo che cerca di dare un
significato a parole o a gesti che non comprende; dell'antropologo che cerca di
comprendere usi e costumi di una lontana popolazione; dell'analista che cerca
di fare i conti con i sogni del paziente; dell'amico che non capisce la nostra
grafia. Credo, tuttavia, che non si intenda neppure utilizzare il termine
"interpretazione" in un significato che non sia in alcun modo in
grado di tenere assieme (il che non significa assimilare) gli impieghi che ho
appena un po' casualmente elencati. Né, del resto, che si presuma di impiegare
il temine secondo modalità del tutto estranee agli impieghi più quotidiani.
4. Cercherò allora, in via del tutto provvisoria, di
individuare alcuni tratti caratteristici che appartengono, o almeno così credo,
agli impieghi sia quotidiani che filosofici dei termini
"interpretazione" e "interpretare".
Nei diversi contesti d'impiego in cui compare mi
sembra che interpretare equivalga, anzitutto, a far emergere un significato
che, senza interpretazione, resterebbe, diciamo così, nascosto. Se si
interpreta, è perché il significato non si impone nella sua piena presenza.
Allo stesso tempo questi impieghi, quotidiani e filosofici, suggeriscono che il
significato che emerge non preesiste,
chiuso e fermo in sé per così dire, al movimento dell'interpretazione.
Da questo punto di vista, il richiamo all'interpretazione si accompagna
perlopiù, in ambito filosofico, al rifiuto netto di ogni reificazione del
significato, ossia al rigetto di quello che viene sovente chiamato
"platonismo".
Che il significato non preesista, nel senso inteso
dal platonismo, al movimento
dell'interpretazione non vuol dire, tuttavia, che l'interpretazione produca, ex nihilo per così dire, il significato.
Interpretare una lirica di Trakl non equivale a produrre nel vuoto e dal niente
un significato che non deve perciò rispondere a niente e a nessuno della sua
adeguatezza. E tuttavia è solamente nell'interpretazione che quel significato
si costituisce. Detto altrimenti: la lirica non è né un contenitore né un mero
ricettacolo amorfo di significati. Del resto, l'enfatizzazione del lato,
diciamo così, produttivo dell'interpretare contrasta con un tratto che è ben
presente negli impieghi sopra elencati del termine, ossia, per un verso, con la
distinzione a cui pressoché tutti rinviano tra interpretare bene e interpretare
male, tra interpretazioni migliori e interpretazioni peggiori, e, per un altro
verso, con la resistenza verso ogni caratterizzazione meramente soggettiva
dell'interpretazione. "È solo una tua interpretazione!", in effetti,
suona sovente come un rimprovero rivolto a chi sappia solo indicare come unica
ragione di un'interpretazione la sua decisione di interpretare così e non
altrimenti. È per questo, tra l'altro, che un'espressione come
"interpretazione soggettiva" non suona affatto inutilmente
ridondante.
D'altra parte, però, l'eccesso di insistenza sulla
distinzione tra buone e cattive interpretazioni rischia di occultare un tratto
che è anch'esso presente negli impieghi
del termine "interpretazione". In effetti, essi sembrano suggerire
che quella distinzione non può appellarsi a una presunta adeguazione o
approssimazione a un significato in sé. Anche in questo caso il platonismo è
una via sbarrata. Ma sembrano anche escludere che tale distinzione possa essere
salvaguardata assimilando il più possibile il processo di interpretazione alla
esecuzione di un algoritmo come accade quando l'accento cade sulla necessità di
fissare ed esibire preventivamente, al fine di mantenere ferma la distinzione
tra buone e cattive interpretazioni, le regole e i metodi dell'interpretare. Non
a caso vi sono delle occasioni in cui si parla di una determinata
interpretazione musicale, per esempio,
come di un'interpretazione corretta, ma meccanica o automatica. In
effetti, buona interpretazione non significa interpretazione corretta, almeno
se corretto viene inteso nel senso di conforme a regole. Ciò, ovviamente, non
equivale a escludere che si possano individuare e isolare regole
dell'interpretazione, le quali possono essere considerate come
"cristallizzazioni"[12]
di processi interpretativi. Resta fermo
però che interpretare non è applicare regole e che conforme alle regole non è
l'explicatum di buona
interpretazione. Ma resta anche fermo che le interpretazioni si possono
distinguere in buone e cattive, anche se non sempre, ovviamente, siamo in grado
di produrre buone interpretazioni o di riconoscerle.
Chi interpreta, potremmo insomma dire riprendendo
alcune osservazioni di Wittgenstein sull'impiego del termine "giusto"
in estetica,[13] è sovente
come il pittore che, aggiunta un'ultima pennellata di giallo al dipinto, lo
guarda ed esclama: "È giusto così; ora il dipinto è finito".
L'impiego del termine "giusto" indica che non tutti i colori
sarebbero andati bene; che, per esempio, un rosso invece di un giallo avrebbe
reso il quadro banale o muto. Tuttavia, aggiungendo una pennellata di giallo il
pittore non sta propriamente applicando una regola. Non vi sono regole al
riguardo e, anche se vi fossero, non sono esse che gli farebbero esclamare
"Non vedi? Era il colore che ci voleva". Ciò mostra, ancora una
volta, che la mancanza di regole non dissolve la distinzione tra buone e
cattive interpretazioni. Vi è una necessità nel gesto del pittore che non ha
niente a che fare con la conformità a regole, ma neppure, ovviamente, con la
loro esplicita trasgressione. È come se quel gesto, quella pennellata di
giallo, dettasse la sua propria regola,
la quale può essere successivamente ripresa e codificata, addirittura fino al
punto di istituire un repertorio e una tradizione. Certo, può anche darsi che il pittore non trovi mai la pennellata
che gli farà esclamare "È questa la pennellata giusta!" (molti
dipinti, in effetti, vengono abbandonati incompiuti nello studio dei pittori,
anche se talora accade che in questa loro incompiutezza diventi per altri pittori
e per altre epoche la misura della loro compiutezza), così come può accadere
che un'interpretazione possa fallire o neppure iniziare. "Non lo capisco;
ciò che dice per me non ha significato; non riesco a interpretarlo" sono
tutte espressioni contemplate, per così dire,
dalla grammatica del termine "interpretare". Chi interpreta,
insomma, può anche fallire nell'interpretazione o rinunciarvi. È ciò che
avviene, per esempio, quando di qualcuno
dico che è come un libro chiuso per me.
5.
Le brevi considerazioni del paragrafo precedente richiedono una precisazione e
due integrazioni. La precisazione riguarda la nozione di significato fin qui
utilizzata. Interpretare, abbiamo detto, equivale a far emergere un
significato. Qui occorre aggiungere: (a) secondo modalità e pratiche molto
diverse; (b) sulla base di una idea di "significato" che spesso
converge con l'idea di verità così come è impiegata in espressioni del tipo:
"L'interpretazione di Laurence Olivier ha colto la verità di Amleto".
Per esempio, potremmo dire che il significato (la verità) di una lirica può
emergere allorché essa è letta con il giusto ritmo. Cercare questo ritmo è
insomma una modalità dell'interpretare. Ma una modalità dell'interpretare è
anche legata alla maniera in cui la lirica ci trasforma e trasforma la nostra
esperienza. Spesso in espressioni come "l'azzurro di Trakl"; "il
temporale di Giovanni Pascoli"; "la quotidianità di Guido
Gozzano" sopravvive, magari estenuata, questa modalità interpretativa. Interpretando
una lirica interpretiamo il mondo e il nostro stare al mondo. Potremmo anche
dire che qui attingiamo e ci misuriamo, nel senso sopra indicato, con la verità
della nostra esperienza. In un ambito
diverso, potremmo dire che la nostra reazione a uno sguardo (abbassiamo gli occhi;
ci sentiamo imbarazzati e colpevoli, eccetera) è una specifica modalità
interpretativa. È così reagendo che quello sguardo è interpretato come uno
sguardo di severo rimprovero, e non, per esempio, come uno sguardo di ironica
complicità. Ma a uno sguardo potremmo anche ribattere: "Perché mi guardi
così?", e anche questo è un modo di far emergere il significato (la
verità) di quello sguardo.
La prima integrazione riguarda il rinvio al tempo
che l'interpretazione porta con sé, anzitutto nel senso che (a) interpretare
appare qualcosa che richiede tempo, tant'è vero che spesso si critica
un'interpretazione proprio definendola "frettolosa". In questo caso è
come se si rimproverasse all'interprete di non essersi dato tutto il tempo
necessario, senza per questo ovviamente assumere che vi sia una misura
determinata (addirittura cronologicamente fissata) del tempo richiesto affinché
un'interpretazione non risulti affrettata. Qui l'insistenza sul tempo
dell'interpretazione, sul suo distendersi temporale, serve a distinguere
l'interpretare dall'immediatezza dell'intuire e dell'afferrare. Da questo punto
di vista, la virtù dell'interprete è fondamentalmente la pazienza, la forza di
differire. E poi nel senso che (b) chi interpreta non esclude che la sua
interpretazione possa essere ripresa, modificata, diversamente orientata.
Un'interpretazione è, in quanto tale, in attesa di altre interpretazioni, che
nessuna regola o nessun significato in sé costituito possono anticipare o
determinare.
La
seconda integrazione è necessaria per sottolineare come la valenza non
esclusivamente intellettuale dell'interpretazione. Si interpreta con la mente e
con il cuore, potremmo dire un po' enfaticamente. Nell'interpretazione sono
coinvolti i nostri affetti, le nostre emozioni, le nostre passioni prima ancora
che le nostre idee, opinioni e conoscenze. Per esempio, il modo con cui ci
comportiamo verso gli animali, soprattutto verso di animali cosiddetti
inferiori come, per esempio, mosche o ragni, dipende sovente più dalle nostre
emozioni e passioni che dalle nostre opinioni o teorie. "Potrebbe
succedere, per esempio, - annota Wittgenstein in un passo che trovo esemplare -
che una persona appena scampata dalla paura di morire si facesse scrupoli a
schiacciare una mosca, cosa che in altre circostanze farebbe senza nemmeno
pensarci".[14]
6. Proviamo ora a perlustrare nel dettaglio un caso
di impiego del termine "interpretazione" che possiamo senza dubbio
considerare un caso normale o abituale di impiego. L'esempio è preso da
Wittgenstein,[15] anche se in
Wittgenstein è solamente abbozzato.
Siamo un gruppo di amici molto affiatati. Si
comincia a scherzare. Lo scherzo diventa sempre più pesante. È quella
situazione in cui qualcuno potrebbe dire:
"Ora basta! La cosa sta degenerando". A un certo punto A afferra un coltello dal
tavolo e lo rivolge verso B. B dice: "Guarda che lo interpreto come una
minaccia". Come possiamo intendere questa reazione di B? Credo che
potremmo senz'altro dire che, reagendo in questa maniera, B lascia aperta la
possibilità che quella mossa, pur apparendo come una minaccia, possa ancora
essere diversamente intesa. Nel caso particolare, una reazione siffatta
equivale a offrire sia a se stesso che all'amico una sorta di via d'uscita che
l'amico può cogliere in vari modi, per esempio sciogliendo la tensione del
momento in una bella risata o replicando: "Ma non vedi che sto solamente
scherzando!?!".
Il
suggerimento che Wittgenstein sembra trarre da questa situazione è che un verbo
come "interpretare" sia solitamente, o anzitutto, impiegato in
circostanze nelle quali si danno e si riconoscono delle possibili alternative;
alternative in competizione, potremmo anche dire. La mossa di A potrebbe essere
uno scherzo o una minaccia; dicendo che l'interpreta come una minaccia, B sceglie
la prima alternativa Nel caso particolare potremmo anche aggiungere che la
sceglie in via provvisoria quasi suggerendo all'amico di smentirlo. È come se B
volesse dire : "Se sei davvero un amico,
mostrami che quello che ho interpretato come una minaccia era invece uno
scherzo". Saranno le reazioni
successive dell'amico a confermare eventualmente l'interpretazione di B.
Tuttavia, può anche darsi che niente sopravvenga a confermarla o a smentirla.
Per esempio, A può lasciare la stanza
con uno strano (ambiguo) sorriso sulle labbra.
Si noti che nulla nel nostro esempio suggerisce che
A, a differenza di B, sappia se il suo
gesto era una vera minaccia o solamente uno scherzo. Anche A, insomma, troverà
o cercherà nelle proprie (ma anche altrui) reazioni una smentita o una conferma
dell'interpretazione di B. In qualche maniera anche A deve scegliere tra almeno
due interpretazioni in competizione: scherzo o minaccia? Questo spinge a
ripensare, almeno in relazione alla situazione delineata e a molte altre situazioni
affini, quella che è stata chiamata, con una espressione ormai diffusa nella
letteratura filosofica, "l'autorità della prima persona". Ciò che
voglio suggerire è che all'indecisione di B:
"Quella mossa di A era una minaccia o solamente uno scherzo?", non
corrisponde affatto la certezza di A, tant'è vero che A potrebbe reagire
esclamando: "Non sapevo neppure io se stavo scherzando o se lo stavo
davvero minacciando". Anche A,
insomma, interpreta il suo gesto, mettendo in gioco aspetti differenti, tra i
quali vi può essere certamente il richiamo a ciò che allora egli sentiva e
provava: "Anche se a tutti voi sembrava una minaccia, io sapevo che era
uno scherzo". Tuttavia, resta sempre aperta la possibilità che A si
convinca o venga convinto che la sua era una minaccia.
Va sottolineato che con queste osservazioni non si
vuole per nulla negare che A possa essere certo che il suo gesto non era una
minaccia, ma solo uno scherzo. Il punto
è che questa certezza non istituisce un' asimmetria di principio con B; quella
di A non è una certezza speciale garantita da un accesso privilegiato al
proprio sentire e intendere. A potrebbe insomma benissimo dire, senza alcun
paradosso: "Credevo che il mio fosse uno scherzo, ma ora capisco che era
una minaccia", con ciò non intendendo semplicemente che gli altri avevano
il diritto di interpretare come una minaccia ciò che per lui era solo uno
scherzo: "Dovevo capire che il mio gesto difficilmente sarebbe stato
interpretato come un semplice scherzo", bensì riconoscendo che il suo
gesto era a tutti gli effetti una minaccia e non uno scherzo. Se il
cartesianismo, così come sopra caratterizzato[16]
prevede un'asimmetria tra A e B (secondo il cartesianismo - ripetiamolo - A possiede, a differenza di B, il privilegio
di poter accedere direttamente alla propria interiorità), allora possiamo dire
che il nostro esempio inclina decisamente verso l'anticartesianismo.
7. L'esempio del gesto che può essere interpretato
come una minaccia o come uno scherzo suggerisce che interpretare equivale a
scegliere tra due o più possibilità. O, forse meglio, lascia intendere che sono
questi i contesti in cui solitamente si fa uso dei termini
"interpretazione" e "interpretare". Ma l'esempio
considerato non autorizza per nulla a concludere che siffatta scelta
interpretativa sia qualcosa di semplicemente arbitrario. Vi sono delle ragioni
che possono spingere a preferire un'interpretazione piuttosto che un'altra, e
alcune di queste ragioni possono essere valutate come migliori o più cogenti di
altre. Negli usi abituali del termine "interpretare", insomma, non è
in alcuna maniera sottintesa l'idea che tutte le interpretazioni siano
equivalenti. Al contrario, quegli usi suggeriscono che interpretare richiede
spesso, per così dire, tempo e lavoro, tant'è
vero che, come abbiamo già sottolineato, possiamo dire di un'interpretazione
che è stata frettolosa o avventata, oppure riconoscere che è ben ponderata.
Consideriamo ancora una volta al nostro gruppo di
amici. Il problema era: scherzo o minaccia? Mettiamo che B sappia A è un tipo
impulsivo e facile alla collera; in questo caso le ragioni per interpretare il suo gesto come una minaccia
saranno abbastanza forti, ma verosimilmente non risolutive. Per esempio, B può
ritenere, basandosi sulle esperienze passate, che nella maggior parte dei casi
l'amicizia prevalga in A sull'impulsività. Se, al contrario, A è noto per la
sua mitezza, B avrà meno ragioni per interpretare il gesto di A come una
minaccia; tuttavia, come B di certo sa bene, anche le persone più miti possono
talvolta reagire minacciosamente. Potremmo insomma dire che un'interpretazione
ha ragioni dalla sua, anche se non ragioni risolutive. Alla domanda: "Ma
perché mai interpreti il gesto di A come una minaccia?", B può dare delle
risposte, esibire delle ragioni di vario tipo. Per esempio, B potrebbe
replicare: "Con A succede sempre così. Prima scherza, poi si arrabbia e
arriva alle minacce". Ma potrebbe anche fare una considerazione del
genere: "Se non chiami 'minaccia'
puntarti un coltello in faccia, cosa sarà mai una minaccia per
te?". Ma alla prima risposta di B qualcuno potrebbe obiettare che A, per
esempio, sorrideva mentre puntava il coltello; e alla seconda qualcuno potrebbe
reagire osservando che si può anche minacciare per scherzo e che perciò non
basta la mossa di puntare il coltello per scegliere tra minaccia e scherzo. Le
cose non cambiano se al gesto seguono eventi che non sono di norma associate
allo scherzo; per esempio, se A ferisce B. Anche in questo caso potremmo sempre
dire: "Non voleva davvero ferirlo; era solo uno scherzo". Lo stesso B
può interpretare il gesto di A come uno scherzo finito male di là da ogni
volontà di A. Oppure potrebbe reagire dicendo una cosa del genere: "Quella
di A era davvero una minaccia, ma escludo che intendesse arrivare a
tanto".
Ribadiamo qui che non è sufficiente chiedere ad A se
la sua era una minaccia o uno scherzo. A non è la corte d'appello ultima per
decidere se il suo era un gesto di minaccia, uno scherzo o forse altro ancora.
Come B, anche A, se interrogato, non può che cercare di dare ragioni,
richiamandosi ovviamente anche a ciò che nel momento in cui puntava il coltello
provava: "Potevo avere uno sguardo minaccioso, ma dentro di me
ridevo"; oppure: "Provavo effettivamente della rabbia nei tuoi
confronti, ma pensi davvero che volessi minacciarti? Siamo o no amici?".
Verrebbe quasi da dire che il significato del gesto di A deve essere, per così
dire, negoziato tra A e B. In questa
negoziazione A non gode di nessun particolare privilegio.
8. L'assunto che regge la descrizione dell'esempio
sopra riportato è che sia A che B sappiano, in generale, distinguere una
minaccia da uno scherzo; che entrambi saprebbero indicare casi evidenti di
minaccia e casi palesi di scherzo; che, nella maggior parte dei casi, la questione se si tratti di una minaccia o
di uno scherzo non li sfiorerebbe nemmeno. Da questa prospettiva,
l'interpretazione sembra fondamentalmente confinata a quei casi spesso
interessanti, ma sicuramente marginali in cui il limite non è chiaramente
fissato, in cui un gesto sembra oscillare, come nel nostro esempio, tra scherzo
e minaccia. È solamente dove vi è indeterminatezza che l'interpretare sembra
entrare in gioco: ciò che appare come una minaccia potrebbe essere uno scherzo;
ciò che prendo per uno scherzo potrebbe essere una minaccia. Ovviamente, se
tratto come una minaccia ciò che potrebbe essere solamente uno scherzo, è
perché valuto che quest'interpretazione abbia più ragioni dalla sua. Tuttavia,
l'interpretazione alternativa resta una possibile interpretazione. Com'è noto
la proposta di Wittgenstein è di non estendere oltre questi ambiti l'impiego
dei termini "interpretare" e "interpretazione". Ciò sta a indicare che, per Wittgenstein,
l'interpretazione è qualcosa di affine,
alla congettura e all'ipotesi. All'una come all'altra, in particolare,
appartiene quella dimensione di scelta (non arbitraria) tra alternative
possibili su cui abbiamo finora insistito.
9. Per intendere il senso della proposta
wittgensteiniana proviamo adesso considerare lo stesso gesto (puntare un
coltello in faccia) in circostanze radicalmente diverse. Di notte qualcuno mi
si avvicina e d'improvviso, giunto vicino, mi punta un coltello in faccia.
Secondo Wittgenstein in una situazione come quella appena descritta non avrebbe
senso affermare: "La interpreto
come una minaccia". Ma
perché non avrebbe senso? La risposta più ovvia è che qui non ci sono
alternative: quel gesto in quelle circostanze è, non semplicemente sembra una
minaccia, tant'è vero che la storia di quell'incontro notturno è la storia che
potremmo raccontare a un bambino che ci chiedesse cosa mai significa
"minacciare"; quel gesto in
quelle circostanze è, potremmo anche dire,
un esempio, quasi un paradigma, di quello che per noi significa
"essere minacciati". Si potrebbe anche dire che per me che lo subisco
quel gesto è immediatamente una minaccia a cui reagisco senza pensarci, per
esempio alzando istintivamente le mani per proteggermi il volto o fuggendo.
È chiaro che qui l'impiego dell'avverbio
"immediatamente" o dell'espressione "senza pensarci", ma
anche l'uso dell'avverbio "istintivamente", serve a escludere che si dia un'effettiva alternativa: l'altro mi
sta minacciando, non ha senso supporre che stia scherzando. Puntare un coltello nelle circostanze
descritte è immediatamente una minaccia a cui reagisco immediatamente. E la mia
reazione non richiede né tempo né lavoro, ossia non richiede alcuna
interpretazione. Potremmo anche dire
che nel caso descritto non ha senso parlare di "interpretazione"
perché non ha senso parlare di "scelta". Qui non scelgo propriamente
nulla: non scelgo di fuggire, fuggo; non scelgo di proteggermi il volto, mi
proteggo il volto. E se qualcuno mi chiedesse perché sono fuggito, probabilmente
la mia risposta sarebbe: "Che avresti fatto tu di fronte a uno che ti
minacciava con un coltello?". E se
l'altro ribattesse: "Ma ti sei dapprima accertato che si trattasse di una
minaccia? Forse era solo uno scherzo", potrei solo pensare che costui mi
stia prendendo in giro. Lui sì sta scherzando, non l'uomo che ho incontrato
nella notte e davanti a cui sono fuggito. Ciò che in effetti ho visto è
qualcuno che mi minacciava; non ho affatto visto qualcuno che faceva qualcosa
che potevo interpretare, sicuramente con buone ragioni, come una minaccia.
Almeno talvolta le minacce, per così dire, si vedono.
10. La conclusione che i due esempi sembrano
suggerire è che, se è vero che talora interpretiamo, non lo facciamo sempre e
comunque. Sostenere, come abbiamo visto fare Gadamer sulle orme di Heidegger,
che l'interpretare è "il modo d'essere dell'esistenza stessa come
tale"[17] sembra
quantomeno problematico. Reagire a una minaccia è certamente una reazione
umana, anche se, ovviamente, non è solo una reazione umana (anche gli animali,
infatti, reagiscono, secondo modalità molto diverse: fuggendo, aggredendo,
raggomitolandosi, eccetera, alle
minacce); eppure, se l'analisi del nostro esempio ha un qualche valore, non
pare poter essere considerata un caso di interpretazione. E se l'esempio della
minaccia non convince, possiamo moltiplicare gli esempi che illustrano il
punto: devo scrivere una lettera e afferro la penna che sta davanti a me sul
tavolo. Forse che qualche lavoro di interpretazione[18]
ha avuto luogo prima che io afferrassi la penna e cominciassi a scrivere? Se mi
venisse chiesto che cosa è successo, probabilmente direi qualcosa del genere:
"Dovevo scrivere e ho afferrato la penna che era a portata a mano".
Sostenere che ho afferrato la penna perché l'ho interpretata come una penna
suonerebbe, quantomeno, strano: "Che altro volevi che fosse?". Ma si
potrebbero citare anche esempi di altro tipo. Incrocio una persona; mi sorride e io ricambio il sorriso. Sarebbe
assai strano dire che le ho sorriso perché l'ho dapprima interpretata come una
persona. Le ho semplicemente sorriso, come di solito si sorride a chi ti
sorride.[19] Ovviamente,
non vanno nemmeno dimenticati gli esempi che riguardano la lingua. Mi reco allo
sportello informazioni della stazione. Chiedo quale sia il prossimo treno per
Roma. Mi viene risposto "Il prossimo parte alle 18.33". Anche in
questo caso sarebbe strano dire che ho interpretato la risposta dell'impiegato.
Ho chiesto qualcosa e mi è stato risposto a tono. Non tutti i casi i casi di
comprensione sono, insomma, casi di interpretazione. O, quantomeno, è questo
che sembrano suggerire i nostri impieghi dei termini
"interpretazione" e "interpretare".
11. Le cose, tuttavia, non sono così semplici. Perché, proviamo a chiederci, suona
strano parlare a proposito degli esempi sopra proposti (reagire a una minaccia;
afferrare una penna; ricambiare il sorriso; dare un'informazione ferroviaria)
di "interpretazione"? A prima vista sembra che almeno due siano le
ragioni. Per un verso, interpretare appare qualcosa che richiede vigilanza e
ponderazione, mentre nei casi citati si reagisce, come solitamente si dice,
"senza pensarci"; si pensi,
a questo proposito, all'effetto comico che nelle comiche di Stan Laurel e
Oliver Hardy si produce quando i due di fronte a un tipaccio minaccioso che
imbraccia un fucile e al quale hanno magari poco prima versato un secchio di
calce in testa non fuggono subito, ma restano immobili come se stessero
valutando se stanno davvero correndo un pericolo. Per un altro verso, sembra
che gli esempi citati si caratterizzino in prima istanza proprio per l'assenza
di ogni mediazione (interpretativa o di qualsiasi altro genere): reagisco
immediatamente alla minaccia; afferro immediatamente la penna; ricambio
immediatamente il sorriso; comprendo immediatamente l'informazione ferroviaria.
Tra la minaccia e la mia reazione non vi è propriamente nulla: reagisco alla
minaccia e non a qualcosa che ho interpretato come una minaccia Alla stessa
maniera tra la persona che mi sorride e il mio sorriso non vi è propriamente
nulla: sorrido alla persona che mi si è fatta incontro sorridente e non a
qualcosa che ho interpretato come una persona. E così via. Ma quale valore
dobbiamo dare qui all'avverbio "immediatamente"? Quale significato può avere il richiamo
all'immediatezza del nostro agire e reagire? Che immediatezza è quella che
appartiene, per esempio, al nostro ricambiare un sorriso?
12. Per provare a rispondere alle domande che
chiudono il paragrafo precedente
proviamo di nuovo a chiederci semplicemente, ossia senza ulteriori
specificazioni, se puntare un coltello in faccia sia una minaccia. La risposta
che probabilmente vorremmo dare è: "Può certamente esserlo in certe
circostanze, anche se talvolta può essere solamente uno scherzo".
Consideriamo adesso l'esempio dell'incontro notturno. Perché abbiamo escluso
che potesse trattarsi di uno scherzo? Perché escludere che l'uomo con il
coltello altro non sia che un nostro amico dedito a scherzi, pericolosi e di
cattivo gusto, ma pur sempre scherzi? È chiaro che questa possibilità sembra
assimilare i due casi che abbiamo finora trattato come differenti. Se il gesto
del viandante notturno può essere uno scherzo (l'importante non è che lo sia,
ma che lo possa essere), non è più
prudente e sensato dire che io, quel gesto, lo interpreto non come uno scherzo,
ma come una minaccia? Ovviamente, potrei portare diverse ragioni in favore
della mia interpretazione: non mi risulta di avere amici così pericolosamente
burloni; nessuno dei miei amici era a conoscenza della mia passeggiata
notturna, non mi sembra proprio di conoscere il mio aggressore, e via
dicendo. Ma, come nel caso del primo
esempio, non si tratterebbe di ragioni risolutive: potrei sbagliarmi sui miei
amici, e forse non mi sarebbe così difficile riportare alla memoria casi in cui
mi sono davvero sbagliato; senza accorgermene potrei aver una volta alluso alle
mie passeggiate notturne; l'aggressore potrebbe essere abilmente camuffato,
eccetera.
Sembrerebbe che qui il richiamo alla pervasività
dell'interpretazione possa avvalersi degli strumenti del dubbio messi a punto
dallo scettico. Dice lo scettico: se il dubbio non può essere escluso di
principio, allora niente è davvero certo, anche se psicologicamente nessun
dubbio avesse luogo. Dice l'interpretazionista:[20]
se una diversa interpretazione non può essere esclusa di principio, allora non
siamo autorizzati a parlare di "reazione immediata" o di
"comprensione immediata", anche se psicologicamente
nessun'interpretazione avesse luogo. Non possiamo, insomma, limitarci a dire
che non interpretiamo; dobbiamo mostrare che non in tutti casi ha senso
parlare di "interpretazione",
almeno se vogliamo attribuire un significato non meramente psicologico
all'avverbio "immediatamente" o all'aggettivo "immediato".
Ma è questo abbraccio con lo scettico davvero inevitabile?
13. Torniamo a porci le questioni con cui si
concludeva il paragrafo 9. Quale altro valore (positivo) possiamo dare
all'avverbio "immediatamente" o all'aggettivo "immediato"
nei contesti in cui "immediato" significa negativamente qualcosa
come: senza alcuna mediazione interpretativa. Consideriamo l'esempio, ancora
una volta wittgensteiniano, della forchetta.[21]
Sono a tavola con un piatto fumante di spaghetti davanti a me. Afferro la
forchetta e comincio a mangiare. Nessun lavoro di interpretazione ha avuto
propriamente luogo. Non ho osservata la forchetta da tutti i lati; da un certo
punto di vista non direi nemmeno di averla osservata; non l'ho soppesata per
escludere che fosse un'imitazione ben riuscita fatta di polistirolo (l'idea di
un mondo pieno di burloni evocato dall'interpretazionista non mi ha nemmeno
sfiorato); non ho avuto alcuna indecisione; non mi sono affacciate alla mente
interpretazioni alternative che ho deciso di escludere. L'ho semplicemente afferrata.
Come sappiamo, è per questo che, secondo Wittgenstein, suonerebbe strano dire
in un caso come questo: "L'ho interpretata come una forchetta". Tra la forchetta e il mio afferrarla non è
intervenuto propriamente niente; soprattutto né scelta né decisione. In effetti
se qualcuno mi chiedesse perché ho afferrato la forchetta, non risponderei
"Perché è una forchetta (e non un cucchiaio; l'imitazione di una
forchetta; uno strumento chirurgico che sembra una forchetta, eccetera)",
bensì probabilmente: "Perché avevo voglia di mangiare".
Ebbene, in questa semplice risposta sta
probabilmente il punto essenziale. Afferro "senza pensarci" la
forchetta non perché il mio sguardo sia così acuto da escludere ogni dubbio e
incertezza, quasi esso inchiodasse, per così dire, la forchetta al suo essere
una forchetta. E nemmeno perché la forchetta si imponga al mio sguardo nel suo
essere indubitabilmente una forchetta. Come abbiamo visto, ciò che sembra una
forchetta potrebbe non esserlo. Dovremmo piuttosto dire così. Chi si appresta a
mangiare afferra "senza pensarci" la forchetta e ciò fa parte di
quello che per noi è o significa mangiare. Ovviamente, le maniere di stare a
tavola sono storicamente divenute interagendo con le caratteristiche naturali
della specie umana. Se gli uomini si nutrissero solo di liquidi, non avrebbero
probabilmente inventato la forchetta. Ma la forchetta avrebbe anche potuto non
essere mai inventata, pur nutrendosi gli uomini anche di cibi solidi.
Afferrando "senza pensarci" (senza alcuna mediazione interpretativa)
la forchetta mostro (non scelgo o decido) di appartenere a quella forma di vita
che, tra le altre tante cose, ha inventato e usa di solito per mangiare la
forchetta. È per questo che la sicurezza con cui afferro la forchetta è una sicurezza
che riguarda non me e la forchetta, bensì, come talvolta ama esprimersi
Wittgenstein, la (nostra) forma di
vita.[22]
Posso dubitare che quella che è vicino al piatto sia una forchetta solamente
perché di solito la afferro per mangiare "senza pensarci" e la passo
senza prima assicurarmi che sia una forchetta a chi mi chiede "Mi passi
una forchetta, per favore?". In sé, tuttavia, non esistono forchette, se
in sé significa: astraendo dalla prassi e dalla forma di vita. Potremmo allora
dire che chi afferra "senza pensarci" un forchetta attiva
quell'interpretazione che è parte della sua
forma di vita.
Se qui insisto a parlare di
"interpretazione", in contrasto con l'impiego circoscritto del
termine che Wittgenstein suggerisce, è appunto per sottolineare, in sintonia
stavolta con Wittgenstein, (a) contro
il realismo metafisico, che ogni
presunto "in sé" si costituisce nell'ambito di una forma di vita che
non ha fondamento diverso dal suo darsi; (b) che l'immediatezza qui evocata non
è quella che caratterizzerebbe, secondo quanto affermato dalle diverse
incarnazioni del cartesianismo, lo sguardo di chi si fosse finalmente liberato
dai vincoli storico-naturali della sua propria forma di vita. Si tratta invece
dell'immediatezza che circoscrive e muove, per così dire, la nostra forma di
vita. Ovviamente, con ciò non si intende affatto suggerire che io possa
scegliere, per continuare con il nostro esempio, di vedere in una forchetta
qualcosa di diverso da una forchetta, nello stesso senso in cui posso invece
scegliere di mangiare con le mani invece di usare le posate. Si pensi, al
riguardo, all'assurdità di un ordine
come questo: "Guarda una forchetta e prendila per un bicchiere". Ma,
ovviamente, non scelgo nemmeno di continuare a vedere in una forchetta una
forchetta. Una forma di vita fa emergere un significato (una verità) del nostro
stare al mondo che non siamo noi a scegliere. Da questo punto di vista,
possiamo parlare di “interpretazione” in un senso affine affine. Ama diverso da
quello in cui ne parlavamo nell’esempio dello scherzo e della menzogna. Lì un
gesto oscillava tra interpretazioni ( scherzo o minaccia?) sullo sfondo di una
forma di vita, ossia di quella forma di vita in cui si danno, tra le altre
cose, scherzi e minacce; qui una forma di vita è lo sfondo, da nessuno scelto e
su nulla fondato, che orienta e pervade le nostre scelte, intenzioni,
congetture, il nostro dare e riconoscere ragioni, il nostro distinguere il vero
dal falso, e così via. In una formula, provvisoria e insoddisfacente, come tutte
le formule, potremmo dire che noi interpretiamo in quanto “interpretati” dalla
nostra forma di vita
[1] Per una ricostruzione e
discussione del ruolo dell'interpretazione nell'ambito della filosofia
contemporanea mi permetto di rinviare a L. Perissinotto, Le vie dell'interpretazione nella filosofia contemporanea,
Laterza, Roma-Bari 2002.
[2] Ritengo inutile, nel
presente contesto, dare al riguardo di questi
filosofi e orientamenti filosofici delle indicazioni bibliografiche che
non potrebbero che apparire o superflue o incomplete.
[3] Ma, ovviamente, non solo un
filosofo analitico. Come dirò subito, non tutta la filosofia cosiddetta
"continentale" condivide l'insistenza ermeneutica sulla centralità
dell'interpretare.
[4] A Heidegger e
all'ermeneutica filosofica in generale è stato spesso rimproverato di non
riconoscere il ruolo della percezione nell'esperienza umana del mondo. Non
credo tuttavia, come ho cercato di mostrare nel capitolo secondo del volume
citato nella nota 1, che l'analitica esistenziale di Essere e tempo di Heidegger comporti una siffatta dissoluzione
della percezione a vantaggio
dell'interpretazione. Ciò che Heidegger
propone è di intendere la percezione diversamente da come è intesa nell'ambito
di quella che egli chiama "ontologia della semplice-presenza".
[5] Utilizzo qui l'espressione
"realismo metafisico" secondo il senso illustrato da Hilary Putnam.
Nel senso di Putnam un realista metafisico è colui che sostiene: (a) che
"c'è una totalità definita di oggetti che possono essere classificati e
una definita totalità di tutte le 'proprietà'"; (b) che questa totalità di
oggetti e di proprietà è "indipendente dalla nostra mente", nel senso
che non è in alcuna maniera sensibile e relativa alle nostre pratiche e
interessi; (c) che "esiste esattamente una sola descrizione vera e
completa di 'come è il mondo'" (H. Putnam, Ragione, verità e storia, tr.it. di A.N. radicati di Brozolo, il
Saggiatore, Milano 1985, p.57).
[6] Utilizzo qui l'espressione
"cartesianismo" per indicare ciò che Donald Davidson ha chiamato
"il mito del soggettivo" (D. Davidson, The Myth of the Subjective, in Id., Subjective, Intersubjective, Oibjective, Clarendon, Oxford 2001,
pp. 39-52) e che Martin Heidegger ha caratterizzato come l'idea secondo cui (a)
la datità dell'io, ossia la presenza a sé dell'io, è ciò che vi è di più certo
e indubitabile; (b) questa datità "comport[a] l'esclusione preliminare di
qualsiasi 'dato' d'altro genere: non solo della della sussistenza del 'mondo
esterno', ma anche dell'essere di altri 'io'" (M. Heidegger, Essere e tempo, tr.it. di P. Chiodi,
Longanesi, Milano 19763, §25).
[7] Vedi, per esempio, Una graziosa confusione di epitaffi, in
D. Davidson/I. Hacking/M. Dummett, Linguaggio
e interpretazione. Una disputa filosofica (1986) , traduzione italiana e
cura di L. Perissinotto, Unicopli, Milano 1993, pp.59-85.
[8] H. Putnam, Pragmatismo: una
questione aperta, tr,it. di M. Dell'Utri, Laterza, Roma-Bari 1992, p.25.
[9] La distinzione tra
relativismo sincronico (che, con qualche esitazione, viene imputato a
Wittgenstein) e diacronico (che viene decisamente imputato a Heidegger) si
trova in K.-O. Apel, Wittgenstein und
Heidegger: Kritische Wiederholung und Ergänzung eines Vergleiches, Id. et al., "Der Löwe spricht… und wir können nicht verstehen", Suhrkamp,
Frankfurt a,M. 1991, pp.27-68.
[10] Vedi, al riguardo il §5
della Parte prima delle Ricerche
filosofiche, tr.it. di R.Piovesan e M. Trinchero, Einaudi, Torino 1967, in cui Wittgenstein parla della
"caligine" che rende impossibile una visione chiara del funzionamento
del linguaggio aggiungendo che "[l]a nebbia si dissipa quando studiamo i
fenomeni del linguaggio nei modi primitivi del suo impiego".
[11] H-G. Gadamer, Verità e metodo, tr.it. di G. Vattimo,
Bompiani, Milano 1983, p.8.
[12] Prendo l'espressione da L.
Wittgenstein, Lezioni sull'estetica,
in Id., Lezioni e conversazioni
sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosa, tr.it., di
M. Ranchetti, Adelphi, Milano 1967, p.61.
[13] Lezioni sull'estetica, cit., pp.57-61.
[14] L. Wittgenstein, Osservazioni sulla filosofia della psicologia, tr.it. di R. De Monticelli,
Adelphi, Milano 1990, II, §669.
[15] Vedi, per esempio, Grammatica filosofica, tr.it. di M.
Trinchero, la Nuova Italia, Firenze 1990, I, §9: "Accade naturalmente che
io interpreti segni, dia ai segni
un'interpretazione; ma certamente non ogni volta che capisco un segno! […] Se
uno mi sguaina un coltello in faccia non gli dico: 'L'interpreto come una
minaccia".
[16] Vedi nota 6.
[17] Gadamer, Verità e metodo, cit., p.8.
[18] "Se mi si chiede 'Che
ora è?', in me non ha luogo nessun lavoro d'interpretazione, semplicemente
reagisco a quel che odo e vedo" (Grammatica
filosofica, cit., I, §9; è il passo omesso
nella precedente citazione del medesimo paragrafo).
[19] Su questo problema mi sia
permesso rinviare a L. Perissinotto, Wittgenstein
e il problema degli altri, "aut aut" 304(2001), pp.16-25.
[20] Uso questa parola,
sicuramente poco elegante, solo per evitare inutili giri di parole.
[21] "E neanche la cosa che
sta sulla tavola e che si riconosce
come una posata, si prende per una
posata: non più di quanto, mentre si mangia, si sia soliti tentare di muovere
la bocca, o darsi da fare per muoverla" (L. Wittgenstein, Ricerche filosofiche, cit., Parte
seconda, sez. xi, pp.237-238).
[22] Essenziale, da questo punto
di vista, questo passo: "Ciò che si deve accettare, il dato sono -potremmo
dire - forme di vita" (L.
Wittgenstein. Ricerche filosofiche,
cit., Parte seconda, sez.xi, p.295).