Maurizio Ferraris - Che cosa si prova ad essere una ciabatta
- V parte
Torna al sommario
4. Terza
distinzione: Mondo interno/mondo esterno
Autonomie e antinomie. Donde il valore paradigmatico
della fisica ingenua, che mostra come il mondo copernicano non sia
necessariamente la verità del mondo tolemaico, e come quest'ultimo
costituisca un livello di realtà con cui anche mondo copernicano
deve fare i conti; solo perciò la fisica ingenua assume un
valore normativo rispetto alle teorie, definendosi più come
telos e come elemento di falsificazione del sapere che non
come strato autonomo di verità. Se la fisica ingenua fosse
il presupposto delle nostre teorie, dovrebbe essere o falsa o vera.
Ove fosse falsa, cadremmo nella classica situazione in cui l'esperienza
costituisce il triste precursore della scienza, e di lì a
poco ci troveremmo a collezionare illusioni ottiche e a biasimare
l'occhio che non vede e l'orecchio che rimbomba di suoni illusori.
Ove fosse vera, saremmo costretti a giurare sul geocentrismo, sulla
generazione spontanea delle farfalle dalla corruzione della carne,
e a credere che i gravi più pesanti scendano più velocemente
di quelli più leggeri, e che le ruote a raggi delle Jaguar
girino al contrario del senso di marcia del veicolo. Però
la fisica ingenua non è una scienza, non è un deposito
di verità; è un ripostiglio di falsificazioni della
ipotesi di un continuismo teleologico tra esperienza e scienza.
Così, alla filosofia e alla scienza, la fisica ingenua dice
solo che il telos non è necessariamente nella physis.
Adottando la fisica ingenua come reagente, si possono trovare tre
distinzioni principali tra mondo interno e mondo esterno.
1. L'autonomia dell'estetica rispetto alla logica, vale
a dire l'indipendenza della percezione da schemi concettuali o,
in positivo, l'esistenza di contenuti non concettuali. Dopo
aver rilevato a suo tempo l'inconsistenza ontologica della tesi
secondo cui le intuizioni senza concetto sono cieche, mi propongo
di dimostrare che l'idea della contingenza della percezione è
solamente l'esito della indebita trasposizione della epistemologia
nella ontologia, tale che la contingenza di leggi non percettive
tratte dalla percezione viene trasformata nella contingenza della
percezione.
2. L'antinomia dell'estetica rispetto alla logica. Invece
che trovare nelle costanze del mondo osservato i sostrati della
logica e della scienza (denunciando le presunte irregolarità
come inganni percettivi), conto di dimostrare che le imputazioni
addossate alla percezione non sono che una iperbole dell'assunto
secondo cui percepire non sarebbe che l'oscuro antefatto del sapere,
e lo si può capire esaminando in quali e quanti casi il pensare
sia diverso dal vedere. Così, sebbene l'appello alla antinomia
possa apparire ridondante, è decisivo. Non basta dire che
gli schemi percettivi sono indipendenti dagli schemi concettuali,
perché poi si potrebbe sostenere che i primi sono la preforma
dei secondi, mentre le asimmetrie tra vedere e pensare diventano
rilevanti proprio per revocare in dubbio la legittimità della
teleologia.
3. L'autonomia del mondo rispetto agli schemi concettuali e
percettivi. È lo scopo verso cui mi sono diretto sin
dall'inizio. E conto di dimostrare che il riconoscimento di una
autonomia del mondo non può venirci né dalla contrapposizione
immanente/trascendente, né, propriamente, da un esterno contrapposto
all'interno - qualora si assumesse che si tratta di una polarità
topologica -, bensì dal riconoscimento di un esterno agli
schemi concettuali e percettivi, perché essenzialmente inemendabile.
Per capire in sintesi che cosa intendo, prendiamo questa immagine:

Ecco una scena commovente: un signore sui sessanta, con l'aria
stanca, passa in rassegna dei ragazzi in uniforme, piuttosto malmessi
anche loro. Il signore guarda i ragazzi con occhio affettuoso, e
ogni osservatore si commuoverebbe per quel che vede. Se il trasporto,
però, viene trattenuto, è perché ogni osservatore
adulto della nostra epoca sa che il signore di mezza età
è Adolf Hitler, che passa in rassegna una unità della
Hitlerjugend che si schiera alla difesa di Berlino. Qui dunque (i)
vediamo una persona; (ii) proviamo dei sentimenti;
(iii) li censuriamo, in base a ciò che sappiamo
di quella persona. Già a questo livello altamente culturalizzato
assistiamo a un contrasto tra il sentire e il pensare. Figuriamoci
poi quando vediamo la Terra piatta pur sapendo che è rotonda.
4.1. Autonomia
dell'estetica rispetto alla logica
Critica del trascendentale. Incominciamo dalla autonomia,
che non si configura come un manifesto sensista, giacché
in moltissime occasioni posso aver ragione di dubitare dei miei
sensi, bensì come il tentativo di dare uno scacco al trascendentale
in tre mosse: (1) toccando il suo presupposto, la necessità
dei concetti per i percetti, quindi (2) mostrando la fallacia del
passare dal "puoi" al "devi" in ogni ambito
dell'esperienza, e infine (3) sottolineando che il mondo funziona
benissimo anche senza trascendentale.
1. Il presupposto. Incominciamo dalla ragione di fondo per
cui, contro ogni evidenza, si è inclini ad escludere che
l'estetica possa stare senza la logica, e magari a stabilire l'equivalenza,
tanto largamente attestata quanto fondamentalmente immotivata, estetica
= irrazionale; ossia prendiamo le mosse dall'idea della contingenza
della percezione. L'ipotesi, assunta come un dogma, sorge dalla
metabasis eis allo ghenos che abbiamo visto nell'abuso empiristico
dell'induzione: che io non riesca a formulare una legge universalmente
valida a partire dalla induzione si amplifica e deforma in un argomento
contro l'affidabilità delle constatazioni offerteci dalla
percezione, quanto dire che il carattere solo probabile della induzione
viene assimilato alla possibilità dell'inganno percettivo.
Se poi si sostiene che le intuizioni senza concetto sono cieche,
allora tra il percepire e il formulare una legge induttiva viene
a cadere qualsiasi differenza. Tuttavia, l'argomento non vale, a
meno che non si voglia trarre dalla percezione qualcosa che non
le compete. Se accendo cento volte una lampadina, la centunesima
volta potrebbe non accendersi, giacché la lampadina è
fulminata, come mostra la percezione, che dunque non ha alcuna
colpa se la legge è sbagliata, non avendo proprio niente
a che fare con quella legge. Così, la presunta contingenza
della percezione è solo la contingenza di leggi che trascendono
la percezione, basandosi sulle inferenze non percettive che se ne
possono trarre: sulla percezione, posso formulare la legge: "quando
accendo la luce, vedo i colori, quando la spengo non li vedo",
non la legge "tutte le volte che premo l'interruttore si accende
la luce". L'equivoco si basa su vari malintesi.
(a). L'aleatorietà. L'aleatorietà percettiva
dipenderebbe dalla circostanza secondo cui non ci si può
bagnare due volte nello stesso fiume, cioè che le percezioni
risultano transitorie o apparenti tanto quanto la realtà
fisica a cui si riferiscono. Ora, durante la sua visita di stato
nell'autunno del 2000, Elisabetta II ha preteso a Roma l'acqua minerale
inglese marca "Malvern"; valle a spiegare che non ci si
bagna due volte nello stesso fiume. Per lo più, ci si può
benissimo bagnare due volte nello stesso fiume, a meno che si sbagli
fiume; ciò che può essere significativo a livello
molecolare (l'acqua scorre) non lo è già più
a livello geografico (il Po non diventa "Po-Ticino" dopo
Pavia, né "Po-Ticino-Adige" dopo Verona). Ovviamente,
uno potrebbe obiettarmi che con la storia del fiume e dell'acqua
minerale ho speculato su un semplice gioco di parole, dal momento
che per me "stesso" fiume o "stessa" acqua indica
una grana più grossa di quanto intenda Eraclito. Certo, ma
proprio qui è il problema: "fiume" è una
entità geografica con certe caratteristiche macroscopiche,
in cui ci si può bagnare tutte le volte che si vuole, purché
ci sia; che l'acqua scorra non compromette l'integrità ontologica
del fiume più di quanto "Danubio", "Donau"
e "Ister" siano tre fiumi diversi.
(b). La legge. Quanto alla legge, non si considera che nell'esperienza
una cosa è vera sino a prova contraria (del resto, il katà
poly aristotelico suppone che anche un certo numero di controesempi
non costituisca un argomento decisivo contro l'affidabilità
di una norma pratica), mentre nella scienza è falsa sino
all'esaurimento di tutte le prove contrarie. Sostenere che ogni
conoscenza è certa ed evidente, e che chi dubita non è
un passo più avanti nella ricerca della verità di
chi non abbia mai dubitato, appare così un principio sostanzialmente
immotivato da un punto di vista ontologico. Si può legittimamente
opporre che chi ha molte figure, esempi, nozioni anche vaghe di
tante cose ecc. ne sa di più, da un punto di vista pratico,
di chi non le abbia mai viste, purché sia consapevole che
non sono cose, bensì immagini. Ora, ciò che è
vago non è inesistente, né risulta meramente aleatorio
- aleatorio può essere il calcolo sul vago, ma è un
altro discorso -. Però allora la chiarezza non coincide analiticamente
con la distinzione: possiamo disporre di conoscenze chiare
ma confuse, poiché non siamo in grado di riconoscere le note
caratteristiche inerenti a un colore, per esempio, l'esatta intensità
cromatica, o, meno avventurosamente, le componenti di un fiore rosso
davanti a noi. E prima delle conoscenze chiare, ne possediamo di
oscure, che tuttavia non sono un nulla: sbatto la testa contro qualcosa,
sento un dolore sordo, ma l'ignorarne la causa non lo allevia. Ora,
una epistemologia che non sia chiara e distinta non vale granché,
in buona sostanza non è nemmeno una epistemologia; ma una
chiarezza indistinta è pur sempre qualcosa, quanto dire che
è dotata di un valore ontologico: vedo il bianco a 1000 metri;
un uomo a 100 metri; il figlio di Callia a 10 metri ecc.
(c). L'oggettività. Quanto all'equivoco circa l'oggettività,
c'è il caso dei colori. In base al solo argomento che se
spengo la luce tutto diventa nero taluni hanno concluso che i colori
sono contingenti: quanto dire che se in un caso il rosso e il blu
appaiono entrambi neri, allora siamo nella semplice anomia. Tuttavia,
se spengo la luce vedo sempre nero, e, quando la riaccendo
i colori riappaiono tali e quali. Al massimo, si può affermare
che c'è una dipendenza logica del colore rispetto alla estensione;
tuttavia, nulla vieta di sostenere l'inverso, ossia che non esistono
estensioni che non abbiano almeno un colore: in taluni casi, addirittura,
si preferisce usare un riferimento al colore che non un riferimento
alla estensione, come quando in tipografia si indica con "nero"
un carattere più spesso, cioè più esteso. I
daltonici vedono meno colori, come noi quando guardiamo un film
in bianco e nero; nondimeno, proprio come al cinema non vediamo
ora il positivo ora il negativo, non è che una volta vedano
blu, poi giallo, poi grigio, giacché una azione causale può
avere esiti percettivamente diversi, e nella fattispecie semplificati,
ma strutturalmente costanti. Del pari, i soggetti affetti da protanopia
si fermano al semaforo perché è accesa la luce in
alto, non perché riconoscano il rosso, ossia riconoscono
comunque delle costanti. Si insiste anche sulla grana fine della
percezione: non solo i daltonici vedono diversamente i colori, ma
anche nella norma lo stesso colore può essere visto come
blu, come azzurro o come verde da tre soggetti diversi; questa,
però, è la grana fine, non la soggettività,
poiché il giorno dopo, A continua a vedere blu, B azzurro,
C verde. Si può infine addurre il caso delle operaie tessili
che colgono più sfumature di colori, e dei sommelliers che
affinano la percezione dei sapori: ma si assume che le nuances
esistano realmente, e che gli esperti le vedano o gustino in modo
ipermetrope, altrimenti non sarebbero intenditori, bensì
visionari. Comunque, che un cieco non ci veda, o che un daltonico
non discrimini certi colori, non è un argomento per sostenere
che i colori non esistono, o che sono soggettivi, o intersoggettivi,
o persino culturali. Altrimenti, avrebbe senso spedire inviti con
richiesta di black tie, dire che qualcuno indossava una giacca
blu o che l'auto dell'investitore era rossa? Le leggi dell'Apartheid
si fondavano sulla possibilità di discriminare, in modo tutto
tranne che aleatorio, i bianchi dai neri, mentre sarebbe malagevole
discriminare chi abbia un certo gruppo sanguigno; si gioca a scacchi
e a dama e non ci si confonde sulle pedine; le squadre di calcio
e gli eserciti di una volta si distinguevano attraverso i colori,
mentre gli eserciti moderni cercano, sempre con i colori, di mimetizzarsi
con l'ambiente ecc.
2. La fallacia. Se nondimeno è apparso così
scontato il passaggio dalle costanti percettive alle inferenze metapercettive,
dipende, al solito, dall'argomento trascendentale: se è così,
deve essere così. Adesso vorrei far notare quanti
e quanto grandi siano i casi contrari, e precisamente: (a). se è
così, può anche essere altrimenti ("in qualsiasi
altro modo" o "in alcuni altri modi"); (b). anche
se è così e non altrimenti, legge può non avere
vigore al di fuori dell'ambito da cui trae origine. Che poi (c)
si diano casi in cui effettivamente vige l'argomento trascendentale,
ma non è un principio universalmente valido.
(a). È così ma può anche essere altrimenti.
Il grafo dei movimenti caotici della materia può risultare
talmente complicato da apparire come una specie di storia, sicché
il principio secondo cui natura non facit saltus non è
un dato osservativo, bensì un precetto, affine al presupposto
della perfezione nella comprensione dei testi, per definire un campo,
nel quale possono presentarsi delle eccezioni. D'altra parte, può
andare non in qualsiasi altro modo, ma in qualche
altro modo. Prendiamo le leggi gestaltiche (figura e sfondo, chiusura,
direzionalità, buona forma ecc.). Sono constatabili, né
appaiono meramente soggettive - di solito non c'è qualcuno
che riconosca uno sfondo là dove altri riconoscono una figura,
e che talvolta possa succedere non è una obiezione, in una
sfera in cui non si cercano leggi universalmente valide -, pur risultando
spesso in competizione tra loro, e paiono del tutto astratte senza
perciò essere concettuali. La circostanza che - per esempio
- non si adempia regolarmente la realizzazione delle leggi di coerenza
strutturale e di pregnanza (contro le aspettative dei gestaltisti),
non equivale a dire che nel mondo ognuno vede quello che gli pare.
Significa, se vogliamo, che la meteorologia è previsionalmente
meno efficace della fisica teorica, anche perché la percezione
ha una grana più fine dei concetti e delle leggi. Inoltre,
che le leggi competano le une con le altre, non comporta che siano
emendabili: è l'occhio che coglie una soluzione in una figura
bistabile, benché possa in seguito (e qui interviene il ragionamento:
ad esempio, che si sappia di dover trovare una seconda figura) coglierne
un'altra. C'è poi un punto anche più impostante: ci
sono costanti gestaltiche, il che non comporta che derivino da una
tavola dei giudizi, né che rendano possibile l'esperienza,
né che derivino dall'esperienza, tanto è vero che
uno dei cavalli di battaglia della Gestalt è proprio
che le sue leggi spesso si applicano in contrasto con l'esperienza.
Si avrebbe anche torto ad asserire che una soluzione è "più
giusta" dell'altra, come viceversa si può e si deve
sempre dire dei concetti; ma che un esito non appaia più
corretto dell'altro non vuol certo dire che entrambi siano meramente
soggettivi.
(b). È così e non altrimenti, ma non perché
deve essere così. Qui la storia è molto breve,
e la si può spiegare con il problema dei nomi dei colori.
Non c'è nessun motivo per chiamare "blu" il blu
invece che il rosso, tranne il fatto che lo chiamiamo così:
i Maori hanno 3.000 nomi di colori, ma non vedono
tanti colori più di noi; non separano i colori dall'oggetto,
con una operazione che è linguistica e non percettiva, come
quando diciamo "salmone", "malva", "ribes".
Che poi un colore sia quello, dipende dalla sua onda cromatica.
(c). È così e deve essere così. Alla
fine, ed è un ambito ben ristretto, incontriamo una sfera
in cui l'argomento trascendentale calza a pennello: le bolle di
sapone, i fiocchi di neve, i cristalli, le simmetrie. È arduo
però sostenere, alla luce di una casistica del genere, che
l'ottica è corretta dalla geometria, vale a dire che ogni
fatto deve conformarsi a un diritto, se non altro perché
si può essere o apparire in tutto e per tutto organizzati
senza perciò possedere alcuna ragione, cioè un fine
esterno; tale è appunto il caso degli organismi, sicché
la biologia, in ultima istanza, esorbiterebbe già dal trascendentale.
3. Il collasso. L'inserimento di ciò che vediamo
nel nostro sistema di credenze è il più delle volte
facilissimo e automatico: i casi antinomici, come le illusioni
percettive ci svelano talune leggi della percezione che rimangono
inosservate nei casi normali, però fortunatamente non sono
nulla più che casi. Nell'esperienza ordinaria, vedo una penna
sul tavolo, credo che ci sia una penna sul tavolo, la prendo se
mi dicono di prenderla; penso che ci sia il sole, guardo alla finestra,
e vedo qualcosa che rende vero il mio giudizio. Obbedire
a ordini, agire in maniera riflessa, comprendere un enunciato, avere
l'esperienza della realtà prima della scienza, dipende da
come siamo fatti, e diverrebbe inspiegabile qualora la struttura
dell'esperienza percettiva non risultasse facilmente concettualizzabile:
il che non significa che sia concettuale, bensì che le strutture
concettuali si radicano geneticamente e contenutisticamente nell'esperienza
percettiva, senza perciò dipenderne in tutto e per tutto,
giacché i sensi ragionano a loro modo. Non bisogna concedere
un credito eccessivo all'idea che le integrazioni siano dovute all'intelligenza
dei nostri sistemi percettivi, senza considerare che, per intelligenti
che siano, si troverebbero a malpartito in un mondo anomico, tanto
quanto siamo imbarazzati di fronte a un testo scritto in caratteri
esotici. Non è vietato sostenere che la mente guarda sempre
al di là di quanto è effettivamente percepito; nondimeno
ci rendiamo spesso conto di quando effettuiamo delle integrazioni
- che del resto non sono esattamente percettive - e di quando ce
ne asteniamo. Di qui il mio punto centrale: oltre alle integrazioni
riuscite, ci sono casi in cui quello che vediamo non coincide con
quello che pensiamo, o esorbita rispetto al nostro sapere attuale,
il che finisce per dare un taglio netto alla ragione ultima dell'argomento
trascendentale. Se è così, però, bisogna guardare
con altri occhi al problema della illusione.
4.2. Antinomia
dell'estetica rispetto alla logica
Illusioni. L'inflazione delle illusioni non è generalmente
motivata, e parlare troppo facilmente di "apparenze" non
sembra una buona strategia. Si può piuttosto conferire uno
statuto ontologico diverso alle cose, presenti e interosservabili,
ai riflessi, interosservabili ma dipendenti da altre cose,
alle immagini postume, dipendenti da altre cose ma
non interosservabili, e ai fosfeni, non interosservabili
e senza contropartite oggettive dirette o indirette. Prendiamo il
caso dell'arcobaleno: vedo un arcobaleno, lo mostro a un altro e
lo vede; è un oggetto, non un fischio nelle orecchie, è
lì fuori. Però cammino, e resta là, come l'orizzonte,
mentre una sedia e una montagna si avvicinano. Oppure: vedo dal
finestrino di un aereo un arcobaleno. Il mio vicino no. L'arcobaleno,
per me, è reale, e propriamente non ha nulla di soggettivo,
"soggettivo" essendo piuttosto spaventarsi alla vista
di un topo o viceversa mangiarmelo, mentre per far vedere l'arcobaleno
al vicino mi basterebbe farlo sedere al mio posto. Diversamente
vanno le cose per i riflessi, che sono interosservabili, ma il cui
statuto non è quello dell'arcobaleno, bensì quello
di un'ombra, dipendendo da qualcosa di consistente e riscontrabile
a livello fenomenico. In particolare, se il riflesso è ben
definito (poniamo, l'immagine allo specchio), allora quasi ce ne
dimentichiamo, per concludere che la cosa vera è lì
fuori, con tutto che uno specchio può oggettivamente aumentare
la luminosità di una stanza. Ancora diversamente vanno le
cose per i fosfeni e per le immagini postume, che non sono interosservabili
e sono presenti nello spazio, ma non si incontrano nello spazio.
Il fosfeno, inoltre, non è una specie di ricordo, mentre
l'immagine postuma lo è. Svolta questa precisazione, è
vero che si può parlare di "illusione" in molti
modi, e in particolare rispetto a ciò che si sa e a ciò
che si pensa. Non è la stessa cosa, e conviene distinguere.
1. ‘Illusioni' intrateoriche. Si danno casi in cui l'apparenza
è tale solo alla luce di una teoria: ciò che
si presenta è in realtà diverso da ciò che
ci attestano i sensi. Tuttavia, dire "in realtà"
significa soltanto sostenere che c'è una teoria scientifica
che può spiegare le cose in un altro modo. Dunque, abbiamo
a che fare con qualcosa che è vero per la percezione e falso
per l'interpretazione, come nel caso dell'eliocentrismo: a me pare
che il sole giri intorno alla terra, però la cosmologia dimostra
che è vero il contrario. Tuttavia, posso vivere una vita
intera muovendo da ipotesi geocentriche, e non cambierà niente,
tranne esperienze marginali come i viaggi in aereo, sicché
geocentrismo e eliocentrismo sono esclusivamente teorie, esattamente
come il monofisismo, tranne che possono essere verificate attraverso
una accessibilità fisica amplificata. La verifica, però,
si svolgerà generalmente su una scala distantissima da quella
dell'ambiente in cui mi trovo, e, dunque, non appare così
cruciale. Si potrà sempre opporre che è meglio sostenere
che è la terra a girare intorno al sole, ed è lecito:
tanto, non costa niente e non cambia niente; e, in più, è
anche vero. In altri però casi abbracciare la versione epistemologica
potrebbe suscitare dei problemi. Prendiamo la tesi secondo cui la
terra appare piatta, ma in realtà è rotonda. Si noterà
che, malgrado una simile assunzione, generalmente condivisa, un
grandissimo numero di comportamenti risulta - del tutto motivatamente
- orientato dalla assunzione secondo cui in realtà la terra
è piatta: nessuno costruisce le case con la cantina lievissimamente
incurvata, non si fanno convegni per stabilire se in Nuova Zelanda
siano davvero a testa in giù, si usa la bolla d'aria. Quello
della terra piatta, così, costituisce un livello di realtà
difficilmente assimilabile a una illusione, rivelandosi solido e
interosservabile; e per capire che in realtà la terra è
rotonda, ho bisogno di una teoria, che mi porti a estendere la sfera
del mio ambiente, per esempio, cercando di andare in India seguendo
una rotta occidentale, poiché l'osservazione, anche attenta,
ma condotta sulla scala dell'ambiente, non mi porta a concludere
qualcosa del genere.
2. ‘Illusioni' ecologiche. Si danno invece verifiche perfettamente
attuabili a livello ambientale. Prendiamo il caso di un completo
di velluto che alla luce artificiale è beige, e alla luce
naturale è salmone. Qui, in prima battuta, si può
semplicemente sostenere che, diversamente da ciò che avviene
per il vestito dell'imperatore, il vestito è reale, laddove
i due colori rappresentano rendimenti percettivi che dipendono dalla
luce. Ecologicamente, pare più vero il salmone a luce naturale;
ma se si vivesse sempre con una illuminazione artificiale? Siamo
comunque portati a ritenere che il vero colore, purtroppo, è
il salmone, giacché non trattandosi di una teoria, bensì
di un fatto constatabile in una scala per noi fisicamente accessibilissima:
usciamo all'aperto, e il vestito è sicuramente salmone, e
se decidessimo di indossarlo solo al chiuso proveremmo una specie
di imbarazzo, come se ci fossimo tinti i capelli. Perciò,
nessuno sosterrebbe che un trompe l'oeil è reale, come viceversa
successe a Moore, durante una conferenza, quando mostrò una
finestra che era solo dipinta, al fondo dell'aula, e disse, giacché
non aveva potuto accertarsi da vicino della cosa: "Nessuno
dubiterebbe del fatto che lì ci sia una finestra": lo
statuto ontologico del trompe l'oeil è esattamente quello
di un quadro o di una fotografia. Qui abbiamo a che fare con qualcosa
che illude solo se manteniamo un unico angolo di visione, laddove
la nostra percezione dell'ambiente suppone l'avvicinarsi, l'allontanarsi,
il guardare da prospettive differenti, il toccare ecc., il tutto
in tempi ragionevoli, perché certo non posso escludere di
toccare meglio domani, o fra cento anni, con mani meno ruvide in
seguito alla totale scomparsa di ogni attività manuale, però
se un tessuto mi appare ruvido oggi non aspetto di cambiare idea
o senso, semplicemente ne compro un altro. Insomma, è più
difficile essere illusi che non accertare la realtà delle
cose, che non è una teoria, bensì un osservabile nell'ambiente.
Le cose non vanno diversamente per il bastone che, nell'acqua, appare
piegato, mentre in realtà non lo è. La prima volta
si può credere che le cose stiano proprio così, e
se uno non estrae il bastone o non lo tocca sott'acqua potrà
sempre pensare che sia davvero storto. Però in una normale
situazione ecologica è facilissimo scoprire che il bastone
è dritto; e, se ci si stupisce, non è tanto perché
è dritto, quanto perché sembra storto. In altri termini,
non ho bisogno di speciali teorie per capire che in realtà
il bastone è diritto. Che sia storto, è una apparenza,
e può essere svelata non con il ricorso a strati più
fondamentali della realtà, bensì restando sul medesimo
piano di esperienza: toglierlo dall'acqua, toccarlo sott'acqua,
provare a vedere se funziona meglio come leva o come piede di porco.
Qualcosa del genere, in forma anche più esplicita, viene
offerto dalla biglia tenuta fra l'indice e il medio incrociati:
che la pallina sia una non ci stupisce, a sorprenderci è
piuttosto la curiosa circostanza che il tatto, di solito tanto affidabile,
possa essere ingannato e portato a concludere che le biglie siano
due. I casi sono simmetrici: il bastone appare piegato alla vista
e dritto al tatto, la pallina sembra una alla vista e due al tatto.
Non ci vuole più di tanto - basta un altro senso - per stabilire
la verità, proprio come nel caso del trompe l'oeil, in cui
era addirittura lo stesso senso, la vista, a poter accertare lo
stato di cose reale, con un semplice cambiamento di prospettiva.
Del pari, nessuno penserebbe che un trapezio che - per effetto di
inclinazione e di prospettiva - appare quadrato, è in realtà
un quadrato. A contare come vero è lo stimolo distale, non
quello prossimale, perché lo stimolo distale non è
una apparenza, come si può facilmente constatare toccando
la fonte dello stimolo, o guardandolo da un'altra prospettiva, esattamente
come il bastone nell'acqua o il trompe l'oeil. E, a maggior ragione,
nessuno penserebbe che esiste davvero un cerchio ottenuto facendo
girare al buio una sigaretta accesa - un cerchio che non corrisponde
a nulla né a livello di stimolo distale né a livello
di stimolo prossimale, ma si forma solo sulla retina. Se si pretendesse
che il cerchio è vero, si dovrebbe concludere che anche i
cartoni animati lo sono: dal che segue che il movimento nei
cartoni animati non è apparente, ma reale.
3. Illusioni vere e proprie. Se vogliamo trovare autentiche
illusioni, dobbiamo guardare altrove. Per esempio, la Müller-Lyer
presenta molti aspetti della illusione, ma comunque, come tutte
le vere illusioni ottiche, è non solo interosservabile (il
che vale anche per il cerchio ottenuto facendo ruotare al buio una
sigaretta), quanto dire che non è presente solo a livello
di stimolazione retinica, ma nemmeno può venire emendata,
per esempio guardandola da un'altra prospettiva. Il difetto della
Müller-Lyer è che se tutto il visibile funzionasse così,
la geometria forse non sarebbe sorta, perché suppone una
coincidenza tra pensare e vedere che si presta a usi legittimi,
ma anche a estensioni piuttosto abusive.
L'occhio ragiona a modo suo. Quando si vedono le proprietà
di un triangolo può apparire arduo distinguere il vedere
dal pensare, e se ne conclude che, almeno in condizioni ottimali,
le due funzioni si equivalgono. Perciò Aristotele scriveva
che l'intelletto riconosce l'astratto nel concreto, e che penso
il concavo quando vedo un naso all'insù; Kant sosteneva che
penso il circolo nel piatto. Ma è vero? Soprattutto, lo è
sempre e necessariamente? Che io possa anche pensare
il concavo o il circolo, non comporta che li pensi tutte le volte
che vedo un naso o un piatto, né che - ove pure ci pensassi
- si tratti di una interazione funzionale e imprescindibile e non
di una mera concomitanza temporale, anche se diverse operazioni
- poniamo, prendere un piatto senza temere di ferirmi, perché
non è un coltello -, postulano il riconoscimento di una circolarità.
Quando vedo una croce latina penso a una chiesa, se invece è
una croce greca penso a un ospedale; ma c'è un nesso tra
il vedere la croce e il pensare alla chiesa o all'ospedale? Sicuramente
i due processi hanno luogo in contemporanea. Nondimeno, potrebbe
anche darsi che tutte le volte che vedo una croce mi venga in mente,
per qualche associazione di idee del tutto idiomatica, un ristorante.
Soprattutto, potrebbe darsi che mentre vedo una croce mi venga in
mente, senza alcuna relazione con la croce, che devo passare in
banca. Se l'argomento probatorio è che tutto ciò che
accade nello stesso tempo interagisce, allora la banca e il ristorante
avrebbero a che fare con la croce tanto quanto la chiesa e l'ospedale.
Se invece l'argomento è che il pensare è sempre costitutivo
del vedere, risulta davvero troppo impegnativo. Una versione ben
temperata di una simile tesi potrebbe suonare nel modo seguente:
l'immagine retinica è lacunosa, e la si integra. Con che
cosa, però? La si completa forse allo stesso modo in cui
si integra, pensando e non vedendo, un manoscritto
lacero? I completamenti solo mentali non hanno realtà percettiva,
laddove vediamo davvero il sole più grande quando tocca l'orizzonte,
e il fenomeno risulta talmente evidente che, oltre a sedimentarsi
nel senso comune, ha dato luogo a un gran numero di interpretazioni
fisiche. Il tutto lascia pensare che il termine "integrazione"
non sia quello giusto, specie se adoperato indiscriminatamente;
e soprattutto che le integrazioni percettive dipendano ben più
dal mondo esterno che non dal mondo interno. Il discrimine è
importante, giacché - ponendo uno spartiacque fra integrazioni
mentali e percettive - evita che si inneschi un meccanismo
in base al quale, considerando che solitamente quando vedo una cosa
la penso anche (o meglio, se ci penso concludo che ci penso e che
potrei anche pensarci quanto voglio, solo che lo volessi), allora
bisogna concludere che non c'è visione senza pensiero.
1. Vedere come. Cerchiamo prima di tutto di riconoscere
i casi in cui non abbiamo a che fare con un vedere vero e
proprio, bensì con una estensione analogica che porta a sovrapporre
al vedere funzioni proprie al pensare. Qui i casi sono altrettante
varianti del "vedere come" teorizzato da Wittgenstein
nelle Ricerche filosofiche, in cui le interpretazioni aggiungono
senso a una figura, ma non la arricchiscono oggettivamente. Tuttavia,
la differenza ontologica tra "aggiungere senso" e "arricchire"
viene spesso dimenticata, così come si dimentica che, se
il discorso di Wittgenstein ha un senso, allora il vedere come non
è un vedere, ma solo qualcosa che assomiglia al vedere.
(a). Vedere l'invisibile. Non è difficile notare
(potrei anche dire: "non è difficile vedere", e
continuerei a vedere lo schermo del computer invece che quanto vorrei
farvi notare) che vedere una università non è vedere
un albero. Così, nessuno si sognerebbe di sostenere che la
circostanza che si impieghi "vedere" anche in un contesto
come "vedo una forte somiglianza tra la politica di Belisario
e quella di Badoglio". In generale, non si può vedere
l'invisibile, altrimenti non l'avremmo chiamato così.
(b). Vedere e inferire. Una seconda ambiguità consiste
nell'attribuire a ciò che si vede proprietà che ineriscono
a ciò che si pensa intorno a ciò che si vede, confondendo
vedere e inferire. Tuttavia, è un equivoco banale: vedo la
Luna grande come una moneta da 100 lire, e penso che in realtà
è grande circa 1/6 della Terra, sicché non c'è
davvero motivo di parlare di "vedere" a proposito del
prodotto dell'inferenza.
(c). Vedere e misurare. Una terza ambiguità consiste
nel confondere vedere e misurare (o più precisamente nel
considerare la visione come la preforma di ciò che più
correttamente può darsi come "misura"); tuttavia,
la differenza tra vedere e pensare non è solo di grado, ma
altresì di ambito, e i due livelli si ricongiungono solo
nei righelli.
(d). Vedere e visualizzare. Una quarta ambiguità
consiste nel confondere quello che vedo a occhio nudo con quello
che posso vedere con un apparecchio scientifico, cioè il
vedere con il visualizzare. La confusione, malgrado le apparenze,
è concettuale e non fattuale, e non riguarda tanto l'uso
o meno di strumenti ottici, bensì ciò che si intende,
in un assetto umano normale, con "vedere": vedo con gli
occhiali, visualizzo con un telescopio o con un microscopio, ovunque
mi trovi. Dal mio punto di osservazione terrestre posso vedere la
Luna e visualizzare Plutone; tuttavia se fossi su Urano mi risulterebbe
agevole il contrario, così come se fossi su Giove potrei
vedere Phoibos e, volendo, potrei anche dire "guarda che bel
Phoibos c'è stasera".
2. Vedere e basta. Lasciati gli equivoci verbali, veniamo
a qualche figura. Di fronte a una scritta come la seguente:

uno potrebbe sostenere che solo chi sa leggere e magari sa l'inglese
riuscirebbe a conferire un esito coerente alla figura. Non si considera,
peraltro, che un analfabeta vedrebbe comunque qualcosa. D'altra
parte, l'argomento può essere capovolto. Prendiamo la scritta:
ONTOL.GIA
Qui è chiarissimo che penso "ontologia",
ma vedo una cosa diversa; e c'è poco da fare. È
prevedibile l'obiezione secondo cui non si riesce a capire che cosa
possa essere un "puro" vedere, sicché tutta la
distinzione, almeno all'atto pratico, non servirebbe a nulla. Ma
non è così: posso anche far fatica a definire il puro
vedere, ma non ho alcuna difficoltà nel mostrare quante e
quali siano le differenze tra vedere e pensare; e, in particolare,
che io possa sapere una cosa e vederne un'altra. Rinviando
all'ampia casistica raccolta da Kanizsa, vorrei limitarmi ad aggiungere
un esempio che mi sembra abbastanza suggestivo: nella illustrazione
seguente, tendo a scambiare le ombre per i dromedari; so che è
così e me ne accorgo, cioè posso emendarmi, diversamente
che nella Müller-Lyer, ma poi torno a confondere le ombre con
i dromedari, perché in fondo è più semplice.

Tutto questo porta il vedere sul piano dell'incontrato, e dunque
del difficilmente emendabile. Prendiamo il triangolo di Kanizsa:

Vedo fenomenicamente due triangoli, uno dei quali è più
chiaro dello sfondo. Lo incontro, così come si incontra una
persona, e l'esito vale anche per i pulcini. Però il triangolo
non è fisicamente presente, lo so benissimo, e so anche di
poterlo far sparire se completo i neri trasformandoli in palle.
Del resto, è comunissimo il caso inverso, quello in cui non
vedo fenomenicamente ciò che è fisicamente presente
nel mio campo percettivo: e non parlo solo dei mascheramenti, ma
anche della penna che ho sotto gli occhi senza trovarla, della scritta
"FEDERAZIONE DELLE REPUBBLICHE RUSSE" sulla carta geografica
che ho sotto gli occhi, e in cui vedo benissimo la scritta "Mosca",
dello scalatore sul lato destro della montagna, che finalmente riesco
a riconoscere con l'aiuto di un amico che mi dà indicazioni
come "un po' più a destra, dopo quel picco ecc."
E ora prendiamo la seguente illustrazione

Nella prima immagine, posso vedere qualcosa che non significa niente
per me. Poi qualcuno potrebbe dirmi che davanti alla finestra c'è
una giraffa: allora vedrei un collo, il che non mi potrebbe mai
accadere nel caso della seconda figura.
4.3. Autonomia
del mondo rispetto agli schemi concettuali e percettivi
Causa e struttura. Ecco - alla fine - il nocciolo del mio
discorso. Lucrezio scriveva: "Se dal nulla si compisse la creazione,
da tutte le cose potrebbe nascere ogni specie: niente avrebbe bisogno
di seme. Prima di tutto dal mare potrebbero scaturire gli uomini,
dalla terra la razza squamosa, e gli alati erompere dal cielo; gli
armenti e le altre greggi e ogni sorta di animali selvaggi partoriti
a caso ingombrerebbero campagne e deserti. Né sugli alberi
i frutti resterebbero sempre i medesimi, ma si muterebbero, e tutte
le piante potrebbero tutto produrre". Insomma, come si può
dare una azione causale che non abbia anche una azione strutturale?
Ora, sono possibili due interpretazioni di questa azione.
1. Materia. La prima, minimalista, è che comunque
bisogna riconoscere un ruolo causale del mondo esterno non solo
sulle nostre costruzioni intellettuali, ma anche sul nostro sistema
percettivo. Chiediamo a qualcuno che forma abbia il campo visivo.
Dirà probabilmente che è rotondo o quantomeno tondeggiante,
perché avrà in mente la forma della pupilla o dell'orbita
oculare, o magari dell'orizzonte che - guarda un po' - coinciderebbe
con l'occhio. Chiaramente non è così. La forma del
campo visivo è la forma delle cose, che non sono tagliate
da un cerchio rotondo, ma sfumano ai lati. Ora, tuttavia, se davvero
ogni cosa si adattasse alla forma del percipiente, il campo visivo
dovrebbe essere rotondo. E invece c'è qualcosa, che si chiama
"mondo", che resiste alla rotondità della pupilla,
e mantiene le sue forme, non quelle dell'occhio, laddove la proiezione
piana di un globo risulta apertamente deformante, sicché
il Canada e la Russia divengono ancora più grandi di quello
che già sono, mentre la proiezione non rende giustizia, in
proporzione, delle vere dimensioni dei Paesi che si trovano all'Equatore.
Immanente/trascendente. Prendiamo una tesi epistemologica
tradizionale: sono certo di ciò che è immanente alla
mia coscienza, tutto il resto è dubbio e trascendente. Ma
sarà vero? Cerchiamo qualche controargomento.
1. Come lo sai? È a dir poco maleducato chiedere
a chi ci dica come si chiama e dove è nato "Come lo
sai?". Il dubbio di Cartesio è iperbolico, ma il nostro
mondo non è una iperbole. Posso chiedere "Come lo sai?"
a chi mi dice "adesso è giorno" se siamo in una
caverna, non se ci troviamo in una stazione termale. Potenziando
il dubbio di Cartesio, c'è chi si è spinto sino a
sostenere che potrei non essere io a pensare, che non sembra davvero
una proposizione troppo plausibile, fuori della letteratura amena;
e, comunque, a seguire l'ipotesi immanenza/trascendenza, ci si inoltra
in una selva di dilemmi: dobbiamo credere ciecamente a tutto ciò
che vediamo, compreso che ciò che vediamo è lì
fuori? Oppure dobbiamo relegare il tutto nella trascendenza, e fidarci
solo di quanto è presso di noi, come evidenza immanente di
coscienza, delegando la fondazione della certezza alla scienza?
Dobbiamo fidarci solo della logica come regno separato? Oppure dobbiamo
cercare una certezza anche nella trascendenza, ma come? Qui la fallacia
si nasconde proprio nell'appello alla cecità: in che senso
il nostro rapporto con gli oggetti esterni sarebbe una fede, e per
giunta cieca? Vediamo benissimo gli oggetti di esperienza, laddove
pochi sarebbero disposti a mettere la mano sul fuoco - della cui
esistenza, dunque, non dubitano - per una qualche teoria. Sicché
non abbiamo a che fare, almeno inizialmente e comunque di principio,
con una scienza: il tavolo è qui; io non sono il tavolo;
il tavolo non è dentro di me, e solo con contorsioni eroicomiche
una simile lista di truismi potrebbe qualificarsi come un "sapere".
2. L'uso delle agende. Donde l'argomento positivo. Può
apparire sacrosanto sostenere che ci fidiamo di quanto pensiamo
(è qui, in noi) più che di quanto vediamo (è
là, fuori di noi), e che la sola cosa di cui possiamo dichiararci
davvero certi è il nostro intimo dubitare. Tuttavia, siamo
soliti annotare i impegni e pensieri su agende e taccuini. Perché?
È solo un vizio, una debolezza, un cedimento naturalistico,
ovvero si tratta del riconoscimento di un carattere proprio della
realtà, e di una realtà che ha la proprietà
di esistere prima di noi e dopo di noi, e comunque in modo coerente
e indipendente dalla nostra coscienza? Se perseguito ontologicamente,
il criterio della immanenza non solo induce uno scetticismo vano
e irrimediabile, ma conferisce uno statuto piuttosto singolare alle
immagini del mondo presenti nella nostra mente (e già nella
nostra retina: fa parte dell'interno o dell'esterno?): per un verso
sarebbero certe in quanto si danno nella mente; per un altro risulterebbero
dubbie, in quanto si riferiscono al mondo, o almeno sembrano farlo.
"Interno alla nostra testa"/ "esterno alla nostra
testa". Uno potrebbe osservare: certo la coppia interno/esterno
riflette con maggiore fedeltà l'atteggiamento naturale di
quanto non avvenga per la coppia immanente/trascendente. Crediamo
più alle cose fuori di noi che non a quelle dentro di noi,
più ai tavoli e alle sedie che non ai nostri ricordi: quante
volte diciamo: "se non ricordo male...", e quante poche
volte "sarà un tavolo o un miraggio?". Nondimeno,
non è facile dire che cosa si intenda con "esterno".
Non è "ciò che è esterno al mio corpo",
giacché in quel caso potrei incrementare il mondo esterno
tagliandomi i capelli o defecando, ma non è neanche ciò
che è esterno alla mia mente, poiché non ho la più
pallida idea di dove sia la mia mente, di modo che l'idea di "esterno"
perderebbe ogni significato.
Consideriamo che definire interno/esterno in termini topologici
non solo incontra le ovvie obiezioni che ho appena enumerato, ma
soprattutto tradisce le evidenze fenomenologiche. Proprio evidenze
del genere, d'altra parte, vengono neglette da quelle teorie che
dicono che per un verso la testa è nel mondo e per un altro
verso il mondo è nella testa. L'impostazione risulta apertamente
sbagliata: perché si sa che benissimo cosa sia una testa
nel mondo, tuttavia non si sa, se non grossolamente, cosa sia un
mondo nella testa: la percezione ha luogo laggiù, nel mondo,
però ha luogo "in me". Sì, ma dove? I due
spazi sono ardui da definire e da separare. Poniamo che, d'accordo
con Aristotele, l'anima sia come la mano, che afferra gli enti senza
identificarsi con loro: sembra ragionevole; eppure non corrisponde
a una vera esperienza, giacché non mi pare di afferrare con
l'anima tavoli e sedie: con l'anima comprendo teorie su tavoli e
sedie, con la mano afferro tavoli e sedie.
"Interno ai nostri schemi"/"esterno ai nostri
schemi". Le difficoltà si sfoltiscono quando si
passi a una definizione funzionale. Perciò intendo con "interno"
"interno ai nostri schemi concettuali", e con "esterno"
"esterno ai nostri schemi concettuali": l'interno sarà
ciò che, coglibile in forma concettuale, risulterà
suscettibile di emendamento infinito; l'esterno ciò che non
potrà essere emendato. Visto però che tratta di una
regola, il criterio si può applicare anche a enti
invisibili, come le proposizioni logiche e matematiche. Viceversa,
nel mondo interno ai nostri schemi concettuali rientra tutto ciò
che può essere emendato e interpretato, ossia, essenzialmente,
i giudizi sintetici propri della scienza empirica. Tentiamo di raccogliere
il tutto, conclusivamente, in una tavola d'insieme.
Tavola 9. Mondo Interno/Mondo Esterno
| Mondo esterno: Inemendabili |
Percettivi
Non percettivi
Nomi
Istituzioni
Proposizioni scientifiche ideali
Proposizioni grammaticali |
| Mondo interno: Emendabili |
Oggetti della ricerca scientifica
in corso |
1. Inemendabili percettivi. Qui raccolgo ciò che
viene dai sensi e non si può modificare a piacimento. Vorrei
aggiungere solo qualche considerazione sui concetti ordinari, che
risultano strettamente legati a caratteristiche percettive, collegandomi
ai ragionamenti svolti a suo tempo a proposito del concetto di "dito"
e poi ai nomi di colore. Non ha senso domandarsi se la zuppa inglese
possa davvero diventare più inglese con qualche accorgimento,
non più di quanto non si possa pretendere che una barca sia
più grossa di quella che è, mentre è legittimo
lamentare l'assenza o la contraffazione del rum nei Cuneesi al rum.
Si possono migliorare le pizze, si può mettere in commercio
la new Coca-Cola, si possono fabbricare birre analcoliche, però
le migliorie non rappresentano un progresso infinito, bensì
una variazione. Così per le monete: è giusto dire
che gli aurei emessi nel IV secolo dopo Cristo contengono meno oro
di quelli coniati nel I secolo, ma non ha senso sostenere che non
sono la moneta "aureus", tanto è vero che
anche all'epoca di Teodosio si saranno distinti gli aurei veri da
quelli falsi.
2. Inemendabili non percettivi. Tra l'inemendabilità
degli incontrati percettivi e quella degli incontrati non percettivi
intercorre una distinzione essenziale: i primi risultano tali anche
senza schemi concettuali, mentre i secondi esistono solo all'interno
di schemi concettuali. L'inemendabilità degli oggetti logici
è di tipo grammaticale: cambiare le regole di un gioco è
cambiare gioco; viceversa, mutare la descrizione chimica di un genere
naturale non è trasformarlo. Dunque, se le percezioni sono
ciò che i concetti non emendano, adesso cerco di distinguere
due famiglie, quella dei concetti che non si emendano - e
che, per la discussione svolta parlando del concetto di "concetto",
non sono la forma eminente di "concetto": sarei incline
a considerarli come "enunciati grammaticali" - e quella
dei concetti che si emendano, che, sempre per la discussione
proposta a suo tempo, sarei incline a considerare come concetti
in senso proprio o epistemologico.
(a). Proposizioni logiche e grammaticali. In generale, le
proposizioni logiche e grammaticali presuppongono concetti, come
"proposizione", "implicazione", "quantificatore",
e sono verità concettuali necessarie, cioè inemendabili.
Non perciò rientrano nel mondo interno agli schemi concettuali,
giacché qui gli schemi si identificano con l'ontologia invece
che costituire la griglia che, applicata all'esperienza, darà
luogo a una epistemologia in senso proprio. "Nessuno scapolo
è sposato" è un enunciato inemendabile, a meno
di adoperare le parole in modo diverso, poniamo facendo notare che
"bachelor" vuol dire sia "scapolo" sia "baccelliere"
(a Oxford e a Cambridge), e che sino all'Ottocento, i baccellieri
dovevano essere celibi. Tuttavia, è chiaro che sono accezioni
diverse della medesima parola e che, a proposito dei baccellieri
di Oxford e Cambridge, abbiamo a che fare con una proposizione sintetica
smentita dai fatti. Così anche le proposizioni matematiche:
7 + 5 = 12 non può essere accresciuto né smentito
dall'esperienza. Sicché le proposizioni su cui, per Kant,
si può fondare il mondo interno, giacciono in realtà
nel mondo esterno, e possono essere conosciute come oggetti a pari
titolo che tavoli e sedie, sebbene non in modo percettivo.
(b). Nomi propri. Ci sono schemi concettuali che organizzano
realtà istituite; tuttavia, risultano perfettamente omogenei
alla realtà che istituiscono, diversamente da ciò
che avviene nel rapporto tra l'oncologia e il cancro. Un caso tipico
sono i nomi propri: chiamarsi "Roberta", "Gino"
o "Samantha" non è comunque una proprietà
comune a tutti coloro che si chiamano così, poiché
ognuno di loro avrebbe potuto non chiamarsi come si chiama: e in
qualche caso non sarebbe stata una cattiva idea, ma non per ragioni
di verità o di referenza (che una donna bruna si chiami "Chiara",
o che una donna bionda si chiami "Bruna", non è
considerato un errore, né lo si corregge).
(c). Istituzioni. Un altro caso sono le istituzioni, che
risultano in parte diverse dai semplici nomi. Nel Dipartimento di
discipline filosofiche della università di Torino confluiscono
in buona parte i professori di due vecchi dipartimenti, quello di
Filosofia e quello di Ermeneutica. Però, nel momento in cui
si è decisa la fusione, non si è ritenuto di avvicinarsi
maggiormente a uno stato di cose, bensì di crearne uno nuovo.
Del pari, "Südtirol" e "Madagascar" designano
oggi cose più o meno diverse da ciò che designavano
un tempo (il termine "Südtirol" appare solo nel 1839,
e designa all'origine sia il Trentino sia il Tirolo; addirittura,
"Madagascar" non indicava all'origine l'isola dell'Oceano
Indiano, bensì la parte del continente africano che la fronteggia),
e la Polonia uscita da Yalta è alquanto diversa da quella
determinata dal Trattato di Versailles, ma non si può dire
che la trasformazione sia stata una emendazione.
(d). Unità di misura. Il ragionamento si applica
anche alle unità di misura, che si riferiscono a una realtà
oggettiva, ma che non possono essere emendate. Avrebbe senso sostenere
che nel cassetto di mio zio c'è un metro che è più
metro del modello di platino-irridio? Al massimo, si potrebbe adottare
una diversa misura, e magari decidere di continuare a chiamarla
"metro", precisando che si compone di 100 centimetri,
che però nel frattempo sono cambiati ecc. Tuttavia, tra il
metro in platino-irridio e il nuovo intercorrerebbe solo un rapporto
di omonimia, dunque non si darebbe emendazione. Del pari, non ha
senso affermare che al livello del mare l'acqua, col cambiamento
dei nostri paradigmi, bollirà a 97 gradi Celsius. Se si cambieranno
i paradigmi, si dirà qualcosa di diverso, per esempio"l'acqua
bolle a 700 gradi ipsilon". Tuttavia, per far bollire l'acqua
a 97 gradi non è questione di cambiare i paradigmi, bensì
di andare in montagna.
(e). Opere letterarie Un altro caso è costituito
dalle opere letterarie. Nessuno, tranne Tasso o Manzoni, si sognerebbe
di emendare la Gerusalemme liberata o I promessi sposi;
nessuno tranne Conan Doyle potrà mai potrà revocare
in dubbio la frase "Sherlock Holmes abita a Baker Street".
Visto però che sono morti tutti e tre, si può tranquillamente
sostenere che proprio nessuno mai, sino agli ultimi giorni dell'umanità,
potrà emendare quelle opere. Viceversa, c'è stata
un'epoca in cui si è sostenuto che la Bibbia conteneva una
caterva di errori cosmologici, poiché il criterio di validazione
non era l'intenzione autorale, bensì il riferimento a un
mondo, sicché avremmo avuto a che fare con una cosmologia
da Patriarchi, non con una cosmogonia mediorientale. Il che, naturalmente,
non succede per i romanzi, ed è strettamente impossibile,
non per motivi di fatto, bensì per ragioni concettuali, sostenere
che forse, con ulteriori ricerche sulla vita privata di Alfred Agostinelli,
sapremo se Albertine Simonet era davvero fedele o infedele al Narratore
della Recherche: non lo sapremo mai (invece, sappiamo che
Hans Castorp è stato veramente con Clavdia, anche se non
è chiarissimo e quindi qualcuno può non accorgersene),
così come non potremo mai dire che Albertine Simonet è
Alfred Agostinelli, mentre possiamo tranquillamente affermare (lo
ha scritto nel romanzo) che il Narratore è Marcel Proust.
Sempre perciò, sappiamo tutto quello che si può umanamente
sapere su Emma Bovary; possiamo anche sostenere, sebbene non con
la medesima forza che nel caso Narratore=Proust, che è Gustave
Flaubert, che lo ha dichiarato, ma non nel romanzo; tuttavia, senz'ombra
di dubbio, sappiamo molto meno non solo sui nostri migliori amici,
ma anche su di noi.
(f). Regole dei giochi. Del pari, le regole dei giochi non
si emendano, si trasformano, e con loro mutano i giochi. Anche qui
la scienza non ha l'ultima parola: se Cuvier avesse deciso di cambiare
il rubamazzetto, magari lo avrebbero lasciato fare, ma non perché
era un naturalista; e probabilmente, specie se le variazioni fossero
state ingenti, avrebbero ribattezzato il gioco chiamandolo "cuvier".
(g). Concetti Veri e Completi. Il caso-limite nell'altro
senso è fornito dalle proposizioni scientifiche ideali: i
Concetti Veri e Completi, che non sono più oggetto di scienza
come emendabilità, e dunque possono essere considerati alla
stregua di giudizi analitici. Resta però il dubbio circa
l'effettiva realizzazione del sapere assoluto in materia.
3. Oggetti della ricerca scientifica in corso. Sono tutte
le proposizioni su cui si svolge la ricerca in ciò che, da
un certo punto in avanti, si è chiamato "scienza".
Ci è così presente e pressante, il mondo interno,
almeno a livello di riflessione, che possiamo essere tentati di
credere che nulla esista fuori del testo. Spero di aver dimostrato
a sufficienza che non è così; e, soprattutto, che
il mondo esterno non è un iceberg che emerge in condizioni
speciali e che, alla fine, non esiste se non per tenere insieme
il mondo delle parole. Siamo talmente abituati a estorcere teorie
dalle nostre esperienze che finiamo per dimenticare che ci sono
fin troppe esperienze da cui non traiamo un bel niente, non avendone
tempo, voglia o necessità; o anche perché se lo facessimo
saremmo indotti in errore, giacché quella secondo cui i fatti
esistono soltanto per fornire una base alle nostre teorie è
una mera ipotesi, smentita del resto da una infinità di circostanze,
non ultima quella in base alla quale "esperienza sensibile"
non è solo il nomignolo superfluo di un processo che non
avrebbe mai luogo come tale. Può darsi che, a metterla in
questi termini, si dia l'impressione di quando, al millesimo "perché?"
di un bambino, si risponde: "Perché è così".
E, tuttavia, se lo scienziato sa qualcosa di più di chi non
ha studiato, è proprio perché c'è uno strato
dell'esperienza, come ad esempio la buccia di banana su cui scivola,
che resiste a ogni emendazione concettuale. A ben pensarci,
la morale mi deve essere stata dettata in modo subliminale; è
la citazione da Eliot iscritta da un anonimo utente sulla porta
interna del gabinetto del Philosophisches Seminar della Università
di Heidelberg, su cui ho avuto agio di meditare a lungo: "Oh,
do not ask, ‘What is it?' / Let us go and make our visit".
|