torna al metaindice dello SWIF

Il forum dello SWIF

Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2002
| Calendario degli eventi | Moderazione | Iscrizione |
 
   
 

Maurizio Ferraris - Che cosa si prova ad essere una ciabatta - IV parte
Torna al sommario


Torna all'inizio3. Seconda distinzione: Verità/realtà

Induzione e percezione. Non è vero che l'alternativa al trascendentalismo è l'empirismo. Sono due volti della medesima medaglia, in cui l'argomento trascendentale funziona a pieno titolo: per il trascendentalismo, una esperienza diretta non si dà in nessun caso, sicché bisogna trascrivere le teorie dell'esperienza all'interno di un quadro di teorie della scienza che renderanno possibile l'esperienza; e se una tesi del genere, a dir poco paradossale, è spesso assunta senza reticenza, è un portato della circostanza per cui il trascendentalismo risulta parassitario rispetto all'empirismo, condividendone il principio di una reversibilità senza residui tra scienza ed esperienza. Il caso di Kant è paradigmatico, perché alla base della scelta di identificare il reale con la fisica matematica, c'era l'idea che il mondo sia essenzialmente contingente, vale a dire incapace di fornire conoscenze certe. Ora, neanche così si sarebbe potuto dar fiato a un argomento radicalmente scettico. Però Kant non era del medesimo avviso: fra la certezza al 100% e la probabilità al 99% si aprirebbe un baratro, ben più largo e profondo della differenza tra la probabilità al 99% e quella all'1%; che quest'ultimo caso apparisse altamente improbabile, e il primo risultasse altamente probabile, non conterebbe.

Tuttavia, come sarebbe grave pretendere che per parlare si debbano conoscere le essenze di ciò a cui si riferisce, e che per manifestare un dolore o usare uno strumento se ne debbano conoscere, con competenza fisiologica o tecnologica, cause e modi di funzionamento, così la vita sarebbe impossibile se non potessimo operare generalizzazioni induttive basate su un numero anche esiguo di casi. Pretendere che non ci siano induzioni legittime a meno che non si sia esaminata la casistica completa, o almeno si sia dimostrato che il contrario è falso, ci porterebbe alla paralisi. In effetti, procedo per induzione dicendo che l'Adriatico è salato, il Baltico è salato, il Caspio è salato, dunque tutti i mari sono salati; ove poi si constatasse che il Baikal non è salato, si concluderebbe che tutti i mari sono salati, tranne il Baikal, ovvero che il Baikal non è un mare. Il preteso fatto ignoto non disturba in alcun modo l'induzione precedente. Non così per Kant: dall'esperienza non si può ricavare alcuna certezza, se la certezza che chiediamo è quella che ci assicura la geometria, subito, e la scienza, ma in un tempo infinito, dunque di fatto mai, però di diritto sempre; e, per un sistema basato sulla pura esperienza e insieme bisognoso di certezza geometrica, la dissoluzione scettica risulta inevitabile: siamo certi di esistere, mentre abbiamo ragione di dubitare di tutto il resto, anche del modo in cui ci auto-rappresentiamo.

Il difetto, al solito, sta concepire l'esperienza come il precursore della scienza, e non come una sfera autonoma, e qui si tocca una difficoltà tradizionale. L'immagine aristotelica dell'esperienza, per cui la fuga delle sensazioni, al modo di un esercito in rotta, a un certo punto si arresta, come quando un soldato smette di fuggire e rincuora i compagni, di modo che la falange si ricompatta, omette di spiegare il punto critico: un bel momento, non si sa bene come né perché, la fuga disordinata delle sensazioni si ferma e si riorganizza in una compagine coerente. Tuttavia, perché mai dovrebbe farlo, se non possedesse già una organizzazione interna? Una simile concezione è forse la cosa meglio distribuita nel mondo, e vigendo anche in rappresentazioni platoniche della nascita della scienza: l'immagine iniziale di 2001 odissea nello spazio, in cui - dopo che la geometria è caduta dal cielo sotto forma di monolito nero e liscio - lo scimmione lancia in aria un osso diventato, per lui e di un tratto, una clava che si trasforma in astronave, traduce in termini di continuità una discontinuità di fondo. Le clave servono agli scimmioni, agli aborigeni, a noi stessi in certe circostanze, e non sono minimamente le antenate imperfette delle astronavi, laddove le teorie dei presocratici costituiscono i rudimentali precursori della fisica contemporanea. Così, le clave e i poemi Perì physeos possono essere assimilati solo a condizione che si concepisca l'esperienza come teleologicamente proiettata verso la scienza, con ricadute pesanti, e in particolare quella di pensare che la maggior parte dell'umanità, tolto un manipolo di scienziati di punta, non abbia un mondo, bensì un canovaccio approssimativo di pregiudizi, teorie incompiute, dottrine sballate, sicché la vita sarebbe la favola incoerente raccontata da un pazzo.

Entrambe le versioni, l'aristotelica come la platonica, vanno riviste, giacché descrivono due cose distinte: da una parte, una dottrina della verità, dove forse possono funzionare, almeno in teoria e secondo talune descrizioni; dall'altra, una fenomenologia della realtà, dove ben difficilmente possono venir ricevute. Se l'arresto del soldato risulta puramente aleatorio, e non appare invece condizionato dalla natura delle cose e delle loro relazioni, non si capisce perché mai le nostre e altrui esperienze esibirebbero una così notevole costanza, e soprattutto perché, se invece il tribunale dell'esperienza non conduce le proprie indagini volta dopo volta, bensì riesamina le credenze tutte insieme, possa venire un momento in cui si decide di avviare la revisione. Di nuovo, per come la cosa è messa di solito, il momento dovrebbe o non venire mai, oppure andrebbe essere rimesso all'arbitrio del giudice; e l'apparente auto-organizzarsi dei dati, come quando scriviamo la nostra autobiografia o facciamo il punto sulla situazione, è possibile solo perché dobbiamo prendere una decisione o formulare un verdetto su noi stessi, cioè ha luogo sotto l'impulso di una pressione che viene dal mondo esterno. Se d'altra parte (venendo alla versione platonica) la geometria cadesse dal cielo, ossia avesse inizio un giorno, per un protogeometra, fosse Talete o chiunque altro (nella fattispecie, uno scimmione), ma comunque per un singolo, allora neanche per questa via risulterebbe vero che l'esperienza è l'antefatto della scienza, giacché solo certi scimmioni sono arrivati alle astronavi, e gli altri si sono fermati alle clave.

Piuttosto, la verità non risulta archeologicamente fondata nella realtà; è teleologicamente ordinata verso di essa: gli astronomi non guardano più le stelle, però le stelle, in quanto osservabili a occhio nudo in una notte chiara, continuano a costituire l'oggetto dell'astronomia. La distinzione tra fatto e diritto costituiasce una norma, ma al suo interno racchiude l'idea della possibilità di riscontrare, in un tempo più o meno lungo, il fatto con il diritto. La possibilità di riscontro con la realtà ostensibile e percepita è dunque immanente alla verità, che tuttavia non vi si identifica, giacché le esperienze possono aver luogo indipendentemente dal sapere. Chiunque mangi molte acciughe sotto sale la sera va incontro alla concreta eventualità di avere sonni agitati da una digestione difficile e dalla sete; dai tempi di Aristotele (il primo del quale - che io sappia - sia stata tramandata l'osservazione, il che non significa che non la si possa forse trovare in qualche papiro della quarta dinastia) sono state elaborate svariate classificazioni naturalistiche delle acciughe, il sale e le sue proprietà sono stati organizzati e spiegati in moltissimi modi, la fisiologia della veglia e del sonno è stata sottoposta a un gran numero di descrizioni scientifiche, si sono formulate tantissime teorie del sogno ecc. Eppure, anche oggi, se mangio un barattolo di acciughe sotto sale alla sera facilmente patirò sonni agitati, sia che conosca lo stato attuale di ittiologia, chimica e fisiologia, o addirittura ne conosca la storia, sia che non ne sappia proprio nulla, magari neppure per esperienza personale (poniamo che sia la prima volta che le mangio, o persino che le vedo).

Apparenza e realtà. Non per questo l'ontologia si identifica con la fenomenologia, giacché parlare di "fenomeni" significa riferirsi a ciò che per definizione è un momento transitorio, destinato a trovare la sua verità altrove, mentre non si capisce per quale motivo le cose dovrebbero essere diverse da come appaiono, né perché ci si debba accontentare di avere eide nella coscienza, quando poi si schivano automobili e moscerini e non eide.

Per Husserl, diversamente che per il positivismo, non si tratta di riconoscere l'unica realtà nel mondo indagato dalle scienze della natura; e, diversamente dallo storicismo, non è questione di isolare un campo parallelo, il mondo dello spirito, da contrapporsi al mondo fisico. È piuttosto questione di indagare il reale, sia fisico sia psichico, cercando di stabilire leggi necessarie, e superiori a quelle delle scienze naturali, giacché queste ultime risultano sì più esatte di quelle storiche, la storia si ripetendosi più approssimativamente della natura, però sono congetturali in un modo ancora più insidioso e decisivo. Mentre il mondo dello spirito - non di quello di Giulio Cesare, ma di ognuno di noi quando si osserva - è indubitabilmente presente, quello della natura è lì fuori, ci sembra che ci sia, ma in realtà non ne sappiamo niente, sicché tutto ciò che dicono le scienze naturali potrebbe risultare radicalmente falso. Però - si potrebbe obiettare e in effetti si è obiettato - pare assurdo pretendere di conoscere datità senza avere a che fare con l'esperienza. Se Husserl non poteva acconsentire a una simile osservazione difficilmente contestabile è perché identificava l'esperienza con la scienza, sicché ogni riferimento a dati gli sarebbe apparso come un cedimento di fronte alla fisica, il che lo induceva a sostenere che quando la conoscenza eidetica contrasta con l'esperienza, bisogna correggere quest'ultima, diversamente da ciò che avviene con le leggi di natura.

Nondimeno - è il mio punto fondamentale - chiaramente non è così: a una scienza della natura importa abbastanza poco constatare che un quadrato di un certo colore appare, infallibilmente, più chiaro o più scuro a seconda dello sfondo su cui è posto; ma a chi voglia parlare delle proprietà del mondo esterno importa eccome, basti pensare a quanto decisivi siano gli accostamenti nel vestiario, nelle arti visive ecc. Tranne che non avrà più alcun motivo per parlare di "fenomeni": l'appello all'immanenza di coscienza che caratterizza la fenomenologia trascendentale non pare corrispondere al modo in cui ci rapportiamo alle cose nel mondo; e, reciprocamente, sembra assumere che l'approccio della scienza consista in una presa diretta con la realtà, la quale, ovviamente, è assunta come il presupposto naturale delle nostre teorizzazioni: l'atteggiamento naturale, qui, è l'atteggiamento naturaliter scientifico. Così, nel momento in cui si sospende l'esistenza, si è tolto un pezzo decisivo per l'ontologia, sebbene epistemologicamente la rappresentazione possa risultare più adeguata, giacché una carta può essere più utile di una fotografia, e quest'ultima più maneggevole di una cosa. L'epochè tocca il pensiero, non l'esistenza, ma allora tanto vale dirigersi esplicitamente verso una ontologia realista.

Senso comune. Se il prurito è questo, perché non riesumare la filosofia del linguaggio ordinario? Ora, è vero che in poltrona, al pomeriggio, si fanno teorie, mentre il linguaggio ordinario è come la ruota o come il filo per tagliare il burro, sedimentando consuetudini stratificate in generazioni e generazioni. Nondimeno, in poltrona o sul lettino si può anche usare il linguaggio ordinario per dire, magari anche credendoci, che la Luna è fatta di formaggio, o escogitare terapie assurde e nocive. Il linguaggio è effettivamente, in quanto attività intenzionale e concettuale, la manifestazione di una credenza, sicché può benissimo dar voce a una proto-scienza o a una pseudo-scienza. Inoltre, il linguaggio ordinario appare instabile, soggetto com'è alla coscienza linguistica del parlante, anche nel lessico della percezione: mentre un tiratore scelto non ha una esperienza visiva significativamente diversa da un miope non grave, che vede le cose più sfuocate, ma non più piccole, o lontane, di un altro colore, di forma diversa ecc. E allora si ha buon gioco a obiettare che il linguaggio naturale detiene un primato di fatto e non di diritto, di modo che non può essere considerato "sacrosanto". Vorrei prima tentare una difesa di una validità relativa del linguaggio ordinario, e poi mostrare come, se la difesa è possibile, dipende essenzialmente dalla circostanza secondo cui il riferimento primo di una ontologia non è linguistico.

1. Revisione locale e revisione globale. Barry Smith, nel quadro di una interpretazione del mondo della vita in Husserl, parla a giusto titolo di una differenza tra revisione locale cui l'esperienza del senso comune può essere sottoposta, e revisione globale, a cui invece si sottrae per essenza. La versione concorda con l'ipotesi che ho esposto più sopra secondo cui il più emendabile, la scienza, si confronta con un meno emendabile, l'esperienza. È una variabilità locale e periferica non delle esperienze, ma delle credenze circa le esperienze a fronte della stabilità dell'impianto generale che le sostiene. C'è, nello stesso linguaggio, più di una sfera che non ha a che fare con la scienza: non solo l'ambito del performativo, ma anche una grande quantità di espressioni che non possono trovare una traduzione scientifica. Le streghe e gli angeli possono essere facilmente messi fuori gioco in una prospettiva riduzionista, ma il lessico della psicologia popolare no. C'è un senso in cui "ho male al piede", "sono triste", o anche "paturnie" e "nervoso", non può essere trascritto in termini scientifici, non più di quanto "ecciterai le tue C-fibre" non traduca "ti scotterai", e di quanto "Lei ha avuto una infanzia difficile", detto da un ipotetico analista a Hitler, urti le nostre intuizioni morali fondamentali. Inoltre, l'epistemologia, a cui abbiamo accesso attraverso gli schemi concettuali, ci parla di atomi e di galassie; del pari, si possono studiare le reazioni enzimatiche dei cervelli degli uomini così come dei cani e dei cavalli. Però non si sono mai citati in tribunale cani o cavalli, né atomi o galassie, così come le forme di psicologia ingenua che governano i nostri comportamenti e i giudizi sui comportamenti altrui ("è stato sgarbato", "vorrei un bicchier d'acqua") non si prestano a venir ridotte a reazioni enzimatiche. Dunque, a questo livello, gli schemi concettuali della epistemologia non tengono, o intervengono solo in circostanze speciali e problematiche, come quando si convocano periti psichiatrici nei tribunali. Infine: chi si sognerebbe mai di emendare Delitto e Castigo? Eppure siamo nel linguaggio ordinario, che nel caso della letteratura sembra capace di creare oggetti di riferimento inemendabili quanto le case e i tavoli, dunque di allargare l'ontologia.

2. Le streghe possono tornare. C'è un secondo argomento: davvero le streghe non possono tornare? In fondo, la critica del linguaggio ordinario poggia sull'assunto che la percezione, e il linguaggio che si forma sulla sua base, sia contingente, mentre la scienza è definitiva; laddove non è difficile vedere che è vero, almeno in moltissimi casi, il contrario. Storicamente, è facile da constatare. La scienza non ha accresciuto la certezza, ma lo scetticismo, non per ragioni contingenti, bensì per motivi immanenti al concetto di "scienza" come ricerca infinita della verità. Oggi è H20, domani chissà cosa sarà, e tutto quello che so è che l'acqua si può bere, si può ghiacciare, si può bollire, si può usare per lavare o per far venire i reumatismi ecc.: tutte cose alla portata di un liquido che avesse le medesime proprietà dell'acqua ma una diversa composizione molecolare. Del resto, le vedute sul passato possono cambiare, non con la rapidità della enciclopedia sovietica, ma quasi. Diversamente vanno le cose con l'esperienza. Non diciamo: "oggi è una sedia, domani chissà cosa diventerà", "oggi è un dito, ma verrà il giorno in cui sarà tutt'altro", "oggi è oro ma potrebbe trasformarsi in piombo". Così, l'impianto epistemologico fallisce in modo lampante proprio sull'esigenza di ribattere allo scetticismo. Fare della scienza il migliore dei paradigmi dell'esperienza, o, più sbrigativamente, assumere che l'esperienza non è che il soprannome popolare della scienza, è come dire, di fronte all'acqua: "Oggi è H2O, domani si vedrà". Il che significa almeno due cose: dal punto di vista della referenza, suscita problemi che iniziano nel passato (quello che Archimede chiamava chrysos è davvero il nostro oro?), proseguono nel presente (quando Putnam dice "olmi", di che cosa parla, visto che ammette di non saperli distinguere dai faggi?), e si proiettano verso il futuro (che cosa vorrà dire, fra cento anni, "sclerosi a placche"?); da quello della ontologia, i problemi appaiono anche più seri, e ridanno fiato, loro malgrado, alla pretesa del sapere assoluto: se non so tutto di una cosa e delle sue relazioni, se non so tutto di tutto, è come se non sapessi niente. Nondimeno, anche a scartare l'iperbole, che peraltro è immanente al discorso sulla inaffidabilità della induzione, che poggia sul problema dell'infinito, resta che uno sguardo scientifico comporta un mondo capovolto nel quale ciò che si manifesta sensibilmente è apparenza, giacché la verità sta nei numeri, nelle molecole, negli atomi, nei quark ecc. In altri termini, come il visitatore di una galleria d'arte si limiterebbe, per la teoria che vuole che l'arte sia soltanto l'apparire sensibile dell'idea, a vedere le vestigia o i promemoria dei concetti degli artisti, così chi estendesse sistematicamente l'ipotesi della scienza come miglior paradigma dovrebbe ammettere che sedie e bistecche offrono solo apparenze incomplete, e in fondo mere abbreviazioni di definizioni più complesse, quasi che fossero modi di dire popolari o proverbi.

3. Verità processuale. Un terzo argomento dimostra come esistano sfere pubbliche di esperienza in cui la fisica non vige come miglior schema concettuale. Non parlo dei riti vodoo né del Mago Otelma, bensì dei tribunali. Poniamo che una conduttura dell'acqua male installata provochi un allagamento al piano di sotto. Tutti ammetteranno che è una infiltrazione d'acqua, e al massimo si tratterà di stabilire se la responsabilità vada addossata all'idraulico, al proprietario che aveva chiuso male un rubinetto, o magari (è meno probabile, non solo alla luce di Newton, ma anche di Aristotele e di Esopo) all'inquilino del piano di sotto. Chiunque dovesse testimoniare, direbbe: c'era dell'acqua. Immaginiamo invece che la norma secondo cui la sola verità è quella della fisica venisse applicata in questo caso. Tutti direbbero "dell'H20 è filtrata al piano di sotto", però non potrebbero dirlo con pari certezza, giacché non solo non si può escludere che si trattasse di un liquido con tutte le apparenze fenomeniche dell'acqua, però con una differente composizione chimica - poniamo che fosse XYZ, come nelle Terre Gemelle di Putnam: si dovrebbe chiamare un perito per accertarlo -, ma soprattutto nessuno può dire che l'acqua è H20; lo è adesso, alla luce di ciò che dice la scienza, ma, sempre alla luce di ciò che dice la scienza, non si può escludere che prima o poi la si chiami e la si conosca in un altro modo. Così, in fondo, anche il perito non potrebbe veramente giurare che c'era dell'H20: dovrebbe asserire che c'era ciò che allo stato attuale delle conoscenze si chiama così, pur non essendo escluso che uno sviluppo ulteriore della scienza dimostri che si trattava di qualcos'altro. Perciò accade talvolta nei tribunali che la verità sia sancita per legge, altrimenti le prove non sarebbero inquinate dai testimoni e dagli imputati, bensì da scienziati che, in un altro posto, e probabilmente in un altro tempo, stanno ribattezzando le cose e stanno formulando nuove leggi. In altri termini, se si facesse sempre dipendere l'accertamento ultimo della realtà dalla scienza, non solo si perverrebbe a risultati paradossali, ma si emetterebbe una cambiale destinata a non essere mai onorata, non per cattiva volontà, bensì, proprio al contrario, perché la ricerca non ha mai fine. È caratteristico che i criteri adottati nei tribunali abbiano spessissimo poco o nulla da spartire con l'essenza, e ben più di frequente riguardino la forma o la funzione: il divieto di accesso ai motocicli vale anche, estensivamente, per veicoli che non avessero motori a scoppio, che non usassero ruote ma cuscini, per slitte tirate da renne ecc. Insomma, il problema delle Terre Gemelle esisterebbe solo per il nucleo antisofisticazioni, però sarebbe l'eccezione, non la regola, e quando si dice "il sangue non è acqua" non ci si riferisce alla chimica, bensì a quello che si vede. Certo, esiste tra gli islamici un modo strettamente nominalistico per aggirare il divieto degli alcolici, consistente nell'astenersi dal consumare il vino e la birra, menzionati nel divieto, e nel bere soltanto alcolici non menzionati, come whisky, vodka, gin, al limite Amaretto di Saronno. Uno potrebbe dire che, criticando la meschineria di chi ricorra a simili mezzucci per truffare l'Onnipotente (e, nella fattispecie, non Onnisciente), non ci si appoggia all'apparenza fenomenica, e ci si appella piuttosto a proprietà essenziali. Non credo, malgrado tutto, che sia un vero controargomento, giacché l'estensibilità del divieto ad alcolici non menzionati nel Corano poggia sulla identità, facilmente rilevabile a livello fenomenologico, dei loro effetti.

4. Nervoso, paturnie e scuse. Si è inoltre legittimamente osservato che il sistema delle scuse è un potente arsenale di assunzioni ontologiche a cui si concede a torto o a ragione una plausibilità di fondo, e il ragionamento può essere esteso a tutta la sfera della "verosimiglianza". Nello scusarsi sono ammesse frasi come: "L'ho fatto senza pensarci"; "Avevo il nervoso"; "Non lo sapevo"; "Credevo che". E non è un dettaglio, anche se bisogna distinguere. Da una parte, ci sono scuse epistemologiche, come tali storicamente condizionate. Oggi, in un tribunale, non sono ammesse giustificazioni come "un extraterrestre mi ha imposto di sfilarti il portafogli" (ma può darsi che un giorno lo si ammetterà) o "un demone interno mi ha ingiunto di non sottrarmi al giudizio" (ma c'è stato un tempo in cui era plausibile); mentre ci sono stati casi in cui in un tribunale si è invocata la teoria delle personalità multiple. D'altra parte, però, ci sono scuse ontologiche, che fanno riferimento a un ruolo grammaticale della psicologia popolare, risultando così refrattarie a una revisione storica in tempi osservabili: "Ci ho pensato bene, e poi ti ho dato un ceffone" non è una scusa, bensì una deliberata assunzione di responsabilità, così come "Sapevo benissimo che premendo quel pulsante avrei causato una catastrofe, perciò l'ho premuto". E una frase come "Non avevo il nervoso, e così mi sono comportato in modo sgarbato e brutale" non è una scusa, bensì una provocazione. Certo, la strada non è troppo piana, giacché il mondo dell'esperienza è un bric-à-brac stipato di ogni sorta di oggetti: nozioni di scienza penetrate nell'uso comune (come quando si dice "Alzheimer" invece che "rimbambimento"), espressioni irriducibili a una traduzione scientifica (come quando si dice "nervoso"), teorie di senso comune sui modi in cui ragioniamo e in cui dovremmo ragionare, e infine modi di percepire il mondo, refrattari a tutto ciò che sappiamo in materia. E non si tratta della stessa cosa. Perché possiamo certo emendare certe parti del senso comune, magari non il "nervoso" e le "paturnie", ma certo il "rimbambimento", allo stesso modo che possiamo correggere le credenze intorno alla generazione spontanea o alla caduta dei gravi, ma non possiamo vedere la terra rotonda, né ci riesce, nel ragionamento quotidiano, di far sì che il modus tollens risulti altrettanto evidente che il modus ponens.

5. "Mi fa male qui". C'è un quinto argomento, che tocca la circostanza che il ricorso al linguaggio ordinario non è un errore quando riguardi l'esperienza in quanto tale, bensì quando pretende di formulare, fuori da una competenza riconosciuta, asserzioni dotate di qualche vigore scientifico. Nel mondo dell'esperienza le restrizioni legate all'essenza, in quanto composizione interna della cosa, non hanno un corso indiscriminato (un conto è vedere se nella macchina ci sono tutti i pezzi, un altro se ci sono tutti gli atomi), non più di quanto abbia senso, in un contesto comunicativo normale, dire: "vedo il tredicesimo specchio del telescopio" invece che "vedo Sirio", oppure premettere "secondo me" a ogni affermazione, compresa la risposta alla domanda "che ora è?" Poniamo inoltre che dicessi: "vai a prendere quella penna che mi pare blu sul tavolo che mi pare marrone"; di fronte a un ordine del genere, l'interlocutore sarebbe portato a chiedersi di che cosa io stia veramente parlando, e quale penna, di quale colore, debba cercare, su quale tavolo; e poi se quella che pare a me una penna sia davvero una penna. Probabilmente l'interlocutore si chiederà se sto bene. Dunque, la pretesa di cogliere le essenze, di per sé del tutto legittima, non procura, se trasferita in un ambito improprio, una maggiore certezza, ma, al contrario, porta acqua al mulino del relativismo. Così, e a maggior ragione, per la pretesa di rendere irrilevante l'effetto, trovandone la verità solo nella causa. Mentre nel caso delle essenze si può sperare in un consenso almeno all'interno di una cultura omogenea, in quello delle cause il dissenso può rivelarsi ingente anche tra gli esperti: un mal di testa può avere varie cause, e risulterebbe davvero imbarazzante se non potessi dire "ho mal di testa", e fossi costretto a formulare una diagnosi. Se, assecondando le mie ipotesi pessimistiche, dichiarassi: "ho un tumore al cervello", probabilmente alcuni mi risponderebbero "no, lei non ha un tumore al cervello", altri formulerebbero diagnosi diverse; nella peggiore delle ipotesi, qualcuno mi darebbe ragione. Dopotutto, appare ben più sensato dire "ho mal di testa". E si noti che, almeno nel caso del "tumore al cervello", avevo una referenza, mentre il paziente che va dal medico lamentando una artrite alla coscia (e che provoca la domanda: costui si sta riferendo a qualcosa? E, se sì, a che cosa, giacché non si possono avere artriti alla coscia?), avrebbe fatto mille volte meglio a dire di avere male alla coscia o, meglio ancora, alla gamba. Sarebbe stato perfetto indicare la parte indolenzita e dire "Mi fa male qui".

Realtà. Cartesio ironizzava sulla circostanza per cui il senso comune appaia la cosa meglio ripartita nel mondo. Tuttavia, il senso comune risulta generalmente adeguato ai suoi scopi, non per un qualche accesso speciale alle cose, che lo porrebbe in una posizione vantaggiosa rispetto alla scienza (è un assunto incredibile e controintuitivo, giacché allora ci si metterebbe a far scienza solo per imbrogliare la matassa), bensì perché risulta ecologicamente adeguato. Se tuttavia il buon senso può appoggiarsi a quanto è nudamente percepito, risulta chiaro che una simile sfera non appare introvabile perché o troppo rozza o troppo sottile: al contrario, è pubblica e stabile, vaporizzandosi solo quando accede all'orizzonte di una scienza possibile. Lo stesso può dirsi della percezione: è senza processi inferenziali, innata, veloce, immediata, inevitabile, strutturata come un tutto, e tale da postulare che l'informazione risulti sempre sufficiente, ossia non abbisogni di integrazioni, se non altro perché non è elettivamente orientata alla conoscenza. Certo possiamo qualificare il nostro rapporto con le cose in termini di credenza ("credevo che l'acqua fosse fredda, e invece mi sono scottato"), ma appunto siamo già sul piano di una descrizione di secondo livello. Quando ho avvicinato le mani alla pentola, non credevo proprio niente, avvicinavo le mani e basta; soprattutto, quando nello scolare la pasta uno schizzo mi scotta la gamba, non credo che l'acqua mi scotti, mi scotto; proprio come il pirroniano del Mariage forcé, che smette di dire "credo che mi battiate", e riceve i colpi come effettivi e reali. Perché li percepisce, non perché pensa che siano veri (il pirroniano continua a pensare che siano apparenti, d'accordo con la sua teoria). Del pari, chi cammina per strada senza pensare che la terra è rotonda non è assimilabile a chi asserisca la legittimità dei sacrifici umani a scopo rituale, e il punto è decisivo: segnando una differenza tra vedere e pensare, assicura il passaggio dal senso comune al realismo ingenuo.

Quando assumo che esistono tavoli, sedie, colori, che manifestano proprietà e costanze indipendentemente non dico da ciò che ne so, ma addirittura da ciò che ne penso, non mi comporto da trascendentalista, ma non sono nemmeno intento, come potrebbe esserlo un empirista, a verificare se simili proprietà risultino sufficienti per stabilire una legge. Non enuncio nemmeno una credenza: che io sappia, nessuno si è mai sognato di fondare religioni percettologiche, dove i credenti vanno in chiesa si prosternano di fronte qualche illusione ottica o si genuflettono davanti a un colore. Come osservava a giusto titolo Wittgenstein nella sua critica a Moore, in Della certezza ma già nelle Ricerche filosofiche, non ha senso sostenere che un enunciato come "ho due mani" costituisce una verità; si tratta piuttosto di una ovvietà e di una realtà, che non mette conto di essere considerata come una scienza né come la base per un sapere, anche se costituisce la teleologia di ogni scienza nel momento in cui deve fare i conti con il mondo. Se un giudice islamico dispone che si tagli una mano a un ladro, non crede per scienza che il ladro abbia almeno una mano, giacché "So di avere due mani" non equivale "So che Napoleone è nato nel 1769". La mano, non posso emendarla, posso tagliarla, mentre posso correggere chi creda che Napoleone è nato nel 1768. Reciprocamente, non ha senso ordinare una birra "piccola, chiara e reale"; magari potrei dire "voglio una vera Ceres", nel caso mi avessero dato una Corona, per sbaglio, anche se suona vagamente ironico (ma, lo si ammetterà, non quanto "voglio una Ceres reale"). Così, il realismo ingenuo non è l'origine della scienza, né un "sapere di sfondo" da cui muoverebbero le teorie, bensì ciò verso cui la scienza deve teleologicamente rivolgersi senza tuttavia sperare di poter trarre sistematicamente dei fondamenti affidabili per le proprie teorie. Diversamente da Moore, non mi sogno minimamente di elencare tutte le cose che sono evidenti per me, mi importano piuttosto le soglie che né io né voi potremmo oltrepassare; che non si dia concordia necessaria tra il mondo incontrato e quello pensato ed emendato costituisce, così, la roccia che oppone resistenza agli schemi concettuali, ma non la pietra su cui si può pensare di costruire un castello di teorie alternative.

<- Torna al sommario Prosegui col seminario ->
 
   

 
Compiled by Matteo Ferrini
 


SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia
Copyright © 1997-98
CASPUR - LEI