Maurizio Ferraris - Che cosa si prova ad essere una ciabatta
- III parte
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2.3. Concetti
Concettuale e non concettuale. Poniamo che uno voglia dire
che cosa è un concetto. Una buona idea potrebbe essere distinguerlo
dal percetto, come sfera di ciò che non è concettuale;
l'operazione risulta nondimeno tutt'altro che semplice, e i criteri
proposti tradizionalmente non paiono decisivi.
1. Chiarezza e distinzione. Che qualcosa possa venire concettualizzato
non significa che debba esserlo, per ragioni di fatto (non abbiamo
tempo) o di diritto (non ne vale la pena). E, se questo è
vero, allora sembra tutt'altro che certo che, anche in processi
e in esperienze sotto gli occhi di tutti, il concettuale risulti
inestricabilmente intrecciato con il non-concettuale e viceversa.
Che questo possa apparire implausibile, dipende appunto dalla trasformazione
di una possibilità - l'eventuale concettualizzazione - in
una necessità e in un dovere, che come tale vale solo nella
scienza. Certo, parlando grossolanamente, un concetto può
essere un nome, una idea oscura e confusa, una idea chiara e distinta,
e ovviamente tante altre cose. È facile immaginare che se
chiamassimo "concetto" solo l'idea chiara e distinta,
allora troveremmo, anche nella scienza e fin nello spazio logico
delle ragioni, contenuti non concettuali a bizzeffe, giacché
anche un ascensore costituirebbe un contenuto non concettuale, tranne
per un tecnico dell'assistenza, o più probabilmente per il
progettista. Tuttavia, se nella sfera del concetto si includono
anche le idee oscure e confuse, quelle che i leibniziani concepivano
- a torto - come caratteristiche della sensibilità, allora
ci troveremmo semplicemente a negare l'esistenza di percetti, e
avremmo banalmente confuso la sensibilità con l'intelletto.
Il riferimento a oscurità o chiarezza, a confusione o distinzione,
non costituisce per nulla un criterio distintivo per riconoscere
i concetti e differenziarli dai percetti, poiché ci possono
essere vuoi dei concetti chiari e distinti vuoi dei concetti oscuri
e confusi, e così per i percetti. Probabilmente Leibniz riteneva
che i concetti siano chiari e distinti giacché di solito
chiamiamo "concetto" qualcosa del genere, e ci vergogniamo
di adoperare concetti oscuri e confusi; ma che ci appaiano impresentabili
o vacui non comporta di per sé che non possano essere considerati
concetti, se ci atteniamo a una distinzione che personalmente non
condivido. Altrimenti nomi come "Volinia", "Lusazia",
"Curlandia", costituirebbero, per la maggior parte delle
persone, altrettanti percetti, con l'aggravante che la natura concettuale
o percettiva di qualcosa verrebbe a dipendere dalla competenza lessicale
del parlante. In ogni caso, discorrere tranquillamente di "concetti"
- senza definirli e come se tutti sapessimo benissimo che cosa sono
- non pare davvero la mossa giusta: non si distingue bene "concetto"
da "idea", e ogni percetto ricordato potrebbe diventare
un concetto, sicché trovare contenuti non concettuali risulterebbe
difficilissimo. Certo, ogni percetto riferito, ossia messo in parole
e detto a noi o a altri, può diventare un concetto; il che
però non significa né che anche il percetto sia diventato
un concetto, né che la percezione abbisogni di una messa
in forma linguistica, che è avvertita come distinta
dalla percezione.
2. Attività e passività. Molte volte, attraverso
un richiamo kantiano, si intende con "concettuale" l'attivo,
e con "non concettuale" il passivo, tuttavia la distinzione
appare sospetta e controversa. Parlare di "attività"
costituisce una ipotesi gnoseologicamente postulatoria, poiché
suppone che si possa dimostrare con evidenza che siamo liberi: il
che nemmeno per Kant è più che un postulato che si
deve porre nel mondo intelligibile per assicurare la possibilità
di un agire morale. Viceversa, per quello che sappiamo di noi e
del mondo, potremmo benissimo essere marionette in mano a una cieca
fatalità. Inoltre, e avendo appunto sott'occhio lo strato
fenomenico, la distinzione attivo/passivo appare essenzialmente
psicologica. Alla sua base, c'è qualcosa come l'idea secondo
cui un conto è ricordare il sole a mezzanotte, un altro vederlo
a mezzogiorno. Qui ci si appella essenzialmente alla circostanza
che non posso volontariamente procurarmi una vera sensazione di
"giallo", a meno che ci sia una cosa gialla davanti a
me, laddove posso pensare il giallo quando voglio, così come
posso pensare se e quando mi pare al teorema di Pitagora o alla
Trinità. Sulla base di una constatazione del genere - che,
di nuovo, non specifica se ciò con cui si ha a che fare sia
una parola o una cosa, se le competenze debbano essere di dizionario
o di enciclopedia, ossia se mi basti ricordare il nome "Trinità",
oppure se devo anche sapere di che si tratta -, si decide di dire
che tutto ciò che può essere provocato a piacere si
chiama "concetto", e il resto è "percetto".
Tuttavia, ci sono ricordi coatti e angosciosi, che saremmo lietissimi
di non avere, e rispetto ai quali risultiamo passivi; non si possono
infrangere impunemente le leggi della logica; se non riuscissi a
ricordarmi un concetto e una dimostrazione, o anche solo un nome,
dovrei concluderne che sono percetti, al punto che ogni vuoto di
memoria dovrebbe finire sotto il capitolo della sensibilità.
In breve, postulare che i concetti siano attivi e i percetti passivi,
identificare la sensibilità con la ricettività e l'intelletto
con la spontaneità, è un argomento largamente condiviso
ma in fin dei conti sospetto, proprio perché nel suo fondo
è genetico, quanto dire causale, quindi elettivamente
sbilanciato a favore del concetto. È uno strano modo di mettere
le cose, perché allora se faticassi a ricordarmi un concetto
dovrei considerarlo un percetto. Tutte le volte che non pensiamo
al principio di non contraddizione, magari anche quando lo enunciamo
senza pensarci, sarebbe un percetto. Per tacere poi di quando abbiamo
un nome sulla punta della lingua, e non ci viene. Percetto anche
lì? Agli argomenti aporetici se ne potrebbe aggiungere uno
positivo: l'assenso e la negazione non sono una prerogativa dei
giudizi, ma si trovano già nell'esperienza aconcettuale,
come nella negazione di un'attesa percettiva, nel sentimento di
repulsione per un oggetto, e simili.
3. Giudizio. Si obietterà forse che la questione
è tutta un'altra, avendo a che fare con il problema del giudizio;
per metterla, una volta di più, in termini kantiani: i sensi
non giudicano, dunque non sono né nel vero né nel
falso, l'intelletto invece giudica, e può respingere o accettare
quanto riceve passivamente dai sensi. Nondimeno - sempre per via
della imperscrutabile questione della libertà -, qui ci si
infila in un ginepraio, giacché non abbiamo alcuna prova
del fatto che il respingere o il giudicare da parte dell'intelletto
possa venir considerato un argomento a favore della spontaneità.
Può darsi che accettiamo o respingiamo ciò che ci
viene dai sensi perché siamo macchine programmate in un certo
modo, e che ci paia soltanto di accettare o di respingere liberamente,
mentre in realtà a essere liberi sono i sensi che, malgrado
l'accettazione o il diniego da parte del giudizio o dell'intelletto,
continuano a manifestarci le medesime apparenze; solo che non ce
ne accorgiamo, e pensiamo di essere liberi nell'intelletto, laddove
in realtà siamo liberi nei sensi. Prendiamo l'illusione di
Müller-Lyer:
Si
legge tante volte che dimostrerebbe la spontaneità dell'intelletto,
giacché i sensi, creduli e passivi, sono forzati a vedere
sempre l'illusione, laddove l'intelletto, incredulo, critico e spontaneo,
può respingerla. Si direbbe tuttavia che si stia usando come
prova proprio il demonstrandum: perché, in fondo,
qui ci troviamo di fronte a un bilanciamento perfetto: vediamo sempre
A e pensiamo sempre B. Per quale motivo B sarebbe spontaneo e A
passivo? Si potrebbe, altrettanto bene, sostenere che siamo forzati
a respingere A in nome di B, mentre i sensi, attivi, giudicano che
l'intelletto si inganna, se ne dispiacciono, e con ammirevole ostinazione
continuano a riproporre A. Sia pure riformulata attraverso il ricorso
al giudizio, la tesi circa la spontaneità dell'intelletto
e la passività dei sensi si rivela come una ipotesi
in cui si depone la possibilità della scienza, giacché
se davvero non potessimo far nulla per emendare l'intelletto, "scienza"
suonerebbe come una parola priva di senso.
4. Astratto e concreto. È anche tutt'altro che pacifico
che una buona distinzione tra concetti e percetti possa venire offerta
dalla considerazione secondo cui i primi risulterebbero astratti
e i secondi concreti. Da una parte, "astrazione" costituisce
un termine passabilmente vago, potendo designare sia la facoltà
di cogliere generalità (il triangolo, la sedia), sia di ritenere
aspetti di ciò che si percepisce (il colore di questo triangolo,
la forma di questa sedia). Proprio per questo Aristotele poteva
notare che i princìpi primi sono evidenti proprio come le
sensazioni, sicché l'evidenza non risulta necessariamente
riferibile alla logica. Inoltre, è improbabile sostenere
che la distinzione figura/sfondo non sia astratta; tuttavia, non
è meno arduo pretendere che sia concettuale. Che i percetti
abbiano di norma una grana più fine dei concetti non è
ancora un argomento in grado di escludere siano capaci di prestazioni
astratte. A ben vedere, anzi, che i concetti siano i soli astratti
dipende solo da alcune confusioni.
(a). Categorizzare. Si confonde "astrarre" con
"categorizzare". La categoria è una forma di classificazione:
esistono categorie professionali, scatoloni in cui posso raccogliere
insieme vecchie scarpe ecc. Quanto dire che anche il termine "categoria"
risulta vaghissimo, giacché il suo tratto caratteristico
non è né il formato, essendoci categorie percettive
così come ce ne sono di mentali; né l'estensione (non
è che ci sia la categoria di "colore" ma non ci
possa essere quella di "rosso"); né il contenuto
(si danno categorie mentali, reali ecc.). A parte questo, il punto
decisivo è che posso astrarre senza categorizzare: per esempio,
tirare fuori una cosa da una scatola senza metterla in un'altra.
Inversamente, davvero il segugio che a un trivio annusa due piste,
le scarta, e imbocca la terza senza annusare, ha compiuto una inferenza?
Davvero la volpe che sul ghiaccio, se sente il rumore dell'acqua,
si ritrae, perché il ghiaccio è troppo sottile, ha
svolto un sillogismo? La distinzione non passa fra un sensibile
concreto e un intelligibile astratto, bensì fra ciò
di cui si può, se necessario, formulare una definizione,
e quanto viene riconosciuto, anche astrattamente, senza definizioni
o categorie: un gatto può appisolarsi su una panca, su un
tappeto, su una sedia, senza avvalersi di una categorizzazione,
che del resto apparirebbe apertamente sbagliata nel caso che si
presentasse come sussunzione delle varie affordances sotto
il concetto di "sedia"; e, soprattutto, se la categorizzazione
dovesse venire formalizzata, si riferirebbe a qualcosa di ben più
astratto di "sedia", per esempio a quello di "appoggio",
di "superficie piana e solida" o simili.
(b). Nominare. Si confonde "astrarre" con "nominare",
con un uso lasco di "concetto", d'accordo con il quale
conferire un nome e saperlo ripetere a un altro è già
concettualizzare. In una accezione talmente liberale, ogni parola
risulterebbe astratta, e andrebbe considerata come un concetto.
Qui però i problemi paiono almeno due. In primo luogo, se
ogni concetto è un nome, non ogni nome è necessariamente
un concetto: per esempio, i nomi propri difficilmente si potrebbero
considerare "concetti", non descrivendo alcuna proprietà
del battezzato. In secondo luogo, si possono benissimo dare funzioni
astratte senza che ne segua un battesimo di qualche sorta. Quando
apparecchio la tavola, non lo faccio nominando piatti e coltelli,
e che disponga ordinatamente stoviglie e posate, di solito pensando
ad altro, non dipende da un corredo di parole.
(c). Idee. Si confonde "concetto" con "idea"
o anche, semplicemente, con "ricordo". Sostenere che l'astrazione
costituisce una proprietà esclusiva del concetto comporterebbe
che qualsiasi cosa tolta dal suo qui ed ora risulterebbe astratta
(nella fattispecie, "sottratta"), e dunque concettuale.
Ora, Kant ha ragione allorché obietta che il rosso non è
una idea, per quanto possa essere chiaro e distinto, cioè
risultare discriminabile da altri colori senza grande difficoltà,
benché sarebbe difficilissimo enumerarne tutte le note caratteristiche.
Che possa darsi un concetto di "rosso", così come
può esserci un concetto di "percetto", non significa
ancora che rosso e percetto siano concetti. Che si
possano trarre inferenze a partire dal rosso ("se il metallo
è rosso, mi posso scottare"), che lo si possa discriminare
dal verde, che sia un colore ecc., non depone ancora in alcun modo
a favore della concettualità delle cose rosse. Affermando
il contrario, si entra nella spirale perversa per cui tutto ciò
che può essere concettualizzato è attualmente concettuale,
e di qui si viene ad asserire l'onnipresenza del concettuale e dello
spazio delle ragioni; eppure, l'eccitazione che il rosso esercita
sui tori non sembra dipendere dal riconoscimento del concetto
di rosso, bensì dal vedere una muleta agitata da un torero.
Per gli uomini, le cose non vanno altrimenti: il modo in cui il
rosso provoca eccitazione e il verde sortisce effetti tranquillizzanti
attiva meccanismi completamente diversi da quelli che si innescano
quando si associano ai colori connotazioni politiche; dunque, e
del tutto banalmente, sono gli oggetti e non i concetti che agiscono,
talora in connessione con qualcosa di discorsivo, talaltra no.
(d). Attuale e potenziale. Si confonde "attuale"
con "potenziale", facendo girare al massimo il trascendentale
e il passaggio dal fatto che qualcosa può essere concettualizzato
al diritto per cui tutto deve essere concettualizzato, sicché
il non-concettuale sarebbe soltanto un concettuale in nuce.
È il punto più dolente di tutti.
5. Forma e materia. Uno potrebbe anche dire: i sensi colgono
la materia, l'intelletto la forma. Ma è vero? Persino all'interno
di una prospettiva aristotelica, irrimediabilmente segnata da una
distinzione tra materia e forma, c'è modo di notare che l'astrazione
più forte, quella che lascia da parte la materia per cogliere
soltanto la forma (non solo quando penso una mela, ma anche quando
la percepisco, la mela non entra materialmente nel mio cervello
passando attraverso gli occhi e le mani), è esercitata dalla
percezione, e non dall'intelletto attivo. Se i sensi colgono forme
senza materia, se nell'occhio non c'è la mela o l'albero,
come si può pretendere di appoggiarsi a una distinzione del
genere per separare la sensibilità dall'intelletto, se non
pretendendo che materia costituisca l'antenata della forma, il senso
il precursore dell'intelletto, l'esperienza l'archeologia del sapere,
e che dunque tutte le forme ricavate dai sensi costituiscano altrettante
materie per l'intelletto? D'altra parte, ci si potrebbe domandare:
perché mai non dovrebbero darsi percetti astratti? Invece
di identificare "astrazione" con "concetto",
con una decisione che suscita i problemi sin qui enumerati, non
converrebbe piuttosto ipotizzare due sfere, i concetti e i percetti,
ognuna delle quali apparirebbe dotata di autonome facoltà
di astrazione, e che si differenzierebbe solo perché la sfera
dei concetti, diversamente da quella dei percetti, risulterebbe
emendabile? Al solito, avremmo a che fare con la distinzione tra
ciò che è oggetto di scienza e quanto invece è
oggetto di esperienza.
6. Concetto e scienza. Una definizione di "concetto"
deve seguire una via alternativa: nel concetto è implicito
un dover-essere, che nasce dal suo riferimento alla scienza e alla
emendabilità; nessuno si è mai sognato di emendare
le proprie ombre, mentre si possono, e anzi si devono, emendare
i propri concetti, altrimenti non sarebbero nemmeno concetti, bensì,
nel migliore dei casi, ostinati pregiudizi. Come abbiamo visto,
che l'esperienza insegni (o, meglio, che possa anche insegnare)
non costituisce un ingrediente necessario dell'esperienza quanto
lo è della scienza; in quest'ultima si ha un apprendimento
solo quando si trovano connessioni e le si ascrive a cause vere,
laddove si possono benissimo avere esperienze, belle o brutte, di
cui non si è capito proprio nulla.
Si potrebbe nondimeno sostenere, in base ad una teoria esternistica
dei concetti, che risultano non meno inemendabili dei percetti.
Il concetto di "acqua" non è mai cambiato, sulla
terra, dai Caldei a Clinton: l'acqua è quella sostanza lì
nei fiumi e nei mari, che beviamo. Essere nei fiumi, nei mari, essere
bevuta, a rigore non rientra nel concetto di "acqua" ma
fa parte di tutte quelle conoscenze grazie a cui fissiamo il contenuto
del concetto, l'acqua appunto. Ed è proprio l'immutabilità
del concetto che permette di spiegare il processo conoscitivo, la
trasformazione delle credenze sull'acqua, sicché ad
essere emendabili sono le credenze, non i concetti. Tuttavia, si
abusa dei concetti come si largheggia nelle interpretazioni, giacché
non c'è motivo per discettare di "concetti" là
dove si potrebbe parlare di "nomi". Non ha molto senso
sostenere che ciò che si tocca è un percetto e ciò
che si pensa è un concetto, sebbene sia la distinzione prevalente.
Quando dico "spinterogeno", non necessariamente ne domino
le proprietà interne, sicché ho ben poco da emendare.
Il punto non riguarda nemmeno il formato di un certo contenuto mentale
- per esempio discorsivo/non discorsivo -, bensì la circostanza
che ci sia un qualche sapere perfettibile collegato alla parola.
Così, "paturnia" non è un concetto, giacché
non c'è niente di emendabile in proposito: non si aggiunge
niente al concetto, né si trasforma alcunché al suo
riguardo; a che pro chiamare "concetti" quelli che sono
semplicemente nomi, che hanno, rispetto ai percetti, la sola
caratteristica di poter essere pensati senza perdere alcuna caratteristica
essenziale?
Avere il ‘concetto' di "dito" non è altro che
sapere vedere dita e possedere nel proprio lessico la parola "dito"
con le sue istruzioni grammaticali. Non è che il ‘concetto'
di "dito" esista dall'alba della umanità, come
le dita. A un certo punto, si è incominciato a parlare di
"dito" (si è ipotizzato che costituisca la prima
parola di tutta l'umanità, sotto la forma "Tik"),
ma non è che ci si sia messi a emendarlo deliberatamente,
perché non ci si guadagnava granché. Ciò non
toglie che si possa farlo, e che di fatto lo si sia emendato, giacché
"Tik", all'inizio, indicava sia il dito sia l'atto di
indicare; tranne che il processo si è dipanato in tempi talmente
lenti e remoti che nessuno se ne è accorto. La storia delle
lingue e delle traduzioni mostra la trasformazione di concetti di
uso comune, vale a dire del riferimento di certe parole e di certi
usi linguistici: la metonimia con cui indichiamo il parlare degli
uomini, "lingua", nell'aramaico della Bibbia è
"labbro"; l'italiano "gola" viene dal latino
"gula", che però vuol dire "guancia",
e che si ritrova in parte nel francese "gueule"
per "faccia". Tuttavia non saremmo disposti a considerare
trasformazioni del genere alla stregua di emendazioni, giacché
qui non ci troviamo all'interno di una teleologia progressiva come
quella della scienza.
Adesso, dopo aver circoscritto gli schemi e i concetti, veniamo
al terzo passo della deflazione, la delimitazione della scienza,
che non rappresenta un carattere naturale dell'uomo, bensì
qualcosa che sorge in un preciso momento, se si dispone di logos,
storia, libertà, infinito e teleologia. Ovviamente, simili
requisiti appaiono necessari ma non sufficienti, giacché
uno potrebbe organizzare riti vodoo che li rispettino. Sicché,
per evitare la circolarità (" ‘scienza' è tutto
ciò che si serve di concetti") e il convenzionalismo
(" ‘scienza' è tutto ciò che si insegna all'università"),
propongo la seguente definizione: "Scienza è tutto ciò
che spiega (=trova le cause di) un visibile attraverso un invisibile,
ma in modo tale che, almeno idealiter e in un tempo infinito,
l'invisibile risulti adeguato a un visibile". In questa definizione,
la fisica e la teologia rientrano nelle scienze, la mistica no.
Quello che mi preme sottolineare è che (i) qui la
scienza si presenta come un differimento dell'esperienza,
diversamente dalla visione (aristotelica ed empiristica) che la
concepisce come un prolungamento dell'esperienza; e che (ii)
l'esperienza differita deve fare i conti con il reale che è
oggetto della ontologia, ma non considera quel reale come una base
universalmente attendibile per le proprie teorizzazioni, come mostrerò
soprattutto parlando delle antinomie tra estetica e logica.
2.4. Scienza
Logos. La scienza stabilisce rapporti, cioè logoi,
che sono sia linguistici sia matematici.
1. Linguaggio. Si può legittimamente sostenere che
la comunicazione linguistica è necessaria per la realizzazione
dei processi di astrazione e per la consapevolezza delle condizioni
di verità di un pensiero, che sono ciò che ne identifica
il contenuto. Può sembrare un argomento a favore del linguaggio;
ma, insieme, restringe e precisa la sfera della scienza: anche con
la migliore buona volontà, sembra difficile ammettere che
il linguaggio organizzi l'esperienza, e che dunque magari metta
in ordine l'Oceano Pacifico. Al solito, si confonde la pretesa universalità
del linguaggio col fatto che sono moltissime le cose che non hanno
proprio nulla a che fare con il linguaggio, ma possono venire ridescritte
in parole. La California o Giulio Cesare non sono linguaggio, e
se fossero solo linguaggio non ci importerebbero. Del pari, è
abbastanza ovvio che un enunciato come "Sacramento è
la capitale della California" non sarebbe concepibile senza
linguaggio, ma se chiamo un dente "secondo premolare sinistro",
isolandolo dagli altri denti, dalla mascella o dalla testa, è
pacifico che sussitono ragioni in re che motivano il battesimo,
e difatti nessuno mi chiede "perché lo chiami ‘premolare'
invece che ‘incisivo'", mentre un bambino è portato
a stupirsi che la capitale della California non sia Los Angeles.
È chiaro che nella tesi della imprescindibilità del
linguaggio si intende qualcosa come "trasformare il mondo in
un ambito passibile di trattazione scientifica" (ma vale anche
"mettere le cose in modo da poterne chiacchierare al Costanzo
Show" o "discettare alla Aristotelian Society"),
e non "ordinare una materia informe".
Ora, si entra in laboratorio o in biblioteca, si discute in un
seminario. Nel farlo, si adoperano concetti: si parla o si scrive,
anche se ovviamente è una condizione necessaria ma non sufficiente;
questi vengono corretti nel corso della ricerca o della discussione,
e la norma della emendazione è che siano giusti o sbagliati,
alla luce dello stato attuale delle nostre conoscenze. Si può
discutere all'infinito, secondo una teleologia orientata dalla verità;
nessuno ha davvero l'ultima parola, poiché la verità
di oggi potrebbe essere il flogisto di domani. Il che però
non significa in alcun modo che fuori del linguaggio non ci siano
cose - come dovrebbe essere, se la tesi vuole avere una reale portata
ontologica -, né che si possano avere moltissime esperienze
tacite, eppure complesse e organizzate. È lecito sostenere
che quelle esperienze possono in svariate circostanze esprimersi
più o meno adeguatamente in un linguaggio ("Il
treno è arrivato alle 15.30" è diverso da "ho
provato un dolore indescrivibile"), il che tuttavia
non comporta che siano linguistiche. Posso vedere un cane che torna
a casa e un uomo che torna a casa, e presumere che, diversamente
dal cane, l'uomo sappia - almeno nella maggior parte dei casi -
dire a se stesso e agli altri che cosa sta facendo; il che, a livello
ontologico, non pare una differenza rilevante. Posso anche vedere
un uomo e un cane che passeggiano nervosamente, senza fine apparente,
entrambi corrucciati (poniamo che il cane sia un bulldog), ma si
reputerebbe futile pretendere che il cane stia pensando; se però
l'uomo non saprà dirmi a che cosa stava pensando, avrei tutto
il diritto di ritenere che semplicemente passeggiava nervosamente
e senza scopo, proprio come il bulldog, che però non sarebbe
davvero nervoso, sia perché appare imperscrutabile
che cosa sia "essere nervoso" per un bulldog, sia perché
è improbabile essere sempre nervosi, come apparentemente
lo è lui se gli prestiamo una mimica facciale umana. Inoltre,
tutte le volte che c'è pensiero c'è linguaggio (almeno
possibile), come si vede dagli esempi che ho proposto; ma non sempre
quando c'è linguaggio c'è pensiero: posso leggere
e a fine pagina chiedermi che cosa ho letto, senza sapermi rispondere,
così come posso parlare senza pensarci, rispondendo meccanicamente
o per un lapsus.
A fianco delle considerazioni generali, vorrei suggerire un argomento
negativo: si potrebbe trasmettere telepaticamente la terza antinomia?
E sarebbe ancora scienza? Ne dubito, giacché mancherebbe
il linguaggio; la conoscenza intuitiva e la scienza infusa sono
un sogno mistico, ma nessuno conferirebbe un Nobel a Dio, perché
tutto quello che sa lo ha acquistato senza linguaggio, quanto dire
senza lavoro né merito. Del pari, i sordomuti assommano due
deficienze che non risultano assimilabili, ancorché abbiano
la medesima origine: la sordità è, per dir così,
un limite ontologico, il mutismo costituisce viceversa un difetto
epistemologico. La prima inibisce l'esperienza, il secondo può
essere un limite, ovviabile attraverso la scrittura o il gesto,
per la trasmissione e socializzazione dell'esperienza, dunque anche
per la scienza. Infine, i sordociechi patiscono amputazioni ontologiche
più gravi dei sordomuti, però dal punto di vista epistemologico
risultano virtualmente complanari: posto che riescano a imparare
a scrivere. Nessuno, infatti, potrebbe dire che un cieco o un sordocieco
non pensa, così come nessuno sosterrebbe che vede, il che
costituisce una prova ovvia della differenza tra vedere e pensare.
E ora guardiamo la cosa dall'altro lato. Mentre discutiamo in seminario
la sedia è forse scomoda, una luce ci dà fastidio,
ci grattiamo la testa. In biblioteca ci viene da starnutire, usciamo
dal laboratorio perché vogliamo un caffè. Sono esperienze,
che non ci sogniamo di correggere, e neanche - di solito - di comunicare
ad altri; alle volte non pare neanche a noi di essercene accorti
(quel sordo fastidio che diventa a un certo punto un mal di denti:
quando abbiamo incominciato a sentirlo?). L'esperienza, così,
appare come eminentemente non linguistica, giacché di rado
ci capita di pensare formalmente a quello che facciamo mentre lo
facciamo, non concettuale, non correggibile, poiché non correggo
la mia idea di fastidio: mi siedo in un'altra posizione. Così,
alla deflazione epistemologica corrisponde una rarefazione dell'onnipresenza
del linguaggio: gli Hopi si fanno sicuramente male quando scivolano,
anche se nel loro vocabolario non dispongono di una nozione di "sostanza".
Si può invece benissimo concepire che gli Hopi pensino che
2 + 2 = 5, ma resta da capire in che senso lo pensino. Del pari,
siamo disposti a concedere a certe condizioni e a taluni animali
sensazioni, memoria, immaginazione, credenze, capacità tecniche,
sogni, depressione, sofferenza, amicizia e amore, cure parentali,
linguaggio, giacché i loro comportamenti appaiono in vari
casi simili ai nostri. Tanto basta a costituire una esperienza
- è la sfera di ciò che i leibniziani chiamavano "analogo
della ragione" - tuttavia è insufficiente per una scienza.
La morale è che tutto quello che difetta a un animale per
essere un uomo è l'idea di una emendabilità infinita,
vale a dire il concetto e la teleologia della scienza e della storia
e della scienza come storia, ossia la ragione nel senso dei leibniziani.
Si noti tuttavia che le caratteristiche in questione difettano anche
a moltissimi uomini, essendoci società senza storia e senza
scienza, e che anche negli scienziati più solerti e probi
sono attive meno di quanto non si creda.
Risulta altresì palese che l'esperienza interpellata dalla
scienza, quella emendabile e inestricabilmente permeata di concettualità,
come pure la prassi quotidiana in cui cerchiamo di mettere a frutto
le nostre osservazioni ingenue, non costituiscono tutta l'esperienza.
Perché certo a un castoro non si potrà imputare -
non necessariamente perché inverosimile, bensì in
quanto imperscrutabile e futile - la lacuna di concetti perfettibili,
né si potrà sostenere che la sua industriosità
rappresenti una forma di scienza imperfetta, mentre si potrà
benissimo affermare che mette a frutto talune esperienze, che per
lui varranno forse come ricordi, non costruendo più la diga
su un torrente che in precedenza si era rivelato inadatto. E si
vorrà dire che nel farlo il castoro ha rivelato che anche
la sua percezione è inestricabilmente intessuta di concetti?
Si noti che l'esempio è iperbolico, descrivendo un atteggiamento
che, tradotto in termini antropomorfici, può venire inteso
come tecnologico e progettuale. Veniamo però al caso più
classico e semplice: un cane altre volte battuto fugge alla vista
di un bastone. Adopera concetti? Si direbbe di no, se non altro
perché il millenario dibattito sulla intelligenza animale
si è tacitato ciclicamente di fronte all'evidenza poco controvertibile
che i cani non parlano ma abbaiano. Prendiamo allora il caso simmetrico
di un padrone altre volte morso che fugge alla vista del cane; per
analogia col ++precedente, si dovrebbe ammettere che non procura
una prova dell'esistenza di concetti nel padrone. Il che, in un
certo senso, risulta drammaticamente vero: difficilmente il padrone
fugge in base a concetti, li userà quando dovrà rendere
conto, a se stesso o ad altri, del motivo della sua fuga, e il cane
forse non li adopererà mai. Qui non abbiamo forse un altro
esempio del fatto che in svariate situazioni del tutto ovvie e palesi
- un cane che fugge, un uomo che fugge non sono sense data
evanescenti e incoerenti - esistono contenuti non concettuali, e
che la nostra esperienza è tutt'altro che inestricabilmente
intessuta di attività e passività? È possibile
che si possano risolvere empiricamente problemi relativi ai modelli
mentali, e che si concluda che un cane ha un modello della mente
del padrone, così come uno scimpanzé ha un modello
della mente del superiore da cui si nasconde. Tuttavia, da qui a
sostenere che il cane agisca in base a concetti ne corre, mentre
sono convinto che chi mi legge stia agendo in base a concetti. Per
quello che ne sappiamo, gli esseri che, con un termine troppo generico,
chiamiamo "animali", hanno una esperienza non concettuale,
così come ce l'hanno gli uomini; e simili contenuti accedono
al concetto non per una loro occulta qualità, diversa negli
uomini rispetto agli animali, bensì perché gli uomini,
dotati come sono di linguaggio, dispongono anche di oggettivazione
e discussione dei contenuti.
2. Matematica. Quanto si è detto del linguaggio vale
anche per la matematica: l'asino va dritto al fieno senza sapere
niente di Euclide; Euclide può assiomatizzare, però
non compie la medesima operazione svolta dall'asino, che non capirà
mai quelle assiomatizzazioni. In generale, per gli uomini le cose
vanno altrimenti, non quando camminano, bensì quando ragionano
sul loro agire. Possono imparare il greco e leggersi Euclide, così
da trovare una corrispondenza tra l'assioma e il proprio comportamento.
E allora sono indotti - ma è una fallacia -, a identificare
l'operazione con l'assiomatizzazione. A livello geometrico, possono
confondere il vedere con il pensare nei punti, nelle linee, nei
triangoli, e in generale tutto ciò che si pone sotto il titolo
della evidenza. In taluni casi, può non apparire implausibile
che avvertire una stonatura equivalga a cogliere un errore di calcolo.
È sulla base di assunti del genere che si conclude sulla
ubiquità della matematica, che appare coestensiva alla fallacia
circa la ubiquità del linguaggio. La stessa immanenza della
matematica alla scienza è una conseguenza del legame tra
scienza e linguaggio, giacché la matematica ravvisa rapporti,
ma non è scienza, esattamente come il linguaggio, da solo,
non lo è. Anche qui è lecito suggerire una deflazione.
(a). Osservato e misurato. Si potrebbe dire che se non avessimo
un concetto di punto non potremmo formulare il giudizio "questo
è un punto", tuttavia dubito che per vedere il punto
occorra il concetto di "punto", né che per vedere
un punto debba formulare il giudizio, rapidissimo e inconscio, "questo
è un punto". Un cane probabilmente non lo fa, e probabilmente
non lo facciamo neanche noi, perché ci sono più situazioni
in cui abbiamo esperienze ma non formuliamo giudizi, e, comunque
pare discutibile che ognuno di noi sia uno scienziato, un logico
e un geometra naturale, e che si sappia dalla nascita quello che
più tardi si impara con fatica a scuola. Il che è
anche più evidente per le misure: per lo più, la distinzione
tra osservato e misurato risulta abbastanza chiara;
e tuttavia l'osservazione comporta il riconoscimento di grandezze,
dal che è legittimo inferire che la percezione è astratta
anche senza aritmetica o geometria: quando guardo il cielo stellato
o una gallina picchiettata, non ho bisogno di contare le stelle
o le macchie per vedere quello che vedo, così come è
difficile contare le dita di una mano in visione periferica mentre
sono rilevabili anche infimi movimenti delle dita. Viceversa, posso
pensare facilissimanente un chiliagono, cioè un poligono
di 1000 lati, tuttavia non riesco a immaginarlo, tanto quanto mi
è difficile immaginare un cerchio quadrato: addirittura,
se lo vedo, non posso dire a colpo d'occhio che è diverso
da un poligono di 999 lati; poniamo poi che uno metta a fianco di
un chiliagono un poligono di 837 lati; forse a occhio si riconoscerebbe
la differenza, ma certo non perché si siano contati i lati.
Del pari, se sono in macchina e supero un camion, non mi sporgo
a destra per vedere quanti centimetri separano il mio specchietto
destro dalla fiancata del Tir; se lo facessi, uscirei di strada.
In realtà, quando supero un camion posso continuare a parlare
con chi mi sta vicino senza prestare troppa attenzione a quello
che faccio.
(b). Costruire e ridescrivere. Si opporrà che non
è questione di appellarsi alla matematica per costituire
l'esperienza, bensì di sottolinearne la capacità di
ridescrivere la totalità del mondo. Tuttavia, non
è garantito: Keplero pensava che l'universo fosse costruito
da Dio con leggi matematiche; ma ci sono comportamenti dei corpi
celesti che risultano del tutto imprevedibili, sicché la
convergenza è solo uno schema esplicativo pieno di buchi
e rattoppi che conferisce sensatezza alla scienza, non un dato di
fatto.
(c). Ubiquità limitata. In ultima analisi, si ritiene
che la matematica sia ubiqua per gli stessi motivi che abbiamo esaminato
a proposito del linguaggio: tutte le volte che abbiamo messo in
forma scientifica qualcosa, cioè abbiamo agito a livello
di ridescrizione, allora disponiamo anche di una matematizzazione.
Per esempio, la trasformazione del segnale lineare nell'immagine
retinica e poi nell'immagine tridimensionale è un processo
fisiologico ridescrivibile matematicamente, il che non comporta
che sia matematico, né meno che mai che per attuarlo si debbano
possedere delle nozioni di matematica.
Storia. È anche ovvio che solo la possibilità
di una iscrizione - anche solo in forma di tradizionalizzazione
orale - permette una storicizzazione, sicché le popolazioni
che non scrivono o non tradizionalizzano non hanno nemmeno storia,
e questo non significa solo "tradizioni tramandate", ma
anche scienza. Oggi andiamo dal medico del 2001 e non da quello
del 1801: il medico di oggi ha la verità, non il suo antenato,
dunque c'è una pretesa di assolutezza che guida la nostra
scelta; però se potessimo andare da un medico del 2201, lo
faremmo, di modo che l'assolutezza risulta comunque relativa a uno
sviluppo storico configurato come progresso infinito. Viceversa,
non ci disturberebbe abitare in una casa del 1801, purché
in buone condizioni. Così, la storicità è immanente
alla scienza e al suo metodo: quando un ricercatore protesta contro
i limiti imposti alle biotecnologie, si richiama solitamente al
fatto che non si possono fermare le lancette dell'orologio, e qui
abbiamo a che fare con una storicità che si sedimenta negli
schemi concettuali e nel metodo, che è quanto di più
storico si possa immaginare, mentre si possono avere esperienze
senza storia.
Libertà. Parlando del concetto di "concetto",
abbiamo visto quanto problematica sia l'idea di "libertà";
ma, fin tanto che la si mantiene, la scienza è libera, l'esperienza
no. I premi Nobel o le medaglie Fields non si attribuiscono a caso;
nemmeno i Nobel per la letteratura. Mentre non si dà a nessuno
un premio per essersi ricevuto un mattone in testa, a meno che si
sia offerto volontariamente come cavia per un esperimento; non si
premia la mela invece che Newton; e - tolti il Presidente Schreber
e l'uomo che scambiò sua moglie per un cappello - risulta
più facile diventare celebri come medici invece che come
pazienti. Ora, la libertà non è alcunché di
naturale; anzi, pare necessario postulare che sia trascendente.
Poniamo che uno scienziato riesca a dimostrare che non esiste la
libertà perché le particelle elementari si muovono
in modo necessario. È certamente una grande scoperta, gli
danno il Nobel, ma devono anche toglierglielo: se la libertà
non esiste, non se lo meritava. Poniamo ora che un altro scienziato
riesca a dimostrare che, invece, esiste la libertà perché
le particelle elementari si muovono in modo casuale. La scoperta
è ancora più grande, gli danno il Nobel, ma devono
anche toglierglielo: la scoperta è stata casuale, non se
lo meritava. La sola via per cavarsela è sostenere che l'oggetto
della scoperta, sia esso la necessità o la libertà,
non interferisce direttamente sullo scopritore, o meglio, interferisce
per vie talmente tortuose da risultare imperscrutabili. Tuttavia
l'argomento vale per la necessità e non per la libertà,
e così il teorico della necessità apparirebbe come
un mezzo impostore, e quello del caso come un miracolato. Comunque,
parlare di "scienza" vuol dire semplicemente indicare
non una conoscenza, giacché si vedono cani che vanno a cuccia
e cavalli che tornano alla scuderia dopo aver disarcionato il cavaliere,
bensì un sapere condivisibile, comunicabile e liberamente
emendabile, che è poi pressappoco quello che si esercita
nelle università, e in nome di una ricerca che può
anche risultare disinteressata. Che possa non esserlo, in moltissime
occasioni, non è un argomento, non apparendo implausibile
che si studi disinteressatamente la struttura della materia, mentre
risulta poco probabile che ci si dedichi disinteressatamente alla
finanza: e quando lo si fa, è il segno di un approccio scientifico.
Se non siamo liberi, se per ipotesi siamo rotelle di un grande meccanismo,
allora anche Newton ha scoperto le sue leggi per necessità,
esattamente come un meteorite si schianta sulla Luna. E allora potremmo
soltanto dire che quello che a noi pare scienza in realtà
non lo è, giacché è natura. E, in rapporto
alla falsificabilità, il tema della libertà andrebbe
svolto così: solo ciò che è libero può
sbagliare, una pietra che cade in testa a un tizio non sbaglia,
sbagliano quelli dei cavalcavia: sbagliano, in senso teoretico,
se non centrano il bersaglio, e in senso pratico se lo centrano.
Il discorso, in ultima istanza, suonerebbe: se vogliamo che
una scienza sia possibile, allora dobbiamo ipotizzare che
si dia una sfera di concetti emendabili in un progresso idealmente
infinito. Una conseguenza può essere interessante: se la
libertà non è estrinseca alla scienza, ma ne è
parte costitutiva, la scienza, diversamente dall'esperienza, è
un costrutto puramente ipotetico, giacché non sappiamo se
esista qualcosa come la "libertà"; si può
benissimo credere di fare scienza, e non farla, così come
potrebbe benissimo non esserci mai stata scienza, però sarebbe
insensato pretendere che non ci sia mai stata, sulla faccia della
terra, una esperienza.
Infinito. Quando, nell'esperienza, vedo un gatto non penso
che sono io che lo sto vedendo, né mi chiedo subito, nel
vederlo, se lo vedo davvero e se è proprio un gatto, diversamente
che nella riflessione e nella comunicazione: "ho visto un gatto",
"mi è sembrato di vedere un gatto", "è
proprio un gatto!" ecc. Invece la scienza concepisce il presente
solo come l'esito di assunzioni passate che si orienta verso un
futuro illimitato implicito in ogni singolo momento dell'indagine,
così da renderlo intimamente relativo e sempre sottoponibile
a ulteriori falsificazioni. Si è liberi di andare a lezione
di fisica, di giocare a bigliardo, oppure di giocare a testa o croce.
Nel primo caso, si ha un progresso virtualmente infinito; nel secondo,
un progresso finito; nel terzo, nessun progresso, non essendosi
mai visto il campione del mondo di testa o croce: la differenza
è tutta lì. La scienza è una attività
che ha per scopo la trasformazione del soggettivo e occasionale
nell'oggettivo e nel necessario, presto o tardi, e sia pure in un
tempo infinito. L'idea di Husserl è che il soggettivo e l'occasionale
non diventerà mai in tutto e per tutto oggettivo e necessario,
ma che, di diritto, è necessario assumere la prospettiva
teleologica, per non porre limiti alla infinità della ragione.
Ora, non è difficile vedere che un simile assunto non ha
alcunché di implausibile in epistemologia. Tuttavia, trasponiamolo
nella vita: il mondo sarebbe pieno di persone che non sanno quello
che fanno né quello che dicono, giacché ogni loro
azione o asserzione sarebbe il gradino di una scala infinita. E
poi trasportiamolo nella percezione: ci muoveremmo in un mondo di
false apparenze, rispetto a cui la caverna di Platone rappresenterebbe
un miracolo di stabilità. Articoliamo il contrasto.
1. Prospettivismo e interosservazione. Avrebbe senso dire
che vedo un muro in assoluto? È ovvio che lo vedo solo da
un lato, oppure dall'altro, e difficilmente in tutta la sua estensione.
Però è anche chiaro che ciò avviene proprio
perché è un muro vero e non una proiezione piana,
sicché parzialità e realtà coincidono, laddove
una verità parziale non è mai una verità soddisfacente,
e una mezza verità è ciò che pianamente si
definisce come una bugia. Come il prospettivismo non nasceva inizialmente
come relativismo (che si veda una città in diverse prospettive
dimostra che c'è, che il letto dell'artigiano - diversamente
da quello del pittore - presenti più di un aspetto, è
argomento di realtà e non di irrealtà), così
il fatto che uomini con immagini del mondo tanto diverse, con culture
e istruzioni diverse, e anche con sensi diversi (ai diabetici manca
l'olfatto, e poi ci sono i sordi e i ciechi, ma appunto ci sono
anche i calvi e quelli che hanno un sesto senso, ossia sono molto
intuitivi) si riconoscano come appartenenti a un mondo condiviso,
è un buon argomento per pensare che c'è un mondo,
indipendentemente dai nostri sensi e dalle nostre idee o scienze.
L'argomento si può estendere anche alla interosservazione:
se davvero ogni prospettiva costituisse una singolarità irriducibile,
non si capisce perché le persone possano correggersi a vicenda
e integrare le loro osservazioni su un qualche oggetto, né
perché sia così facile, per mostrare a qualcuno qualcosa
che vediamo solo dal punto in cui guardiamo, invitarlo a venire
al nostro posto. Che poi su 100 osservatori solo 80 vedano un fenomeno,
può essere un fondato motivo di scetticismo epistemologico,
ma non vale più di tanto in ontologia: un giudice concluderebbe
che il fenomeno ha avuto luogo.
2. Infinità. Da un punto di vista epistemologico,
si può benissimo sostenere che non finiremo mai di procedere
nell'analisi subatomica di una penna bic; però sostenere
che la biro, sia pure variando considerevolmente le condizioni di
osservazione, può essere descritta in infiniti modi anche
a livello fenomenico, non sta né in cielo né in terra.
Inoltre, se è vero che non saprò mai se chi mi sta
di fronte sia sincero o meno - anche perché, in ultima istanza,
potrebbe non saperlo neanche lui: individuum est ineffabile -,
resta che quando gli chiedo di passarmi quella bic lui capisce benissimo,
e la sua comprensione non mi appare miracolosa. Ora, non c'è
niente di scandaloso nel dire che la scienza è un processo
infinito, ma nell'esperienza l'interpretare ha un inizio, una soglia
inferiore (la percezione o il seguire una regola) e un termine,
una soglia superiore (la decisione), e la roccia incontrata è
l'ontologia, che è tale proprio per il limite che ci oppone.
Del pari, si battono continuamente record dei 100 metri, ma è
questione di frazioni di secondo, non bisogna assumere steroidi
e anabolizzanti, cioè bisogna rispettare le caratteristiche
della specie, e c'è da chiedersi quando finirà il
progresso (sicuramente nessuno batterà il record dei 300.000
chilometri al secondo), o se, alla lunga, non ci si stancherà.
In ogni caso, la frase "questa mattina avrei potuto coprire
correndo lo spazio di due miglia in cinque minuti" è
assurda oggi così come lo era nel 1912, quando Moore la formulò
per indicare il caso-tipo di cosa impossibile. Del pari, che si
possano costruire computer sempre più piccoli trova un limite
obiettivo non nella miniaturizzabilità dei chips, ma nella
non-miniaturizzabilità delle mani. Nella fisica e nella biologia
le cose vanno altrimenti, nella matematica c'è una inflazione
di teoremi, e in generale non sembra di principio legittimo porre
un limite alla infinità della ragione.
3. Incompletezza. L'infinità è però
una cosa diversa dall'incompletezza, né questa è già
"relatività". Di nuovo, il prospettivismo sostiene
che possiamo vedere una cosa sotto più profili e da vari
punti di vista, e che dunque, nella maggior parte dei casi, ogni
sua singola presentazione è parziale. Il che non preclude
un rapporto con l'oggetto, potendosi urtare contro un tavolo senza
vederne l'altro lato, né meno che mai comporta che il semplice
rapporto con l'esterno risulti sufficiente, giacché si può
guidare l'automobile senza conoscerne in dettaglio né i pezzi
interni, né il funzionamento. I fenomeni risultano incompleti
perché le cose sono piene di minuti particolari, lati nascosti,
ingranaggi interni; ma, allora, non vale nemmeno la pena di parlare
di "fenomeni", precisamente perché non si capisce
che cosa possa esserci oltre a essi.
4. Apertura. Ancora una precisazione. Si potrebbe a giusto
titolo osservare che l'infinito non esiste, trattandosi di un concetto-limite
utilissimo in matematica, giacché omogeneizza e semplifica
i calcoli, e nondimeno totalmente adiaforo al di fuori di un contesto
formale. Ne segue che l'emendabilità, come carattere della
scienza, non può essere infinita, ma risulta anch'essa indefinita
o aperta, sicché la distinzione tra infinito e indefinito
con cui cerco di dettagliare la distinzione tra scienza ed esperienza
perde valore. Tuttavia, si ammetterà che - in una taglia
ecologica o mesoscopica come quella dell'esperienza - la scienza
appare talmente più lunga dell'esperienza da non avere una
comune misura, risultando così infinita. Dal punto di vista
delle comodità dell'utente, sebbene non da quello del suo
assetto patrimoniale, comprare una casa o affittarla per cento anni,
come spesso avviene in Inghilterra, si equivalgono; e l'uso, evocato
nella Turandot, di sposarsi solo per mille anni, non è
un segno di particolare incostanza dei Giapponesi, ed equivale alla
formula "sino a che morte non vi separi". Nessuno prenderebbe
sul serio l'osservazione secondo cui, dal punto di vista logico,
l'impegno giapponese è più forte dell'occidentale,
giacché non si è mai visto nessuno che morisse a mille
anni, mentre non è provato che un uomo non possa essere immortale.
E dal punto di vista epistemologico i due contratti si equivalgono,
soggiacendo entrambi al carattere aperto della induzione.
Teleologia. C'è una ulteriore delimitazione:
la scienza deve, in ultima analisi, fare i conti con l'esperienza,
anche se il punto non è sempre chiarissimo. Proprio in quanto
empiristi, gli scienziati non vanno in un laboratorio come due scimmie
si spulciano allo zoo o un greco sgrana il rosario: hanno cose da
cercare, e quello che trovano lo trovano d'accordo con uno schema
concettuale, di modo che l'esperienza è naturalmente considerata
come la preistoria della scienza. Qui c'è però un
crampo concettuale, giacché è l'esperienza a costituire
la teleologia della scienza, la quale, di per sé, è
teleologica in maniera non accidentale, bensì necessaria.
Nel suo progresso infinito, la scienza ha sempre di mira il mondo,
ed è in vista del mondo che emenda i propri concetti. Banalmente,
ci deve essere, sia pure in forma puramente ideale, la possibilità
di confrontare le teorie con qualcosa. Che poi il riscontro possa
risultare una idea kantiana, e che pretendere di averlo sottomano
è come presentarsi a Fort Knox esigendo la contropartita
in oro di una banconota da 20 dollari, non cambia nulla. Posso misurare
i segmenti della Müller-Lyer, e constatare che, malgrado le
apparenze, sono lunghi uguale; ma la constatazione, svolta con il
metro alla mano, non è mentale: vedo - e non semplicemente
penso - che i due segmenti sono lunghi entrambi, poniamo,
10 centimetri. Soprattutto, la possibilità di descrivere
un mondo o come un insieme di cose indipendente o come un sistema
di fatti costituiti non giustifica un salomonico bilanciamento delle
alternative: anzi, dà ragione al realista ingenuo, giacché
posso descrivere un albero come un ricordo d'infanzia, come un pregiudizio,
come una costruzione dei miei sensi o dei miei concetti, tuttavia
l'albero resta lì, e se qualcuno lo nega non gli crediamo,
poiché conoscere o credere di conoscere la causa e la genesi
non interferisce sull'osservato.
Ecco dunque il nocciolo metafilosofico della deflazione sin qui
proposta. Atteso che appaia del tutto naturale che se uno si iscrive
alla scuola ufficiali è per diventare sottotenente, e poi
colonnello e generale, è altrettanto naturale che suonerebbe
strano pretendere che chi invece si iscrive a un dottorato, o va
in convento come novizio o giardiniere o filosofo deluso dal Tractatus,
o entra in una azienda o in magistratura, lo fa per diventare generale.
Sotto il profilo del finito e dell'infinito, è abbastanza
ovvio che la scienza, per definizione, non ha fine, mentre l'esperienza
sì; tra scienza ed esperienza c'è poi il dominio della
tecnica, che è sì perfettibile, almeno sino a un certo
punto: non si modifica il filo per tagliare il burro, né
si può ipotizzare una infinita perfettibilità nell'allacciarsi
le scarpe. E certe tecniche, come l'astrologia, non si giustificano
facendo appello a un progresso infinito, bensì a una tradizione
immemorabile di cui permangono le tracce: l'astrologia babilonese
non sembra più arretrata della nostra, e infatti non pare
lecito parlare di "scienza", né si tratta esclusivamente
di un deprezzamento, giacché anche l'arte babilonese non
appare peggiore della nostra, l'arte antica in generale non è
reputata inferiore alla moderna, l'introduzione della prospettiva
ha accresciuto l'oggettività delle rappresentazioni ma non
l'artisticità dei dipinti, e viceversa il modo in cui nel
rito è venuta meno la comunione sotto le due specie risulta
considerevolmente diverso da come si è abbandonata la frenologia
o lo pneumotorace. Del pari, dai vent'anni in su, difficilmente
saremmo disposti a dire che siamo capaci di farci il nodo alla cravatta
in modo apprezzabilmente migliore che dieci anni prima, e in moltissimi
casi non si è inclini a generalizzare lo schema della perfettibilità
a svariati ambiti di esperienza tutt'altro che impalpabili: si rimpiangono
le nevi di una volta, le osterie di una volta, il pane di una volta,
mentre è relativamente raro trovare chi rimpianga i computer
di cinque anni fa.
Così, la seconda natura, in un modo più esatto e
circoscritto all'epistemologia, ha una origine storica: c'è
un momento in cui è sorta, dunque non solo c'è anche
stato un momento in cui non c'era, ma ci sarebbero (e ci sono) uomini
che non l'hanno conosciuta per molto tempo; altri che ne sono ancora
- cioè, per il momento, in questa fase di un divenire teleologico
- esclusi, giacché a tutt'oggi, in quella che ci appare tanto
ovviamente l'era di Internet e dei telefonini, l'80% della popolazione
mondiale non ha il telefono; altri che sanno solo approssimativamente
cos'è; altri ancora che la conoscono benissimo, ma nella
maggior parte dei casi non se ne servono. Ora, saremmo disposti
a dire che gli altri, Zingari, endogami o bramini o senza casta,
ma anche inglesi che non conoscono Locke o tedeschi che non sanno
nulla di Einstein, e poi ancora Locke e Einstein quando non studiano,
sono semplicemente nell'errore, non sanno quello che fanno o quello
che dicono? A maggior ragione, sarebbe difficile sostenere che quando
gli Indiani e i Cinesi (che per Husserl sono solo un momento laterale
e secondario rispetto all'idea di episteme) vedono un colore
o preparano un cibo, o commentano un testo, stanno semplicemente
abbozzando il canovaccio di una verità scritta altrove, e
in realtà neanche in Europa, giacché qui ha luogo
solo l'origine e lo sviluppo di un progetto che trae la propria
idea di totalità solo dal concepirsi come infinito? Se viceversa
si considera la nozione di "cultura" in maniera più
determinata, vale a dire come scienza e filosofia europea,
allora anche tra gli scienziati non ci sarebbe, nel 99% della loro
esperienza, niente più che natura. Vale anche la reciproca:
se si assume la nozione di "seconda natura" in un senso
troppo esteso, come ogni tipo di capitalizzazione, deliberata o
meno, dell'esperienza, anche i corvi che alla lunga non temono più
gli spaventapasseri ne sarebbero dotati.
E ora, effettuata la riduzione di schemi, concetti e scienza, veniamo
all'esperienza.
2.5. Esperienza
Ecologia e mesoscopia. La sfera dell'esperienza è
ecologica, il che definisce l'ambito della ontologia non in positivo,
bensì in negativo; quanto dire che l'ontologia non è
la natura, ma ciò che pone un limite alla tecnica e alla
scienza. Già nel Settecento, un parroco svevo, Johann Christian
Oetinger, aveva criticato il microscopio e la pretesa aleatorietà
delle qualità secondarie: il suo argomento era che se Dio
avesse voluto che vedessimo i microrganismi, ci avrebbe dotato lui
di sensori adatti; e che era assurdo pretendere, con Leibniz, che
Dio non veda i colori: li vede da Dio. Non conto di riesumare vecchie
apologetiche (se non altro perché abusano di un argomento
trascendentale: abbiamo i sensi strutturati così e così
perché dobbiamo averceli così e così);
vorrei piuttosto portare l'attenzione sulla circostanza per cui
la taglia ecologica e mesoscopica, che evolve ben più lentamente
delle nostre scienze e tecniche, si fa carico della definizione
del concetto medio di realtà. In altri termini, non è
questione di postulare un livello naturale delle funzioni umane,
né di delegittimare ogni protesi, dal computer al telefonino.
Si tratta piuttosto di considerare che se certe protesi si sono
imposte più di altre, che esistevano da tempo, è perché
la vita umana, quale sino a oggi l'abbiamo conosciuta, risulta maggiormente
compatibile con gli occhiali e con i telefonini che non con i microscopi
o con i telescopi. Per quale motivo, tuttavia, sembra relativamente
difficile da accettare l'idea che usare un telefonino risulti qualitativamente
diverso dal guardare il cielo con un telescopio? La nostra esperienza
è intrisa di tecnica: abbiamo continuamente a che fare non
solo con computer, aerei e ascensori, ma pure con bastoni, coltelli
e ruote; e la tecnica, proprio come la scienza, appare linguistica,
storica, libera, emendabile, infinita. Ma appare soltanto: il filo
per tagliare il burro e la ruota non evolvono. A evolvere sono altre
parti, per esempio i criteri di tutela dell'ambiente; per non parlare
del conservatorismo della sensibilità: "acuire i sensi"
è diverso - anzitutto perché risulta assai più
vincolato - da "emendare i concetti" e da "cambiare
i paradigmi".
1. Strumenti. Per illustrarlo in breve, può tornare
utile una tabella, che articoli una considerazione elementare: c'è
una differenza cruciale tra il mettersi gli occhiali o le lenti
a contatto e montarsi un telescopio o un microscopio sull'occhio.
Gli occhiali - anche quelli da sole, purché usati in una
giornata luminosa o sotto i riflettori - e le lenti a contatto ripristinano
una funzione necessaria per un essere umano nel suo mondo. Gli altri
servono agli scienziati e nuocciono fuori della biblioteca o del
laboratorio: provate a guidare con un microscopio sull'occhio; e
soprattutto provate a comportarvi identificando il mondo con gli
schemi concettuali che ne avete. Viceversa, fate l'esperimento di
prendere un caffè con un Pigmeo, di andare in vacanza con
uno Hopi, di guardare una partita di calcio con un Eschimese. A
parer mio, non cambia più di tanto, mentre se la tesi della
azione degli schemi concettuali sul mondo fosse vera, si spalancherebbero
abissi, e forse sarebbe una impresa disperata. Come prova del nove,
mettetevi a parlare di cosmologia con un Pigmeo, con uno Hopi e
con un Eschimese, con il vostro giornalaio e con un cosmologo di
professione: ne sentirete delle belle. Così, ci sono strumenti
ontologici, adibiti all'esperienza e alla sua protesi nella tecnica,
e strumenti epistemologici, utili solo per la scienza.
Tavola 7. Strumenti ontologici e strumenti
epistemologici
| Esperienza |
Occhi
Occhiali da vista
Occhiali da sole |
Non accrescono una funzione, ma correggono una
disfunzione rispetto a un assetto ambientale o ecologico. |
| Tecnica |
Cannocchiali
Binocoli da marina
Binocoli da teatro
Lenti da ingrandimento
Monocoli da gioiellieri |
Non ripristinano una funzione naturale (tranne
forse i binocoli da teatro), però non promettono un progresso
infinito. Fanno ancora vedere ciò che ci sarebbe accessibile
ecologicamente da un altro punto di osservazione. Dunque, non
visualizzano. |
| Scienza |
Microscopi
Telescopi |
Non servono a niente nell'ambiente, dunque non
ripristinano una funzione. Servono allo sviluppo di una conoscenza
infinita. Visualizzano |
A questa tabella si potrebbe obiettare: se l'ontologia è
chiamata a dire quello che c'è, allora l'impostazione che
suggerisci va malissimo, costretta com'è a negare l'esistenza
di cose che invece sappiamo benissimo che ci sono, come i quark
o anche solo tutto ciò che attualmente non percepiamo, o
ad affermare l'esistenza di cose che sappiamo benissimo che non
ci sono, come stelle esplose da milioni di anni, sorci verdi nel
delirium tremens e simili.
2. Oggetti. Tuttavia, si consideri che il tipo di discontinuità
qualitative proprie della scala ontologica non sono interessanti
e in qualche modo risultano inaccessibili dal punto di vista della
fisica semplicemente perché non hanno un ruolo importante
nella struttura causale del mondo indipendentemente dal loro ruolo
nella percezione. Sono un modo di delinearsi della realtà
fisica che diviene rilevante solo in relazione all'attività
di un determinato sistema percettivo, però non dipendono
in alcun modo dalle nostre percezioni o dalle nostre credenze né,
a fortiori, dal nostro linguaggio o dalle nostre teorie.
È il senso della inemendabilità, e la definizione
della taglia della ontologia, da cui discendono oggetti ontologici
e oggetti epistemologici, come nella tavola seguente.
Tavola 8. Oggetti ontologici e oggetti epistemologici:
|
-1
|
Epistemologia
|
Charms, quark, atomi, molecole, C-fibre e reazioni
enzimatiche
|
|
Border line
|
?
|
Virus, acari, inconscio
|
|
1
|
Ontologia
|
Tavoli, sedie, montagne, paturnie, nervoso, scottarsi, 2+2=4,
metri, chilometri, minuti, giorni, suoni tra i 20 e i 16.000
Hz.
|
|
Border line
|
?
|
Venere
|
|
+1
|
Epistemologia
|
Galassia
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La taglia ontologica riguarda una dimensione di oggetti che non
risultano né troppo grandi né troppo piccoli, e che
si commisurano con la portata dei nostri sensi in condizioni ecologiche
e con la durata media della vita umana. Vorrei sottolineare che
non costituisce né un dominio marginale, né un campo
banale, sia in negativo, sia in positivo: in negativo, non c'è
una sola critica all'eliminativismo o al riduzionismo che non faccia
appello, sia pure implicitamente, a una dimensione mesoscopica;
in positivo, non c'è una sola decisione giuridica, né
di giustizia in genere, che possa prescindere dalla sfera della
ontologia, sia pure in veste di psicologia popolare. Tuttavia, mi
si potrebbe opporre: in questo modo, la differenza tra ontologia
ed epistemologia dipenderebbe da soglie di percezione (non è
forse quello che hai mostrato con la tabella sulla taglia della
ontologia?), tali che i metri e i chilometri, i giorni e gli anni,
riguarderebbero l'ontologia, mentre le distanze cosmiche o le dimensioni
microscopiche, così come i tempi geologici riguarderebbero
l'epistemologia, al punto che già un acaro sarebbe un oggetto
epistemologico e non ontologico. E, infine, la connessione fra l'ontologia
e l'ecologia non sarebbe che una riedizione del pragmatismo, in
base al quale - contro ogni evidenza - le cose esistono solo per
i nostri bisogni e scopi, di modo che, per un giro un po' più
lungo, si assisterebbe a una identificazione tra ontologia ed epistemologia,
nella quale, semplicemente, le cose dipenderebbero non dalla scienza
bensì dalla tecnica, e il mondo non apparterrebbe solo all'uomo,
ma anche a qualche animale ed essere con una taglia compatibile
con l'uomo. Tuttavia, non ho mai detto (almeno qui) che l'ontologia
sia la fisica ingenua. Poiché la fisica ingenua non ci dice
la verità delle cose, limitandosi a fornirci un potente strumento
per falsificare l'idea di una identità archeologica tra scienza
ed esperienza, non ci fornisce un resoconto della ontologia, ma
indica lo strato in cui hanno luogo le assunzioni ontologiche. In
secondo luogo, se c'è un equivoco possibile, riguarda piuttosto
l'ecologia, che sembra definire positivamente un ambiente da identificarsi
con l'ontologia. Però, nella ontologia si incorpora la convinzione
che ciò che c'è c'era prima di me e ci sarà
dopo di me, ciò che per definizione non può valere
in una prospettiva ecologica, dove l'ambiente nasce con i suoi abitanti.
Ecco il limite dell'ottica ecologica: ridurre l'ambiente a qualcosa
di accessibile all'animale, in luogo di pensare al mondo come ciò
che c'è in assenza di qualunque animale.
3. Il mondo. Ciò che si incontra è in un mondo,
che non è un oggetto, bensì la somma di tutti gli
oggetti, un mondo comune all'uomo, al verme e alla ciabatta e non
semplicemente in un ambiente diverso di volta in volta secondo gli
esseri che lo popolano. Quanto risulta davvero caratteristico nell'incontrato
è che lo si può incontrare o meno (il verme non incontra
il triangolo di Kanizsa, perché non lo vede, noi non incontriamo
i protoni). Tuttavia, mentre si potranno cambiare quanto si vorrà
le teorie a proposito di ciò che si incontra, l'incontrato
una volta che lo si sia incontrato, non lo si potrà emendare:
è così e non altrimenti. È proprio sulla base
di un incontrato inemendabile che si costruisce un concetto di "mondo"
che trascende quello di "ambiente", dove si può
osservare come il riferimento all'"incontrato" non abbia
un valore puramente psicologico, ecologico o fenomenologico. Facciamoci
caso. Se dico "il mondo come lo conosco" o al limite "il
mondo come lo incontro", posso far riferimento a schemi, concettuali
e sensibili. Se tuttavia dico "il mondo come l'ho incontrato",
mi riferisco a qualcosa di diverso: al mondo che c'era prima di
me e che resterà dopo di me, al mondo come era prima che
lo conoscessi e come sarà quando smetterò di conoscere,
fuori dai miei schemi concettuali o sensibili, quel mondo che è
prima della mia nascita e dopo la mia morte, dunque fuori di qualsiasi
psicologia, ecologia o fenomenologia, ma non senza di esse, poiché
la loro funzione è quella di un differenziale che fornisce
una scala di livelli della realtà.
Tuttavia, negare l'onnipresenza di schemi, concetti e scienza -
e, soprattutto, la loro concatenazione teleologica -, ma non la
rilevanza di strutture e capacità mentali naturali per la
costituzione dell'esperienza, depone certo a favore della circostanza
secondo cui la nostra esperienza percettiva non è mediata
inferenzialmente o concettualmente; ma non è un argomento
per l'esistenza degli oggetti della nostra esperienza indipendentemente
dalle nostre capacità mentali. È dunque necessario
un passo ulteriore per corroborare l'argomento della Ciabatta: tracciare
la differenza tra verità epistemologica e realtà ontologica,
spiegando in che senso il realismo ingenuo non vada confuso con
l'empirismo, con la fenomenologia né con la filosofia del
senso comune, quanto dire con atteggiamenti che mantengono, in forme
sempre più tenui, un nesso genetico tra ontologia ed epistemologia.
Poi definirò in positivo la sfera del realismo ingenuo, e
di lì andrò al mondo esterno.
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