Maurizio Ferraris - Che cosa si prova ad essere una ciabatta
- II parte
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2. Prima
distinzione: Scienza/Esperienza
Deflazione epistemologica. L'inflazione epistemologica nasce
dall'assunto che senza teorie non avremmo realtà empirica.
E che una ispezione mentale vada presupposta all'esperienza come
sua parte costitutiva e come sua condizione di possibilità
è solitamente dimostrato da considerazioni che nella loro
apparente inoppugnabilità condividono la dubbia carriera
filosofica del bastone che, parzialmente immerso nell'acqua, appare
storto. Ecco un numero famoso: la cera mi appare ora solida e odorosa,
ora liquida e inodore; come faccio a sapere che è la stessa
sostanza, se non perché ciò che vedo è strutturato
potentemente da ciò che penso? Non passa nemmeno per la testa
di chi propone un simile argomento di considerare che, se la fusione
avviene sotto i miei occhi, non ho bisogno di ragionamento; e che
se non avviene sotto i miei occhi, nessun ragionamento - se qualcuno
non mi spiega che è così - mi permetterà di
stabilire la continuità tra i due fenomeni, sino a che la
cera liquida, solidificandosi in mia presenza, mi insegnerà
quanto è successo: nel Settecento, il re del Siam pensava
che il ghiaccio non avesse nulla a che fare con l'acqua, non avendone
mai visto al suo paese. Un altro numero celebre è poi il
seguente: apro la finestra, guardo in strada cappelli e mantelli,
e tuttavia so che sono uomini; se contasse solo la percezione, vedrei
cappelli e mantelli, e basta. Anche qui, vale poco obiettare che
sto semplicemente ricordando qualcosa che ho visto prima, che dunque
non sto ragionando, tanto che anche il cane riconosce il padrone
con o senza cappello e mantello, così come riconosce la lepre
sia ferma sia in corsa sia scuoiata in cucina. Inversamente, a nulla
vale opporre che quando mostro la figura di Jastrow posso vedere
ora un coniglio ora un papero, però nessuno dei due contemporaneamente,
con tutto che ho il concetto di entrambi:
Anche di fronte a queste ovvie evidenze, l'ipotesi pan-epistemologica
è che solamente un ingenuo penserebbe che quando si vede
anzitutto si vede; il primo passo nella scienza consisterebbe nel
comprendere che quando la mente guarda di là da ciò
che immediatamente le appare, le sue conclusioni non possono essere
addossate ai sensi, e poi, con una iperbole di per sé poco
motivata, che quando si vede in realtà si pensa, altrimenti
non ce la caveremmo. La ricaduta è che, una volta che si
sia statuito un simile assioma, si è costretti a postulare
inferenze inconsce, qualità occulte e altri dietrismi percettologici
anche negli atti più inermi. Chiudo l'occhio per evitare
che entri un moscerino? È intervenuta una rapidissima inferenza
che ha messo in collegamento tanti concetti complessi, dizionari
ed enciclopedie, il tutto in un battibaleno. Un libro mi cade in
testa e svengo? Altra fulminea inferenza al termine della quale
concludo "allora devo svenire", ed eseguo. Ma che senso
ha? Bisogna sempre presupporre un concetto, altrimenti non c'è
esperienza, né norma, né niente? O - per l'appunto
- non si sta adoperando "concetto" e "schema concettuale"
in una accezione talmente lata da assicurarne una ubiquità
fittizia? Da una parte, è ovvio che, quando vediamo i cappelli
e i mantelli, non svolgiamo inferenze del tipo "Vedo un cappello
che si muove, tuttavia un cappello non può muoversi da sé,
sicché sotto deve esserci un uomo che lo muove"; sicché
le facoltà cognitive, che sicuramente entrano nella percezione,
non accedono a una formulazione esplicita. E, allora, perché
parlare di "concetti" e di "schemi concettuali",
considerando che non siamo consapevoli di quei concetti, ossia che
non li maneggiamo al modo in cui uno scienziato applica le teorie?
Non converrebbe calmierare un po' il concettuale senza confini,
riducendo lo sperpero? È quello che vorrei cercare di fare
(i) prima delimitando la nozione di "schema concettuale";
poi (ii) circoscrivendo l'ambito proprio del concetto; quindi
(iii) mostrando a quali condizioni si può parlare
di scienza; e infine (iv) delineando l'ambito di una esperienza
non necessariamente intaccata dalla scienza.
2.1. Schemi
Teorie esplicite e istruzioni inconsce. La scienza
vera e propria si limita a escludere con certezza schemi
interpretativi falsi mentre corrobora quelli veri. Non coltiva interessi
ontologici, dovendo solo rispondere, in ultima istanza, a un tribunale
che può essere ridescritto come "ontologia", cioè
al mondo esterno. L'epistemologia, però, è
una cosa diversa, anche se può essere condivisa dagli scienziati
quando parlano di quello che fanno: è la traduzione ontologizzante
della scienza, in base alla quale il tavolo di cucina sarebbe composto
di particelle subatomiche, vuoto all'incirca come l'aria circostante
ecc. Rispetto alla scienza vera e propria, presenta non pochi difetti.
In primo luogo, tende ad accreditare una sineddoche, dove la "scienza"
sarebbe la fisica, in quanto sapere fondamentale, da cui le altre
conoscenze si dipartirebbero come da una radice o da una piramide
capovolta. È la visione neopositivistica, che si basa su
una equazione tra scienza, natura e matematica che non è
garantita (c'è più matematica nell'economia che nella
biologia), ma che appare rassicurante, confermando il teorema secondo
cui ciò che incontriamo in natura è l'esperienza che,
una volta debitamente organizzato diventa scienza. Donde, al solito,
l'iperbole, vale a dire l'assunto secondo cui (i) in difetto
di istruzioni inconsce, che diverrebbero impercettibilmente teorie
consce, non avremmo esperienza; e (ii) un simile insieme
di istruzioni e teorie è necessario giacché il mondo,
di per sé, non ha ordine.
Ora, da una parte, negare che quando vediamo un libro pensiamo
anche che sia un libro sembra cocciuto un partito preso, così
come risulta ben difficile pretendere che quando sento l'italiano
riconosco solo una sequenza di suoni, e non parole che identifico
come appartenenti a una lingua a me nota. È plausibile che
il pensiero e l'esperienza pregressa, così come la memoria
e l'immaginazione, giochino un ruolo costitutivo nella percezione;
può darsi in molti casi, non in tutti, né
soprattutto sappiamo sin dove si spinga il mondo interno e dove
incominci l'esterno. Per rifarsi all'esempio della lingua, posso
benissimo registrare una sequenza complessa di parole senza comprenderne
il senso, il che dimostra come l'interpretazione non sia originaria.
Odo o persino ascolto una frase, e solo in un secondo momento la
capisco; dunque, all'inizio è stata percepita, laddove nel
secondo è stata compresa; se poi qualcosa non è chiaro,
o mi chiedo che cosa avesse in mente chi mi ha interpellato, solo
allora posso propriamente parlare di interpretazione. Nondimeno,
nella maggior parte dei casi non ci pare di applicare schemi concettuali,
bensì di percepire o di pensare cose che sono proprio così
e non altrimenti. Sicuramente, quando mi aspettavo di vedere un
uomo, e poi avvicinandomi trovo un manichino, non è lo schema
concettuale a correggere la mia assunzione; così come non
è uno schema concettuale a suscitare in me un lieve senso
di irrealtà in alcune scene dell'attacco giapponese in Pearl
Harbour; e così ancora quando vedo per la prima volta
un oggetto sconosciuto che non immaginavo potesse esistere. Ovviamente,
posso benissimo dirmi che ciò che mi ha portato a riconoscere
un manichino invece che un uomo dipendeva dalle mie assunzioni rispetto
ai concetti, rispettivamente, di "uomo" e di "manichino":
non si muoveva, non respirava, l'occhio era fisso e di plastica,
dunque si trattava un manichino. Il limite di una simile impostazione
è che funziona sin troppo bene, visto che la si
potrebbe applicare anche ai corvi, che dimostrerebbero di disporre
di concetti nel momento in cui non temono più lo spaventapasseri.
Inoltre, se applicata alla lettera, perviene a esiti manifestamente
implausibili. Poniamo che uno ignori i passi del tango; se vedesse
una coppia che lo balla, dovrebbe supporre non che loro sanno ballare
il tango e lui no, ma che lui inconsciamente ne ha contezza: sicché,
nella prospettiva di un mondo costruito dai nostri schemi concettuali
con mattoni infinitamente disponibili, non saremmo mai delusi, né
sorpresi. Nondimeno, prendiamo un barile rotola su un piano inclinato
senza avere la minima teoria della caduta dei gravi; se nel barile
mettessi Attilio Regolo, rotolerebbe esattamente come se contenesse
un sacco di patate inerte, o un orso che si dibatte: né il
processo risulterebbe disordinato. D'accordo con l'Argomento della
Ciabatta, cani, vermi, edere, ciabatte sono esseri con schemi alquanto
diversi dai nostri, o addirittura senza schemi, eppure condividono
un mondo. Ora, perché le cose possiedono una così
ammirevole stabilità indipendentemente dalle nostre opinioni
e dai nostri concetti, e perché mai il mondo costituisce
un insieme di iterazioni in cui animali di sei o di otto zampe,
o anche senza zampe, con o senza occhi, o con occhi completamente
diversi, e uomini, oltre che culture profondamente eterogenee, possono
incontrarsi come in un unico mondo? Appare a dir poco azzardato
postulare che l'Essere Supremo tenga insieme il mondo per interventi
continui, che assicurano il legame ordinato degli eventi; o che
una serie di istruzioni potenzialmente scientifiche vengano
impartite agli animali a titolo di dotazione implicita (l'istinto,
la natura) e poi agli uomini come dotazione esplicita (linguaggio,
cultura, scienza: la seconda natura). E si noti che la seconda ipotesi,
quella di una istruzione inconscia o conscia, risulta anche più
avventurosa della spiegazione attraverso la folgorazione divina,
giacché noi tutti constatiamo quante differenze di opinioni
caratterizzino la nostra istruzione, e viceversa quale tendenziale
concordia stia alla base della nostra percezione, poiché
la discussione concettuale può procedere sino alla estenuazione,
laddove l'interosservazione tende a trovare in breve un punto di
convergenza. Ora, quello che in prima approssimazione colpisce
maggiormente nell'ipotesi del concettuale senza confini è
la circolarità: bisogna postulare un mondo di vortici, di
sense data, di anomalie selvagge, di bastoni storti, per
poi pretendere che questo mondo impossibile diviene l'habitat
in cui viviamo grazie alle nostre mediazioni; e che simili mediazioni
sussistano è dimostrato dall'ammirevole normalità
del mondo, come ognuno vede, così come ognuno sa che, se
lo desidera, può raccontare quello che gli è successo,
ossia descrivere la propria esperienza, dimostrando così,
in quel caso e in modo inoppugnabile, che esistono esperienze mediate.
Nondimeno, "mediazione" vuol dire tante cose, e in particolare
due, sovente assimilate e poi tranquillamente assunte come altrettanti
dogmi.
2. Il filtro naturale. Il secondo senso di "mediazione"
è allora che un set di categorie e di forme pure della sensibilità
determini il mondo come lo percepiamo, che magari in proprio non
è che caos e vortici. Ora, se il primo senso appare ovviamente
adiaforo in uno studio ontologico, neanche il secondo è poi
davvero così inevitabile, e sembra trarre le sue patenti
di nobiltà non da una effettiva utilità, bensì
da una lunga stratificazione culturale e dai vantaggi che apporta
a una ragion pigra. Non c'è che un senso in cui l'intervento
della mediazione appare realmente inevitabile, ed è il valore
epistemologico degli schemi concettuali: quando osserviamo qualcosa
come scienziati stiamo mettendo alla prova delle assunzioni di cui
siamo consapevoli e che ci sono note, e non c'è dubbio che
a un simile livello si diano mediazioni, proprio quelle che ci hanno
condotti in laboratorio. Tuttavia, per quale motivo quelle o altre
mediazioni dovrebbero intervenire quando vediamo un tavolo, sentiamo
un fischio, mangiamo un panino? E perché mai, diversamente
che nel primo caso, non ce ne accorgiamo? Un conto è asserire
che sulla base della ipotesi che il colpevole è il maggiordomo,
o che esiste un gene responsabile della predisposizione al tabagismo,
alla criminalità o a entrambi, selezioniamo e organizziamo
indizi che ci appaiono probanti. Un altro è sostenere che
senza un sistema di categorie, per giunta indipendenti dall'esperienza,
poiché ove lo fossero cadrebbero sotto la critica all'induzione,
non potremmo avere esperienza. Conviene allora restringere il termine
"teoria" solo alle teorie scientifiche, altrimenti ci
si esporrebbe alla pesante ritorsione che a ogni categoria corrisponde
una teoria, il che è manifestamente falso: teorie
e concetti sono solo epistemologici, e dunque si possono
benissimo trovare esseri che vivono senza teorie o concetti (altri
uomini, animali, noi stessi in più di una circostanza, anzi,
katà poly). Viceversa, le categorie non sono
il preludio della scienza, potendo essere sbagliate come schemi
esplicativi o euristici e funzionare egregiamente come metodi di
classificazione, così come la loro origine può benissimo
radicarsi o nelle nostre dotazioni percettive, o in regolarità
mondane, o in nostre comodità che non hanno nulla da spartire
con il sapere. Insomma, non c'è motivo per essere di manica
larga e vedere dappertutto l'intervento di schemi concettuali, anche
se in molti casi, ma non in tutti, ciò che
esperiamo risulta concettualizzabile.
Interpretazioni. Distinguiamo, in genere, ciò che
facciamo intenzionalmente, e seguendo schemi di azione e di interpretazione,
e quanto compiamo senza pensarci. "L'ho fatto senza pensarci"
è una scusa generalmente accettata; viceversa, nessuno direbbe,
in sede scientifica, "l'ho fatto senza pensarci", tanto
è vero che la casualità della scoperta della penicillina
toglie qualche merito a Fleming. È che sotto il nome generico
di "schema concettuale" si intendono più cose non
necessariamente correlate, e in particolare: (i). Una interpretazione
cosciente ed emendabile, come la visione tolemaica o copernicana.
(ii). Una norma cosciente ma inemendabile, come le regole
del poker: se le cambiassimo, diventerebbe un altro gioco. (iii).
L'applicazione, in base a un processo di stimolo-risposta, di istruzioni
apprese coscientemente: vedo il rosso e mi fermo al semaforo. (iv).
L'applicazione, in base a un processo di stimolo-risposta, di istruzioni
apprese inconsciamente, come la sintassi della mia lingua madre.
(v). L'applicazione di norme che rientrano nella mia dotazione
naturale, come la distinzione figura/sfondo, l'opposizione del pollice
ecc. A ben vedere, solo la miscela, in un brodo primordiale, tra
il senso (i) e tutti gli altri sensi, motiva la tesi
di secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, ossia
il dogma più forte a vantaggio del concettuale senza confini.
Prendiamo l'argomento di Nietzsche.
"Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono
soltanto fatti', direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì
solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare alcun fatto
‘in sé'; è forse un'assurdità volere qualcosa
del genere. ‘Tutto è soggettivo', dite voi; ma già
questa è un'interpretazione, il ‘soggetto' non è
niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l'immaginazione,
qualcosa di appiccicato dopo.—È infine necessario mettere
ancora l'interpretazione dietro l'interpretazione? Già
questo è invenzione, ipotesi. In quanto la parola ‘conoscenza'
abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile
in modi diversi, non ha dietro di sé un senso, ma innumerevoli
sensi. ‘Prospettivismo'. Sono i nostri bisogni che interpretano
il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto
è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva,
che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli istinti"
E ora prendiamo il controargomento, di Achille Campanile:
" - E così - disse il vecchio Carl'Alberto al signore
biondo ossigenato, riprendendo un discorso che l'apparizione improvvisa
di alcune superbe aragoste aveva momentaneamente interrotto -
e così, ella mi diceva d'aver vinto un milione alla ruletta.
- Per l'appunto.
- Fortunato lei! Quanto tempo fa?
Il signore biondo ossigenato fece un breve calcolo mentale e disse:
- A Pasqua sarà un anno giusto.
- Un anno!
- Del resto - aggiunse il biondo, dopo un minuto di riflessione
- manca circa un anno a Pasqua.
- È vero, - osservò il vecchio - come mai?
- Semplicissimo. Il fatto avvenne sette giorni or sono, o, per
meglio dire, appena ieri. Ma che dico ieri? Stamane! È
avvenuto stamane. Non più tardi di stamane. Anzi un minuto
fa. Anzi, sta avvenendo mentre parliamo.
- Mentre parliamo?
Il biondo si lasciava trascinare dall'onda dei ricordi.
- Per essere più esatti, - fece - le dirò di più,
tanto a lei posso dir tutto: il fatto deve ancora avvenire.
(...)
- E quando, press'a poco, avverrà? - chiese, dopo una pausa,
il vecchio Carl'Alberto al signore biondo ossigenato.
- Che cosa? - disse questi con la bocca piena.
- Il fatto di cui parlava. La vincita del milione.
- Credo nell'entrante settimana. Credo, intendiamoci.
- Non ne è sicuro?
- Al contrario: sono sicuro che non avverrà mai. Anche
perché non ho mai vinto al gioco.
- Si vede - osservò il vecchio ammiccando - che è
fortunato in amore.
- No, - disse cupamente il biondo ossigenato - la ragione è
un'altra. E la so soltanto io.
- Tacque, come se questo discorso gli fosse penoso. Ma il vecchio
insisté:
- Se non sono indiscreto - disse - posso domandarle qual è
questa ragione?
- Me lo domandi pure.
- Allora: qual è questa ragione?
- Che non ho mai giocato. "
1. Infinità delle interpretazioni? Il signore biondo
ossigenato non vincerà mai perché ha omesso un fatto,
e nessuna interpretazione potrà porvi rimedio. Del resto,
l'idea di una infinità delle interpretazioni urta in maniera
frontale con svariate intuizioni profonde, e appare come l'artificio
di un Don Ferrante che abbia letto Feyerabend: le spiegazioni sono
infinite (sarà vero?), dunque la cosa non esiste.
Alla base, c'è una catena abbastanza elementare: si riconducono
tutte le cose a istituzioni tipo totocalcio, università o
matrimonio, e poi si conclude che, non vedendosi né il totocalcio,
né l'università, né il matrimonio, allora non
deve esserci proprio nulla al mondo, tranne le interpretazioni.
Intanto, non si capisce perché poi proprio le interpretazioni
dovrebbero scampare alla furia riduzionistica. Ovviamente, si potrebbe
sostenere che chi parla di schemi concettuali non necessariamente
lo fa per sostenere che non esistono fatti ma solo schemi, e che
il trascendentalista scrupoloso o il costruzionista temperante si
limitano a dire che sono necessari taluni schemi concettuali per
avere una esperienza del mondo. Però o l'affermazione dice
desolantemente poco (quello che vediamo può avere a che
fare con quello che pensiamo: e chi ne dubita?), oppure pretende
decisamente troppo. A me succede tutti i giorni di imbattermi in
un essere Nudo e Brutale, proprio quello che a dar retta ai teorici
dell'interpretazione universale non dovrei mai incontrare, vale
a dire di provare malesseri non chiari, impressioni, visioni laterali
e sfuggenti; poi, trovo cose meglio definite, né mi pare
di ravvisarci l'esito di schemi concettuali, giacché sono
ben nette anche per quelli che hanno schemi concettuali diversi
dai miei. Né costituisce soltanto di uno strato primario,
ascendendo fino a determinare i miei valori: se riuscissimo a trasportare
i nostri corpi con la facilità con cui trasportiamo i nostri
pensieri, probabilmente non uno dei valori attualmente in vigore
avrebbe corso; se vivessimo 30 secondi, i nostri valori sarebbero
di tutt'altro tipo, e probabilmente non ci sarebbero; idem se fossimo
immortali. Così, se davvero la nozione di "fatto"
risultasse talmente oscura da rivelarsi inutile, affermare o negare
la sussistenza di un fatto dovrebbero essere opzioni grosso modo
equivalenti, mentre è facilissimo cogliere la differenza
tra un fatto che ha avuto luogo e uno che non ha avuto luogo.
(a). Fatti veri. In realtà, è assolutamente
ovvio che esistono fatti veri. Anzi, è fin ridondante, giacché
un fatto falso non è un fatto. Comunque, questa è
una pagina, ve la sentireste di contestarlo? E ve la sentireste
di negare che nel 2000 la Francia ha vinto i campionati europei
di calcio? Potrei andare avanti fino a domattina, a elencarvi tanti
fatti veri.
(b). Fatti falsi. È anche ovvio che - per conservare
una terminologia volutamente ridondante - ci sono fatti falsi, ossia
che non sussistono: se pretendessi che Nietzsche abitava in Piazza
Castello 13 a Milano, risulterebbe semplicemente falso; così
come ho scoperto che la foto di Nietzsche apparsa in una monografia
che avevo curato tempo fa era in realtà una foto di Umberto
I.
È
un vero e proprio errore, che Nietzsche avrebbe indiscutibilmente
considerato come tale, diversamente da ciò che avviene per
sostituzioni più antiche: non troviamo niente di male nel
dire "testa" invece che "capo", pur sapendo
che "testa" è all'origine "vaso di coccio",
che si era affiancato a caput intorno al terzo secolo; ma
anche fra mille anni avremo qualche disagio nel sostenere che la
foto è di Nietzsche invece che di Umberto I (posto che lo
si sappia). Donde la vistosa insostenibilità della tesi secondo
cui la verità non sarebbe che un antico errore di cui si
è dimenticata l'origine; potrebbe benissimo essere una antichissima
verità, e non cambierebbe nulla. Detto di passaggio, qui
si vede un limite cruciale della tesi di Nietzsche, che non solo
non vale in ontologia, ma - per il suo estremismo - non può
aver corso nemmeno in epistemologia: non c'è alcuna seria
teoria della verità e della conoscenza che possa dispensarsi
dallo spiegare l'errore; laddove la tesi della riduzione dei fatti
a interpretazioni appare costitutivamente incapace di giustificare
una simile eventualità.
(c). Fattoidi e cose da non credere. C'è anche un
aspetto più interessante. Dopo la lista di fatti veri e di
fatti falsi, vale a dire di non-fatti o di altri fatti,
potrei produrvene un'altra di fattoidi e di cose da non credere;
ossia di cose che, se anche le vediamo, ci appaiono false: il Pendolino
si inclina e sussulta, e per un attimo si ha l'impressione di essere
in assenza di gravità; c'è anche un solo passeggero
che creda che sia così? Che se ne preoccupi o almeno che
se ne stupisca? Che dubiti di essere in treno considerando che quanto
attualmente percepisce è assenza di gravità, dunque,
a norma di esse est percipi, dovrebbe essere in orbita, altro
che in treno? Soprattutto, siamo disposti a considerare la nostra
irriflessa esclusione dei fattoidi come una interpretazione?
(d). Strano ma vero. Reciprocamente, ci sono vari fatti
che ci sembrano falsi ma che, una volta che ci vengano motivati,
siamo disposti a tener per veri: per esempio, quanto nella Settimana
enigmistica viene raccolto sotto la rubrica dello "strano
ma vero". Pensare che il piatto nazionale svedese, certi involtini
di cavolo, discenda dal piatto nazionale turco, gli involtini di
foglia di vite, può apparire una bufala come l'idea che il
messicano e il cinese sarebbero la medesima lingua; e invece è
proprio così (risale al tempo in cui, dopo la battaglia di
Poltava, Carlo XII di Svezia riparò in Turchia). A dire il
vero, non incontriamo nessuna particolare difficoltà nel
credere che gli spaghetti vengano dalla Cina, eppure, a quanto pare,
non è letteralmente vero, essendoci stato quantomeno l'intermediario
degli Arabi. In altri termini, l'inverosimile può benissimo
rivelarsi vero, mentre se i fatti fossero totalmente soggetti a
interpretazioni non dovrebbe essere così.
(e). Fatti interpretabili. Poi, se c'è una lista
estesissima di fatti che - dal tramonto al risultato di una partita
di calcio - non abbisognano di interpretazioni (si potrà
dire che propriamente il sole non tramonta, o che è colpa
dell'arbitro, tuttavia è un livello di discorso completamente
diverso), c'è anche una lista, alquanto più corta,
di fatti che richiedono interpretazioni, o che possono sopportarle:
uno scarabocchio, un ghirigoro, una nuvola, certe battaglie (Borodino
e non Marengo) ammettono interpretazioni; una radiografia o una
macchia di Rorschach le esigono; ma non tutto è uno scarabocchio.
Prendiamo questa figura:
Qui
il gioco delle interpretazioni può scorrere con la frivola
libertà del dialogo tra Amleto e Polonio. È un sigaro?
Un disco volante? La parte superiore di un fungo atomico? Una moneta
vista quasi di profilo (e disegnata con mano tremula)? Una forma
di grana, sempre di profilo e mal disegnata? Una lente di ingrandimento?
O, semplicemente, una forma ellittica? Si può pensare e interpretare,
ma solo perché la figura appare povera, e tutte le nostre
interpretazioni aggiungono senso, senza arricchirla realmente. Tanto
è vero che basta un nonnulla per stabilizzare dei ghirigori:
Si
obietta che non sempre le cose risultanto tanto facili; ma
badate al "non sempre", e considerate quanto contrasti
con "proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni".
Il senso della tesi di Nietzsche, se preso sul serio, è che
non ci sono mai fatti, ed è la cosa più assurda che
si possa immaginare. Se invece si intende la tesi come "talvolta
quelli che si presentano come fatti sono interpretazioni",
avremmo una solida ovvietà, che da sola non basta a creare
la reputazione di un filosofo.
(f). Relazioni logiche inconsistenti. Infine, ci sono relazioni
logiche fra stati di cose che possono risultare inconsistenti: se
uno non ha mai giocato alla roulette, è difficile che ci
abbia vinto un milione; nella fattispecie, a risultare inconsistente
è la relazione anche se non gioco alla roulette vinco
un milione; anzi ciò che non sussiste è una proprietà
modale della relazione è possibile che anche
se non gioco alla roulette vinca un milione. Del pari, per ingegnoso
che possa sembrare, non è possibile suicidarsi tornando nel
passato e uccidendo il proprio nonno, giacché un altro fatto
- che io sia qui a pensare di suicidarmi uccidendo mio nonno -,
dimostra che o non sono tornato nel passato, oppure ho sbagliato
bersaglio.
2. Calmierare le interpretazioni. Quanto dire che bisogna
calmierare le interpretazioni: se uno mi chiede che ora è,
e gli rispondo che sono le cinque, c'è poco da interpretare,
posto che siano davvero le cinque; il dubbio se siano le cinque
di mattina o di sera non pare così difficile da dirimere
e, tranne che in una caverna o in pieno inverno, uno sguardo alla
finestra dissiperà ogni equivoco. Però se avessi risposto
che sono le cinque, e invece sono le sei, il mio interlocutore sarebbe
stato autorizzato a porsi quesiti più o meno psicologici
("si sarà sbagliato?", "l'avrà fatto
apposta, e, allora, perché?"); e, per quanto mi riguarda,
avrei potuto comunque domandarmi se lui mi aveva chiesto l'ora perché
voleva davvero saperlo o solo per attaccare discorso. L'interpretazione
non vige dappertutto, ma solo in casi dubbi; il che nell'esperienza
risulta abbastanza raro, mentre nella scienza, e per ragioni immanenti
alla sua costituzione, si verifica in continuazione. Non
è difficile vedere come la tesi della universalità
dell'interpretazione nasca da abusi verbali e concettuali, che valgono
sia per "fatti", sia per "interpretazioni",
sia per "fatti-e-interpretazioni".
(a). Fatti. Per ciò che riguarda i fatti, è
vero che se dico "è un fatto che la neve è bianca",
dico semplicemente "la neve è bianca": è
una questione di verità, e qui si ha ragione nel sostenere
che i fatti sono intrateorici. Nondimeno - d'accordo con la deflazione
che sto proponendo -, è esagerato sostenere che tutti
i fatti sono intrateorici. Sarebbe già diverso per una frase
come "la neve è bianca e penso ai bei tempi andati";
per non parlare poi delle ovvie difficoltà che sorgerebbero
di fronte a ordini, a preghiere, a enunciati fatici: "chiudi
la porta", "Dio onnipotente, onnisciente e misericordioso,
fammi vincere un miliardo al totocalcio", "Pronto, chi
parla?". Si noti che in queste frasi ci sono delle cose: la
porta, il miliardo, forse anche Dio, però non ci sono "fatti",
tranne forse il totocalcio, che è una istituzione, che come
tale ci può forse spiegare in che senso sia ambigua la parola
"fatto", che in taluni casi si può ridurre a delle
cose, come nell'esempio della neve, ma in talaltri no, come in quello
del totocalcio, dove abbiamo partite, ricevitorie, schedine e puntate,
ma non qualcosa come il "totocalcio". Nondimeno, che il
totocalcio non risulti strettamente riducibile a una cosa non comporta
che sia una semplice interpretazione, tanto è vero che l'assegnazione
delle vincite è in linea di principio tutto tranne che arbitraria.
(b). Interpretazioni. Veniamo ora alle interpretazioni.
Chi sostiene, a ragione, che la nozione di "fatto" è
un po' oscura (ma converrebbe piuttosto dire che è vaga:
però che non si sappia quanti chicchi fanno un mucchio non
comporta l'inesistenza dei mucchi: vuol dire solo che non si è
mai vista una soritologia, poiché sui mucchi basta per lo
più il pressappoco o si tira a indovinare) dovrà,
a maggior ragione, ammettere che la nozione di "interpretazione"
non sembra troppo chiara; e che anzi proprio la sua equivocità
sta alla base della tesi secondo cui non esistono fatti ma solo
interpretazioni. L'universalizzazione ‘ontologica' si appoggia sulla
molteplicità dei sensi in cui si può parlare di "interpretazione":
(i) come espressione linguistica (senso del Perì
hermeneias); (ii) come interpretariato linguistico; (iii)
come esecuzione artistica; (iv) come esplicitazione di un
senso oscuro; (v) come comprensione (trasposizione empatica
in un'altra epoca e in un altro uomo : Schleiermacher-Dilthey);
(vi) come smascheramento (Nietzsche-Freud-Marx); (vii).
Somma di tutti i sensi precedenti: "Non esistono fatti, solo
interpretazioni". In ogni caso, a meno che si voglia sostenere
che tutto è interpretazione, quest'ultima non costituisce
una attitudine naturale, tanto è vero che ci accorgiamo di
interpretare, o meglio ci sforziamo, il più delle volte,
di non interpretare, bensì di dire come stanno le
cose. Il che significa che quando non ce ne accorgiamo, quando non
ce lo chiedono espressamente, quando non siamo costretti a farlo
perché c'è qualcosa che non ci è chiaro, non
interpretiamo, ma al limite travisiamo involontariamente;
del pari, esistono categorie professionali di interpreti, il che,
se interpretare fosse naturale, non si darebbe, né vale il
paragone con i campioni sportivi, giacché il correre o il
saltare si eseguono in vista di un record, laddove l'interpretazione,
quando non si risolva in un gioco sterile, non persegue primati,
bensì la corrispondenza a fatti.
(c). Fatti-e-interpretazioni. Per ciò che riguarda,
infine, la stringa fatti-e-interpretazioni, confrontiamo alcune
affermazioni, che ci daranno la chiave per vedere quale sia la fallacia
che sta alla base della universalizzazione: (i). "Non
esistono le streghe, ma donne screditate e perseguitate"; (ii).
"Non esiste il flogisto, ma un processo di ossidazione";
(iii). "Non esiste l'acqua, ma H2O"; (iv).
"Non esistono fatti ma solo interpretazioni"; (v).
"Non esistono gatti ma solo interpretazioni". Si ammetterà
che non si equivalgono: (i) e (ii) sono affermazioni
epistemologiche del tutto legittime; (iii) risulta già l'arrischiato
trasferimento dell'epistemologia nell'ontologia (e appare come un
errore di traduzione), (v) costituisce una semplice assurdità;
(iv), invece, è una tesi talmente recepita e condivisa
da apparire come un luogo comune, mentre è non solo ontologicamente
falsa, ma va altresì annoverata tra le più diffuse
cause della confusione tra ontologia ed epistemologia. La pretesa
onnipresenza delle interpretazioni si riduce di colpo, rivelandosi
come una funzione essenzialmente epistemologica: vedo una cosa bianca,
poi vedo che è un uomo, poi vedo che è il figlio di
Callia, poi penso che è uno scemo, poi penso che mi ricorda
anche suo padre ecc. È solo da un certo momento in avanti
che interviene l'interpretazione. Se poi si vuol dire che è
possibile aggiungere schemi e interpretazioni a quello che incontriamo
nell'esperienza, è ovvio. Tuttavia non è nemmeno scontato,
e da ciò non segue né che ogni atto di comprensione
sia un atto di interpretazione solo perché è ricostruibile
così ("far discorsi su ciò che si vede o si pensa"),
né che ogni interpretazione sia storicamente situata, ammesso
e non concesso, poi, che "comprensione" abbia un senso
che travalichi i limiti di una psicologia introspettiva, giacché
è comunissimo credere di comprendere e prendere fischi per
fiaschi.
2.2. Intuizioni
e concetti
1. Le intuizioni senza concetto sono cieche? Dalla tesi
estremistica circa l'inesistenza dei fatti, veniamo a una tesi a
prima vista più temperata, quella secondo cui le intuizioni
senza concetto sono cieche. Il catalogo delle interpretazioni risulta
tutto tranne che infinito, e si riduce essenzialmente a quattro
sensi, cioè, manco a dirlo, ai quattro sensi della scrittura
di veneranda memoria.
(a). Senso letterale. "Senza concetti non si vede proprio
niente". Sembra assurdo, e sin nella formulazione (gli occhi
sarebbero senza occhi, o qualcosa del genere). Nessuno difenderebbe
una simile affermazione; o, se decidesse di farlo, la metterebbe
sul piano della trinità, al limite del credo quia absurdum.
O, meglio, c'è una maniera per motivare una simile affermazione,
ed è assumere in modo dogmatico che non esiste uno strato
dell'esperienza che non trovi la sua reale condizione di possibilità
nella scienza, sicché in difetto di schemi concettuali non
ci sarebbero nemmeno percezioni. È chiaro che una simile
condizione potrebbe valere solo per strumenti semplicissimi, quali
un righello o un compasso, che del resto non possiedono occhi o
orecchi.
(b). Senso allegorico. "Senza concetti si vede, ma
è qualcosa di talmente confuso che è come non
vedere". La frase suona meno bizzarra, ma resta da precisare
quel "come". "Come non vedere" è essere
affetti da agnosia visiva? O, inversamente: se l'ordine delle percezioni
viene dai concetti, se ne deve concludere che quello che si vede
(o si vedrebbe: si noti l'infalsificabilità dell'argomento,
che fa appello a un tipico esperimento impossibile) sarebbero turbini,
aggregati di sense data, colori e simili, che solo con i
concetti diverrebbero tavoli, sedie, persone? Se così fosse,
si darebbero circostanze peregrine: se vedo la foto di un'auto,
e ne riconosco la marca, il colore, la targa ecc., allora vuol dire
che i concetti risultano connessi ai percetti; se invece mi imbatto
in un arabesco di cui non riesco a decifrare il senso, sono autorizzato
a concluderne che non si tratta obbiettivamente di uno scarabocchio
o di una figura per me cifrata, ma che è magari la stessa
foto di prima, tranne che i concetti non si sono attaccati tanto
bene. Ammettiamolo, non funziona.
(c). Senso morale. "Senza concetti si vede, e anche
in modo chiaro e distinto, però non si capisce niente".
Qui ovviamente la sola cosa che non si capisce è che cosa
si intenda con "capire"; e considerando che per lo più
capiamo benissimo che cosa significa capire, tanto che ammettiamo
di non capire che cosa in questa precisa occorrenza significhi "capire",
il punto dolente non sta in una inestirpabile ambiguità del
verbo "capire", bensì nella sua specifica occorrenza
all'interno della frase: "Senza concetti si vede, e anche in
modo chiaro e distinto, solo non si capisce niente".
La frase non vuol dir nulla di più che "Senza concetti
si vede, però è talmente confuso che è come
non vedere", ne è solo una versione più pudica
o reticente.
(d). Senso anagogico. Vale dunque il senso decisamente più
debole: "Senza concetti si vede, e anche in modo chiaro e distinto,
tuttavia non si hanno paradigmi, scientifici o di altro tipo, che
ci facilitino l'inserzione di quello che vediamo all'interno del
nostro sistema di credenze". Alla buonora. Il passo immediatamente
successivo a una simile interpretazione -talmente estensiva da apparire
futile o triviale - è la prosopagnosia (vedo una faccia a
me nota, ma per un deficit cerebrale non la riconosco) o addirittura
la semplice ignoranza (vedo una faccia a me ignota e non la riconosco).
Quanto dire che la frase profondissima non è che una tautologia:
"se non so una cosa, allora non so una cosa". Ci può
essere nondimeno chi ignori il significato di "cane",
il non gli impedirebbe di incontrare il cane, e di comportarsi in
qualche modo.
2. Controesempi. In ogni caso, non è difficile falsificare
tutte queste allegorie mostrando che:
(a). Con i concetti non si vede, come nel mimetismo o nel
caso di triangoli uguali, ma dotati di orientamento diverso.
|

L'esagono scompare, benché possa pensarlo.
|

I triangoli sono uguali, ma il diverso orientamento mi rende
difficile coglierne l'eguaglianza.
|
(b). Si può vedere, ma senza concetti, ossia faticando
a capacitarsi di quanto si vede.
Vediamo la cascata, ma non capiamo come possa funzionare. Del pari,
nel nastro di Moebius e nella bottiglia di Klein l'interno e l'esterno
si intrecciano in una maniera che non ci appare immediatamente comprensibile;
ma non per questo non li vediamo.
3. Riconoscere oggetti. La necessità del concetto
per la intuizione deriva da una confusione tra cause ed effetti
affine a quella che ho appena segnalato a proposito della onnipresenza
delle interpretazioni. Mettiamoci nei panni di Cook che vede per
la prima volta un ornitorinco. Poiché è un uomo e
non un castoro - posto che si sappia qualcosa di tutti i
castori, e si conosca tutto di tutti gli uomini - è
portato anche ad avanzare talune ipotesi che si formulano in termini
di conoscenza; ipotesi che, nella fattispecie, si rivelerebbero
erronee. Però non si è dimostrato che le intuizioni
senza concetto sono cieche; anzi, si è dimostrato il contrario:
se uno non sa bene quello che ha di fronte, le intuizioni di per
sé non sono cieche; ci sembra soltanto che lo divengano
nel momento in cui si cominciano a formulare, in base a concetti,
delle ipotesi erronee. Comunque, se vedo un ornitorinco, posso dire:
"non so cosa sia, certo non è un cane"; però
non dico "non è niente". Facilmente penso "Sarà
un altro animale", e non una pianta, una sporgenza nella roccia,
il tubo di scappamento di un'automobile. D'altra parte, se avessi
visto il disegno di un ornitorinco in un sillabario australiano,
sotto la "O", e non ne sapessi altro, potrei benissimo
dire "questo è un ornitorinco" con piena certezza,
e a ragione, pur essendo totalmente all'oscuro quanto a moltissime
proprietà degli ornitorinchi, o anche possedendo in materia
cognizioni completamente infondate, che mi inducessero ad attribuire
agli ornitorinchi caratteristiche delle manguste, a credere che
siano fabbricati con pezzi di altri animali ecc. Resta infine aperta
la possibilità di aver letto un intero trattato sulla vita
sessuale degli ornitorinchi e di non essere in grado di riconoscerne
uno.
Posso benissimo sussumere un oggetto senza averne un concetto,
e posso anche avere un concetto senza riuscire ad applicarlo. Si
obietterà: "Sussumere sotto cosa? Parlare di sussunzione
sembra implicare l'esistenza di un concetto. Forse vuoi dire che
posso riconoscere un oggetto senza avere la parola corrispondente;
ma che non abbia la parola non comporta che non abbia un concetto:
e quando pure risultasse possibile riconoscere senza avere concetti
allora non si vede perché si dovrebbe assimilare ‘riconoscimento'
a ‘sussunzione'". La mia replica è: che razza di concetto
sarebbe quello di un animale che non conosco? Qui l'uso di "concetto"
diviene troppo lasco per risultare significativo: posso vedere magari
una faccia che non mi è nuova, la saluto, poi mi chiedo chi
fosse, alla fine ricordo che è il giornalaio. Tirare in ballo
i concetti, e argomentare che è proprio grazie a loro che
saluto il giornalaio e non la sua bicicletta, è usare "concetto"
in modo troppo indeterminato. Così pure, si farebbe davvero
fatica ad ammettere che una esperienza descritta in termini erronei
non sia una esperienza: Colombo che approda in America e crede di
essere arrivato in India ha comunque avuto l'esperienza dell'attraversare
il mare e dell'approdare.
D'altra parte, che si possano riconoscere parti di oggetti osta
all'idea che un concetto debba sempre essere presupposto a un percetto.
Poniamo che alla televisione mostrino un oggetto misterioso, che
è di solito un oggetto incompleto, mettiamo che sia il particolare
del tubo di un aspirapolvere. Si vede una successione di anelli
neri, dunque si riconoscono forme e colori, ma non si può
dire che se ne abbia un concetto (il gioco è tutto lì:
l'indicazione che viene offerta risulta puramente negativa: "Quello
che vedete non è un intero ma una parte"). "Avere
un concetto", tuttavia, significa più di una cosa, e
in un senso fortissimo vuol dire "conoscere l'essenza":
però non occorre certo conoscere un'essenza per vedere un
pezzo di aspirapolvere; non è che non si veda, qualcosa si
vede, e in quella misura se ne hanno concetti ("successione
di anelli"), solo non si sa cosa. Poi il campo si allarga,
e ora si vede tutto l'aspirapolvere. Il sachem irochese della terza
Critica, quello che a Parigi apprezzava soltanto le rosticcerie,
continuerebbe ad essere perplesso, benché adesso veda varie
parti; se avesse letto Kafka, potrebbe pensare di avere incontrato
l'Odradek. Tutti gli altri, però, adulti della nostra epoca,
vedrebbero un aspirapolvere, e saprebbero cosa farsene, in almeno
due sensi: ne conoscerebbero l'uso, e potrebbero servirsene per
insegnare al sachem che cos'è un aspirapolvere. Ora, anche
in questi due casi, non equivalenti, abbiamo un concetto, che però
non determina la possibilità di percepire l'oggetto attraverso
la sua essenza, bensì quella di servirsene come strumento
e come esempio. È anche più chiaro nel caso di un
falso riconoscimento: supponiamo che io non conosca l'alfabeto greco
e che veda l'effigie di Alessandro Magno su una moneta da 100 dracme.
Potrei benissimo pensare che è Sylvester Stallone; avrei
davvero un concetto? Sì, nel senso che non avrei solo
un percetto. In altri termini, la tesi di Kant ha sicuramente un
senso, che tuttavia è puramente epistemologico. Se vedo una
sedia, la indico a un altro, e lui mi obietta, con argomenti che
possono anche risultare persuasivi, che non è una sedia,
allora posso benissimo replicargli: "Se non è una sedia,
allora non ho la più pallida idea di che cosa possa essere".
È solo di fronte a un simile intoppo - che indica una perplessità
epistemologica - che le intuizioni senza concetto si rivelano cieche.
La sentenza kantiana significa dunque: (i) senza concetti
non si fa scienza; e (ii) se i concetti si rivelano sbagliati,
possiamo cadere in perplessità. Tuttavia, né l'uno
né l'altro dei due valori comporta che senza il concetto
di "sedia" vedremmo un buco là dove c'è
una sedia, o non saremmo capaci di distinguerla dal pavimento, dal
muro e dal tavolo. Se poi la non concettualizzabilità escludesse
l'oggettività, incontreremmo difficoltà persino nelle
qualità terziarie: non si spiegherebbe il fenomeno del divismo,
la circostanza che ci siano bottiglie di Barbaresco che costano
800.000 lire, e la consuetudine di compilare guide dei ristoranti,
nonché l'idea di poter sensatamente disputare sul fatto che
una risulti più attendibile di un'altra: se tutti i gusti
fossero soggettivi, che senso avrebbe? Il punto è però
che "oggettività" non è forse la parola
giusta, richiamando la misurabilità, ma è ovvio che
le qualità secondarie e terziarie non risultano agevolmente
misurabili come le primarie. Si tratterebbe piuttosto di affermare
che le qualità terziarie sono reali e non mentali, ossia
che è bello quel che è bello, non quel che piace.
Spiegare il tutto in termini di persuasione, di campagne pubblicitarie
ecc. è ricorrere a delle giustificazioni macchinose, e -
di nuovo - non meno complicate della armonia prestabilita; senza
considerare poi che se si decide di investire pubblicitariamente
su Jennifer Lopez invece che su Tina Pica ci deve essere stata una
qualche ragione preliminare, meno vincolante di quella che vige
in 2 + 2 = 4, ma non per questo del tutto arbitraria.
4. Le intuizioni senza concetto sono nude. Emil Lask aveva
proposto di riformulare il detto kantiano nei termini seguenti:
"la forma senza contenuto è vuota, il contenuto senza
forma è nudo". Col che si intende che senza concetti
- che peraltro, più cautamente, Lask si limita a definire
"forme", attenuando l'impianto iper-epistemologico di
Kant - si può avere un mondo completamente attrezzato e strutturato,
e si capirebbe che senza concetti non si avrebbe l'amorfo, giacché
un corpo nudo è completamente determinato, bensì la
mancanza di un abito logico. La nudità deve avere attirato
l'attenzione di Husserl, che anni dopo, in Esperienza e giudizio,
cercando di mettere in luce l'essenza e l'origine del giudizio predicativo,
scrive che il giudizio è un vestito di idee gettato
sul mondo della intuizione. Quindi, l'oggetto deve offrirsi come
evidente nella sua autodatità, in cui non è ancora
inclusa alcuna forma predicativa: la grammatica del vedere,
dell'udire e del toccare si distingue da quella del pensare. Poco
alla volta, però, il rapporto fra lo strato predicativo e
quello antepredicativo si inserisce in una dimensione teleologica,
la grammatica del sentire risulta orientata originariamente verso
la grammatica del pensare, e, in breve, la continuità prevale
sulla separazione. Il motivo è presto detto: sin dall'inizio,
Husserl muove dall'assunto secondo il quale il giudizio ha origine
nella sfera antepredicativa, non nel plausibilissimo senso che
non nasciamo con giudizi belli e fatti, ma in quello, tradizionale
e a parer mio implausibile, che i giudizi traggono origine dalle
sensazioni. L'autonomia dello strato antepredicativo appare, così,
come una mera postulazione, giacché sin dal suo apparire
riceve senso dal suo orientamento teleologico verso il predicativo.
Quanto dire che il mondo c'è, ma non ne sappiamo niente,
e dunque non si vede perché ci debba interessare: sicché
l'originaria autonomia dell'antepredicativo dipenderebbe dalla sua
finale dipendenza dal predicativo.
Lask e Husserl manifestano un fastidio verso l'idea kantiana secondo
cui la logica avrebbe un ruolo costitutivo rispetto all'estetica,
soprattutto quando si parla di nudità primarie, e insistono
sulla circostanza che il vestito viene dopo. Però immaginano
il vestito come una specie di protesi determinata almeno nell'essenziale
dall'anatomia del corpo nudo; e la metafora calza come un guanto:
in Platone la conoscenza e il possesso della conoscenza viene paragonata
a un abito, che si può avere nell'armadio, in forma inattuale,
o addosso, in forma attuale. In altri termini, ripristinano la lex
continui dei leibniziani: dalla notte al mezzogiorno, passando
per l'aurora, quanto dire, ancora una volta, dal fatto al diritto.
Rispetto alla faccenda del nudo e del vestito, dunque, il mio tentativo
consiste nel mostrare che non c'è proprio nulla, nel mondo,
che precostituisca la forma logica costituendone l'antefatto genetico,
potendosi indossare una redingote, una tuta, una toga o un peplo,
che avrebbero in comune soltanto una funzione, quella di rispondere
alle esigenze del corpo nudo, secondo i casi e i climi. Il vincolo,
come si vede, è teleologico e non archeologico, giacché
una redingote, una tuta, una toga e un peplo, non aderiscono così
strettamente alle esigenze di un corpo umano: potremmo farli indossare
a un gorilla o a un tapiro, appenderli in un armadio, piegarli in
una valigia.
Esperienza pregressa. E ora veniamo al minimalismo degli
schemi concettuali, l'idea secondo cui l'esperienza pregressa interferirebbe
in modo determinante in quella attuale; il che può significare
tante cose: (i). L'insieme delle cose accadute a una persona,
con particolare riguardo per quelle che si sono ripetute, di modo
che persone con vite differenti avrebbero esperienze considerevolmente
diverse. (ii). I presupposti storici dell'esperienza, cioè,
in concreto, la cultura di chi vede un tavolo o un albero; e se
le letture contassero in modo decisivo forse solo i musulmani ortodossissimi
che conoscano soltanto il Corano possono contare su una qualche
stabilità. (iii). Le fasi di un apprendimento, come
imparare a usare uno strumento; ma è chiaro che chi sa suonare
il violino non vede soltanto violini. (iv). Al limite, fin
l'immagine consecutiva andrebbe considerata alla stregua di una
esperienza pregressa, e qui si può vedere il problema, giacché
l'immagine consecutiva risulta talmente efficace proprio perché
non è, propriamente parlando, una esperienza passata, bensì
una esperienza presente. (v). In ogni caso, nella sua forma
più canonica e ubiqua, l'esperienza pregressa suona così:
ogni mia esperienza attuale è condizionata da esperienze
precedenti, che fungono da schemi concettuali minimali. Ora, una
simile famiglia di argomenti apparentemente vittoriosa e poco impegnativa
dimostra, per solito, esattamente il contrario di quello che pretendono
i suoi teorici. In particolare:
1. Non è un meccanismo universale. Nella dottrina
dell'esperienza pregressa si assume che l'esperienza non è
mai qualcosa di meramente passivo, comportando sempre un margine
di attività, tuttavia è una immagine che funziona
quando parliamo di quello che ci è successo, e non quando
ci succede qualcosa, giacché se urtiamo contro un mobile
proviamo dolore ben prima di pensare di aver sbagliato il calcolo
della distanza. Inoltre, per il solito ci accorgiamo delle occasioni
in cui opera l'esperienza pregressa, il che dimostra che, in tutte
le altre (e rappresentano la stragrande maggioranza) non c'è
alcuna esperienza pregressa; a parte che se davvero costituisse
un meccanismo universale si porrebbe il problema della prima volta,
insolubile a meno di voler ricorrere a un sistema di idee innate
che urta uno dei presupposti della dottrina dell'esperienza pregressa.
2. Non risulta efficiente a livello ontologico; lo è
solo a livello psicologico. Ci accorgiamo dell'esperienza pregressa
proprio quando le nostre aspettative vengono smentite dall'esperienza
attuale, per esempio, quando ci viene un lieve senso di nausea se
scendiamo con una scala mobile rotta. La sorpresa, in generale,
è un atteggiamento che nasce dal vedere l'esperienza pregressa
smentita da quella attuale: una cosa che doveva accadere non si
verifica, un luogo risulta lievemente diverso dal ricordo o tutt'altro
rispetto all'immaginazione che ne avevamo ecc.; di solito, questa
circostanza viene evocata per dimostrare quanto conti l'attesa nella
percezione; ma se contasse davvero sino in fondo, non dovrebbe mai
essere smentita. E nondimeno e ci capita di essere stupiti, e nello
stupore, la catena inferenziale subisce un arresto repentino: c'è
un mondo esterno, dotato di caratteri suoi propri, che non vuole
essere interpretato. Come si spiega, se si assume che vediamo il
mondo attraverso schemi concettuali che sono al nostro interno?
Come sarebbe la prima esperienza? E si noti che anche l'ultima delle
esperienze può benissimo stupirci, e in effetti ci stupisce;
e così fanno anche tutte le esperienze di mezzo. Se uno non
è mai stato a Bologna, per quanto ne abbia visto fotografie,
sentito racconti ecc., vedrà, arrivandoci, un gran numero
di cose diverse dal pensato, e che d'altra parte risultano banalissime
(strade, case, sedie ecc.). Ecco un'esperienza, che è sempre,
in qualche misura, sorprendente, al punto che ce ne proteggiamo
con rituali, ansia ecc. Al contrario, difficilmente posso sorprendermi
delle mie rappresentazioni o dei miei ricordi; posso, nella migliore
delle ipotesi, sorprendermi di ricordare o di non ricordare qualcosa.
Figuriamoci poi se posso sorprendermi delle mie interpretazioni:
al massimo, mi sorprendo delle interpretazioni altrui. Essere sorpresi
- un atteggiamento che si manifesta già nei primi giorni
di vita dei bambini - dimostra insieme che la mente ha un atteggiamento
intrinsecamente predittivo (ci aspettiamo normalità), ma
non costruttivo (non sono le regolarità che vediamo; vediamo
quello che c'è, e può sorprenderci). Idem per la noia,
che costituisce l'inverso della sorpresa: se davvero interpretassimo
sempre, non ci annoieremmo mai o ci annoieremmo sempre, conoscendo
già la risposta.
3. Non funziona come dovrebbe. Inoltre, le volte che funziona,
l'esperienza pregressa non procede come dovrebbe per suffragare
la tesi di una costituzione della esperienza attuale, ma al contrario:
se sottopongo a un soggetto per un po' di volte due dischi, di cui
quello di destra sia lievemente più grande di quello di sinistra,
e quindi gli presento due dischi perfettamente uguali, è
quello di sinistra ad apparire più grande. Si può
certo dire che le aspettative influiscono su quello che vediamo,
ma sarebbe più corretto dire che influiscono su ciò
a cui prestiamo attenzione. Si consideri il seguente esperimento:
si vede un filmato in cui tre cestisti vestiti di nero e tre cestisti
vestiti di bianco si passano la palla. Il compito che ci viene assegnato
è di contare il numero di passaggi che avviene tra i giocatori
vestiti di bianco. Il 75% dei soggetti (tra cui io quando mi è
stato sottoposto) non rileva che, mentre si contano i passaggi,
nella sala entra un gorilla nero, che fa di tutto per farsi notare.
È un esperimento sull'attenzione, però, ontologicamente,
non prova nulla: perché se il compito fosse guardare i neri,
se il gorilla fosse rosso, o se, in luogo di guardare, attraversassi
la stanza urtando il gorilla, finirei per incontrarlo. La morale
è che il gorilla c'è, semplicemente non ci bado. Perciò
sostenere che da uno sfondo indistinto isoliamo quello che ci occorre
risulta quantomeno avventuroso, altrimenti quando ho fame dovrei
poter stagliare un panino al prosciutto da una melassa primordiale,
e quando non ho fame non mi riuscirebbe, anzi, patirei delle allucinazioni
negative. Diverso il caso delle avversioni: ho fatto indigestione
di ostriche, non le mangio più; però continuo a vederle,
e a evitarle. Bisogna coltivare un soggettivismo patologico per
confondere i due casi; e che i nostri bisogni interpretino il mondo
non vuole ancora dire che lo determinino, altrimenti vivremmo in
un litigio perenne, o saremmo responsabili di ogni sorta di sciagure.
Per lo più, con l'argomento dell'esperienza pregressa si
conclude dalla circostanza incontestabile che nella percezione si
mescolino spesso attese e giudizi con l'idea che se non ci fossero
non si darebbe percezione; e chiaramente non è così,
giacché persone con culture diverse vedono cose uguali, e
inoltre si dovrebbero postulare concetti per spiegare il comportamento
animale. Si noti altresì che la "mescolanza" è
come tale oscura: tutto quello che effettivamente sperimentiamo,
in svariate occasioni, è la simultaneità fra
taluni percetti e talatri contenuti mentali, che d'altra parte,
come nella famosa immagine di Kanizsa, non bastano a farci vedere
cose che contrastano apertamente con tutto ciò che sappiamo
del mondo:

Nessuna lenza può passare dietro a una vela; eppure vedo
benissimo la lenza dietro alla vela.

Nessuna isola sbuca dal mare di colpo, con tutti gli uccelli posati
sopra; eppure mi pare che sia proprio così.
E ora veniamo alla seconda mossa, la deflazione del concetto di
"concetto", che suggerirei di circoscrivere alla scienza
come progetto di emendabilità.
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