torna al metaindice dello SWIF

Il forum dello SWIF

Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2002
| Calendario degli eventi | Moderazione | Iscrizione |
 
   
 

Maurizio Ferraris - Che cosa si prova ad essere una ciabatta - II parte
Torna al sommario


Torna all'inizio2. Prima distinzione: Scienza/Esperienza

Deflazione epistemologica. L'inflazione epistemologica nasce dall'assunto che senza teorie non avremmo realtà empirica. E che una ispezione mentale vada presupposta all'esperienza come sua parte costitutiva e come sua condizione di possibilità è solitamente dimostrato da considerazioni che nella loro apparente inoppugnabilità condividono la dubbia carriera filosofica del bastone che, parzialmente immerso nell'acqua, appare storto. Ecco un numero famoso: la cera mi appare ora solida e odorosa, ora liquida e inodore; come faccio a sapere che è la stessa sostanza, se non perché ciò che vedo è strutturato potentemente da ciò che penso? Non passa nemmeno per la testa di chi propone un simile argomento di considerare che, se la fusione avviene sotto i miei occhi, non ho bisogno di ragionamento; e che se non avviene sotto i miei occhi, nessun ragionamento - se qualcuno non mi spiega che è così - mi permetterà di stabilire la continuità tra i due fenomeni, sino a che la cera liquida, solidificandosi in mia presenza, mi insegnerà quanto è successo: nel Settecento, il re del Siam pensava che il ghiaccio non avesse nulla a che fare con l'acqua, non avendone mai visto al suo paese. Un altro numero celebre è poi il seguente: apro la finestra, guardo in strada cappelli e mantelli, e tuttavia so che sono uomini; se contasse solo la percezione, vedrei cappelli e mantelli, e basta. Anche qui, vale poco obiettare che sto semplicemente ricordando qualcosa che ho visto prima, che dunque non sto ragionando, tanto che anche il cane riconosce il padrone con o senza cappello e mantello, così come riconosce la lepre sia ferma sia in corsa sia scuoiata in cucina. Inversamente, a nulla vale opporre che quando mostro la figura di Jastrow posso vedere ora un coniglio ora un papero, però nessuno dei due contemporaneamente, con tutto che ho il concetto di entrambi:

Anche di fronte a queste ovvie evidenze, l'ipotesi pan-epistemologica è che solamente un ingenuo penserebbe che quando si vede anzitutto si vede; il primo passo nella scienza consisterebbe nel comprendere che quando la mente guarda di là da ciò che immediatamente le appare, le sue conclusioni non possono essere addossate ai sensi, e poi, con una iperbole di per sé poco motivata, che quando si vede in realtà si pensa, altrimenti non ce la caveremmo. La ricaduta è che, una volta che si sia statuito un simile assioma, si è costretti a postulare inferenze inconsce, qualità occulte e altri dietrismi percettologici anche negli atti più inermi. Chiudo l'occhio per evitare che entri un moscerino? È intervenuta una rapidissima inferenza che ha messo in collegamento tanti concetti complessi, dizionari ed enciclopedie, il tutto in un battibaleno. Un libro mi cade in testa e svengo? Altra fulminea inferenza al termine della quale concludo "allora devo svenire", ed eseguo. Ma che senso ha? Bisogna sempre presupporre un concetto, altrimenti non c'è esperienza, né norma, né niente? O - per l'appunto - non si sta adoperando "concetto" e "schema concettuale" in una accezione talmente lata da assicurarne una ubiquità fittizia? Da una parte, è ovvio che, quando vediamo i cappelli e i mantelli, non svolgiamo inferenze del tipo "Vedo un cappello che si muove, tuttavia un cappello non può muoversi da sé, sicché sotto deve esserci un uomo che lo muove"; sicché le facoltà cognitive, che sicuramente entrano nella percezione, non accedono a una formulazione esplicita. E, allora, perché parlare di "concetti" e di "schemi concettuali", considerando che non siamo consapevoli di quei concetti, ossia che non li maneggiamo al modo in cui uno scienziato applica le teorie? Non converrebbe calmierare un po' il concettuale senza confini, riducendo lo sperpero? È quello che vorrei cercare di fare (i) prima delimitando la nozione di "schema concettuale"; poi (ii) circoscrivendo l'ambito proprio del concetto; quindi (iii) mostrando a quali condizioni si può parlare di scienza; e infine (iv) delineando l'ambito di una esperienza non necessariamente intaccata dalla scienza.

Torna all'inizio2.1. Schemi

Teorie esplicite e istruzioni inconsce. La scienza vera e propria si limita a escludere con certezza schemi interpretativi falsi mentre corrobora quelli veri. Non coltiva interessi ontologici, dovendo solo rispondere, in ultima istanza, a un tribunale che può essere ridescritto come "ontologia", cioè al mondo esterno. L'epistemologia, però, è una cosa diversa, anche se può essere condivisa dagli scienziati quando parlano di quello che fanno: è la traduzione ontologizzante della scienza, in base alla quale il tavolo di cucina sarebbe composto di particelle subatomiche, vuoto all'incirca come l'aria circostante ecc. Rispetto alla scienza vera e propria, presenta non pochi difetti. In primo luogo, tende ad accreditare una sineddoche, dove la "scienza" sarebbe la fisica, in quanto sapere fondamentale, da cui le altre conoscenze si dipartirebbero come da una radice o da una piramide capovolta. È la visione neopositivistica, che si basa su una equazione tra scienza, natura e matematica che non è garantita (c'è più matematica nell'economia che nella biologia), ma che appare rassicurante, confermando il teorema secondo cui ciò che incontriamo in natura è l'esperienza che, una volta debitamente organizzato diventa scienza. Donde, al solito, l'iperbole, vale a dire l'assunto secondo cui (i) in difetto di istruzioni inconsce, che diverrebbero impercettibilmente teorie consce, non avremmo esperienza; e (ii) un simile insieme di istruzioni e teorie è necessario giacché il mondo, di per sé, non ha ordine.

Ora, da una parte, negare che quando vediamo un libro pensiamo anche che sia un libro sembra cocciuto un partito preso, così come risulta ben difficile pretendere che quando sento l'italiano riconosco solo una sequenza di suoni, e non parole che identifico come appartenenti a una lingua a me nota. È plausibile che il pensiero e l'esperienza pregressa, così come la memoria e l'immaginazione, giochino un ruolo costitutivo nella percezione; può darsi in molti casi, non in tutti, né soprattutto sappiamo sin dove si spinga il mondo interno e dove incominci l'esterno. Per rifarsi all'esempio della lingua, posso benissimo registrare una sequenza complessa di parole senza comprenderne il senso, il che dimostra come l'interpretazione non sia originaria. Odo o persino ascolto una frase, e solo in un secondo momento la capisco; dunque, all'inizio è stata percepita, laddove nel secondo è stata compresa; se poi qualcosa non è chiaro, o mi chiedo che cosa avesse in mente chi mi ha interpellato, solo allora posso propriamente parlare di interpretazione. Nondimeno, nella maggior parte dei casi non ci pare di applicare schemi concettuali, bensì di percepire o di pensare cose che sono proprio così e non altrimenti. Sicuramente, quando mi aspettavo di vedere un uomo, e poi avvicinandomi trovo un manichino, non è lo schema concettuale a correggere la mia assunzione; così come non è uno schema concettuale a suscitare in me un lieve senso di irrealtà in alcune scene dell'attacco giapponese in Pearl Harbour; e così ancora quando vedo per la prima volta un oggetto sconosciuto che non immaginavo potesse esistere. Ovviamente, posso benissimo dirmi che ciò che mi ha portato a riconoscere un manichino invece che un uomo dipendeva dalle mie assunzioni rispetto ai concetti, rispettivamente, di "uomo" e di "manichino": non si muoveva, non respirava, l'occhio era fisso e di plastica, dunque si trattava un manichino. Il limite di una simile impostazione è che funziona sin troppo bene, visto che la si potrebbe applicare anche ai corvi, che dimostrerebbero di disporre di concetti nel momento in cui non temono più lo spaventapasseri.

Inoltre, se applicata alla lettera, perviene a esiti manifestamente implausibili. Poniamo che uno ignori i passi del tango; se vedesse una coppia che lo balla, dovrebbe supporre non che loro sanno ballare il tango e lui no, ma che lui inconsciamente ne ha contezza: sicché, nella prospettiva di un mondo costruito dai nostri schemi concettuali con mattoni infinitamente disponibili, non saremmo mai delusi, né sorpresi. Nondimeno, prendiamo un barile rotola su un piano inclinato senza avere la minima teoria della caduta dei gravi; se nel barile mettessi Attilio Regolo, rotolerebbe esattamente come se contenesse un sacco di patate inerte, o un orso che si dibatte: né il processo risulterebbe disordinato. D'accordo con l'Argomento della Ciabatta, cani, vermi, edere, ciabatte sono esseri con schemi alquanto diversi dai nostri, o addirittura senza schemi, eppure condividono un mondo. Ora, perché le cose possiedono una così ammirevole stabilità indipendentemente dalle nostre opinioni e dai nostri concetti, e perché mai il mondo costituisce un insieme di iterazioni in cui animali di sei o di otto zampe, o anche senza zampe, con o senza occhi, o con occhi completamente diversi, e uomini, oltre che culture profondamente eterogenee, possono incontrarsi come in un unico mondo? Appare a dir poco azzardato postulare che l'Essere Supremo tenga insieme il mondo per interventi continui, che assicurano il legame ordinato degli eventi; o che una serie di istruzioni potenzialmente scientifiche vengano impartite agli animali a titolo di dotazione implicita (l'istinto, la natura) e poi agli uomini come dotazione esplicita (linguaggio, cultura, scienza: la seconda natura). E si noti che la seconda ipotesi, quella di una istruzione inconscia o conscia, risulta anche più avventurosa della spiegazione attraverso la folgorazione divina, giacché noi tutti constatiamo quante differenze di opinioni caratterizzino la nostra istruzione, e viceversa quale tendenziale concordia stia alla base della nostra percezione, poiché la discussione concettuale può procedere sino alla estenuazione, laddove l'interosservazione tende a trovare in breve un punto di convergenza. Ora, quello che in prima approssimazione colpisce maggiormente nell'ipotesi del concettuale senza confini è la circolarità: bisogna postulare un mondo di vortici, di sense data, di anomalie selvagge, di bastoni storti, per poi pretendere che questo mondo impossibile diviene l'habitat in cui viviamo grazie alle nostre mediazioni; e che simili mediazioni sussistano è dimostrato dall'ammirevole normalità del mondo, come ognuno vede, così come ognuno sa che, se lo desidera, può raccontare quello che gli è successo, ossia descrivere la propria esperienza, dimostrando così, in quel caso e in modo inoppugnabile, che esistono esperienze mediate. Nondimeno, "mediazione" vuol dire tante cose, e in particolare due, sovente assimilate e poi tranquillamente assunte come altrettanti dogmi.

2. Il filtro naturale. Il secondo senso di "mediazione" è allora che un set di categorie e di forme pure della sensibilità determini il mondo come lo percepiamo, che magari in proprio non è che caos e vortici. Ora, se il primo senso appare ovviamente adiaforo in uno studio ontologico, neanche il secondo è poi davvero così inevitabile, e sembra trarre le sue patenti di nobiltà non da una effettiva utilità, bensì da una lunga stratificazione culturale e dai vantaggi che apporta a una ragion pigra. Non c'è che un senso in cui l'intervento della mediazione appare realmente inevitabile, ed è il valore epistemologico degli schemi concettuali: quando osserviamo qualcosa come scienziati stiamo mettendo alla prova delle assunzioni di cui siamo consapevoli e che ci sono note, e non c'è dubbio che a un simile livello si diano mediazioni, proprio quelle che ci hanno condotti in laboratorio. Tuttavia, per quale motivo quelle o altre mediazioni dovrebbero intervenire quando vediamo un tavolo, sentiamo un fischio, mangiamo un panino? E perché mai, diversamente che nel primo caso, non ce ne accorgiamo? Un conto è asserire che sulla base della ipotesi che il colpevole è il maggiordomo, o che esiste un gene responsabile della predisposizione al tabagismo, alla criminalità o a entrambi, selezioniamo e organizziamo indizi che ci appaiono probanti. Un altro è sostenere che senza un sistema di categorie, per giunta indipendenti dall'esperienza, poiché ove lo fossero cadrebbero sotto la critica all'induzione, non potremmo avere esperienza. Conviene allora restringere il termine "teoria" solo alle teorie scientifiche, altrimenti ci si esporrebbe alla pesante ritorsione che a ogni categoria corrisponde una teoria, il che è manifestamente falso: teorie e concetti sono solo epistemologici, e dunque si possono benissimo trovare esseri che vivono senza teorie o concetti (altri uomini, animali, noi stessi in più di una circostanza, anzi, katà poly). Viceversa, le categorie non sono il preludio della scienza, potendo essere sbagliate come schemi esplicativi o euristici e funzionare egregiamente come metodi di classificazione, così come la loro origine può benissimo radicarsi o nelle nostre dotazioni percettive, o in regolarità mondane, o in nostre comodità che non hanno nulla da spartire con il sapere. Insomma, non c'è motivo per essere di manica larga e vedere dappertutto l'intervento di schemi concettuali, anche se in molti casi, ma non in tutti, ciò che esperiamo risulta concettualizzabile.

Interpretazioni. Distinguiamo, in genere, ciò che facciamo intenzionalmente, e seguendo schemi di azione e di interpretazione, e quanto compiamo senza pensarci. "L'ho fatto senza pensarci" è una scusa generalmente accettata; viceversa, nessuno direbbe, in sede scientifica, "l'ho fatto senza pensarci", tanto è vero che la casualità della scoperta della penicillina toglie qualche merito a Fleming. È che sotto il nome generico di "schema concettuale" si intendono più cose non necessariamente correlate, e in particolare: (i). Una interpretazione cosciente ed emendabile, come la visione tolemaica o copernicana. (ii). Una norma cosciente ma inemendabile, come le regole del poker: se le cambiassimo, diventerebbe un altro gioco. (iii). L'applicazione, in base a un processo di stimolo-risposta, di istruzioni apprese coscientemente: vedo il rosso e mi fermo al semaforo. (iv). L'applicazione, in base a un processo di stimolo-risposta, di istruzioni apprese inconsciamente, come la sintassi della mia lingua madre. (v). L'applicazione di norme che rientrano nella mia dotazione naturale, come la distinzione figura/sfondo, l'opposizione del pollice ecc. A ben vedere, solo la miscela, in un brodo primordiale, tra il senso (i) e tutti gli altri sensi, motiva la tesi di secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni, ossia il dogma più forte a vantaggio del concettuale senza confini.

Prendiamo l'argomento di Nietzsche.

"Contro il positivismo, che si ferma ai fenomeni: ‘ci sono soltanto fatti', direi: no, proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni. Noi non possiamo constatare alcun fatto ‘in sé'; è forse un'assurdità volere qualcosa del genere. ‘Tutto è soggettivo', dite voi; ma già questa è un'interpretazione, il ‘soggetto' non è niente di dato, è solo qualcosa di aggiunto con l'immaginazione, qualcosa di appiccicato dopo.—È infine necessario mettere ancora l'interpretazione dietro l'interpretazione? Già questo è invenzione, ipotesi. In quanto la parola ‘conoscenza' abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile in modi diversi, non ha dietro di sé un senso, ma innumerevoli sensi. ‘Prospettivismo'. Sono i nostri bisogni che interpretano il mondo: i nostri istinti e i loro pro e contro. Ogni istinto è una specie di sete di dominio, ciascuno ha la sua prospettiva, che esso vorrebbe imporre come norma a tutti gli istinti"

E ora prendiamo il controargomento, di Achille Campanile:

" - E così - disse il vecchio Carl'Alberto al signore biondo ossigenato, riprendendo un discorso che l'apparizione improvvisa di alcune superbe aragoste aveva momentaneamente interrotto - e così, ella mi diceva d'aver vinto un milione alla ruletta.
- Per l'appunto.
- Fortunato lei! Quanto tempo fa?
Il signore biondo ossigenato fece un breve calcolo mentale e disse:
- A Pasqua sarà un anno giusto.
- Un anno!
- Del resto - aggiunse il biondo, dopo un minuto di riflessione - manca circa un anno a Pasqua.
- È vero, - osservò il vecchio - come mai?
- Semplicissimo. Il fatto avvenne sette giorni or sono, o, per meglio dire, appena ieri. Ma che dico ieri? Stamane! È avvenuto stamane. Non più tardi di stamane. Anzi un minuto fa. Anzi, sta avvenendo mentre parliamo.
- Mentre parliamo?
Il biondo si lasciava trascinare dall'onda dei ricordi.
- Per essere più esatti, - fece - le dirò di più, tanto a lei posso dir tutto: il fatto deve ancora avvenire.
(...)
- E quando, press'a poco, avverrà? - chiese, dopo una pausa, il vecchio Carl'Alberto al signore biondo ossigenato.
- Che cosa? - disse questi con la bocca piena.
- Il fatto di cui parlava. La vincita del milione.
- Credo nell'entrante settimana. Credo, intendiamoci.
- Non ne è sicuro?
- Al contrario: sono sicuro che non avverrà mai. Anche perché non ho mai vinto al gioco.
- Si vede - osservò il vecchio ammiccando - che è fortunato in amore.
- No, - disse cupamente il biondo ossigenato - la ragione è un'altra. E la so soltanto io.
- Tacque, come se questo discorso gli fosse penoso. Ma il vecchio insisté:
- Se non sono indiscreto - disse - posso domandarle qual è questa ragione?
- Me lo domandi pure.
- Allora: qual è questa ragione?
- Che non ho mai giocato. "

1. Infinità delle interpretazioni? Il signore biondo ossigenato non vincerà mai perché ha omesso un fatto, e nessuna interpretazione potrà porvi rimedio. Del resto, l'idea di una infinità delle interpretazioni urta in maniera frontale con svariate intuizioni profonde, e appare come l'artificio di un Don Ferrante che abbia letto Feyerabend: le spiegazioni sono infinite (sarà vero?), dunque la cosa non esiste. Alla base, c'è una catena abbastanza elementare: si riconducono tutte le cose a istituzioni tipo totocalcio, università o matrimonio, e poi si conclude che, non vedendosi né il totocalcio, né l'università, né il matrimonio, allora non deve esserci proprio nulla al mondo, tranne le interpretazioni. Intanto, non si capisce perché poi proprio le interpretazioni dovrebbero scampare alla furia riduzionistica. Ovviamente, si potrebbe sostenere che chi parla di schemi concettuali non necessariamente lo fa per sostenere che non esistono fatti ma solo schemi, e che il trascendentalista scrupoloso o il costruzionista temperante si limitano a dire che sono necessari taluni schemi concettuali per avere una esperienza del mondo. Però o l'affermazione dice desolantemente poco (quello che vediamo può avere a che fare con quello che pensiamo: e chi ne dubita?), oppure pretende decisamente troppo. A me succede tutti i giorni di imbattermi in un essere Nudo e Brutale, proprio quello che a dar retta ai teorici dell'interpretazione universale non dovrei mai incontrare, vale a dire di provare malesseri non chiari, impressioni, visioni laterali e sfuggenti; poi, trovo cose meglio definite, né mi pare di ravvisarci l'esito di schemi concettuali, giacché sono ben nette anche per quelli che hanno schemi concettuali diversi dai miei. Né costituisce soltanto di uno strato primario, ascendendo fino a determinare i miei valori: se riuscissimo a trasportare i nostri corpi con la facilità con cui trasportiamo i nostri pensieri, probabilmente non uno dei valori attualmente in vigore avrebbe corso; se vivessimo 30 secondi, i nostri valori sarebbero di tutt'altro tipo, e probabilmente non ci sarebbero; idem se fossimo immortali. Così, se davvero la nozione di "fatto" risultasse talmente oscura da rivelarsi inutile, affermare o negare la sussistenza di un fatto dovrebbero essere opzioni grosso modo equivalenti, mentre è facilissimo cogliere la differenza tra un fatto che ha avuto luogo e uno che non ha avuto luogo.

(a). Fatti veri. In realtà, è assolutamente ovvio che esistono fatti veri. Anzi, è fin ridondante, giacché un fatto falso non è un fatto. Comunque, questa è una pagina, ve la sentireste di contestarlo? E ve la sentireste di negare che nel 2000 la Francia ha vinto i campionati europei di calcio? Potrei andare avanti fino a domattina, a elencarvi tanti fatti veri.

(b). Fatti falsi. È anche ovvio che - per conservare una terminologia volutamente ridondante - ci sono fatti falsi, ossia che non sussistono: se pretendessi che Nietzsche abitava in Piazza Castello 13 a Milano, risulterebbe semplicemente falso; così come ho scoperto che la foto di Nietzsche apparsa in una monografia che avevo curato tempo fa era in realtà una foto di Umberto I.

È un vero e proprio errore, che Nietzsche avrebbe indiscutibilmente considerato come tale, diversamente da ciò che avviene per sostituzioni più antiche: non troviamo niente di male nel dire "testa" invece che "capo", pur sapendo che "testa" è all'origine "vaso di coccio", che si era affiancato a caput intorno al terzo secolo; ma anche fra mille anni avremo qualche disagio nel sostenere che la foto è di Nietzsche invece che di Umberto I (posto che lo si sappia). Donde la vistosa insostenibilità della tesi secondo cui la verità non sarebbe che un antico errore di cui si è dimenticata l'origine; potrebbe benissimo essere una antichissima verità, e non cambierebbe nulla. Detto di passaggio, qui si vede un limite cruciale della tesi di Nietzsche, che non solo non vale in ontologia, ma - per il suo estremismo - non può aver corso nemmeno in epistemologia: non c'è alcuna seria teoria della verità e della conoscenza che possa dispensarsi dallo spiegare l'errore; laddove la tesi della riduzione dei fatti a interpretazioni appare costitutivamente incapace di giustificare una simile eventualità.

(c). Fattoidi e cose da non credere. C'è anche un aspetto più interessante. Dopo la lista di fatti veri e di fatti falsi, vale a dire di non-fatti o di altri fatti, potrei produrvene un'altra di fattoidi e di cose da non credere; ossia di cose che, se anche le vediamo, ci appaiono false: il Pendolino si inclina e sussulta, e per un attimo si ha l'impressione di essere in assenza di gravità; c'è anche un solo passeggero che creda che sia così? Che se ne preoccupi o almeno che se ne stupisca? Che dubiti di essere in treno considerando che quanto attualmente percepisce è assenza di gravità, dunque, a norma di esse est percipi, dovrebbe essere in orbita, altro che in treno? Soprattutto, siamo disposti a considerare la nostra irriflessa esclusione dei fattoidi come una interpretazione?

(d). Strano ma vero. Reciprocamente, ci sono vari fatti che ci sembrano falsi ma che, una volta che ci vengano motivati, siamo disposti a tener per veri: per esempio, quanto nella Settimana enigmistica viene raccolto sotto la rubrica dello "strano ma vero". Pensare che il piatto nazionale svedese, certi involtini di cavolo, discenda dal piatto nazionale turco, gli involtini di foglia di vite, può apparire una bufala come l'idea che il messicano e il cinese sarebbero la medesima lingua; e invece è proprio così (risale al tempo in cui, dopo la battaglia di Poltava, Carlo XII di Svezia riparò in Turchia). A dire il vero, non incontriamo nessuna particolare difficoltà nel credere che gli spaghetti vengano dalla Cina, eppure, a quanto pare, non è letteralmente vero, essendoci stato quantomeno l'intermediario degli Arabi. In altri termini, l'inverosimile può benissimo rivelarsi vero, mentre se i fatti fossero totalmente soggetti a interpretazioni non dovrebbe essere così.

(e). Fatti interpretabili. Poi, se c'è una lista estesissima di fatti che - dal tramonto al risultato di una partita di calcio - non abbisognano di interpretazioni (si potrà dire che propriamente il sole non tramonta, o che è colpa dell'arbitro, tuttavia è un livello di discorso completamente diverso), c'è anche una lista, alquanto più corta, di fatti che richiedono interpretazioni, o che possono sopportarle: uno scarabocchio, un ghirigoro, una nuvola, certe battaglie (Borodino e non Marengo) ammettono interpretazioni; una radiografia o una macchia di Rorschach le esigono; ma non tutto è uno scarabocchio. Prendiamo questa figura:

Qui il gioco delle interpretazioni può scorrere con la frivola libertà del dialogo tra Amleto e Polonio. È un sigaro? Un disco volante? La parte superiore di un fungo atomico? Una moneta vista quasi di profilo (e disegnata con mano tremula)? Una forma di grana, sempre di profilo e mal disegnata? Una lente di ingrandimento? O, semplicemente, una forma ellittica? Si può pensare e interpretare, ma solo perché la figura appare povera, e tutte le nostre interpretazioni aggiungono senso, senza arricchirla realmente. Tanto è vero che basta un nonnulla per stabilizzare dei ghirigori:

Si obietta che non sempre le cose risultanto tanto facili; ma badate al "non sempre", e considerate quanto contrasti con "proprio i fatti non ci sono, bensì solo interpretazioni". Il senso della tesi di Nietzsche, se preso sul serio, è che non ci sono mai fatti, ed è la cosa più assurda che si possa immaginare. Se invece si intende la tesi come "talvolta quelli che si presentano come fatti sono interpretazioni", avremmo una solida ovvietà, che da sola non basta a creare la reputazione di un filosofo.

(f). Relazioni logiche inconsistenti. Infine, ci sono relazioni logiche fra stati di cose che possono risultare inconsistenti: se uno non ha mai giocato alla roulette, è difficile che ci abbia vinto un milione; nella fattispecie, a risultare inconsistente è la relazione anche se non gioco alla roulette vinco un milione; anzi ciò che non sussiste è una proprietà modale della relazione è possibile che anche se non gioco alla roulette vinca un milione. Del pari, per ingegnoso che possa sembrare, non è possibile suicidarsi tornando nel passato e uccidendo il proprio nonno, giacché un altro fatto - che io sia qui a pensare di suicidarmi uccidendo mio nonno -, dimostra che o non sono tornato nel passato, oppure ho sbagliato bersaglio.

2. Calmierare le interpretazioni. Quanto dire che bisogna calmierare le interpretazioni: se uno mi chiede che ora è, e gli rispondo che sono le cinque, c'è poco da interpretare, posto che siano davvero le cinque; il dubbio se siano le cinque di mattina o di sera non pare così difficile da dirimere e, tranne che in una caverna o in pieno inverno, uno sguardo alla finestra dissiperà ogni equivoco. Però se avessi risposto che sono le cinque, e invece sono le sei, il mio interlocutore sarebbe stato autorizzato a porsi quesiti più o meno psicologici ("si sarà sbagliato?", "l'avrà fatto apposta, e, allora, perché?"); e, per quanto mi riguarda, avrei potuto comunque domandarmi se lui mi aveva chiesto l'ora perché voleva davvero saperlo o solo per attaccare discorso. L'interpretazione non vige dappertutto, ma solo in casi dubbi; il che nell'esperienza risulta abbastanza raro, mentre nella scienza, e per ragioni immanenti alla sua costituzione, si verifica in continuazione. Non è difficile vedere come la tesi della universalità dell'interpretazione nasca da abusi verbali e concettuali, che valgono sia per "fatti", sia per "interpretazioni", sia per "fatti-e-interpretazioni".

(a). Fatti. Per ciò che riguarda i fatti, è vero che se dico "è un fatto che la neve è bianca", dico semplicemente "la neve è bianca": è una questione di verità, e qui si ha ragione nel sostenere che i fatti sono intrateorici. Nondimeno - d'accordo con la deflazione che sto proponendo -, è esagerato sostenere che tutti i fatti sono intrateorici. Sarebbe già diverso per una frase come "la neve è bianca e penso ai bei tempi andati"; per non parlare poi delle ovvie difficoltà che sorgerebbero di fronte a ordini, a preghiere, a enunciati fatici: "chiudi la porta", "Dio onnipotente, onnisciente e misericordioso, fammi vincere un miliardo al totocalcio", "Pronto, chi parla?". Si noti che in queste frasi ci sono delle cose: la porta, il miliardo, forse anche Dio, però non ci sono "fatti", tranne forse il totocalcio, che è una istituzione, che come tale ci può forse spiegare in che senso sia ambigua la parola "fatto", che in taluni casi si può ridurre a delle cose, come nell'esempio della neve, ma in talaltri no, come in quello del totocalcio, dove abbiamo partite, ricevitorie, schedine e puntate, ma non qualcosa come il "totocalcio". Nondimeno, che il totocalcio non risulti strettamente riducibile a una cosa non comporta che sia una semplice interpretazione, tanto è vero che l'assegnazione delle vincite è in linea di principio tutto tranne che arbitraria.

(b). Interpretazioni. Veniamo ora alle interpretazioni. Chi sostiene, a ragione, che la nozione di "fatto" è un po' oscura (ma converrebbe piuttosto dire che è vaga: però che non si sappia quanti chicchi fanno un mucchio non comporta l'inesistenza dei mucchi: vuol dire solo che non si è mai vista una soritologia, poiché sui mucchi basta per lo più il pressappoco o si tira a indovinare) dovrà, a maggior ragione, ammettere che la nozione di "interpretazione" non sembra troppo chiara; e che anzi proprio la sua equivocità sta alla base della tesi secondo cui non esistono fatti ma solo interpretazioni. L'universalizzazione ‘ontologica' si appoggia sulla molteplicità dei sensi in cui si può parlare di "interpretazione": (i) come espressione linguistica (senso del Perì hermeneias); (ii) come interpretariato linguistico; (iii) come esecuzione artistica; (iv) come esplicitazione di un senso oscuro; (v) come comprensione (trasposizione empatica in un'altra epoca e in un altro uomo : Schleiermacher-Dilthey); (vi) come smascheramento (Nietzsche-Freud-Marx); (vii). Somma di tutti i sensi precedenti: "Non esistono fatti, solo interpretazioni". In ogni caso, a meno che si voglia sostenere che tutto è interpretazione, quest'ultima non costituisce una attitudine naturale, tanto è vero che ci accorgiamo di interpretare, o meglio ci sforziamo, il più delle volte, di non interpretare, bensì di dire come stanno le cose. Il che significa che quando non ce ne accorgiamo, quando non ce lo chiedono espressamente, quando non siamo costretti a farlo perché c'è qualcosa che non ci è chiaro, non interpretiamo, ma al limite travisiamo involontariamente; del pari, esistono categorie professionali di interpreti, il che, se interpretare fosse naturale, non si darebbe, né vale il paragone con i campioni sportivi, giacché il correre o il saltare si eseguono in vista di un record, laddove l'interpretazione, quando non si risolva in un gioco sterile, non persegue primati, bensì la corrispondenza a fatti.

(c). Fatti-e-interpretazioni. Per ciò che riguarda, infine, la stringa fatti-e-interpretazioni, confrontiamo alcune affermazioni, che ci daranno la chiave per vedere quale sia la fallacia che sta alla base della universalizzazione: (i). "Non esistono le streghe, ma donne screditate e perseguitate"; (ii). "Non esiste il flogisto, ma un processo di ossidazione"; (iii). "Non esiste l'acqua, ma H2O"; (iv). "Non esistono fatti ma solo interpretazioni"; (v). "Non esistono gatti ma solo interpretazioni". Si ammetterà che non si equivalgono: (i) e (ii) sono affermazioni epistemologiche del tutto legittime; (iii) risulta già l'arrischiato trasferimento dell'epistemologia nell'ontologia (e appare come un errore di traduzione), (v) costituisce una semplice assurdità; (iv), invece, è una tesi talmente recepita e condivisa da apparire come un luogo comune, mentre è non solo ontologicamente falsa, ma va altresì annoverata tra le più diffuse cause della confusione tra ontologia ed epistemologia. La pretesa onnipresenza delle interpretazioni si riduce di colpo, rivelandosi come una funzione essenzialmente epistemologica: vedo una cosa bianca, poi vedo che è un uomo, poi vedo che è il figlio di Callia, poi penso che è uno scemo, poi penso che mi ricorda anche suo padre ecc. È solo da un certo momento in avanti che interviene l'interpretazione. Se poi si vuol dire che è possibile aggiungere schemi e interpretazioni a quello che incontriamo nell'esperienza, è ovvio. Tuttavia non è nemmeno scontato, e da ciò non segue né che ogni atto di comprensione sia un atto di interpretazione solo perché è ricostruibile così ("far discorsi su ciò che si vede o si pensa"), né che ogni interpretazione sia storicamente situata, ammesso e non concesso, poi, che "comprensione" abbia un senso che travalichi i limiti di una psicologia introspettiva, giacché è comunissimo credere di comprendere e prendere fischi per fiaschi.

Torna all'inizio2.2. Intuizioni e concetti

1. Le intuizioni senza concetto sono cieche? Dalla tesi estremistica circa l'inesistenza dei fatti, veniamo a una tesi a prima vista più temperata, quella secondo cui le intuizioni senza concetto sono cieche. Il catalogo delle interpretazioni risulta tutto tranne che infinito, e si riduce essenzialmente a quattro sensi, cioè, manco a dirlo, ai quattro sensi della scrittura di veneranda memoria.

(a). Senso letterale. "Senza concetti non si vede proprio niente". Sembra assurdo, e sin nella formulazione (gli occhi sarebbero senza occhi, o qualcosa del genere). Nessuno difenderebbe una simile affermazione; o, se decidesse di farlo, la metterebbe sul piano della trinità, al limite del credo quia absurdum. O, meglio, c'è una maniera per motivare una simile affermazione, ed è assumere in modo dogmatico che non esiste uno strato dell'esperienza che non trovi la sua reale condizione di possibilità nella scienza, sicché in difetto di schemi concettuali non ci sarebbero nemmeno percezioni. È chiaro che una simile condizione potrebbe valere solo per strumenti semplicissimi, quali un righello o un compasso, che del resto non possiedono occhi o orecchi.

(b). Senso allegorico. "Senza concetti si vede, ma è qualcosa di talmente confuso che è come non vedere". La frase suona meno bizzarra, ma resta da precisare quel "come". "Come non vedere" è essere affetti da agnosia visiva? O, inversamente: se l'ordine delle percezioni viene dai concetti, se ne deve concludere che quello che si vede (o si vedrebbe: si noti l'infalsificabilità dell'argomento, che fa appello a un tipico esperimento impossibile) sarebbero turbini, aggregati di sense data, colori e simili, che solo con i concetti diverrebbero tavoli, sedie, persone? Se così fosse, si darebbero circostanze peregrine: se vedo la foto di un'auto, e ne riconosco la marca, il colore, la targa ecc., allora vuol dire che i concetti risultano connessi ai percetti; se invece mi imbatto in un arabesco di cui non riesco a decifrare il senso, sono autorizzato a concluderne che non si tratta obbiettivamente di uno scarabocchio o di una figura per me cifrata, ma che è magari la stessa foto di prima, tranne che i concetti non si sono attaccati tanto bene. Ammettiamolo, non funziona.

(c). Senso morale. "Senza concetti si vede, e anche in modo chiaro e distinto, però non si capisce niente". Qui ovviamente la sola cosa che non si capisce è che cosa si intenda con "capire"; e considerando che per lo più capiamo benissimo che cosa significa capire, tanto che ammettiamo di non capire che cosa in questa precisa occorrenza significhi "capire", il punto dolente non sta in una inestirpabile ambiguità del verbo "capire", bensì nella sua specifica occorrenza all'interno della frase: "Senza concetti si vede, e anche in modo chiaro e distinto, solo non si capisce niente". La frase non vuol dir nulla di più che "Senza concetti si vede, però è talmente confuso che è come non vedere", ne è solo una versione più pudica o reticente.

(d). Senso anagogico. Vale dunque il senso decisamente più debole: "Senza concetti si vede, e anche in modo chiaro e distinto, tuttavia non si hanno paradigmi, scientifici o di altro tipo, che ci facilitino l'inserzione di quello che vediamo all'interno del nostro sistema di credenze". Alla buonora. Il passo immediatamente successivo a una simile interpretazione -talmente estensiva da apparire futile o triviale - è la prosopagnosia (vedo una faccia a me nota, ma per un deficit cerebrale non la riconosco) o addirittura la semplice ignoranza (vedo una faccia a me ignota e non la riconosco). Quanto dire che la frase profondissima non è che una tautologia: "se non so una cosa, allora non so una cosa". Ci può essere nondimeno chi ignori il significato di "cane", il non gli impedirebbe di incontrare il cane, e di comportarsi in qualche modo.

2. Controesempi. In ogni caso, non è difficile falsificare tutte queste allegorie mostrando che:

(a). Con i concetti non si vede, come nel mimetismo o nel caso di triangoli uguali, ma dotati di orientamento diverso.


L'esagono scompare, benché possa pensarlo.


I triangoli sono uguali, ma il diverso orientamento mi rende difficile coglierne l'eguaglianza.

(b). Si può vedere, ma senza concetti, ossia faticando a capacitarsi di quanto si vede.


Vediamo la cascata, ma non capiamo come possa funzionare. Del pari, nel nastro di Moebius e nella bottiglia di Klein l'interno e l'esterno si intrecciano in una maniera che non ci appare immediatamente comprensibile; ma non per questo non li vediamo.

3. Riconoscere oggetti. La necessità del concetto per la intuizione deriva da una confusione tra cause ed effetti affine a quella che ho appena segnalato a proposito della onnipresenza delle interpretazioni. Mettiamoci nei panni di Cook che vede per la prima volta un ornitorinco. Poiché è un uomo e non un castoro - posto che si sappia qualcosa di tutti i castori, e si conosca tutto di tutti gli uomini - è portato anche ad avanzare talune ipotesi che si formulano in termini di conoscenza; ipotesi che, nella fattispecie, si rivelerebbero erronee. Però non si è dimostrato che le intuizioni senza concetto sono cieche; anzi, si è dimostrato il contrario: se uno non sa bene quello che ha di fronte, le intuizioni di per sé non sono cieche; ci sembra soltanto che lo divengano nel momento in cui si cominciano a formulare, in base a concetti, delle ipotesi erronee. Comunque, se vedo un ornitorinco, posso dire: "non so cosa sia, certo non è un cane"; però non dico "non è niente". Facilmente penso "Sarà un altro animale", e non una pianta, una sporgenza nella roccia, il tubo di scappamento di un'automobile. D'altra parte, se avessi visto il disegno di un ornitorinco in un sillabario australiano, sotto la "O", e non ne sapessi altro, potrei benissimo dire "questo è un ornitorinco" con piena certezza, e a ragione, pur essendo totalmente all'oscuro quanto a moltissime proprietà degli ornitorinchi, o anche possedendo in materia cognizioni completamente infondate, che mi inducessero ad attribuire agli ornitorinchi caratteristiche delle manguste, a credere che siano fabbricati con pezzi di altri animali ecc. Resta infine aperta la possibilità di aver letto un intero trattato sulla vita sessuale degli ornitorinchi e di non essere in grado di riconoscerne uno.

Posso benissimo sussumere un oggetto senza averne un concetto, e posso anche avere un concetto senza riuscire ad applicarlo. Si obietterà: "Sussumere sotto cosa? Parlare di sussunzione sembra implicare l'esistenza di un concetto. Forse vuoi dire che posso riconoscere un oggetto senza avere la parola corrispondente; ma che non abbia la parola non comporta che non abbia un concetto: e quando pure risultasse possibile riconoscere senza avere concetti allora non si vede perché si dovrebbe assimilare ‘riconoscimento' a ‘sussunzione'". La mia replica è: che razza di concetto sarebbe quello di un animale che non conosco? Qui l'uso di "concetto" diviene troppo lasco per risultare significativo: posso vedere magari una faccia che non mi è nuova, la saluto, poi mi chiedo chi fosse, alla fine ricordo che è il giornalaio. Tirare in ballo i concetti, e argomentare che è proprio grazie a loro che saluto il giornalaio e non la sua bicicletta, è usare "concetto" in modo troppo indeterminato. Così pure, si farebbe davvero fatica ad ammettere che una esperienza descritta in termini erronei non sia una esperienza: Colombo che approda in America e crede di essere arrivato in India ha comunque avuto l'esperienza dell'attraversare il mare e dell'approdare.

D'altra parte, che si possano riconoscere parti di oggetti osta all'idea che un concetto debba sempre essere presupposto a un percetto. Poniamo che alla televisione mostrino un oggetto misterioso, che è di solito un oggetto incompleto, mettiamo che sia il particolare del tubo di un aspirapolvere. Si vede una successione di anelli neri, dunque si riconoscono forme e colori, ma non si può dire che se ne abbia un concetto (il gioco è tutto lì: l'indicazione che viene offerta risulta puramente negativa: "Quello che vedete non è un intero ma una parte"). "Avere un concetto", tuttavia, significa più di una cosa, e in un senso fortissimo vuol dire "conoscere l'essenza": però non occorre certo conoscere un'essenza per vedere un pezzo di aspirapolvere; non è che non si veda, qualcosa si vede, e in quella misura se ne hanno concetti ("successione di anelli"), solo non si sa cosa. Poi il campo si allarga, e ora si vede tutto l'aspirapolvere. Il sachem irochese della terza Critica, quello che a Parigi apprezzava soltanto le rosticcerie, continuerebbe ad essere perplesso, benché adesso veda varie parti; se avesse letto Kafka, potrebbe pensare di avere incontrato l'Odradek. Tutti gli altri, però, adulti della nostra epoca, vedrebbero un aspirapolvere, e saprebbero cosa farsene, in almeno due sensi: ne conoscerebbero l'uso, e potrebbero servirsene per insegnare al sachem che cos'è un aspirapolvere. Ora, anche in questi due casi, non equivalenti, abbiamo un concetto, che però non determina la possibilità di percepire l'oggetto attraverso la sua essenza, bensì quella di servirsene come strumento e come esempio. È anche più chiaro nel caso di un falso riconoscimento: supponiamo che io non conosca l'alfabeto greco e che veda l'effigie di Alessandro Magno su una moneta da 100 dracme. Potrei benissimo pensare che è Sylvester Stallone; avrei davvero un concetto? Sì, nel senso che non avrei solo un percetto. In altri termini, la tesi di Kant ha sicuramente un senso, che tuttavia è puramente epistemologico. Se vedo una sedia, la indico a un altro, e lui mi obietta, con argomenti che possono anche risultare persuasivi, che non è una sedia, allora posso benissimo replicargli: "Se non è una sedia, allora non ho la più pallida idea di che cosa possa essere". È solo di fronte a un simile intoppo - che indica una perplessità epistemologica - che le intuizioni senza concetto si rivelano cieche.

La sentenza kantiana significa dunque: (i) senza concetti non si fa scienza; e (ii) se i concetti si rivelano sbagliati, possiamo cadere in perplessità. Tuttavia, né l'uno né l'altro dei due valori comporta che senza il concetto di "sedia" vedremmo un buco là dove c'è una sedia, o non saremmo capaci di distinguerla dal pavimento, dal muro e dal tavolo. Se poi la non concettualizzabilità escludesse l'oggettività, incontreremmo difficoltà persino nelle qualità terziarie: non si spiegherebbe il fenomeno del divismo, la circostanza che ci siano bottiglie di Barbaresco che costano 800.000 lire, e la consuetudine di compilare guide dei ristoranti, nonché l'idea di poter sensatamente disputare sul fatto che una risulti più attendibile di un'altra: se tutti i gusti fossero soggettivi, che senso avrebbe? Il punto è però che "oggettività" non è forse la parola giusta, richiamando la misurabilità, ma è ovvio che le qualità secondarie e terziarie non risultano agevolmente misurabili come le primarie. Si tratterebbe piuttosto di affermare che le qualità terziarie sono reali e non mentali, ossia che è bello quel che è bello, non quel che piace. Spiegare il tutto in termini di persuasione, di campagne pubblicitarie ecc. è ricorrere a delle giustificazioni macchinose, e - di nuovo - non meno complicate della armonia prestabilita; senza considerare poi che se si decide di investire pubblicitariamente su Jennifer Lopez invece che su Tina Pica ci deve essere stata una qualche ragione preliminare, meno vincolante di quella che vige in 2 + 2 = 4, ma non per questo del tutto arbitraria.

4. Le intuizioni senza concetto sono nude. Emil Lask aveva proposto di riformulare il detto kantiano nei termini seguenti: "la forma senza contenuto è vuota, il contenuto senza forma è nudo". Col che si intende che senza concetti - che peraltro, più cautamente, Lask si limita a definire "forme", attenuando l'impianto iper-epistemologico di Kant - si può avere un mondo completamente attrezzato e strutturato, e si capirebbe che senza concetti non si avrebbe l'amorfo, giacché un corpo nudo è completamente determinato, bensì la mancanza di un abito logico. La nudità deve avere attirato l'attenzione di Husserl, che anni dopo, in Esperienza e giudizio, cercando di mettere in luce l'essenza e l'origine del giudizio predicativo, scrive che il giudizio è un vestito di idee gettato sul mondo della intuizione. Quindi, l'oggetto deve offrirsi come evidente nella sua autodatità, in cui non è ancora inclusa alcuna forma predicativa: la grammatica del vedere, dell'udire e del toccare si distingue da quella del pensare. Poco alla volta, però, il rapporto fra lo strato predicativo e quello antepredicativo si inserisce in una dimensione teleologica, la grammatica del sentire risulta orientata originariamente verso la grammatica del pensare, e, in breve, la continuità prevale sulla separazione. Il motivo è presto detto: sin dall'inizio, Husserl muove dall'assunto secondo il quale il giudizio ha origine nella sfera antepredicativa, non nel plausibilissimo senso che non nasciamo con giudizi belli e fatti, ma in quello, tradizionale e a parer mio implausibile, che i giudizi traggono origine dalle sensazioni. L'autonomia dello strato antepredicativo appare, così, come una mera postulazione, giacché sin dal suo apparire riceve senso dal suo orientamento teleologico verso il predicativo. Quanto dire che il mondo c'è, ma non ne sappiamo niente, e dunque non si vede perché ci debba interessare: sicché l'originaria autonomia dell'antepredicativo dipenderebbe dalla sua finale dipendenza dal predicativo.

Lask e Husserl manifestano un fastidio verso l'idea kantiana secondo cui la logica avrebbe un ruolo costitutivo rispetto all'estetica, soprattutto quando si parla di nudità primarie, e insistono sulla circostanza che il vestito viene dopo. Però immaginano il vestito come una specie di protesi determinata almeno nell'essenziale dall'anatomia del corpo nudo; e la metafora calza come un guanto: in Platone la conoscenza e il possesso della conoscenza viene paragonata a un abito, che si può avere nell'armadio, in forma inattuale, o addosso, in forma attuale. In altri termini, ripristinano la lex continui dei leibniziani: dalla notte al mezzogiorno, passando per l'aurora, quanto dire, ancora una volta, dal fatto al diritto. Rispetto alla faccenda del nudo e del vestito, dunque, il mio tentativo consiste nel mostrare che non c'è proprio nulla, nel mondo, che precostituisca la forma logica costituendone l'antefatto genetico, potendosi indossare una redingote, una tuta, una toga o un peplo, che avrebbero in comune soltanto una funzione, quella di rispondere alle esigenze del corpo nudo, secondo i casi e i climi. Il vincolo, come si vede, è teleologico e non archeologico, giacché una redingote, una tuta, una toga e un peplo, non aderiscono così strettamente alle esigenze di un corpo umano: potremmo farli indossare a un gorilla o a un tapiro, appenderli in un armadio, piegarli in una valigia.

Esperienza pregressa. E ora veniamo al minimalismo degli schemi concettuali, l'idea secondo cui l'esperienza pregressa interferirebbe in modo determinante in quella attuale; il che può significare tante cose: (i). L'insieme delle cose accadute a una persona, con particolare riguardo per quelle che si sono ripetute, di modo che persone con vite differenti avrebbero esperienze considerevolmente diverse. (ii). I presupposti storici dell'esperienza, cioè, in concreto, la cultura di chi vede un tavolo o un albero; e se le letture contassero in modo decisivo forse solo i musulmani ortodossissimi che conoscano soltanto il Corano possono contare su una qualche stabilità. (iii). Le fasi di un apprendimento, come imparare a usare uno strumento; ma è chiaro che chi sa suonare il violino non vede soltanto violini. (iv). Al limite, fin l'immagine consecutiva andrebbe considerata alla stregua di una esperienza pregressa, e qui si può vedere il problema, giacché l'immagine consecutiva risulta talmente efficace proprio perché non è, propriamente parlando, una esperienza passata, bensì una esperienza presente. (v). In ogni caso, nella sua forma più canonica e ubiqua, l'esperienza pregressa suona così: ogni mia esperienza attuale è condizionata da esperienze precedenti, che fungono da schemi concettuali minimali. Ora, una simile famiglia di argomenti apparentemente vittoriosa e poco impegnativa dimostra, per solito, esattamente il contrario di quello che pretendono i suoi teorici. In particolare:

1. Non è un meccanismo universale. Nella dottrina dell'esperienza pregressa si assume che l'esperienza non è mai qualcosa di meramente passivo, comportando sempre un margine di attività, tuttavia è una immagine che funziona quando parliamo di quello che ci è successo, e non quando ci succede qualcosa, giacché se urtiamo contro un mobile proviamo dolore ben prima di pensare di aver sbagliato il calcolo della distanza. Inoltre, per il solito ci accorgiamo delle occasioni in cui opera l'esperienza pregressa, il che dimostra che, in tutte le altre (e rappresentano la stragrande maggioranza) non c'è alcuna esperienza pregressa; a parte che se davvero costituisse un meccanismo universale si porrebbe il problema della prima volta, insolubile a meno di voler ricorrere a un sistema di idee innate che urta uno dei presupposti della dottrina dell'esperienza pregressa.

2. Non risulta efficiente a livello ontologico; lo è solo a livello psicologico. Ci accorgiamo dell'esperienza pregressa proprio quando le nostre aspettative vengono smentite dall'esperienza attuale, per esempio, quando ci viene un lieve senso di nausea se scendiamo con una scala mobile rotta. La sorpresa, in generale, è un atteggiamento che nasce dal vedere l'esperienza pregressa smentita da quella attuale: una cosa che doveva accadere non si verifica, un luogo risulta lievemente diverso dal ricordo o tutt'altro rispetto all'immaginazione che ne avevamo ecc.; di solito, questa circostanza viene evocata per dimostrare quanto conti l'attesa nella percezione; ma se contasse davvero sino in fondo, non dovrebbe mai essere smentita. E nondimeno e ci capita di essere stupiti, e nello stupore, la catena inferenziale subisce un arresto repentino: c'è un mondo esterno, dotato di caratteri suoi propri, che non vuole essere interpretato. Come si spiega, se si assume che vediamo il mondo attraverso schemi concettuali che sono al nostro interno? Come sarebbe la prima esperienza? E si noti che anche l'ultima delle esperienze può benissimo stupirci, e in effetti ci stupisce; e così fanno anche tutte le esperienze di mezzo. Se uno non è mai stato a Bologna, per quanto ne abbia visto fotografie, sentito racconti ecc., vedrà, arrivandoci, un gran numero di cose diverse dal pensato, e che d'altra parte risultano banalissime (strade, case, sedie ecc.). Ecco un'esperienza, che è sempre, in qualche misura, sorprendente, al punto che ce ne proteggiamo con rituali, ansia ecc. Al contrario, difficilmente posso sorprendermi delle mie rappresentazioni o dei miei ricordi; posso, nella migliore delle ipotesi, sorprendermi di ricordare o di non ricordare qualcosa. Figuriamoci poi se posso sorprendermi delle mie interpretazioni: al massimo, mi sorprendo delle interpretazioni altrui. Essere sorpresi - un atteggiamento che si manifesta già nei primi giorni di vita dei bambini - dimostra insieme che la mente ha un atteggiamento intrinsecamente predittivo (ci aspettiamo normalità), ma non costruttivo (non sono le regolarità che vediamo; vediamo quello che c'è, e può sorprenderci). Idem per la noia, che costituisce l'inverso della sorpresa: se davvero interpretassimo sempre, non ci annoieremmo mai o ci annoieremmo sempre, conoscendo già la risposta.

3. Non funziona come dovrebbe. Inoltre, le volte che funziona, l'esperienza pregressa non procede come dovrebbe per suffragare la tesi di una costituzione della esperienza attuale, ma al contrario: se sottopongo a un soggetto per un po' di volte due dischi, di cui quello di destra sia lievemente più grande di quello di sinistra, e quindi gli presento due dischi perfettamente uguali, è quello di sinistra ad apparire più grande. Si può certo dire che le aspettative influiscono su quello che vediamo, ma sarebbe più corretto dire che influiscono su ciò a cui prestiamo attenzione. Si consideri il seguente esperimento: si vede un filmato in cui tre cestisti vestiti di nero e tre cestisti vestiti di bianco si passano la palla. Il compito che ci viene assegnato è di contare il numero di passaggi che avviene tra i giocatori vestiti di bianco. Il 75% dei soggetti (tra cui io quando mi è stato sottoposto) non rileva che, mentre si contano i passaggi, nella sala entra un gorilla nero, che fa di tutto per farsi notare. È un esperimento sull'attenzione, però, ontologicamente, non prova nulla: perché se il compito fosse guardare i neri, se il gorilla fosse rosso, o se, in luogo di guardare, attraversassi la stanza urtando il gorilla, finirei per incontrarlo. La morale è che il gorilla c'è, semplicemente non ci bado. Perciò sostenere che da uno sfondo indistinto isoliamo quello che ci occorre risulta quantomeno avventuroso, altrimenti quando ho fame dovrei poter stagliare un panino al prosciutto da una melassa primordiale, e quando non ho fame non mi riuscirebbe, anzi, patirei delle allucinazioni negative. Diverso il caso delle avversioni: ho fatto indigestione di ostriche, non le mangio più; però continuo a vederle, e a evitarle. Bisogna coltivare un soggettivismo patologico per confondere i due casi; e che i nostri bisogni interpretino il mondo non vuole ancora dire che lo determinino, altrimenti vivremmo in un litigio perenne, o saremmo responsabili di ogni sorta di sciagure.

Per lo più, con l'argomento dell'esperienza pregressa si conclude dalla circostanza incontestabile che nella percezione si mescolino spesso attese e giudizi con l'idea che se non ci fossero non si darebbe percezione; e chiaramente non è così, giacché persone con culture diverse vedono cose uguali, e inoltre si dovrebbero postulare concetti per spiegare il comportamento animale. Si noti altresì che la "mescolanza" è come tale oscura: tutto quello che effettivamente sperimentiamo, in svariate occasioni, è la simultaneità fra taluni percetti e talatri contenuti mentali, che d'altra parte, come nella famosa immagine di Kanizsa, non bastano a farci vedere cose che contrastano apertamente con tutto ciò che sappiamo del mondo:


Nessuna lenza può passare dietro a una vela; eppure vedo benissimo la lenza dietro alla vela.


Nessuna isola sbuca dal mare di colpo, con tutti gli uccelli posati sopra; eppure mi pare che sia proprio così.

E ora veniamo alla seconda mossa, la deflazione del concetto di "concetto", che suggerirei di circoscrivere alla scienza come progetto di emendabilità.

<- Torna al sommario Prosegui col seminario ->
 
   

 
Compiled by [compiler]
 


SWIF - Sito Web Italiano per la Filosofia
Copyright © 1997-98
CASPUR - LEI