I.3. Sentimenti: sinossi
1.
Un sentimento in senso proprio è una disposizione del sentire che
comporta un consentire più o meno profondo all’essere di
ciò che la ispira, o un più o meno profondo dissentire
da questo, e un atteggiamento caratteristico nei confronti di
questo essere, capace di motivare altri sentimenti, emozioni, passioni,
scelte, decisioni, azioni e comportamenti. I sentimenti sono quindi sempre
matrici di risposte, affettive e di comportamento.
2.
L’amore è (la sola) donazione originaria di un’individualità
come tale. Esso costituisce la sola evidenza intuitiva piena (ma inadeguata)
dell’unicità di una persona quale fondamento del suo valore. Ne
consegue che l’amore è un sentimento fondato ma non motivato. Per
queste caratteristiche, non può essere«dovuto» universalmente.
Dal
punto di vista dinamico, coincide con lo spontaneo attivarsi di uno strato
di sensibilità a valori positivi che era rimasto «dormiente»
o inattivato. Come tale, è condizione della costituzione ed estensione,
formazione e riforma dello strato propriamente personale dell’affettività,
portatore di apertura assiologica a ogni aspetto di valore delle persone
come tali, e condizione della possibilità che ogni altro sentimento
si instauri. In quanto atteggiamento, l’amore è promozione dell’identità
dell’amato nelle sue potenzialità proprie, e fonda la tendenza corrispondente
a promuovere la sua realizzazione.
3.
L’odio in quanto sentimento può caratterizzarsi solo negativamente,
come mancanza di accesso all’individualità altrui come tale, ed
è quindi il sentimento per eccellenza intenzionalmente cieco relativamente
all’identità personale dell’odiato. In quanto relazione personale
impermeabile alla personalità è contraddistinto dall’intenzionalità
generalizzante (piuttosto che individuante) o eventualmente fantasmatica.
In questo senso è un sentimento per eccellenza infondato in re.
E’ motivato (se lo è) esclusivamente su base del risentimento,
vale a dire del sentimento di una ferita o comunque di un attentato portato
all’identità propria. E’ di conseguenza un sentimento per essenza
reattivo, e come tale incapace di accedere a qualunque approfondimento
di conoscenza dell’altro come tale, e solitamente inerziale o immodificabile
altro che mediante «riparazione» della presunta offesa originaria.
Dinamicamente, l’odio è il ritrarsi del sentire verso il livello
zero dell’affettività personale, livello in cui coincide
con l’indifferenza. In questo senso, l’odio è un sentimento per
natura suicida. In quanto atteggiamento, è tendenza alla
distruzione del suo oggetto.
4.
Il rispetto è il sentimento della trascendenza individuale di ciascuno,
in quanto per essenza portatrice di dignità o valore, e per estensione
dell’unicità in quanto fonte di valore. Come l’amore, è non
motivato da particolari aspetti di valore, e fondato in re; a differenza
dell’amore non è esperienza originale di questo individuo come
tale. Dunque è universalmente e non individualmente fondato.
Per queste ragioni, è universalmente «dovuto», anzi
è propriamente il sentimento del dovuto a ogni persona come tale.
Il rispetto è quindi il sentimento fondatore della conoscenza morale,
la condizione dell’instaurarsi delle virtù morali, e la soglia di
ogni ethos moralmente compatibile. In altri termini, è una matrice
di risposte moralmente adeguate.
5.
I sentimenti relazionali positivi o negativi sono disposizioni a sentire
parti (aspetti, momenti) della realtà degli altri come dotati di
valore positivo o negativo. Essi sono motivati; possono quindi essere appropriati
o no (il sentire dei sentimenti è fallibile); di conseguenza non
possono essere universalmente «dovuti».
6.
I sentimenti direttamente relazionali, positivi e negativi, non esauriscono
la classe dei sentimenti. Ogni sentimento, direttamente relazionale o no
(ad esempio pudore, sentimento dell’onore, di inadeguatezza o di colpa,
amore di verità, sentimenti di appartenenza etc.), in quanto associato
a un ordine di priorità assiologica, è una prospettiva su
possibili modelli di sé, o un fondamento di affinità elettiva.
I.4. Commento
Lo
strato specificamente personale dell’affettività, al quale si associa
uno stabile «ordine del cuore», è uno strato più
profondo di quello che vive nel continuo variare delle sensazioni fisiche
e degli stati d’animo.E’ uno strato di sé che si risveglia al contatto
di altre persone.
I
modi di questo risveglio di sé, che se non è ostacolato si
compie nell’instaurazione di nuove disposizioni e matrici di risposte affettive
e attive, sono i sentimenti in senso proprio, e in particolare quelli
positivi. I sentimenti costituiscono lo strato del sentire propriamente
diretto sulla realtà personale. Se il sentire, in generale,
è percezione di valore, i sentimenti sono, o perlomeno implicano,
disposizioni a sentire gli altri sotto l’aspetto dei valori positivi
e negativi che la loro esistenza realizza, o delle esigenze che essa pone.
Lo strato affettivo dei sentimenti è il luogo in cui, incontrando
gli altri, incontriamo anche noi stessi.
La
tesi 1, con la definizione della nozione di sentimento, riassume la principale
differenza fra i vissuti dello strato «personale» dell’affettività
e quelli degli strati vitale e sensoriale. Non è nel semplice sentire
i valori negativi e positivi delle cose, ma nel consentire e dissentire
nei confronti di (dati ordini di) questi valori, che ciascuno incontra
se stesso. Consentire e dissentire sono prese di posizione del secondo
livello, spontanee e non volontarie (non sono libero di consentire
o dissentire, non più di quanto lo sia di sentire piacevole quanto
sento spiacevole).Ma attenzione: consensi e dissensi non possono per loro
natura che portare su ordini di priorità dei valori o dei
beni. Ciò che veramente mi sta a cuore, è necessariamente
ciò che mi sta più a cuore di altro.
Tutto
il sentire è in qualche misura penare o godere, abbiamo visto :
ha cioè valenza più o meno positiva, precisamente in quanto
percezione di valori positivi e negativi. La valenza positiva di una percezione
di valore corrisponde al richiamo che su di noi esercita una cosa,
in certi casi alla sua attrattiva, o viceversa al suo carattere
più o meno repellente. Ma dove questo richiamo o questa repulsione
sono immediatamente seguiti dal passaggio all’azione, là non c’è
propriamente coscienza o esperienza del valore come tale : cioè
come maggiore o minore importanza di quel tipo di bene, maggiore o minor
gravità di quel tipo di male, e conseguente maggiore o minore urgenza
di quel tipo di esigenza posta dal reale,nell’economia della nostra vita,
o meglio nel nostro proprio ordinamento concreto di priorità
assiologica – nel nostro ordine del cuore. Ordinamenti concreti di
priorità assiologica sono ordini di priorità di beni in circostanze
date, per una data persona.
«Sentimento»,
in italiano, ha, sembra, un campo di applicazione più ristretto
che i suoi equivalenti standard in altre lingue. O perlomeno ha certamente
accezioni molto late, ad esempio in certi contesti è sinonimo di
tutta la facoltà d’intendere, come«uscir di sentimento» [1],
oppure si riferisce a tutta la sfera affettiva («Si fa guidare
più dal sentimento che dalla ragione»); tuttavia
non appena compare in un contesto il cui orizzonte semantico è quello
di altri fenomeni affettivi, tende a contrastare vivamente piuttosto che
ad essere intercambiabile con«sensazione» , «impressione»
, come pure succede in altre lingue: j’ai le sentiment qu’il ne viendra
pas, a feeling of pain, Schmerzgefühl…. D’altra parte alcuni di
noi sentono qualcosa di stonato in un’ espressione come «un sentimento
di collera» : la collera non è propriamente un sentimento,
anche se un sentimento può essere iroso, dotato di una particolare
sfumatura di aggressività: c‘è un odio glaciale, ad esempio,
e un odio furioso. Non credo che si senta la stessa stonatura nelle espressioni
a feeling of anger, un sentiment de colère, ein Gefühl der
Zorn.Se la collera è un caso paradigmatico di emozione, la nostra
lingua ha una tendenza a mettere in contrasto, piuttosto che ad assimilare,
il lessico dei sentimenti e quello delle emozioni. Felice finezza.
Un
sentimento è una disposizione reale – e non semplicemente virtuale
- del sentire. Reale, perché è una disposizione di cui una
persona è normalmente capace, ma che non c’è prima
di essere instaurata. Da quando c’è, però, è
reale anche nel senso di efficace: motiva più o meno durevolmente
emozioni, scelte, decisioni e comportamenti. Non è una semplice
risposta, ma una risposta strutturante, o matrice di risposte.
Ad esempio il sentimento del pudore comporta un’estensione
della profondità del sentire attivato, estensione che il bambino
non sperimenta fino a una certa età, e che instaura la disposizione
a sentire una nuova sfera di valori preziosi inerenti all’intimità
sessuale e sentimentale, minacciata e da proteggersi.
Un
esempio del ruolo strutturante dei sentimenti. E’ chiaro che le risposte
emotive antecedenti e quelle conseguenti all’instaurarsi
di un sentimento come il pudore saranno diverse, e così i comportamenti
relativi (e questo del tutto a prescindere dalla diversità delle
forme esterne in cui il sentimento del pudore si incarna in diverse epoche
e diverse culture). D’altra parte è solo una volta che un sentimento
del pudore si sia in lei instaurato, che una persona potrà trovarsi
in una situazione in cui, poniamo, la libera manifestazione di un bisogno
vitale sia inibita dall’esigenza di discrezione. Normalmente, soprattutto
in casi così elementari, non stiamo troppo a pensarci : ma si tratta
di una situazione in cui diversi valori vengono a confronto, e in cui si
consente a un ordine di priorità, o di superiorità, dell’uno
sull’altro. Ad esempio del valore sotteso all’esigenza di discrezione
(e cortesia) su quello sotteso all’esigenza di pronta soddisfazione vitale.
In una situazione minimamente più complessa, uno potrebbe verificare
che il tipo di valori cui il pudore l’ha reso sensibile gli sta meno a
cuore che, poniamo, quelli della trasparenza, schiettezza, chiarezza nella
comunicazione con un amico. In un caso come questo, si troverà a
consentire all’ordine di priorità che subordina la discrezione,
poniamo, alla trasparenza.
Le
tesi 2-6 hanno rilevanza per una teoria della conoscenza morale in quanto,
pur riconoscendo ad amore e odio un ruolo cruciale nella formazione e maturazione
della realtà personale, che è del resto connesso alla loro
apertura, rispettivamente chiusura, sull’individualità personale,
non riconoscono all’amore, ma al rispetto, il carattere di fondamento
di questa etica del sentire. Una fondazione dell’etica sull’amore,
che risponderebbe secondo alcuni alle convinzioni cattoliche in materia
di etica, si trova a volte attribuita a Scheler. Se questa attribuzione
è giustificata, la nostra teoria si distacca radicalmente da questo
modello su questo punto.
L’oggetto
formale dell’amore (personale) è l’identità altrui
: ed è per questa ragione che l’amore è«senza perché
», perfino quando non è elettivo ma naturale (e infatti anche
fra genitori e figli, fratelli eccetera sussistono predilezioni e affinità
elettive, ci sono i Giacobbe e gli Esaù). Vale a dire, non è
affatto motivato da questa o quella qualità di valore, che
può divenire oggetto di ammirazione, stima, simpatia, né
da questo o quel bene ricevuto, che può diventare motivo di gratitudine,
benché questa o quella qualità possano (ma non necessariamente
debbano) fare da richiamo. Il consenso va decisamente non a questo o a
quell’aspetto di superiorità di valore della persona, ma alla persona
stessa in carne ed ossa assolutamente com’è, nella sua unicità.
C’è
in effetti una percezione che solo l’amore ha : la preziosità
o il valore di una persona non è affatto il possesso di virtù
speciali, ma in qualche modo è questa stessa unicità,
e insostituibilità. Questo è un altro modo di dire che
non si ama qualcuno perché è bravo o buono e neppure necessariamente
perché è bello, e neppure perché è unico, ma
perché è lui. Amandolo, la sua unicità risalta
come una sola cosa col suo essere e col suo valore. E questo, da un
punto di vista ontologico, è indubbiamente abbastanza misterioso.
L’unicità, stando al senso comune, non è affatto di per sé
garanzia di valore ! Ci potrebbe essere una persona che è insieme
unica e pessima.
Sorvoliamo
necessariamente, in questa sintesi, gli argomenti che il libro porta a
favore della realtà di questo nesso. Segnaliamo però la plausibilità
dell’implicazione di questa tesi, che valga cioè la proprietà
inversa per il valore negativo. Che cioè il disvalore di un essere
umano sia essenzialmente correlato a una dimissione dalla sua unicità
di persona – a un avvicinarsi dell’individuo al limite della perfetta replicabilità,
dell’anonimato spirituale, del «non avere volto». E’ l’ipotesi
che abbiamo chiamato dell’impersonalità del male. Coincide
all’incirca con quella che Hannah Arendt chiamava la sua banalità,
ma che altrettanto bene si potrebbe chiamare la sua incomprensibilità
o il suo enigma. In effetti la tesi di impersonalità dipende
dall’identificazione della dimensione propriamente personale di ciascuno
con la dimensione del sentire. La fenomenologia del male (morale) assoluto
che il libro presenta si riconduce interamente alla riduzione del sentire
sotto la soglia propriamente personale, proponendo un’analisi delle «passioni
fredde» che mostra come la componente tendenziale e pulsionale possa
dissociarsi dal sentimento corrispondente quando l’estensione del sentire
si riduce (fenomenologia del vuoto interiore). Vi sono certamente «ordini
del cuore» moralmente incompatibili o perversi, dunque persone potenzialmente
perverse: ma l’elemento illuminante, mi pare, di questa fenomenologia è
che per sua natura un ordine di priorità assiologica è destinato
a entrare in un confronto ed eventualmente un conflitto con altri ordini,
anche all’interno di una stessa persona. Di conseguenza finché c’è
effettivo conflitto e potenziale dinamica (con esiti possibili aperti:
anche tragici) c’è «vita personale», e con essa eventuale
male morale, ma relativo, non assoluto. La riduzione a zero del sentire
personale e con essa la possibilità del male assoluto è in
effetti una delle vie d’uscita (personalmente suicide) dal conflitto.
La
questione della fondazione della preziosità delle persone, per la
quale la nostra teoria propone la loro caratteristica unicità,è
comunque delicata per ogni etica che ammetta come principio di base la
dignità inviolabile della persona: perché un tale principio
svincola il valore di una persona come taleda ogni merito o qualità
positiva, e lo lega alla nuda identità di persona. La questione
diventa ancora più delicata per chi crede, come noi, irrinunciabile
questo principio, ma da un lato intende prescindere da ogni sua giustificazione
teologica, e dall’altro non intende affatto porre l’amore, che effettivamente
è pieno sentire in casi particolari questa unicità come valore,
a fondamento della conoscenza morale. Precisamente perché l’amore,
a differenza del rispetto, non si può esigere da nessuno, e non
si può esigere per tutti. Abbiamo in questo modo almeno indicato
le difficoltà che questa teoria prova ad affrontare.
Se
le tesi 2 e 3 sottolineano l’apertura, rispettivamente chiusura, di odio
e amore alla percezione dell’individualità data, e quindi
alla preziosità della data persona come tale, indipendentemente
dagli aspetti di valore positivo o negativo che motivano gli altri
sentimenti, le tesi 5 e 6 mostrano l’apertura degli altri sentimenti ad
aspetti parziali dell’individualità data – specifici aspetti assiologici
che li motivano. In quanto motivati, tutti i sentimenti ad eccezione dei
tre sopra menzionati sono appropriati o no. Una buona parte dell’etica,
vedremo, chiarisce le condizioni di buona formazione e buona fondazione
dei sentimenti di ognuno a riguardo degli altri e di se stesso.
Le
proposizione 4 caratterizza il rispetto come il sentimento moralmente fondamentale,
e la commenteremo quindi nel quadro della prossima sezione.
Riassumendo:
in questa sezione abbiamo posto le basi di un’etica vocazionale, identificando
nello strato personale dell’affettività il profilo individuale e
l’ethos delle persone. I sentimenti sono prese di posizione di secondo
grado : sono un consentire o un dissentire, in diversa misura e con
diversa intensità, nei confronti del sentire di primo grado. Attraverso
questi consensi e dissensi si manifesta l’intero sistema di priorità
di valore di un individuo, in una certa fase della sua vita. Per questo
tutte le risposte affettive di secondo grado sono anche modi dell’esperienza
di sé, e in particolare, a livello più o meno profondo, della
propria identità morale. Sono scoperte di ciò che ci sta
a cuore – poco, molto, moltissimo.
E’
in virtù di questo strato dell’affettività, corrispondente
a un minimo di maturità, che la vita emotiva acquista un caratteristico
profilo individuale e una rilevanza morale, anche nella propria involontaria
spontaneità. Da pura e semplice manifestazione del sentire (e subordinatamente
del tendere) essa diventa una sorta di esercizio modulato del sentire.
Come dappertutto nella vita personale, anche i fenomeni basati sul sentire,
che pure è per eccellenza involontario, non si limitano ad accadere.
Noi esercitiamo anche le funzioni del sentire affettivo, come quelle
del sentire sensoriale. Vedere o no non dipende da noi, ma distogliere
lo sguardo, entro certi limiti, sì. Così il sentire in qualche
misura è sempre un soffrire o un gioire, e questo non dipende da
noi - è la polarità caratteristica del sentire proprio in
quanto modo di presenza di qualità di valore negative o positive.
Diciamo che è il lato essenzialmente ricettivo del sentire, e in
particolare il suo carattere passivo o «patico». Né,
come abbiamo visto, dipendono dalla nostra volontà il consentire
e il dissentire. E tuttavia, da quali qualità fra le moltissime
di cose e situazioni siamo colpiti e, essendolo, continuiamo
a lasciarci toccare ; a quale profondità ne siamo toccati, quale
presa lasciamo che abbiano su di noi : in tutto questo c’è
un vivo insieme di «sì» e «no» in cui non
solo si scopre a noi stessi, attivandosi, e attraverso la vita modificandosi,
l’ordine delle nostre priorità di valore, ma anche si delineano
le strategie personali dell’esperienza possibile – in un certo senso si
collabora alla definizione del proprio destino. Quanto spazio, ad esempio,
lasceremo nella nostra vita alla cognizione del dolore. Quanto a quella
della bellezza, a quella del potere….
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