Giuseppe Montalenti: il genetista, il naturalista, il maestro
Al di là della dichiarazione ovviamente scherzosa, Giuseppe Montalenti è stato senza dubbio uno dei padri della genetica italiana, per i numerosi contributi che ha saputo dare con le sue ricerche a questa disciplina.[2] Egli fece parte della prima generazione di "professionisti" della genetica moderna, occupandosi in senso pieno d'ibridismo razionale, teoria cromosomica, genetica di popolazioni, approccio biomolecolare, ecc., da una parte, e favorendo l'istituzionalizzazione della genetica come disciplina autonoma, dall'altra. Nacque ad Asti il 13 dicembre 1904. Figlio di un noto magistrato, non volle proseguire l'attività paterna, preferendo dedicarsi agli studi scientifici. Fu così che dopo il liceo, nel 1923 si iscrisse alla facoltà di Scienze Naturali dell'Università di Torino; l'anno dopo si trasferì a Roma con la famiglia, dove iniziò il suo internato nel laboratorio di Anatomia comparata, sotto la guida di Giovan Battista Grassi. Nella capitale si laureò nel 1926 e vi rimase per oltre dieci anni, in qualità di assistente e aiuto della cattedra di Zoologia, nell'Istituto diretto da Federico Raffaele. Nel 1937 si trasferì all'Università di Bologna, dove ebbe modo di collaborare con Alessandro Ghigi, capo dell'Istituto di Zoologia. Fu proprio a Bologna, dove lavorò per un biennio, che Montalenti mosse i primi passi nel campo della Genetica, una nuovissima disciplina che lasciava presagire affascinanti sviluppi. In quegli anni vinse due volte il concorso a cattedra ma non poté essere chiamato a ricoprirne nessuna perché le leggi demografiche fasciste prescrivevano che, per essere titolari di cattedra, era necessario essere sposati, meglio ancora se con una famiglia numerosa. Nel 1939 giunse la chiamata di Rinaldo Dohrn, direttore della Stazione Zoologica di Napoli, dove aveva già lavorato come ricercatore ospite negli anni 1927, 1928, 1930, 1931, 1937, 1938, che gli affidò l'incarico di caporeparto di Zoologia.[3] L'anno dopo, grazie all'intercessione di Francesco Giordani, Maria Bakunina e Mario Salfi, i quali portarono in seduta di Facoltà dell'Ateneo napoletano la proposta della sua nomina a professore incaricato di Genetica, Montalenti venne chiamato a coprire la prima cattedra di Genetica in Italia, incarico che tenne per vent'anni, senza rinunciare però al suo prestigioso ruolo alla Stazione Zoologica, dove rimase fino al 1944. «Un'impresa accademica davvero difficile [...] quando la genetica veniva definita passeggera moda scientifica, una sorta di futile americanismo», come ebbe modo di sostenere egli stesso a più riprese.[4] Senza dubbio, fu suo grande merito l'aver saputo attirare l'attenzione dei colleghi su una disciplina totalmente sconosciuta in Italia, che a loro volta mostrarono altrettanta lungimiranza riuscendo a capirne l'importanza e introducendola tra le materie del corso di laurea di Scienze Naturali. Emblematico a tal proposito un aneddoto raccontatoci da un'assistente del Montalenti, Giovanna Vitagliano, «La Prof.ssa Maria Bakunina consigliava a quegli studenti di Scienze Naturali, che superavano con un buon voto l'esame di chimica generale ed inorganica, di frequentare la Genetica che sarà – diceva – il futuro di tutte le scienze biologiche. Questo consiglio, anzi l'ordine, lo ebbi anch'io che, a differenza di molti altri studenti, obbedii malvolentieri, perché il mio sogno era la chimica biologica. Quando però cominciai a seguire quelle lezioni, quelle illustrazioni, quelle spiegazioni, quando cominciai a capire il mendelismo, la citogenetica [...] corsi a ringraziare la Bakunina che burberamente mi disse: "Non aspettarti da me complimenti, considerati soltanto fortunata; hai infatti molti colleghi stupidi che non hanno seguito il mio consiglio di imparare questa nuovissima disciplina che avrà un futuro ed un enorme sviluppo [...]". Fui davvero fortunata perché dopo l'esame rimasi l'unica allieva interna per seguire la tesi col Montalenti». Interesse e fiducia che lo scienziato astigiano non aveva riscontrato nelle altre due università dove aveva insegnato. Il lungo periodo trascorso da Montalenti alla Stazione Zoologica di Napoli gli diede la possibilità di interessarsi ai problemi della vita nel mare, ed in particolar modo a quelli a lui molto cari dell'evoluzione biologica, rinnovando così quel sogno scientifico e filosofico di Anton Dohrn di legare la biologia sperimentale alla teoria dell'evoluzione dei viventi. Egli si sentiva profondamente legato a Napoli e alla Stazione Zoologica. Testimonianza della sua "fedeltà" all'Istituto, un episodio, divenuto oramai memorabile. Nell'agosto del 1943 mentre era in vacanza con la madre e la sorella nella sua villa di Sciolze in Piemonte, diffusasi la notizia che le truppe alleate stavano raggiungendo Napoli, egli decise di tornare alla Stazione Zoologica, per difenderne le sorti in quei travagliati momenti, affrontando un viaggio a dir poco avventuroso.[5] È Montalenti stesso a raccontarci le vicende di quei giorni: «Recatomi in Piemonte alla fine di agosto, appresi la notizia dell'armistizio dalla radio, l'8 settembre. Tosto mi rimisi in viaggio per Napoli che potei raggiungere con mezzi di fortuna il giorno 16. [...] A Napoli regnava il terrore [...] l'arrivo degli Alleati era dato per imminente [...] In quei giorni oscuri – fra l'amarezza del presente e l'angoscia dell'incerto avvenire – ci adoperammo, i pochi rimasti, a nascondere qualche oggetto di maggior pregio, e a prender misure per l'eventualità che mancassero l'acqua, la corrente elettrica, il cibo».[6] Si racconta di un leggendario telegramma, spedito da lui alla Royal Society per salvare la Stazione dall'annientamento, con cui fece presente il ruolo nevralgico che l'Istituto aveva nel contesto scientifico internazionale; da esso erano venuti fuori i migliori talenti scientifici italiani. Il telegramma, pare, riuscì a far bloccare il detonatore del generale Poletti, comandante di zona delle truppe alleate.[7] Dopo mesi di traversie, finalmente, il 1° maggio 1944 gli occupanti lasciarono la villa e Montalenti si adoperò affinché l'Istituto potesse riprendere pienamente le sua attività scientifica, riallacciando i rapporti internazionali interrotti bruscamente allo scoppiare della guerra. Sembra dunque superfluo sottolineare che si deve soprattutto a Montalenti se la Stazione Zoologica e le sue strutture uscirono quasi completamente indenni dall'evento sicuramente più critico della storia dell'Istituto.[8] Dopo più di vent'anni trascorsi nel capoluogo partenopeo, Montalenti nel 1960 si trasferì a Roma, dove gli fu affidata la cattedra di Genetica. Nella capitale egli rimase fino alla morte (2 luglio 1990) e ricoprì per alcuni anni anche l'incarico di Preside della Facoltà di Scienze. Mente geniale ed eclettica, Montalenti svolse la sua attività di ricerca soprattutto in quattro aree principali: embriologia e citologia, genetica fisiologica, citogenetica, genetica umana. Agli studi di embriologia sperimentale fu avviato dal suo maestro Federico Raffaele e da Pasquale Pasquini, in quel periodo aiuto alla cattedra di Zoologia di Roma. Preziosissime si rivelarono per lui anche le tecniche apprese durante il soggiorno del 1929 a Montpellier, nel Laboratorio diretto da Eugène Bataillon, che gli permisero di affrontare i problemi relativi alla fisiologia della fecondazione e all'attivazione sperimentale delle uova di anfibi ed echinodermi. Inoltre, riuscì a realizzare l'induzione della partenogenesi nella lampreda, analizzando contemporaneamente nell'uovo della stessa specie le potenze dei primi blastomeri. Di particolare interesse embriologico anche le ricerche sull'ibridazione interspecifica degli anfibi, che lo portarono alla dimostrazione dell'influenza del sesso maschile su quello femminile in rane di sesso diverso unite in parabiosi. Tali ricerche gli diedero anche la possibilità di occuparsi di malformazioni da ibridazione, del diverso successo degli incroci reciproci, dei rapporti tra posizione sistematica e successo dell'ibridazione, temi questi ultimi, che lo fecero accostare alla Genetica. Nel 1931 gli fu assegnata una borsa di studio dalla Fondazione Rockefeller, che gli consentì di lavorare a Chicago, nel laboratorio di Frank Lillie, e in seguito a Woods Hole, presso il Marine Biological Laboratory, dove perfezionò queste ricerche e si occupò della fisiologia dello sviluppo del disegno delle penne dei polli. I risultati raggiunti, accolti favorevolmente da tutto il mondo scientifico internazionale, segnarono un primo felice tentativo di interpretare il meccanismo fisiologico con cui si esprimono i geni responsabili della pigmentazione del piumaggio. Queste prime ricerche gli consentirono di acquisire solide basi di genetica formale, che gli servirono poi per affrontare alcuni problemi di citogenetica. A tal proposito, si segnalano gli interessanti studi sull'interferenza dei chiasmi in alcune specie di Ditteri, le accurate ricerche sulla determinazione del sesso nei Crostacei e le indagini sulla gametogenesi, eseguite con l'ausilio di moderne tecniche di istochimica degli acidi nucleici. Montalenti fu particolarmente attratto anche dalla genetica di popolazioni. Essa permetteva di affrontare in chiave moderna i problemi dell'origine e dell'evoluzione della specie. Fu proprio il campo della genetica di popolazioni, e in particolare di quelle umane, a interessarlo maggiormente. Egli si distinse sia per l'originalità dell'approccio e sia per l'importanza dei risultati raggiunti. Basti ricordare i lavori sulla genetica della Microcitemia, entro i quali va compreso il saggio tradotto nel presente Speciale, The Genetics of Mycrocythemia, testo della relazione in inglese presentata dal ricercatore astigiano al 9° Congresso Internazionale di Genetica tenuto in Italia, a Bellagio, nel 1953.[9] Si tratta di un'emopatia ereditaria un tempo profondamente radicata in alcune aree del nostro Paese caratterizzate da grande diffusione della malaria. (Con la scomparsa della malaria, essa è andata diminuendo.) Il gene responsabile della malattia, nei casi in cui si presenta in doppia dose (omozigosi), produce una gravissima forma di anemia, detta "morbo di Cooley" o thalassemia major, mortale in età infantile o giovanile. La selezione naturale, dunque, dovrebbe penalizzare i portatori sani, ma i dati dell'esperienza, di cui Montalenti e altri ricercatori disponevano, sembravano non confermare le aspettative. L'interrogativo a cui dare un'urgente risposta era: perché la frequenza reale di microcitemici è più elevata di quella prevista?. In collaborazione con gli ematologi della Clinica Medica romana, Montalenti e i suoi allievi formularono l'ipotesi, poi rivelatasi attendibile, che la grande frequenza dei microcitemici fosse da attribuire alla loro minore suscettibilità a contrarre la malaria. Le indagini richiesero pazienti analisi degli equilibri genici in varie popolazioni, in diverse condizioni ambientali, ma diedero buoni frutti. Dopo di questa, Montalenti condusse anche altre ricerche sui meccanismi di adattamento genetico della specie umana. Coltivando più settori di ricerca contemporaneamente, egli poté accumulare un eccezionale bagaglio di conoscenze che si rivelarono preziosissime anche per i suoi numerosi allievi, la maggior parte dei quali ha continuato ad occuparsi delle stesse linee di ricerca del maestro. Montalenti fu anche un eccellente trattatista. Nel 1939 pubblicò gli Elementi di Genetica (con una introduzione di Alessandro Ghigi), il primo testo in Italia di genetica moderna. Nel 1945 pubblicò il Compendio di Embriologia e i Problemi di biologia della riproduzione; nel 1958 L'evoluzione; nel 1971 una rinnovata Introduzione alla Genetica. Ebbe anche una spiccata propensione per la storia delle scienze, una passione emersa fin dagli anni giovanili e coltivata anche in età avanzata. Ne è testimonianza il fatto che la sua prima pubblicazione, apparsa nel 1926, quando lo studioso aveva appena ventuno anni, fu dedicata al sistema aristotelico della generazione degli animali. L'ultima, invece, del 1990, riguardò Kant e la finalità della natura. Per giustificare il suo impegno storiografico, soleva spesso utilizzare una frase tratta dalla Politica di Aristotele: «Intenderà meglio le cose colui che le vedrà svilupparsi dalle origini».[10] Tra i suoi saggi più significativi sono da ricordare, Da Linneo a Darwin del 1958, Il metodo galileiano in Biologia e Da Redi a Vallisneri del 1962, From Aristotle to Democritus via Darwin del 1974, il terzo volume della Storia delle Scienze, curato per l'UTET da Nicola Abbagnano, Ludovico Geymonat ed altri, redatto da Montalenti sulla Storia della Biologia e della Medicina. Montalenti partecipò attivamente al dibattito critico sull'effettivo ruolo della scienza nella cultura italiana. Era per lui inconcepibile considerare la scienza un "epifenomeno", come faceva la critica di stampo idealistico crociana e gentiliana, che arrogava alla cultura umanistica il diritto di essere l'unica depositaria di tutto il sapere. Non risparmiò strali anche all'indirizzo di quella cultura cattolica, ancorata su rigide posizioni creazionistiche e per niente disposta ad accettare la teoria evoluzionistica di Darwin. Ma, nonostante una netta e radicata contrapposizione ideologica tra scienziati e umanisti, dopo aver condotto un'attenta analisi delle origini della posizione antiscientifica nei paesi latini e in particolar modo in Italia, che gli servì per capire pienamente le ragioni della profonda antitesi tra le due culture, egli si fece fautore di una ricomposizione, auspicando la fine del plurisecolare dissidio. Darwinista convinto, Montalenti visse in un'epoca in cui si ponevano le basi per la "teoria sintetica dell'evoluzione", legata ai nomi di John Scott B. Haldane, Ronald Fisher, Sewall Wright, Julian Huxley, George G. Simpson, Theodosius Dobzhansky, Ernst Mayr, ecc. In stretto contatto con loro, egli visse in prima persona la fase che portò alla fusione dell'ipotesi darwiniana con le nuove scoperte della sperimentazione genetica. Del resto, uno con la sensibilità storica come lui, attento all'evoluzione del pensiero scientifico, non poteva non restare affascinato da una teoria che prospettava l'integrazione di discipline biologiche variegate, da un punto di vista epistemologico, di natura eminentemente sperimentale, da una parte, e storica, dall'altra. La cosa è ancor più importante se si pensa che gran parte dell'ambiente accademico della biologia italiana rimase a lungo pressoché estranea al dibattito a livello internazionale. Ad un giornalista che durante un'intervista gli chiese spiegazioni sulle manipolazioni del darwinismo, sfociato talvolta in teorie razziste, il Montalenti così rispose: «La teoria darwiniana, c'è da ricordare, ha rappresentato una rivoluzione di portata analoga a quella copernicana. E non solo per la biologia, ma anche per tutta la scienza, la filosofia, l'epistemologia. Non così felice è la sorte del darwinismo sociale, cioè il tentativo di trasferire ai problemi della società umana quei principi di selezione naturale, di sopravvivenza del più adatto nella lotta per l'esistenza, quei principi che valgono invece per gli animali e le piante. La società umana è più complicata, grazie all'intelletto e ai valori da esso creati, valori morali, etici, intellettuali».[11] La sua devozione per la dottrina darwiniana fu assoluta, a tratti quasi "ossessiva", "feticista", per dirla alla Pietro Omodeo, e si batté strenuamente per la sua affermazione in un'epoca in cui il clima intellettuale era tutt'altro che favorevole.[12] «Quel Darwin [...] amato anche per l'onestà intellettuale e quale fonte inesauribile d'ispirazione, e alla lettura delle cui opere originali rimandava tutti, allievi provvisti di cattedra universitaria e studenti liceali".[13] Giuseppe Montalenti fu tra i primi in Italia a capire che la teoria dell'evoluzione avrebbe contribuito a dare una nuova immagine dell'uomo e del suo ruolo nell'ambiente naturale. Guardò con particolare interesse ai problemi di conservazione della natura e in più occasioni, soprattutto in qualità di Presidente della commissione del Consiglio Nazionale delle Ricerche, ribadì il concetto che per garantire efficaci interventi rivolti alla tutela del paesaggio fosse necessaria una capillare conoscenza scientifica dei problemi e una seria educazione ambientale. Fu, senza dubbio, tra i più strenui difensori dell'ecologia, bersaglio prediletto di molti critici che ne disconoscevano la scientificità. Durante la sua lunga e prestigiosa carriera, lo scienziato piemontese ebbe numerosi e importanti riconoscimenti e fu socio di prestigiose accademie italiane e straniere, tra cui ricordiamo l'Accademia Nazionale dei Lincei, di cui fu il primo biologo presidente dal 1980 al 1985. Dal 1953 al 1961 fu segretario generale e poi presidente dell'International Union of Biological Sciences. Fondò, inoltre, un Centro di genetica evoluzionistica presso il CNR e gli Istituti di genetica delle Università di Napoli e di Roma. Quello di Roma divenne in seguito un dipartimento e fu intitolato a Darwin. Molto si deve a Montalenti se nell'immediato dopoguerra la biologia italiana riuscì a mantenersi a livelli accettabili. Egli curò con molta attenzione i rapporti internazionali, mandando all'estero gli allievi migliori, e invitando in Italia gli studiosi più rappresentativi, facendo sì che il Paese non rimanesse tagliato fuori dall'orbita europea. Personaggio singolare, brontolone, duro, ma all'occorrenza pacato, «il professore che all'università di Napoli (uno scandalo!) incita[va] gli studenti a interrompere la lezione e a discuterne gli argomenti»,[14] fu molto stimato dai suoi allievi, coi quali riuscì a stringere rapporti che andarono ben oltre la semplice collaborazione scientifica. Bruno Battaglia, ad esempio, uno dei suoi più fedeli assistenti, così lo ricorda: «Egli mi offrì la possibilità di frequentare a Napoli la Stazione Zoologica [...] e di muovere sotto la Sua guida i primi passi nella ricerca. Con altri allora giovani allievi [...] rimasi accanto a Lui per quasi cinque anni. Montalenti ci appariva allora persona riservata, un po' distaccata, impenetrabile custode dei propri sentimenti. Ma a molti di noi, questo compassato gentiluomo piemontese doveva più tardi rivelarsi insostituibile generoso e premuroso Amico, permettendo di coglierne affetti e ansie inespresse e di condividerne quei dolori che tanto lo provarono negli ultimi anni. [...] Egli ha lasciato [...] il rimpianto per la perdita del Maestro che è stato e rimane, pur nel ricordo, illuminata guida ai suoi Allievi».[15] Massimiliano Maja Unità di Storia della Scienza e Archivio Storico
Note[1] A. De Murtas, Ho lavorato a fin di
gene, «Epoca», 1988. [top] [2] In più d'una occasione Montalenti tenne a precisare che
allo sviluppo della genetica in Italia contribuirono notevolmente anche Adriano Buzzati-Traverso e Claudio Barigozzi,
primi titolari di cattedra rispettivamente a Pavia e a Milano. [top] [3] Per maggiori dettagli sulla Stazione Zoologica di Napoli consultare:
B. Fantini, La Storia della Stazione Zoologica ‘Anton Dohrn’. Una
Introduzione, Stazione Zoologica di Napoli ‘A. Dohrn’, 2002;
disponibile on-line: http://www.szn.it/.
[top] [4] Dichiarazione riportata in: E. Alleva,
Il Montalenti che ci manca, «Il Manifesto», 14 giugno 1992, p. 11.
[top] [5] Il direttore Rinaldo Dohrn era rifugiato a Sorrento, perché la sua casa era andata completamente distrutta dai bombardamenti tedeschi. Inoltre, non poteva lasciare Sorrento in quanto, essendo cittadino tedesco, era stato sospeso dalla direzione dell'Istituto. In pieno accordo con Rinaldo Dohrn, Montalenti resse la Stazione in qualità di vice-direttore.
[top] [6] G. Montalenti, Vicende della Stazione Zoologica negli anni della
guerra, Pubblicazioni della Stazione Zoologica di Napoli, 4, 1946-47, p. 77.
[top] [7] E. Alleva, Il Montalenti che ci
manca, cit., p. 11. [top] [8] Con carrette e casse portate a spalla,
ad esempio, Montalenti riuscì a salvare l'intero patrimonio della biblioteca nascondendo i volumi in un casolare del
beneventano.
[top] [9] G. Montalenti, The Genetics of
Mycrocythemia, «Caryologia», Suppl. Vol. 6,1954, pp. 554-588; trad.
it. La genetica della Microcitemia, Edizioni on-line del Quaderno Swif di Storia della Scienza,
2004; http://www.swif.uniba.it/lei/storiasc/homesci.htm. [top] [10] Riportato in: B. Battaglia, Giuseppe
Montalenti, Rendiconti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, 3, 1992, p. 38.
[top] [11] M. Caccavale, Il lungo cammino per forzare le porte della
vita, «Il Tempo», 178, 4 luglio 1986. [top] [12] Molto accurata l'introduzione al carteggio tra il fondatore della Stazione Zoologica e il padre
dell'evoluzionismo: G. Montalenti, Introduzione al carteggio
Darwin-Dohrn, Macchiaroli, Napoli 1982. Di particolare interesse anche una sua breve ma
puntuale monografia su Darwin: G. Montalenti, Charles Darwin, Editori Riuniti, Roma, 1982.
[top] [13] E. Alleva, Il Montalenti che ci
manca, cit., p. 11. [top] [15] B. Battaglia, Giuseppe
Montalenti, cit., pp. 40-41. [top]
Un po' di bibliografia su Giuseppe Montalenti
|
||||
© 2002 SWIF - Quaderno di Storia della Scienza |
|