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Un commento all'articolo di Cavalli-Sforza

La Breve storia della genetica medica di Luigi Luca Cavalli-Sforza, che viene riproposta al pubblico in questo Speciale, è una storia di "grandi successi". Questo accade molto spesso, come noto, quando gli scienziati cercano di ricostruire gli excursus storici della loro disciplina. In questi casi, ma non in tutti quelli possibili, il passato che si cerca di ricostruire è "falsato" e, soprattutto, la sua complessità risulta "danneggiata". Il risultato ricorda da vicino gli effetti della concezione storica che Nietzsche ha definito della «storia monumentale».[1] «Intere, grosse parti del passato – ha scritto il filosofo di Röchen – vengono dimenticate, disprezzate, e scorrono via come un grigio, ininterrotto flusso, e soltanto singoli fatti abbelliti, come isole, emergono: dai vari personaggi che vengono evidenziati scaturisce qualcosa di innaturale e di fantastico al pari dell'anca d'oro che i seguaci di Pitagora attribuivano al loro maestro».[2]

Gran parte della manualistica scientifica in circolazione, quella in cui la scienza presente viene racchiusa, possiede di solito introduzioni storiche del tipo menzionato, e questo è un fatto. Si può discutere sulle finalità di queste compilazioni, spesso non pretenziose, ma, a parte le eccezioni, non pure sulla loro qualità storiografica. Si sottilizza, ad esempio, sul fatto che non si possa parlare di "peso", oggigiorno, nelle materie fisiche o fisico-chimiche, perché bisogna parlare più propriamente di "massa", ma poi si continua a ritenere che il "teorema di Pitagora" sia di Pitagora, per dire, o, peggio ancora, che sia sua anche la cosiddetta "tavola pitagorica". In uno dei più comuni manuali di genetica attualmente adoperati, ad esempio, si racchiude sotto la denominazione di "ipotesi di Sutton-Boveri" la prima formulazione di una corrispondenza fra le leggi di Mendel e la meccanica dei cromosomi.[3] «La prima enunciazione formale della teoria cromosomica della eredità – si legge nel manuale – è in genere attribuita a Walter Sutton (un ricercatore nordamericano) ed a Theodor Boveri (un famoso biologo tedesco). Infatti nel 1902 rilevarono indipendentemente che il comportamento dei geni di Mendel, nel corso della produzione dei gameti nei piselli, era in stretto parallelismo con il comportamento dei cromosomi durante la meiosi».[4] Ebbene, ciò che si dice su Boveri è completamente falso. L'embriologo e citologo tedesco sostenne solo la "individualità" dei cromosomi e la loro "continuità materiale" tra una divisione cellulare e l'altra. Il parallelismo fra le leggi mendeliane e il comportamento dei cromosomi in realtà è di Sutton, ma neanche questo è completamente vero, perché l'ipotesi non fu solo sua. Fu un intero gruppo di studiosi della Columbia State University a metterla a punto e a difenderla. Sutton scrisse il suo primo articolo sull'argomento nell'ottobre del 1902, pubblicato nel dicembre dello stesso anno.[5] William A. Cannon, botanico della medesima Università, formulò in maniera indipendente un'ipotesi analoga, in quegli stessi mesi.[6] Sia l'uno che l'altro fecero leggere i propri lavori a Edmund B. Wilson, direttore del laboratorio in cui lavorava Sutton. Wilson li lesse mentre erano ancora in stampa e pubblicò una propria nota su «Science» nello stesso dicembre,[7] menzionando entrambi, probabilmente sia per dare maggiore circolazione all'idea e sia per conferire alla proposta un credito maggiore.[8] Insomma, la vicenda è molto più complessa di ciò che sembra. Inoltre, per capire il clima in cui il dibattito sull'argomento si svolse, bisognerebbe parlare anche delle opposizioni all'idea di Sutton-Cannon, avallata da Wilson, fatte da scienziati che, in base ai dati di fatto dell'epoca, contribuirono allo sviluppo della citogenetica non meno di loro. Nella storia delle controversie scientifiche generalmente è poco agevole parlare di "vincitori e vinti", sia perché la dicotomia è inopportuna in sé, nel caso di teorie sulle proprietà della natura, sia perché difficilmente la ragione si trova tutta da una parte, essendoci luci ed ombre su ciascun versante, e sia perché un po' tutti coloro che si occupano di un dato argomento finiscono per contribuire allo sviluppo della sua conoscenza, direttamente o indirettamente. Questo può non valere sempre, ma molto spesso è così.

I "successi" della genetica medica narrati da Cavalli-Sforza, secondo una logica di "scopritori" e "precursori", a metà tra il celebrativo e il divulgativo, nascondono generalmente ampi dibattiti di cui non si fa alcuna menzione. Questo non è un problema, ovviamente, qualora si tenga presente quanto finora sostenuto ed esemplificato. Ed è con tale spirito che il lavoro viene qui riproposto. In esso si trova senz'altro la visione d'insieme di un grande scienziato, che raccoglie i diversi fili dello sviluppo di una disciplina e ne illustra le conoscenze condivise, verso la metà degli anni Ottanta, a livello internazionale.

L'articolo di Cavalli-Sforza è tratto da un numero monografico della rivista «Fondamenti» (la cui pubblicazione è stata interrotta) dedicato alla medicina e alla sua storia.[9] Il volume è ben fatto. Ecco l'elenco degli autori dei contributi:

 

Gerardo Bianco, Carlo M. Martini, Fritjof Capra, Vincenzo Cappelletti, Mirko G. Grmek, Carlo A. Viano, Giuseppe Giunchi, Luigi L. Cavalli-Sforza, John C. Eccles, Emilio Bizzi, Luigi Frati, René Lefever, Ilya Prigogine, Antonio Pavan.

 

«Nel dibattito attuale sulla medicina – scrive nell'Introduzione uno dei curatori del volume, Gerardo Bianco – può giovarci il percorso storiografico, la "parola del passato", per specchiarci nell'affascinante avventura della medicina occidentale, in circa due millenni e mezzo di esistenza».[10] L'applicazione della genetica alla medicina rappresenta un punto importante nella storia disciplinare. Questo giustifica la presenza dell'articolo di Cavalli-Sforza, appunto, dedicato alla materia. In esso la genetica italiana, tuttavia, è pressoché inesistente, e di questo occorre prendere atto: dell'assenza. Cavalli-Sforza, discepolo a Pavia di Buzzati-Traverso, probabilmente, non trova contributi interessanti forniti da studiosi italiani alla genetica medica.

Il suo testo e i suoi "silenzi" svolgono un ruolo "di contrappunto" in questo Speciale SWIF, nel quale, invece, si parla anche di questo, e non solo. Il complesso sviluppo delle discipline biologiche è altamente "polifonico", per così dire, e può essere paragonato, forse, per continuare la metafora, a sinfonie ben musicate. Il lavoro, però, è dell'intera orchestra e non dei singoli solisti. Senza orchestra certa musica non si suona.

Alessandro Volpone

 

Seminario di Storia della Scienza
Università degli Studi di Bari

 

Unità di Storia della Scienza e Archivio Storico
Stazione Zoologica di Napoli 'Anton Dohrn'

 

Note

[1] Cfr. F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, Newton Compton, Roma 1974, pp. 101-106. [top]

[2] Ivi, pp. 104-105. [top]

[3] A. J. F. Griffiths, J. H. Miller, D. T. Suzuki, R. C. Lewontin, W. M. Gelbart, An Introduction to Genetic Analysis, Freeman & Co., New York 19935. Trad. it.: Genetica. Principi di analisi formale, trad. it. Zanichelli, Bologna 19964. (La 4ª edizione italiana è condotta sulla 5ª edizione inglese; la prima ed. originale è del 1976; la prima italiana del 1980.) [top]

[4] Capitolo 3, paragrafo 38 dell'edizione originale e di quella italiana. [top]

[5] W. S. Sutton, On the morphology of the chromosome group in Brachystola magna, «Biol. Bull.», 4, 1902, pp. 24-39. [top]

[6] W. A. Cannon, A cytological basis for the Mendelian laws, «Bull. Torrey Bot. Club», 29, 1902, pp. 657-661. [top]

[7] E. B. Wilson, Mendel's principles of heredity and the maturation of the germ-cells, «Science», 16, 1902, pp. 991-993. [top]

[8] Cfr. in proposito: L. A. Martins e C. P. Martins, Did Sutton and Boveri propose the so-called Sutton-Boveri chromosome hypothesis?, «Gen. Mol. Biol.», 22, 1999, pp. 261-271. In italiano, cfr. invece B. Fantini, La genetica classica, Loescher, Torino 1979; Id., "La genetica classica", in P. Rossi (a cura di), Storia della scienza moderna e contemporanea, UTET, Torino 1988, pp. 215-231. [top]

[9] G. Bianco, A. Pavan (a cura di), De Medicina, «Fondamenti», 5, 1986. [top]

[10] G. Bianco, Introduzione, «Fondamenti», 5, 1986, pp. 3-9: 3. [top]

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