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Genetica di popolazioni e Sintesi evoluzionistica.
Una introduzione al saggio: A. Buzzati-Traverso, C. Jucci, N. W. Timofeeff-Ressovsky, Genetica di popolazioni, «La Ricerca Scientifica», 8, 1938, pp. 584-610.

Esordio

Il saggio in oggetto è uno dei primi in Italia sulla genetica di popolazioni. In esso vengono presentati i principi fondamentali della disciplina e, soprattutto, se ne difende il valore d'uso, in senso strumentale, ai fini della edificazione di una moderna teoria dell'evoluzione su base darwiniana, idea questa che vedrà il suo coronamento nella cosiddetta "grande sintesi evoluzionistica".

Carlo Jucci e Nikolai W. Timofeeff-Ressovsky hanno contribuito entrambi alla formazione scientifica di Adriano Buzzati-Traverso, ciascuno secondo la propria indole e formazione professionale, ed è certamente interessante ritrovarli tutti insieme in questo lavoro. Jucci è fisiologo e genetista, sempre attento alla dimensione pratico-applicativa delle diverse aree di ricerca di cui s'interessa. Nella genetica, in particolar modo, il suo nome è legato allo studio dei bachi da seta, ma non solo.[1] Da lui Buzzati-Traverso probabilmente trae, a Pavia, oltre che il mestiere, anche il senso di concretezza e lo spirito organizzativo che contraddistinguono la sua successiva carriera professionale, densa d'iniziative, di cui molte coronate da successo.[2] L'ascendente di Timofeeff-Ressovsky, invece, che, alla data dell'articolo, lavora presso il Kaiser Wilhelm Institut berlinese, va ricercato soprattutto nella radiogenetica. Buzzati-Traverso si forma come genetista di popolazioni e biofisico sia in USA che in Germania, e in Germania apprende i metodi di studio della struttura del gene sviluppati negli anni Trenta da Timofeeff-Ressovsky, appunto, Zimmer e Max Delbrück, basati essenzialmente sull'analisi del volume d'urto delle radiazioni sui costituenti cellulari.

 

Il ruolo della genetica di popolazioni all'interno della Sintesi evolutiva

L'articolo in questione è firmato a sei mani e, a parte il semplice compromesso editoriale o le negoziazioni di significato legate al testo, fra i diversi autori, sembra più opportuno pensare che i suoi contenuti non possano essere presentati altrimenti. I risultati ottenuti mediante metodi d'analisi come lo studio delle mutazioni indotte attraverso radiazioni elettromagnetiche o agenti chimici, lo studio statistico del vantaggio selettivo dei mutanti, la dispersione della variazione genica nelle popolazioni naturali,[3] ecc., nell'economia del discorso, corroborano la tesi principale del lavoro, enunciabile in due punti: (1) la genetica di popolazioni e la biofisica possono fornire una solida base sperimentale alla biologia evoluzionistica e (2) le prove sperimentali confermano la teoria di Darwin della selezione naturale. La tesi, così e così articolata, ha bisogno di autorevolezza; e l'eventualità della firma unica del giovane Buzzati-Traverso non è probabilmente indicata.

Il lavoro rientra a pieno titolo tra i contributi che l'Italia fornisce a sostegno di quel processo che, nel giro di qualche decennio, e non senza qualche difficoltà, nelle diverse nazioni interessate al dibattito evoluzionistico, porta alla costituzione e accettazione della "teoria sintetica dell'evoluzione", formalizzata ufficialmente, a livello internazionale, nel famoso congresso di genetica, paleontologia ed evoluzione di Princeton, nel 1947.[4] Lo sviluppo e soprattutto la diffusione della teoria, qui da noi, si legano ai nomi di Buzzati-Traverso, Giuseppe Montalenti, Claudio Barigozzi e altri biologi, per lo più genetisti, ma non solo. In realtà, molti ne parlano, pochi se ne occupano davvero. Buzzati-Traverso è l'unico italiano menzionato nella ben nota Storia del pensiero biologico di Ernst Mayr, a proposito delle vicende della Sintesi nei Paesi altri rispetto a quelli anglofoni.[5] La cosa potrebbe dirsi dovuta al fatto che fra il 1953 e il '56 egli è stato negli Stati Uniti, come professore all'Università della California e direttore della divisione di genetica della Scripps Institution of Oceanography di La Jolla. Ma le ragioni della menzione probabilmente trascendono il solo fattore della "visibilità". Buzzati-Traverso (come d'altronde Jucci o, meglio ancora, Montalenti, ma in maniera meno evidente in ambito internazionale) mostra(no) una mentalità epistemologico-disciplinare che rientra perfettamente nel paradigma della "teoria sintetica".

Nel saggio del '38 di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky si trova la maggior parte delle caratteristiche generali ascrivibili, nel bene e nel male, alla concezione dei biologi della Sintesi.

Si riconduce innanzitutto la macroevoluzione alla microevoluzione, supponendo che l'una possa essere nient'altro che una conseguenza su vasta scala dell'altra.[6] Si legge infatti nel lavoro che «siamo autorizzati a sperare che i risultati dell'analisi della microevoluzione siano applicabili all'evoluzione in generale e possano quindi fornirci i criteri scientifici esatti per individuarne i meccanismi fondamentali».[7]

Si semplifica la posizione di Darwin e si stigmatizza quella di Lamarck, in materia d'evoluzione, attribuendo all'uno la sola selezione naturale e all'altro l'azione diretta dell'ambiente, decretando poi la verità dell'una e la falsità dell'altra. «Dei due però il principio Darwiniano della selezione naturale è di gran lunga il più efficace», sentenziano gli autori.[8] Si sorvola d'altronde sull'ipotesi darwiniana della Pangenesi. L'unico (mancato) riferimento è il seguente: «Darwin stesso, che pure sentì il bisogno di qualche conoscenza sul meccanismo della variazione e dell'ereditarietà e capì l'insufficienza dell'ipotesi allora così in voga della "blending inheritance" (ereditarietà a mescolamento), si limitò, anch'egli, a qualche tentativo inefficace per spiegare l'ereditarietà in via prettamente ipotetica».[9] L'ipotesi pangenetica di Darwin è invece importante, storicamente, perché rappresentò per lui la base materiale per spiegare meccanismi come l'azione diretta dell'ambiente sugli organismi e gli effetti dell'uso e del disuso.[10] Nessun darwinista della Sintesi, tuttavia, ha mai accettato di buon grado questa verità storiografica, e così pure avviene nel lavoro di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky.

L'evoluzione è spiegata interamente secondo «il meccanismo della differenziazione e dell'adattamento», secondo cui «variazioni dovute a geni mendeliani [che] originariamente insorgono come mutazioni geniche o dovute al riordinamento di geni» vengono poi «selezionate ai fini dell'adattamento».[11] Siamo con ciò pienamente nel paradigma cosiddetto "adattamentistico" (secondo la denominazione di Gould e Lewontin), che in realtà non fu di Darwin, ma, venuto in auge verso la fine del XIX secolo mediante l'opera di biologi come Alfred R. Wallace o August Weismann, fu fatto proprio dai teorici della Sintesi.[12]

Un ruolo essenziale nel meccanismo della «differenziazione» (o creazione della novità evolutiva) viene assegnato alla mutazione, del tutto casuale: «Osservazioni estensive sul processo mutativo in varie piante ed animali hanno mostrato che ogni tipo di variazione di caratteri morfologici e fisiologici può essere prodotto dalla mutazione».[13] Passa poi anche l'idea della scomponibilità di un organismo nell'insieme delle sue parti, denominate «unità-carattere», su cui singolarmente si esercita la selezione.[14]

Elemento fondamentale del saggio in questione, tuttavia, è l'importanza attribuita nello studio del processo evolutivo alla genetica di popolazioni. «I procedimenti tradizionali nello studio dell'evoluzione – scrivono gli autori – si fondano principalmente sui dati descrittivi della paleontologia, della morfologia comparata, della biogeografia; grazie a questi metodi descrittivi si è giunti alla rappresentazione dei più importanti eventi storici del processo evolutivo. [Ma] tutto quello che la paleontologia può mostrarci in modo più o meno completo (o meglio più o meno incompleto) è la diversità dei principali tipi di strutture morfologiche in organismi più o meno accuratamente ordinati nel tempo e nello spazio. Per quanto questo procedimento sia di grandissima importanza, come quello che ci permette di documentare i fatti storici della evoluzione, la paleontologia per se stessa, come scienza storico-descrittiva, è incapace di spiegarci il meccanismo del processo evolutivo senza l'aiuto di concetti fondati su fatti di altra indole».[15] Il metodo vecchio, meramente descrittivo e situato in ambito macroevolutivo, è considerato ormai «esaurito» e quello nuovo della genetica, sperimentale e attento alla microevoluzione, diviene l'unico praticabile.[16] «La genetica può ora iniziare la collaborazione con gli evoluzionisti in condizioni di parità. Durante questi ultimi dieci anni noi abbiamo assistito al rapido crescere dell'interesse per questa forma di collaborazione da ambo le parti. Riferendoci a quell'esaurimento dei metodi tradizionali di studio della evoluzione che sopra abbiamo ricordato, possiamo anzi affermare che la preminenza nel raccogliere nuovi dati di fatto e nuove idee sul meccanismo dell'evoluzione dovrà spettare alla genetica».[17] E ancor più incisivamente, nelle conclusioni: «La nostra breve esposizione [...] ha mostrato in forma sufficientemente evidente che la maggior parte [dei problemi legati agli sudi evolutivi] richiede ampi materiali statistici, e raccolte di materiale ed osservazioni sistematicamente ripetute. Date queste sue tipiche particolarità, la genetica di popolazioni può essere resa molto più efficientemente realizzabile mediante l'organizzazione e la cooperazione di vari specialisti. Sarebbe quindi di grande importanza costituire un'organizzazione scientifica e finanziaria che permettesse un lavoro permanente di raccolta e di biologia di campagna in vari punti di una nazione o di un grande territorio, punti scelti in base a particolari criteri da un punto di vista biogeografico o ecologico».[18] Segue poi una breve appendice sulla "Organizzazione del lavoro per la genetica di popolazioni", secondo la prospettiva indicata.[19] Si tornerà fra poco su questo punto, non senza aver prima però aggiunto qualcosa.

Nel 1989, Michael Ruse e Paul Thompson pubblicavano un articolo, intitolato Neo-Darwinism: form and content,[20] in cui venivano messi a confronto due diversi modi di intendere l'importanza relativa degli apporti derivanti alla teoria sintetica dell'evoluzione dalle diverse discipline biologiche (e.g., genetica di popolazioni, paleontologia, etologia, biogeografia, anatomia, embriologia, sistematica, ecc.). Paul Thompson,[21] richiamandosi all'idea di Morton Beckner, secondo cui la teoria evoluzionistica, al contrario delle teorie della fisica o della chimica, metodologicamente, non rappresenta un tutt'uno uniforme, ma piuttosto una «famiglia di modelli di spiegazione interrelati» (family of related models of explanation),[22] non accordava uno status epistemologico privilegiato ad alcuna disciplina biologica. Ciò può essere espresso mediante un diagramma [Figura 1] in cui le varie parti della teoria sono unite mediante linee e frecce che rappresentano connessioni formali e informali, inferenze di varia natura, ecc. tra le diverse discipline.[23] Michael Ruse,[24] invece, proponeva una diversa interpretazione della situazione, rivendicando l'esistenza di un core nel neodarwinismo rappresentato dalla genetica di popolazioni. Questa disciplina, a suo parere, si poteva collocare al di sopra di ogni altra [Figura 2],[25] e questo per almeno tre ragioni. (1) È rigorosa nel suo statuto epistemologico. (2) Rimanda alla riproduzione differenziale di individui (e non a processi tutto-niente, vita-morte). (3) In essa si trova la legge di Hardy-Weinberg, che Ruse (avendo la forma di una legge del tipo "se niente accade, allora non cambia niente", proprio come la prima legge di Newton) riteneva fosse una solida base su cui poter introdurre, solo successivamente, concetti come quello di selezione naturale, deriva genetica e altri processi (da giustificare a parte) che conducono a cambiamenti nella composizione del pool genico di una popolazione naturale.[26] Ciò che cambia fra la genetica di popolazioni e altre discipline biologiche, per Ruse, non è la superiorità in sé della singola scienza (nei metodi o nei contenuti), ma il diverso ruolo da essa svolto, a livello logico-organizzativo, all'interno della teoria sintetica dell'evoluzione.

Non si vuole entrare nel merito delle posizioni di Thompson e di Ruse, né si tenterà di chiarirle o articolarle ulteriormente. La loro introduzione, tuttavia, nella presente sede, amplia l'orizzonte interpretativo del discorso che qui si sta svolgendo. Ruse e Thompson partono dalla questione fondamentale: «Has neo-Darwinism a connecting core?». La medesima domanda può essere posta anche nel caso del lavoro di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky. Nella concezione da essi delineata, v'è in effetti un nucleo fondante del neo-darwinismo, e lo schema che meglio descrive la situazione è quello di Michael Ruse, con la genetica di popolazioni collocata in una posizione predominante, da un punto di vista epistemologico, rispetto ad ogni altra disciplina. Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky rivendicano il primato del nuovo "sperimentalismo" della genetica sulla mera "descrizione storica" del naturalismo tradizionale, su base paleontologica, morfologica, ecc. Genetica di popolazioni e neo-darwinismo, anzi, in essi addirittura s'identificano, come nell'affermazione che apre il loro lavoro: «Punti di vista e metodi genetici moderni possono venire applicati allo studio dei processi dell'evoluzione e giungere a costituire quel nuovo ramo della genetica che è la genetica di popolazioni».[27] Altrove, quest'ultima viene definita come nient'altro che una «applicazione della genetica moderna a studi evolutivi».[28] Insomma, il lavoro di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky è profondamente neo-darwinista, nel senso della Sintesi, e non stupisce l'appendice finale sulla "Organizzazione del lavoro per la genetica di popolazioni", vero e proprio manifesto programmatico per «realizzare una organica coordinazione delle frammentarie osservazioni che i dilettanti e i biologi di campagna vengono raccogliendo», il che vuol dire «creare un corpus di materiali preziosi per studi bio-geno-geografici e nello stesso tempo dare a quei ricercatori la possibilità di venire a contatto con le idee vivificatrici della biologia moderna, nelle quali essi potrebbero trovare nuove ragioni di interesse al loro lavoro e l'orgoglio di collaborare allo studio di problemi biologici generali».[29]

 

Chiusa

Come si vede, il saggio di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky, riproposto in questo Speciale Swif, a distanza di quasi settant'anni, permette di svolgere riflessioni di respiro internazionale come pochi altri lavori di biologia nostrana lo consentono. È certamente merito degli autori aver fornito una tale possibilità, e questo va riconosciuto.

La domanda ora, in chiusura, è se l'invito di Buzzati-Traverso, Jucci e Timofeeff-Ressovsky, concernente lo studio genetico-popolazionistico su vasta scala, al fine dello studio evoluzionistico e non solo, sia mai stato accolto, assecondato o sviluppato nel nostro Paese. Ebbene, il lavoro di paziente raccolta di dati biomedici, demografici, geografici, ecc. svolto da Silvestroni, Bianco, Siniscalco, Ceppellini, Montalenti ed altri, a proposito dello studio della Microcitemia, di cui si tratta anche nel presente Speciale, sembra proprio corrispondere al programma di ricerca di cui si diceva.[30] La spiegazione del complesso fenomeno della (ex) mancata eliminazione o profonda riduzione della talassemia nei popoli mediterranei ha radici adattamentistiche, evoluzionistiche, secondo gli studi in questione.[31] Anche questo è neo-darwinismo, d'alto profilo scientifico, che integra sotto l'egida della genetica di popolazioni risultati d'indagine provenienti da biogeografia, entomologia, morfologia, fisiologia, istologia normale e patologica, biologia molecolare, medicina, igiene e profilassi, ecc. Un gran bell'esempio, di rilevanza internazionale, di espressione concreta dei migliori ideali che sogliono raccogliersi sotto il nome della "grande sintesi" evoluzionistica, che non fu per niente un fatto di mera sistemazione teorica di conoscenze già note; anzi, tutt'altro: il piano pratico-operativo fu fondamentale per la sua edificazione, accettazione e diffusione. Ed è in quest'ottica che occorre continuare a confrontare con essa ogni nuovo evoluzionismo post-darwiniano.

Alessandro Volpone

Seminario di Storia della Scienza
Università degli Studi di Bari

 

Unità di Storia della Scienza e Archivio Storico
Stazione Zoologica di Napoli 'Anton Dohrn'

 

Note

[1] Per approfondimenti su Jucci, in questo Speciale cfr.: M. Maja, Carlo Jucci: dalla fisiologia alla genetica. Il lavoro è corredato di una selezione di bibliografia primaria e secondaria. Su cartaceo, cfr.: P. Bernardini Mosconi (a cura di), Carlo Jucci nel centenario della sua nascita. Testimonianze e documenti, Milano, Cisalpino 2000. [top]

[2] Un'ampia e articolata contestualizzazione storica della vita e dell'opera di Buzzati-Traverso, inclusa la sua bibliografia completa, si trovano on-line all'indirizzo: http://www.iigb.na.cnr.it/abt/index.htm. Su cartaceo, cfr.: G. Boera (a cura di), I fini e i confini della genetica. Un ritratto di Adriano Buzzati-Traverso, Pubblicazione ENEA, Roma 1987; M. Capocci, G. Corbellini, Adriano Buzzati-Traverso's vision of molecular biology in Italy. The origins and decline of the International Laboratory of Genetics and Biophysics, in «Studies in the History and Philosophy of Biological and Biomedical Sciences», 33, 2002, pp. 489-513. [top]

[3] Su questi argomenti, Buzzati-Traverso svolge ricerche anche in collaborazione con Luigi Cavalli-Sforza e Niccolò Visconti di Modrone. [top]

[4] Cfr. B. Fantini, "La teoria sintetica dell'evoluzione", in P. Rossi (a cura di), Storia della scienza moderna e contemporanea, UTET, Torino 1988, III, pp. 879-903. Fantini distingue quattro fasi nell'elaborazione della teoria. La prima, a cavallo fra '800 e '900, pone le premesse in campo naturalistico per la comprensione dei meccanismi della speciazione. La seconda concerne l'edificazione della genetica di popolazioni, a partire dalla fine degli anni '20. La terza è la costruzione vera e propria della teoria, che parte dalla seconda metà degli anni '30 e copre quasi tutto il decennio successivo. La quarta comprende il rafforzamento e la sua diffusione, con una serie di ipotesi ausiliarie. [top]

[5] E. Mayr, The Growth of Biological Thought. Diversity, Evolution and Inheritance, Belknap/ Harvard University Press, Cambridge (Mass.) 1982; trad. it. Storia del pensiero biologico: diversità, evoluzione, eredità, Bollati Boringhieri, Torino, 1990. [top]

[6] A. Buzzati-Traverso, C. Jucci, N. W. Timofeeff-Ressovsky, Genetica di popolazioni, cit., p. 585 e pp. 587-596. [top]

[7] Ivi, p. 585. [top]

[8] Ibidem. [top]

[9] Ivi, p. 586. [top]

[10] Cfr. A. Volpone, Due cugini divisi dalla Pangenesi: Darwin e Galton, nello Speciale Swif su "Darwin e l'ipotesi provvisoria della Pangenesi": http://www.swif.uniba.it/lei/storiasc/diffusione/diffusione.htm. [top]

[11] A. Buzzati-Traverso, C. Jucci, N. W. Timofeeff-Ressovsky, Genetica di popolazioni, cit., p. 586. [top]

[12] S. J. Gould, R. C. Lewontin, The spandrels of San Marco and the Panglossian paradigm: a critique of the adaptationist programme, «Proceedings of the Royal Society of London», B, 205, 1979, pp. 581-598; trad. it. I pennacchi di San Marco e il paradigma panglossiano: una critica del programma adattamentista, Edizioni on-line del Quaderno Swif di Storia della scienza, 2002; http://www.swif.uniba.it/lei/storiasc/diffusione/pennacchi/pennacchi.htm.
Speciale Swif su "I pennacchi di San Marco": http://www.swif.uniba.it/lei/storiasc/diffusione/diffusione.htm. [top]

[13] A. Buzzati-Traverso, C. Jucci, N. W. Timofeeff-Ressovsky, Genetica di popolazioni, cit., p. 586. [top]

[14] Ibidem. [top]

[15] Ivi, pp. 584-585. [top]

[16] Ibidem. [top]

[17] Ivi, p. 586. [top]

[18] Ivi, pp. 603-604. [top]

[19] Ivi, pp. 603-607. [top]

[20] M. Ruse, P. Thompson, Neo-Darwinism: Form and Content, «Boston Studies in the Philosophy of Science», 116, 1989, pp. 495-512. [top]

[21] Cfr. P. Thompson, The interaction of Theories and the Semantic Conception of Evolutionary Theory, in «Philosophica», 37, 1986, pp. 73-86; Id., The Structure of Biological Theories, State University of New York Press, New York 1989. [top]

[22] Cfr. M. Beckner, The Biological Way of Thought, Columbia University Press, New York 1959. [top]

[23] M. Ruse, P. Thompson, Neo-Darwinism: Form and Content, cit., p. 502. [top]

[24] Cfr. anche M. Ruse, The Philosophy of Biology, Hutchinson, London 1970. Trad. it. La filosofia della biologia, Il Mulino, Bologna 1973. [top]

[25] M. Ruse, P. Thompson, Neo-Darwinism: Form and Content, cit., p. 503. Sia la Figura 1 che la 2 sono tratte dal testo di Ruse e Thompson, mediante traduzione dall'inglese all'italiano. [top]

[26] Cfr. ivi, pp. 498-501. [top]

[27] A. Buzzati-Traverso, C. Jucci, N. W. Timofeeff-Ressovsky, Genetica di popolazioni, cit., p. 584. [top]

[28] Ivi, p. 587. [top]

[29] Ivi, p. 604. [top]

[30] G. Montalenti, The Genetics of Mycrocythemia, «Caryologia», Suppl. Vol. 6,1954, pp. 554-588; trad. it. La genetica della Microcitemia, Edizioni on-line del Quaderno Swif di Storia della Scienza, 2004; http://www.swif.uniba.it/lei/storiasc/homesci.htm. Studi analoghi furono condotti anche negli Stati Uniti, nel medesimo periodo, ma su scala minore rispetto a quelli compiuti in Italia. (Cfr. ivi.) [top]

[31] Sembra sia stato John B. S. Haldane a formulare per primo questa ipotesi, successivamente corroborata dalle esperienze condotte in Italia e altrove. [top]

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