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Materiali per la didattica, a cura di Enzo Ruffaldi

Ludwig Wittgenstein, Della Certezza - Brani commentati

Il carattere non oggettuale del linguaggio, affermato nelle Ricerche filosofiche, rende improponibile il confronto tra esso e la realtà come fondamento di una possibile verifica. Si ripresenta di conseguenza il problema della verità delle proposizioni, che era sembrato definito nel Tractatus; ma tale possibilità era in quell'opera legata alla teoria del linguaggio come raffigurazione, della quale ovviamente Wittgenstein non è più convinto. Il problema della verità non può porsi come tale, ma diviene il problema della certezza, cioè della convinzione circa la verità di una proposizione.

George Edward Moore  aveva risolto la questione riferendosi al senso comune, per cui non si può negare l'esistenza, ad esempio, di oggetti materiali, dal momento che "questa è una mano e questa è un'altra mano", come non si può negare il tempo dal momento che "sicuramente la Terra esisteva prima che io nascessi". Wittgenstein sottopone ad analisi questi enunciati, riconducendone l'evidenza che esibiscono non al fatto che siano "veri", ma al loro rappresentare lo sfondo di certezze accettate, che costituiscono la nostra immagine del mondo a partire dalla quale giudichiamo gli altri eventi. Le argomentazioni relative a questo tema, elaborate da Wittgenstein durante gli ultimi anni di vita, sono state successivamente raccolte in volume sotto il titolo Della Certezza.

 

Verità e certezza

94. Ma la mia immagine del mondo non ce l'ho perché ho convinto me stesso della sua correttezza, e neanche perché sono convinto della sua correttezza. È lo sfondo che mi è stato tramandato, sul quale distinguo tra vero e falso.

95. Le proposizioni, che descrivono quest'immagine del mondo, potrebbero appartenere a una specie di mitologia. E la loro funzione è simile alla funzione delle regole del giuoco, e il giuoco si può imparare anche in modo puramente pratico, senza bisogno d'imparare regole esplicite.

96. Ci si potrebbe immaginare che certe proposizioni che hanno forma di proposizioni empiriche vengano irrigidite e funzionino come una rotaia per le proposizioni empiriche non rigide, fluide; e che questo rapporto cambi col tempo, in quanto le proposizioni fluide si solidificano e le proposizioni rigide diventano fluide.

97. La mitologia può di nuovo tramutarsi in corrente, l'alveo del fiume dei pensieri può spostarsi. Ma io faccio una distinzione tra il movimento dell'acqua nell'alveo del fiume, e lo spostamento di quest'ultimo; anche se, tra le due cose, una distinzione netta non c'è.

105. Tutti i controlli, tutte le conferme e le confutazioni di un'assunzione, hanno luogo già all'interno di un sistema. E precisamente, questo sistema non è un punto di partenza più o meno arbitrario, e più o meno dubbio di tutte le nostre argomentazioni, ma appartiene all'essenza di quello che noi chiamiamo argomentazione. Il sistema non è tanto il punto di partenza, quanto piuttosto l'elemento vitale dell'argomentazione.

Della Certezza

 

Le proposizioni che assumiamo come certe non sono "vere", perché la verità stessa, così come il dubbio, possono essere stabiliti e formulati solo a partire da tali proposizioni, che costituiscono il punto di riferimento per i nostri giudizi e, in un certo modo, la base non controllabile delle nostre procedure di controllo. Sono proposizioni che funzionano, per così dire, a priori, nel senso che vengono prima dell'esperienza e anzi l'esperienza stessa è possibile soltanto presupponendole; ma si differenziano ovviamente dagli a priori kantiani perché possono mutare e in effetti mutano, seppure nel lungo periodo. Non sono degli a priori in senso kantiano anche perché derivano dal processo educativo, inteso tuttavia in senso lato, o, come si potrebbe meglio dire, dal processo di inculturazione, mediante il quale ognuno interiorizza il modo di vedere e di organizzare la realtà proprio della cultura in cui si forma. Ciò che viene assunto come certezza è un insieme di conoscenze con uno statuto speciale, che non funziona come acquisizione di un sapere relativo al mondo, ma come presupposto per sapere e per conoscere il mondo.

 

La certezza è appresa

Wittgenstein 29

159. Da bambini impariamo certi fatti, per esempio che ogni uomo ha un cervello, e li accettiamo fiduciosamente. Io credo che esiste un'isola, l'Australia, che ha questa determinata configurazione così e così, e via dicendo; io credo di aver avuto dei bisnonni, e che le persone che si facevano passare per miei genitori fossero davvero i miei genitori, ecc. Può darsi che questa credenza non sia mai stata espressa, e addirittura il pensiero, che le cose stanno davvero così, non sia neppure mai stato pensato.

160. Il bambino impara, perché crede agli adulti. Il dubbio vien dopo la credenza.

162. In generale quello che trovo (per esempio) nei manuali di geografia, lo ritengo vero. Perché? Dico: Tutti questi fatti sono stati confermati centinaia di volte. Ma come faccio a saperlo? Quali prove ne ho? Ho un'immagine del mondo. È vera o è falsa? Prima di tutto, è il substrato di tutto il mio cercare e di tutto il mio asserire. Le proposizioni che la descrivono non sono tutte egualmente sottoposte a controllo.

163. C'è mai qualcuno che controlli se questo tavolo continua a rimanere qui quando nessuno gli bada? Controlliamo la storia di Napoleone, ma non controlliamo se tutto quello che si è detto di lui riposi su un'illusione dei sensi, su falsificazioni, o su cose del genere. Infatti, quando mai controlliamo qualcosa, facendolo presupponiamo già qualcosa, che non si controlla. Ora devo forse dire che l'esperimento che faccio, poniamo, per controllare una proposizione, presuppone la verità della proposizione che qui c'è effettivamente l'apparato che credo di vedere (e via enumerando)?

164. Il controllare non ha un termine?

Della Certezza

 

Quando sottoponiamo a controllo una proposizione confrontandola con i fatti, dobbiamo assumere come certe alcune condizioni - ad esempio, l'esistenza e l'attendibilità dello stesso apparato di controllo - senza di che si avrebbe un regresso all'infinito. Queste certezze non hanno un fondamento, non possono essere dimostrate o verificate. Sono dei presupposti accettati come ovvi non perché siano evidenti, ma semplicemente li abbiamo appresi come tali, ed a partire da essi abbiamo conosciuto il resto. Individuare l'origine della certezza nel processo di apprendimento, vuol dire ricondurlo ad una comunità, ad una cultura, a ciò che nelle Ricerche Wittgenstein chiama "forma di vita" che è il dato oltre il quale la spiegazione non può andare.


Le pagine sono tratte dal corso di filosofia: L. Tornatore, P. A. Ferrisi, G. Polizzi, E. Ruffaldi, La filosofia attraverso i testi. Profili, Temi Autori, Torino, Loescher Editore, 1996, vol. 3.2

Si ringrazia la casa Editrice Loescher per aver autorizzato l’utilizzazione di queste pagine.

Sono state omesse le note di commento.

Le citazioni sono tratte da L. Wittgenstein, Della certezza, Einaudi, Torino, 1978, tr. it. di M. Trinchero.


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