DIDATTICA DELLA FILOSOFIA |
TEMI DELLA FILOSOFIA CONTRO STORIA DELLA FILOSOFIA ? di Marco Messeri Ammettiamo pure che i problemi filosofici abbiano un intrinseco carattere storico. Ammettiamo inoltre che ciò che abita lo spazio concettuale definito dal problema filosofico - teorie, nozioni, argomentazioni - abbia anch' esso un intrinseco carattere storico. Non pretenderemo dunque che i problemi filosofici siano disponibili sub specie aeternitatis, che ci si offrano in un inventario fisso, che godano di una significatività permanente. Domande prima ritenute serie e importanti arrivano poi ad apparire irrilevanti o addirittura mal poste. Teorie e nozioni un tempo centrali perdono sostenitori e vengono a un certo punto dimenticate. Non solo. Il sorgere e il tramontare di problemi, teorie, nozioni e argomentazioni riguarda la filosofia così come le scienze e come altre aree disciplinari. Tutte le regioni della nostra cultura hanno una storia. Ma la filosofia ha con la propria storia un rapporto più interno. Altre discipline, anche assai diverse tra loro, pensiamo alla chimica e al diritto, sono caratterizzate dal fatto di possedere un corpo di dottrina largamente separabile dalla storia della sua costituzione: conoscere l' uno non implica necessariamente conoscere l' altra; la distinzione tra ciò che è attuale e ciò che è inattuale è sufficientemente chiara. Di fatto questa circostanza non si verifica nel caso della filosofia. Il passato in essa non passa nella maniera ovvia, regolare e indiscutibile delle altre discipline: passa più lentamente; soprattutto passa in un modo controverso, che rende problematica la distinzione tra attuale e inattuale, consentendo recuperi e riproposizioni altrove impossibili. Se teorie, nozioni e argomentazioni non conservano uno stabile significato, raramente però cadono del tutto fuori della sfera del senso. Raramente vengono espulse dall' area di ciò che ha interesse filosofico. Più frequentemente, piuttosto, esse vengono investite di un significato e un peso diversi: una teoria, p.es., da largamente accreditata che era, viene più tardi ad essere presente istituzionalmente solo come termine di confronto polemico. Ma di rado viene del tutto obliterata. Le scienze dimenticano, il diritto dimentica, la filosofia pare invece alimentarsi del proprio stesso passato. Come l' arte talvolta, più spesso dell' arte, essa cita, mima, parodizza, contrasta, dissolve, ripropone i risultati della propria precedente elaborazione. Vive del confronto, magari della lotta, con il proprio passato. Anche quando la concezione oggettivistica dei valori avesse perduto ogni sostenitore essa resterebbe ancora entro l' orizzonte della metaetica perlomeno a titolo di bersaglio argomentativo. Del resto, molto dell' interesse che una proposta filosofica rivela appartiene a ciò che essa ha di critico, di negativo, di liberatorio. Che interesse ha l' emotivismo metaetico una volta astratto dallo sfondo culturale rappresentato dalle predilezioni cognitiviste di buona parte della filosofia anteriore? Ma proprio il fatto che in filosofia le acquisizioni più unanimemente accettate siano di natura confutatoria rende impensabile in essa l' oblio definitivo. Il fenomeno del calore è ciò che è. Se una teoria mostra di non darne conto, esce dalla sfera di attenzione dei fisici. Ma ciò che in filosofia fallisce, o perde credito, resta entro la filosofia proprio perché fallisce o perde credito. Perciò di Platone si discute ancora, di Cartesio si discute ancora. Si continua a discutere dei filosofi perché ancora si continua a discutere con essi. Certo, cum grano salis: ci sono dottrine e nozioni che perdono interesse e visibilità perché tutto il problema entro cui abitavano perde interesse e visibilità. Chi ha una seria preoccupazione teorica per la natura dell' intelletto attivo? La presenza filosofica si gioca attraverso distanze diverse e alcune distanze sono enormi. Ma niente pare così lontano da noi da cadere fuori del nostro orizzonte. Un nesso dialogico più o meno stretto sembra collegare ogni elemento di significato filosofico. La storicità interna della filosofia è l' altra faccia della sua interna costituzione dialogica. Ammettiamo dunque senz' altro la storicità intrinseca del pensiero filosofico. Ciò non significa affatto che la filosofia possa essere trasmessa solo per mezzo di ciò che oggi viene chiamato approccio storico all' insegnamento della filosofia. Perché ciò che oggi viene praticato sotto un tale nome non è principalmente - e forse neppure semplicemente è - una modalità di presentazione della filosofia rispettosa del carattere internamente storico di essa. Si può ritenere anzi con una certa plausibilità - e a titolo personale ritengo - che l' interna storicità della filosofia sia meglio rispettata nel quadro dell' approccio alla trasmissione della filosofia che a esso ordinariamente si contrappone: l' approccio tematico, o problematico, che presenta la filosofia raccogliendo teorie e argomentazioni non autore per autore e filone per filone, secondo una scansione cronologica, bensì tema per tema; e cioè, dato che il tema filosofico, a differenza p.es. del tema poetico, è tema di una ricerca, l' approccio che raccoglie teorie e argomentazioni problema per problema. Si tratta di un approccio diffuso soprattutto nei paesi di lingua inglese e di tradizione analitica. Da noi viene poco praticato, ma è autorevolmente suggerito, quale integrazione dell' usuale approccio storico, dalla commissione Brocca per la riforma dei programmi della scuola media superiore, e, sulla scorta di tali suggerimenti, è proposto anche da alcuni manuali liceali di recente pubblicazione. Svolgo anzi le presenti considerazioni precisamente sulla base dell' esperienza fatta collaborando a uno di questi manuali, il nuovo corso di filosofia per i licei delle edizioni Zanichelli coordinato da Fabio Palchetti, Dentro la filosofia, corso del quale ho realizzato il terzo volume, dedicato alla filosofia contemporanea. L' approccio didattico alla filosofia praticato nella scuola italiana sotto il nome di metodo storico muove da una interpretazione niente affatto scontata della storicità della filosofia: un' interpretazione che è universalistica e sotterraneamente essenzialistica. Presuppone infatti che la filosofia sia un' impresa nella sostanza unitaria: che i contributi filosofici, certo non tutti immediatamente omogenei tra loro, convergano intorno a un qualche obiettivo essenziale. Tende anzi a presupporre che la filosofia sia un' impresa unitaria perché inclina a considerare la filosofia stessa come parte, la più lucida e consapevole di sé, di un' impresa unitaria più complessiva, nella quale vede fondersi tutte le produzioni intellettuali umane, arte, religione, letteratura, mistica, scienze, matematica, tecnologie. Narra la storia della filosofia nell' ambizione di fare emergere le linee portanti di una storia del pensiero umano. Naturalmente nessuno saprebbe indicare in modo non circolare e non vacuo l' obiettivo unitario della filosofia; non più di quanto saprebbe indicare l' obiettivo unitario di una cosa elusiva e vaghissima come il pensiero umano. Quale dovrebbe essere? La verità? Non sarebbe comunque la verità in senso enumerativo, plurale e banale: la verità conseguita ogni giorno e ogni ora. Sarebbe piuttosto la Verità con l' iniziale maiuscola, la verità ultima. Dovrebbe essere la comprensione di sé, del senso dell' esistenza? La sapienza, in omaggio all' etimo della parola filosofia? Tutte formule prive di valore esplicativo. Suggestive, certo. Ma, dato che verità ultima, comprensione di sé, sapienza sarebbero definite appunto né più né meno che dal fatto di porre termine alla ricerca dei filosofi o dell' uomo, tutte formule non più illuminanti di tautologie confesse come "i filosofi indagano ciò che indagano" o "l' uomo cerca ciò che cerca". In altri termini, formule che, al pari di tali non illuminanti tautologie, ben difficilmente autorizzerebbero a presupporre essenziali unità nelle avventure spirituali umane. Resta, cioè, nella pratica del cosiddetto approccio storico alla filosofia, al di là di tutte le ripulse formali, la sudditanza nei confronti di almeno un postulato decisivo dello storicismo idealistico: il presupposto che gli uomini, e in nome loro in prima linea i filosofi, siano impegnati in un' impresa globale di ricerca, nel contesto della quale soltanto trovano posto e senso le ricerche particolari, le vicende intellettuali specifiche. Le storie che incontriamo nella filosofia - poniamo le vicende del dibattito secentesco su libertà e determinismo, o quelle del dibattito novecentesco sui fondamenti della matematica - sarebbero comprensibili solo nel quadro della storia della filosofia. E la storia della filosofia sarebbe comprensibile solo nel quadro della storia dell' uomo. E' in base a questo presupposto che il manuale di filosofia costruito secondo il corrente approccio storico preferisce far seguire alla trattazione delle opinioni di Hobbes in materia di libero arbitrio non le opinioni di Locke e di Hume circa la medesima materia, ma l' esame del pensiero etico-politico di Hobbes, magari slittando in considerazioni intorno allo scenario ideologico della guerra civile inglese. Un tale manuale muove dalla convinzione che la filosofia generi i propri frutti secondo un ritmo segnato da scansioni comuni all' intera storia dell' uomo, scansioni che non potrebbero essere trascese pena la perdita del filo conduttore unitario della narrazione. Crede nelle epoche della filosofia ed è portato a metterle in rapporto con presunte epoche del pensiero. L' universalismo di tale interpretazione della storia della filosofia si coniuga abitualmente con una prospettiva umanistica circa le articolazioni interne di questa storia. Il corrente approccio storico trasforma infatti la storia della filosofia nella storia dei filosofi. Non è un caso. La filosofia è immaginata come il settore del pensiero umano in cui la natura complessiva del pensiero umano stesso - quella sapienziale della ricerca di senso - si manifesta in modo più esplicito. La trama della filosofia non può dunque esser fatta che del pensiero dei filosofi: cioè delle sole unità spirituali elementari che è possibile intendere come itinerari di una ricerca di senso. L' unità del dibattito tematico, per grande che possa essere, non potrà mai avere il carattere esperienziale, esistenziale, che è possibile attribuire a una vita interiore. E' un' unità essenzialmente impersonale. Scarsamente interessato a tali unità impersonali, l' approccio storico nutre l' ambizione di afferrare la vita spirituale dell' umanità nel suo insieme ripercorrendo le vite spirituali dei suoi membri più profondamente consapevoli. Sente il pensiero dell' umanità come un macrocosmo spirituale; e il pensiero del singolo filosofo è il microcosmo in cui ha bisogno di vederlo riflesso. I dibattiti non hanno anima, i pensatori sì. Nel presupposto sottinteso, non dichiarato, qualche volta anche espressamente negato, che la filosofia sia ricerca di ciò che è più profondo - che sia ricerca dell' anima - lo storicismo universalistico si rivolge istintivamente a ciò che siamo naturalmente portati a intendere nella chiave della profondità e dell' anima. La personalità dei filosofi, dunque. La personalità intellettuale, abitualmente; ma qualche volta, lasciando trasparire sotterranee nostalgie sapienziali, la personalità tout court. Comprendere la filosofia diviene rivivere l' esperienza di pensiero del filosofo. In una simile prospettiva si capisce che la teoria catturi l' attenzione più dell' argomentazione e l' idea più della teoria. L' argomentazione è un meccanismo e come ogni meccanismo è sempre sospettabile di un difetto di anima. Ma la teoria, separata dall' argomentazione, diventa visione, intuizione, idea peculiare e inconfrontabile. Lo storicismo universalistico del cosiddetto approccio storico vorrebbe almeno il pensiero del filosofo. La pratica risolve il pensiero del filosofo nell' idea filosofica e finisce per annegare l' idea filosofica stessa nel mare indifferenziato delle idee del tempo. L' approccio storico peraltro non accantona l' esigenza di individuare continuità filosofiche e di mettere in evidenza connessioni di pensiero sovraindividuali. Ma, influenzato dalla propria tendenza a slittare dall' argomentazione all' idea, la connessione di pensiero sovraindividuale che finisce per enfatizzare è quella elusiva e indeterminata della corrente di idee, dell' atmosfera intellettuale, piuttosto che quella più rigorosa della teoria. Gli -ismi che tale approccio predilige sono i meno affidabili: denominazioni di sfuggenti atteggiamenti spirituali (umanesimo, razionalismo, illuminismo, empirismo, romanticismo, positivismo e antipositivismo) più spesso che nomi di precise dottrine concernenti specifici temi (dualismo, materialismo, cognitivismo, emotivismo, costruttivismo). E tra i poco affidabili -ismi delle correnti spirituali finisce per privilegiare quelli che conservano un maggior legame con le origini sapienziali della filosofia, trascurando le tradizioni di pensiero di orientamento scettico e demistificatore. Ama i platonismi, i razionalismi, le filosofie sistematiche. Disprezza gli empirismi, i positivismi, la critica logica dei sistemi. Universalistico, umanistico, scarsamente interessato alla dimensione argomentativa, affascinato dai sapienti, poco attratto dai ragionatori scettici, il corrente metodo storico di insegnamento della filosofia, lungi dal costituire l' approccio più rispettoso della intrinseca storicità di questa, rischia di offuscarne il senso. La storicità della filosofia infatti è intimamente connessa al suo carattere dialogico e il dialogo filosofico è un dialogo scandito innanzitutto dal gioco delle argomentazioni e delle controargomentazioni. E' chiaro che la filosofia non può essere trasmessa enumerandone assai dubbi problemi eterni, catalogando per ciascuno di essi il presunto ventaglio sistematico delle posizioni significative, e inventariando le più plausibili argomentazioni e controargomentazioni. Non sembra esserci eternità in ciò che è filosofico e trasmettere la filosofia non può che essere narrare le cose della filosofia. Ma le cose della filosofia che vanno narrate non sono in primo luogo il pensiero dei filosofi, la loro esperienza intellettuale, gli atteggiamenti epocali dello spirito, l' esperienza spirituale dell' umanità. Sono piuttosto i dibattiti, che, con le loro posizioni, argomentazioni e controargomentazioni, segnano l' effettiva emergenza storica dei problemi. L' unità del dibattito dovrebbe far premio sull' unità dell' autore. La storicità della filosofia, cioè, non si inscrive in modo lineare entro una prospettiva dogmaticamente umanistica. E non si inscrive facilmente entro una prospettiva universalistica: la trama della filosofia risulta fatta di dibatti coevi ma spesso irrelati; teorie e argomentazioni di un autore si concatenano entro il dialogo filosofico piuttosto con teorie e argomentazioni di un altro autore e di un altro tempo che con teorie e argomentazioni del medesimo autore o del medesimo tempo. Più che epoche della filosofia intera ci sono fasi della specifica discussione filosofica. Calato entro la pratica scolastica quotidiana, inoltre, l' universalismo umanistico del corrente approccio storico finisce di fatto per favorire nello studente atteggiamenti verso la filosofia che nessuno studioso della filosofia stessa vorrebbe intenzionalmente provocare. In assenza di una sufficiente attenzione per la dimensione argomentativa, ogni seria presentazione del pensiero del filosofo finisce per trasformarsi in una litania di formule stereotipate, in un mantra incomprensibile che viene salmodiato per compiacere l' insegnante. La storia del pensiero si converte in storia delle filastrocche. Le concezioni diventano capricci inspiegabili e il filosofo si chiude entro un proprio universo incommensurabile. Platone diviene il filosofo delle idee, Aristotele il filosofo della sostanza, Leibniz il filosofo dell' armonia prestabilita, e così via vaneggiando. Ognuno di essi parla di un qualche cosa di così abissalmente idiosincratico da lasciare l' impressione di un discorso che non appartiene alla dimensione pubblica dell' affermare, del negare, del confrontare. Sono filosofi che, curiosamente, parlano ma non dicono. Peggio ancora. Come altri storicismi che privilegiano l' esperienza umana vissuta, anche questo del corrente approccio storico all' insegnamento della filosofia prepara un esito di tipo relativistico. Dal succedersi delle esperienze intellettuali dei singoli autori non spera alcuna autentica scoperta filosofica. Per tale storicismo, un filosofo dopo l' altro, la monotona catena della filosofia non porta da nessuna parte: ogni pensatore esprime una propria intuizione, o forse l' intuizione della propria epoca, ma non comprende niente che possa pretendere di imporsi ad altri pensatori e ad altre epoche. E così da disciplina cognitiva la filosofia viene convertita in disciplina espressiva. E' chiaro che un tale relativismo è conseguenza della scelta universalistica. Può anche darsi che la filosofia nel suo complesso non abbia un andamento lineare. Ma ciò non implica che sulle questioni particolari il dibattito filosofico non possa raggiungere, e non abbia di fatto raggiunto, conclusioni di interesse generale, forse non certe ma perlomeno molto plausibili. Dopo la riflessione leibniziana circa l' infinito, chi si sentirebbe di riproporre l' idea cartesiana e spinoziana di una scienza dimostrativa in grado di dar conto delle particolarità del mondo concreto? Dopo Machiavelli, dopo Hobbes e dopo Kant, chi potrebbe dire evidente la natura di un sommo bene, oggetto finale e comune di tutte le volontà umane? La vicenda della filosofia pare tanto più insensata quanto più panoramico è lo sguardo che rivolgiamo a essa; e, al contrario, risulta tanto più coerente quanto più circoscritta è l' area problematica che prendiamo in esame. Poco giustificato in assoluto, l' atteggiamento relativistico nei confronti della filosofia assume forme deleterie, quando viene proposto all' interno delle aule scolastiche. Una di tali forme potrebbe essere definita filosofia espressiva di massa: i filosofi esprimono la loro intuizione della vita, tutti abbiamo una nostra intuizione della vita, tutti siamo filosofi. Più spesso di quanto si creda, insegnanti relativisti incanalano la naturale esuberanza espressiva di studenti adolescenti, da essi stessi educati nel disprezzo dell' argomentazione, in ore di filosofia che somigliano a sedute di autocoscienza e psicodrammi esistenziali. Un' altra forma, meno frequente a parte docentis, più frequente a parte discentis, la si incontra nel disincanto scettico di chi restituisce la vicenda filosofica magari con grande cura sotto il profilo formale - le parole del filosofo esattamente citate, le sue distinzioni minuziosamente riportate, le sezioni della sua opera esaurientemente elencate - ma senza trovare, e in fondo senza neppure cercare, un qualche senso in tale vicenda: il disincanto di chi narra la filosofia, è stato detto, un po' come il patologo descrive la malattia; come un puro fatto, assolutamente oggettivo nella sua insuperabile estraneità. Lo studio della filosofia praticato come dissuasione dalla filosofia. Conseguenza non ultima della prevalenza dell' approccio storico e delle sue correnti degenerazioni è lo iato crescente tra la storia della filosofia trasmessa nei licei e la storia della filosofia che fa da quadro di riferimento all' attuale ricerca filosofica. Nel suo caratteristico e continuo ripensare il proprio passato, la ricerca filosofica si costruisce uno sfondo di storia, che oggi è estraneo allo studente uscito dai licei in gran parte e sotto diversi profili. Sotto il profilo degli autori conosciuti: è assolutamente normale che lo studente uscito dal liceo non abbia la minima idea dell' esistenza di un Frege o di un Quine, che sono invece punti di riferimento essenziali nell' attuale dibattito filosofico. Sotto il profilo delle materie su cui è informato: lo studente di liceo ha magari passato settimane sull' epistemologia kantiana, ma spesso non ha nessuna dimestichezza con la struttura argomentativa della deduzione trascendentale delle categorie, che all' opposto è al centro di buona parte delle opere recenti sulla Critica della ragion pura. Comparata alla storia della filosofia che scaturisce dal ripensamento interno della ricerca filosofica, l' immagine storica che egli possiede non è solo meno dettagliata: è distorta e fuorviante; sproporzionata in certe parti, gracile e lacunosa in altre, un po' ovunque inadeguata nei colori e nella distribuzione di luci ed ombre. Di fronte ai difetti intrinseci del corrente insegnamento storico della filosofia, e alle sue negative conseguenze impreviste, l' introduzione dello studio tematico caldeggiata dalla commissione Brocca sembra assolutamente salutare. La considerazione che una concezione filosofica può essere compresa solo storicamente, tradizionalmente rivolta contro l' approccio tematico, infatti, come si è visto, deve essere ribaltata in un argomento a favore di questo: l' approccio tematico può vantare uno storicismo più attento allo specifico della filosofia. Può essere ribaltata in argomento a favore dell' approccio tematico anche la tradizionale obiezione che il patrimonio della filosofia si apre di fronte a noi in un ventaglio di diverse distanze storiche: che dunque non tutto in esso ci appartiene in ugual misura, e che capire la filosofia talvolta vuole dire anche capire la sua lontananza; circostanze delle quali si presume che l' approccio tematico, prigioniero di una visione eternizzante della filosofia, non potrebbe dar conto. Il punto è che, tutto al contrario, solo chi è in grado di apprezzare la dimensione argomentativa della filosofia e quindi di seguire la logica interna dei dibattiti filosofici può rendere conto del fatto che non tutto gode di una indifferenziata attualità (o inattualità), e che alcune eredità di pensiero, sia pure senza uscire dall' orizzonte della filosofia, si situano per noi ai suoi margini. E' viceversa il cultore dell' approccio storico a non potere facilmente dare un senso alla distanza storica, a doverla ridurre troppo spesso alla presa d' atto del puro fatto cronologico e a rischiar di finire con un' immagine della filosofia dove tutto è ugualmente lontano. Né è fondato il timore che l' approccio di tipo tematico possa incoraggiare adulterazioni ideologiche del patrimonio filosofico. Adulterazioni ideologiche della storia possono venire compiute entro ogni possibile approccio e, come sempre, la questione non è a questo proposito di strumentazione metodologica, ma di serietà scientifica. Tutti conosciamo ben più di un manuale di filosofia che l' impianto storico non è riuscito a salvare dalla faziosità. Un' ultima considerazione. Che lo studente di liceo si confronti con il testo del filosofo, e non solo con l' esposizione che trova nel manuale, è certo proficuo. Ma non va trascurata l' esigenza di stabilire un' unità di linguaggio, una koiné, che renda possibile il confronto argomentativo delle diverse posizioni. Cartesio attraverso le parole di Cartesio e Kant attraverso le parole di Kant possono diventare feticci metodologici. E il filologismo liceale rischia di essere tanto presuntuoso quanto inappropriato, se rende impossibile ripensare Cartesio dall' altezza del pensiero di Kant, commisurare le loro dottrine e contrapporre le loro argomentazioni. E' bene che lo studente affronti il testo di Cartesio e il testo di Kant, ma è necessario anche che sappia compiere quell' esercizio di traduzione di linguaggi senza cui non è concepibile la comprensione storica. Ed è necessario soprattutto che sappia tradurre i linguaggi della filosofia del passato nel linguaggio della nostra filosofia. E' la traducibilità entro il linguaggio della nostra filosofia che decide infatti che cosa è attuale e che cosa inattuale; che ci consente di recuperare un senso diretto a certi dibattiti del passato o, alternativamente, pone le basi affinché possiamo proiettarci entro una questione del passato con piena consapevolezza della sua lontananza storica. A tale scopo sembra importante fare spazio anche nell' esperienza delle nostre scuole medie superiori alla strumentazione concettuale della tradizione analitica, che l' approccio storico ha invece, come altre tradizioni filosofiche anglosassoni, quasi sempre sacrificato. Il ruolo internazionale assunto dalla filosofia analitica negli ultimi decenni, in particolare oggi che si è mostrata abbastanza flessibile da accogliere spunti, questioni e concetti ben radicati nella filosofia continentale, fa di essa la koiné più naturale della filosofia dei nostri giorni. La filosofia analitica eredita direttamente una parte assai significativa dei problemi antichi e medievali (p.es. ontologia, verità, conoscenza, virtù etica, politica), e buona parte dei problemi moderni (p.es. mente-corpo, libertà, natura delle leggi fisiche, natura degli oggetti matematici, metodo scientifico, valori e leggi morali, giustizia sociale); cosa che la filosofia di ispirazione ermeneutica, e in generale continentale, animata da un sentimento più vivo della propria novità e da più radicali atteggiamenti di delegittimazione degli interessi filosofici tradizionali, ha maggiore difficoltà a fare. E, insieme, fornisce un apparato concettuale abbastanza duttile per rendere conto degli effetti di distanza storica che si manifestano in rapporto a non pochi problemi discussi dagli antichi e ad alcuni problemi di interesse medievale e moderno. Ottimi motivi di carattere metodico per rimediare alle disattenzioni dello storicismo corrente e familiarizzare gli studenti con tale tradizione. Le stesse ragioni che militano a favore di una dilatazione degli spazi dedicati all' argomentazione nella pratica dell' insegnamento filosofico, infatti, militano a favore di una diffusione del linguaggio della tradizione analitica: non a caso la tradizione che alla dimensione argomentativa della filosofia riserva oggi l' attenzione più viva, e proprio perciò - e non malgrado ciò - anche la tradizione che con la storia della filosofia riesce a stabilire il confronto più fecondo. Marco Messeri |
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