Torna alla Home Page di Filosofia & Scuola

Le ragioni dell'insegnamento della filosofia

di Enzo Ruffaldi

 

La domanda tocca un problema importante e di stretta attualità: nella nuova scuola che si va profilando con l'autonomia e con le prospettive di riforma, le singole discipline devono conquistarsi una sorta di "diritto di cittadinanza", cioè devono esibire le ragioni della loro presenza dimostrando la propria valenza educativa e dunque la ragion d'essere all'interno del curricolo. Il problema è già da tempo nell'aria ed è stato affrontato in un convegno, promosso dalla SFI e dalle maggiori riviste di filosofia e tenutosi a Ischia nel settembre 1997. Rileggendo i documenti prodotti in quella sede si possono già trovare indicazioni sull'importanza della presenza della filosofia, come disciplina specifica, nell'insegnamento delle superiori, tanto che la "Commissione dei Saggi" ne ha auspicato l'inserimento anche nelle scuole non liceali, seppure con modalità diverse dalle attuali, e il documento sui "Saperi essenziali" ne riconosce la valenza formativa anche per gli anni terminali della futura scuola dell'obbligo (che dovrebbero più o meno corrispondere, come fascia d'età, ai primi due anni dell'attuale scuola superiore).   Ma riprendiamo il discorso dall'inizio, senza richiamare posizioni di altri. A mio parere nella domanda si sovrappongono due problemi che dovrebbero essere trattati separatamente:

1. È auspicabile e opportuno inserire l'insegnamento delle scienze umane e sociali nella scuola superiore?

2. L'insegnamento della filosofia può essere ricondotto a quello di altre discipline, eliminandolo così dal curricolo?  

Credo che la risposta alla prima domanda debba essere affermativa, poiché le scienze sociali sono parte integrante della cultura contemporanea e costituiscono importanti strumenti per interpretare e comprendere la realtà. I programmi Brocca (secondo me per molti aspetti ancora validi) prevedevano l'inserimento delle scienze sociali nel liceo socio-psico-pedagogico e anche quello del diritto e dell'economia in tutti gli indirizzi, liceali e tecnici, insieme con l'insegnamento della filosofia. Con l'organizzazione modulare prevista dall'autonomia non credo che la presenza delle scienze sociali sarebbe incompatibile con quella della filosofia. Né credo che si possa ridurre la questione a un semplice problema di quadri orari, altrimenti perché togliere, per far posto alle scienze sociali, la filosofia e non, per esempio, la geografia, o in alcuni indirizzi, la chimica o la fisica, oppure la storia dell'arte, o altre discipline?

 Il problema è in realtà più radicale e rimanda direttamente alla seconda questione: l'insegnamento della filosofia ha una validità culturale e formativa o può essere diluito nelle altre discipline?

La concezione sottesa a questa tesi è quella di sapore positivistico per cui la filosofia è il contenitore di tutti i saperi finché l'umanità vive nell'ignoranza dello stadio teologico e metafisico; poi le varie scienze si emancipano, dandosi un proprio statuto epistemologico, finché quello che resta della filosofia si trasforma nella sociologia comtiana. A questo punto, la filosofia diventa un contenitore vuoto, che serve unicamente a perdere tempo. Seguiamo per adesso questa ipotesi, per immaginare lo scenario che ne risulterebbe.

Il professore di fisica spiega la storia della propria disciplina. Parla anche di Platone, cioè, diciamo, del Timeo. Racconta che per Platone la "Chorà" viene plasmata dal demiurgo che costruisce i vari elementi secondo modelli matematici e poi il mondo, gli infonde un'anima, plasma i vari corpi celesti, affidando ognuno a un demiurgo minore, ecc.; infine, il professore dà "un'occhiata alle teorie sicuramente superate". Probabilmente, di Platone non si salverà nulla. Poi magari uno studente di questa nuova scuola troverà in soffitta un vecchio libro di filosofia e leggerà dell'influenza di Platone sulle concezioni rinascimentali, da Cusano a Ficino a Bruno, fino, guarda un po', a Keplero (dichiaratamente neoplatonico: ma non era uno scienziato, quello delle famose tre leggi che sono ancora valide?) e dello stesso Galilei, e che la "rivoluzione scientifica" ha in Platone alcune (solo alcune, ovviamente) delle proprie radici. Ma ciò è comprensibile solo se si conosce il pensiero platonico e le sue trasformazioni nelle diverse forme di neoplatonismo, non se si affronta la fisica platonica con gli schemi mentali del vero e del falso.

Mi si perdoni questo tono ironico. Parlando seriamente, il senso del mio discorso è che una trattazione della fisica di Platone, separata dal contesto del suo pensiero, non permette di comprenderne la fisica, non permette di comprendere Platone, non permette di comprenderne l'epoca e i problemi che Platone si trovava ad affrontare. Cioè, permette di avere qualche nozione ma non fa comprendere nulla.

Proprio partendo da qui, veniamo a un'analisi più articolata della funzione dell'insegnamento della filosofia. La dividerò in due aspetti, che se sono strettamente connessi: l'importanza culturale e quella formativa, ognuno dei quali è a sua volta divisibile in due distinti ambiti. Proporrò, per ogni punto, alcune tesi argomentate, cercando di essere quanto più possibile sintetico, anche se il problema è molto ampio ed articolato.  

1. Ogni filosofia è un sistema, nel quale le diverse parti si sostengono e si motivano a vicenda. Solo in questo quadro i diversi pensatori assumono un significato e la filosofia può insegnare qualcosa. Il Timeo presentato al di fuori del contesto della filosofia platonica non ha più nessun senso, ma neppure la fisica aristotelica può essere compresa, e si riduce a un insieme di nozioni. La filosofia "diluita" nelle varie discipline corre proprio il rischio di ridursi a una serie di nozioni, che possono forse avere un certo interesse storico, ma debbono semplicemente essere apprese e ricordate, senza essere capite. Che cos'è il primo motore immobile di Aristotele, considerato senza conoscere la teologia aristotelica e la sua visione teleologica? La prima ruota di un ingranaggio, che fa muovere la sfera delle stelle fisse, la quale fa muovere … Che significato può avere per uno studente tutto ciò? La conoscenza di un autore non può più in alcun modo servire per seguire i suoi ragionamenti e le sue argomentazioni, per imparare a ragionare con lui, per comprendere il rapporto tra certe premesse e certe conseguenze. In questo modo, i concetti filosofici rischiano di ridursi davvero a una serie di nozioni inutili. Tanto varrebbe eliminare completamente ogni velleità di far conoscere il pensiero occidentale, perché il risultato sarebbe lo stesso.  

2. La storia del pensiero è scandita (vedi Kuhn) da paradigmi, cioè da una serie di assunzioni e di metodi, di modelli logici, di procedimenti di pensiero che in qualche misura sono presenti in tutti i diversi ambiti del sapere. Ogni epoca ha una sua logica unitaria, una visione del mondo che poggia su un terreno comune. La filosofia è unanimemente (o con poche eccezioni) riconosciuta come la disciplina privilegiata per far comprendere questo terreno comune e quindi per dare agli studenti una comprensione in profondità dei rapporti tra i vari saperi. Ciò ha una valenza formativa importante, sia dal punto di visto delle conoscenze culturali, sia per la formazione di un metodo critico di studio e di comprensione della realtà storica, sociale e culturale.

3. I primi due punti giustificano fondamentalmente l'insegnamento della storia della filosofia. Ad essi si potrebbero aggiungere altre considerazioni per le quali rinvio ai documenti del già ricordato Convegno di Ischia. Come è noto, l'approccio storico è oggi messo in discussione, soprattutto nella prospettiva di estendere l'insegnamento della filosofia alle scuole non liceali e alla scuola dell'obbligo. Questo approccio, come sottolinea la Sintesi della Commissione dei Saggi, è una "positiva specificità italiana". In quasi tutti i Paesi europei l'insegnamento della filosofia è centrato sulla logica e sull'etica, perché a questi due ambiti è riconosciuto un valore formativo particolare: la formazione di un pensiero critico e di metodi efficaci per la razionalizzazione della realtà, e la formazione di una coscienza critica, in ambito morale e civile.  

Queste due finalità sono parte integrante dell'insegnamento della filosofia nel suo complesso, e non solo dei due settori specifici ricordati sopra. Il punto importante è come insegnare filosofia, se cioè semplicemente spiegando la materia, con l'uso prevalente o esclusivo della lezione frontale e dello studio manualistico, o facendo filosofia con gli studenti, attraverso la lettura dei testi, la didattica attiva, ecc. Una "diluizione" della materia impedirebbe di usare i testi, di proporre attività di rielaborazione concettuale, cioè di fare didattica della filosofia ed esperienza filosofica, riducendo i contenuti eventualmente recuperati a una mera trasmissione di nozioni. Il problema è troppo ampio per essere affrontato in questa sede. Ciò che mi preme sottolineare è che se a volte (o spesso) la valenza formativa della disciplina non appare chiaramente, la responsabilità è di un metodo di insegnamento inadeguato. Su questo punto sarebbe interessante aprire un ampio dibattito.  

Ciò detto, però, nell'insegnamento europeo è riconosciuta alla filosofia un'importante funzione formativa nelle due direzioni ricordate: strategie di pensiero adeguate e maturazione di una coscienza critica sul piano etico. Si potrà obiettare che le scienze umane potrebbero svolgere la stessa funzione. C'è un fatto, a questo proposito, che a mio parere dovrebbe far riflettere: la diffusione a livello mondiale della "Philosophy for Children" (per una documentazione, vedi la parte ad essa dedicata in Filosofia & Scuola). La filosofia con i bambini e con gli adolescenti, secondo un curriculum che va dalla scuola elementare fino ai 16/17 anni, è particolarmente diffusa nei Paesi anglofoni che hanno fatto da tempo la scelta auspicata di inserire l'insegnamento delle scienze sociali e di eliminare l'insegnamento filosofico prima dell'università. Probabilmente ci si è accorti che le scienze sociali e la filosofia, per quanto entrambi importanti, non sono la stessa cosa, non hanno la stessa valenza formativa. La specificità della filosofia consiste nel suo carattere argomentativo, nei diversi stili argomentativi dei diversi filosofi, nella possibilità di fare esperienza, come in un laboratorio, di strategie di pensiero, di procedimenti logici, ecc. Tutte cose che, probabilmente, la logica insegnata dal professore di matematica non può garantire, a meno che non faccia anch'egli filosofia, ma allora il problema si riproporrebbe immutato.  

Non voglio dire che le scienze sociali siano meno formative della filosofia, ma semplicemente che sono diverse. Mi sembra questo, in definitiva, il nocciolo della questione: non possiamo parlare dell'introduzione delle scienze umane e sociali al posto della filosofia più di quanto potremmo pretendere di sostituire la storia con la geografia, magari assegnando all'insegnante di geografia il compito di presentare dei cenni storici dei territori o delle regioni di cui di volta in volta si occupa. Dovremmo eventualmente dire chiaramente: la filosofia non serve, aboliamone l'insegnamento. Poi si potrà discutere se riempire le ore lasciate libere con l'introduzione di altri insegnamenti, oppure assegnando più ore alle materie già esistenti, o ancora riducendo l'orario scolastico, ma senza dire che le scienze sociali, o la storia delle scienze naturali, ecc., possono sostituire la valenza formativa della filosofia. A meno di non pensare, tra l'altro, che nella scuola francese, o in quella spagnola, o portoghese, ecc., dove la filosofia ha uno spazio importante, amino perdere tempo con cose inutili. Se parliamo di abolizione dell'insegnamento della filosofia, però, la stessa questione si pone nella stessa misura per ogni altra materia: è utile l'insegnamento della letteratura italiana, o quello del latino e del greco, o quelli della fisica e della chimica in scuole non scientifiche? In una parola ci si trova ad affrontare (è questa l'ottica corretta, secondo me), il problema dei saperi di base e della ristrutturazione dei cicli e dei curricoli, che è sul tappeto, nel nostro Paese, ormai da tempo.

4. La valenza formativa nei due ambiti descritti sopra (strutturazione del pensiero e coscienza critica) meriterebbe un discorso molto più approfondito, anche perché il contributo della filosofia non è limitato a questi ambiti, cosa che molte esperienze, italiane ed europee, dimostrano, come ho cercato di documentare in una mia recente pubblicazione che non cito. Potrò tornarci eventualmente in un altro scritto o potrà occuparsene, come auspico, qualcun altro in futuri interventi.   

Enzo Ruffaldi


Inviate i vostri commenti e contributi a: Enzo Ruffaldi