Agnes Heller, Etica generale - Brani commentati
L'individuo è immerso in un universo di norme, un universo etico che Heller definisce con il termine hegeliano di Sittlichkeit (eticità). L'analisi dell'eticità permette di individuare una gerarchia di norme, nella quale Heller distingue una categoria primaria di orientamento rispetto al valore, cioè la capacità di distinguere tra bene e male, e categorie secondarie, relative a contenuti specifici, primo tra tutti la definizione di "bene". Tale gerarchia deriva all'individuo dal gruppo cui appartiene e ne orienta le scelte in caso di conflitto tra norme, per cui, ad esempio, in molte società si ritiene lecito mentire per salvare la vita di qualcuno, perché il rispetto per la vita è a un livello gerarchico superiore rispetto alla norma che impone di dire la verità. La gerarchia delle norme è in ogni società organizzata in un tutto unitario, ed è giustificata sulla base di una visione del mondo donatrice di senso, che può derivare da un mito, da un'ideologia, ecc., tale da stabilire l'ordine delle cose. Questa visione generale ha una genesi, un'origine storica che non è conosciuta necessariamente da tutti i membri della comunità, per cui spesso si presenta come un dato di fatto, una realtà accettata come ovvia e non posta in discussione.
La presa di coscienza critica di questo ordinamento viene chiamata dalla Heller coscienza storica. Essa è legata al sorgere della individualità come dimensione morale separata da quella sociale, attraverso la distinzione tra norma generale e applicazione della stessa.
Finché all'interno di un sistema etico non è avvenuta la differenziazione tra livello teoretico-astratto e livello pratico-concreto delle norme, non è possibile il sorgere del senso della individualità, poiché tutte le norme contengono in sé la propria interpretazione e possono semplicemente essere seguite oppure violate. Quando le norme vengono poste come astratte, ogni individuo deve atteggiarsi verso di esse, deve deciderne l'interpretazione e l'applicazione. L'individuo diviene così un'autorità morale e stabilisce una configurazione di interpretazioni unica, che lo differenzia da ogni altro individuo. È il processo di differenziazione tra ragione teoretica e ragione pratica, dove l'individualizzazione risulta connessa alla seconda. È in seguito a questo cambiamento che si originano le reazioni emotive verso la morale ed emerge la coscienza. Sorge allora la moralità come relazione individualizzata alla Sittlichkeit, alla eticità comune. Questo processo segna il passaggio dal primo al secondo degli stadi ricordati in apertura, ed è la condizione stessa dell'etica come ambito di riflessione filosofica. Nelle società tradizionali ragion pratica (autorità interna all'individuo) e eticità coincidono. Nel mondo moderno, a partire dalla Riforma, si crea frattura. Hegel tenta di fondere di nuovo i due termini, ma a prezzo di un'accettazione acritica del reale. La modernità, separando autorità interna ed esterna, apre una nuova dimensione della morale, che può avere esiti fecondi ma anche drammatici.
Morale e modernità
La morale è stata qui definita come la relazione pratica dell'individuo con le norme e le regole della condotta giusta. Il primo cambiamento strutturale della morale si ebbe con l'emergere dell'aspetto soggettivo di quella relazione, attraverso la differenziazione dell'autorità in autorità esterna ed interna, e attraverso la differenziazione dei coinvolgimenti prodotti da queste due forme di autorità (la vergogna e la coscienza). Il secondo cambiamento strutturale della morale si sviluppò a partire dal crescente squilibrio tra l'autorità esterna e l'autorità interna. Questo secondo cambiamento, tuttavia, non ha carattere unidirezionale. Lo squilibrio crescente può cristallizzarsi in due distinte strutture. L'autorità interna (la coscienza) può agire come arbitro ultimo nella scelta dell'azione e nella formulazione del giudizio sulla condotta umana. Essa può anche agire come unico arbitro in queste materie. Sebbene la seconda struttura si sviluppi successivamente alla prima, la prima non diventa obsoleta, né viene abbandonata, con lo svilupparsi della seconda. Questa, almeno è la mia speranza, e per la seguente ragione. Mentre l'emergere dell'autorità interna come arbitro ultimo, nella decisione pratica e nel giudizio, può essere considerato un indicatore del progresso morale, perché almeno un sottocaso di quella struttura contribuisce al progresso morale, l'affermarsi dell'autorità interna come l'unico arbitro, nella scelta dell'azione e nella formulazione del giudizio sulla condotta umana, rappresenta un regresso morale. Fa parte della dialettica della modernità che la contraddizione morale che essa implica non sia né una contraddizione tra valori né una contraddizione tra norme astratte e norme concrete, ma una contraddizione tra due logiche di sviluppo della sua struttura morale intrinseca.
Etica generale, cap. VI, p. 195.
La differenza fondamentale tra i due modi indicati, è che nel primo caso la coscienza individuale ricorre ad argomenti per giustificare la propria scelta. È una prospettiva per molti versi simile a quella di Habermas, senza però contenere una pretesa di universalità, ma soltanto di razionalità o di giustificabilità della scelta.
La coscienza come arbitro ultimo della morale
L'autorità interna è l'arbitro ultimo e lo è in egual modo sia che una persona discuta la validità delle norme e dei valori con chiunque altro possa essere implicato, sia che accetti una massima seguendo la sua intuizione intellettuale o la sua riflessione. In ogni caso, la ragion pratica (la coscienza), in quanto arbitro ultimo, ricorre sempre ad argomenti. Anche quando questo arbitrare è un atto intuitivo, ed i nuovi valori vengono accettati in blocco, una determinata serie di argomenti sostiene la scelta ed il dialogo viene immediatamente iniziato - ed è tanto più così se si considera che ogni delegittimazione delle norme e delle regole tradizionali, dal punto di vista delle norme e delle regole di recente legittimate, implica una procedura argomentativa. Le persone giustificano con argomenti sia le loro scelte di valore sia le loro convinzioni secondo cui alcune norme ed alcune regole del loro ambiente (o dei loro predecessori) non sono valide, sono meri nomi, fantasmi del passato, illusioni, vincoli irrazionali. Tale giustificazione è rivolta agli altri, è per gli altri, è contro gli altri, ma sempre in una relazione reciproca con gli altri. Ad un primo sguardo, l'operare della coscienza come arbitro ultimo sembra di carattere decostruttivo, e fino ad un certo punto lo è. Le interdizioni sono eliminate, le proibizioni sono rimosse, ed i divieti sono annullati da questo arbitro ultimo. Azioni che fino a quel momento erano soggette ad esame morale vengono dichiarate neutre dal punto di vista dei valori. "Che cosa c'è di sbagliato nel fare questo?", "Che cosa c'è di sbagliato nel fare quello?" - queste sono le tipiche domande dell'operazione decostruttiva. E la risposta di solito è "Non c'è nulla di sbagliato". Ma la coscienza, in quanto arbitro ultimo, è tanto costruttiva quanto decostruttiva. In primo luogo essa genera nuove norme altamente astratte e costruisce valori e norme universali che sono vincolanti. Qui, l'atto decostruttivo è contemporaneamente un atto di costruzione: valori concreti vengono decostruiti nello stesso momento in cui valori più astratti ed universali sono in corso di costruzione. L'affermazione secondo cui considerare l'azione X, come un crimine, contraddice i diritti dell'uomo potrebbe essere un esempio di questo procedere.
Etica generale, cap. VI, pp. 196-197
Questo tipo di ricostruzione etica, basata sull'individuo ma in quanto è in dialogo argomentativo con altri, rappresenta un potenziamento dell'autonomia morale, poiché la coscienza diviene l'arbitro ultimo della morale. Grazie al presupposto dell'argomentazione, però, la coscienza che fonda la morale non è mai quella del singolo individuo, ma quella del "noi" rappresentato dalla società o tendenzialmente dall'intera umanità. Infatti, anche se non dovesse sussistere un confronto effettivo tra più persone, l'argomentare in quanto tale assume ragioni che sarebbero considerate valide da eventuali interlocutori, e dunque si colloca in una dimensione sociale.
Ma quella descritta non è l'unica direzione aperta alla modernità. Caduta ogni autorità esterna, l'individuo può anche decidere di non far propria la necessità di un'argomentazione morale, e assumere la propria coscienza non come arbitro ultimo ma come arbitro unico, il che fa venir meno la necessità di giustificare le norme poste a fondamento del proprio comportamento.
La coscienza come arbitro unico della morale
La ragion pratica (la coscienza) come unico arbitro nella scelta dell'azione e nella formulazione dei giudizi sulla condotta umana - in altre parole, la seconda struttura morale della modernità - fa la sua comparsa come l'unione di due atteggiamenti che si sostengono e si rafforzano reciprocamente. Da una parte, quest'unione lascia cadere la responsabilità morale ma conserva il potere di essere arbitro; dall'altra, lascia cadere la responsabilità assieme al potere di essere arbitro. La ragion pratica diventa l'unico arbitro se ogni norma e ogni regola morale vincolante viene decostruita, e non ne viene costruita nessun'altra; vale a dire, quando nessuna autorità morale esterna rimane in vigore. Non rimane nessun valore o nessuna norma che sia accettata incondizionatamente, non esiste nessun valore o nessuna norma che venga accettata come vincolante. Così, per l'individuo nulla è vincolante e tutto è permesso, posto che egli dia il suo benestare. Ogni cosa che l'individuo decide sia desiderabile o buona è buona.
Etica generale, cap. VI, p. 199.
La seconda alternativa della modernità, la coscienza come unico arbitro della morale, nega la responsabilità stessa dell'etica e quindi la necessità che le norme siano giustificabili. Viene a cadere il principio di responsabilità, ma in alcuni casi l'individuo rinuncia anche al potere di essere arbitro, identificando il proprio comportamento con le indicazioni di un'autorità esterna non morale (la Heller si riferisce ai regimi totalitari, basati sul culto del capo, sull'affidarsi alle sue scelte, ecc.).
Le due alternative della morale della modernità coesistono e non è prevedibile quale finirà per affermarsi. La conclusione della Heller è problematica: la modernità apre prospettive di rifondazione della morale ma anche di distruzione di essa.
Il bivio etico della modernità
Non c'è scelta morale tra le due strutture, tra la ragione pratica come arbitro ultimo e la ragion pratica come l'unico arbitro, poiché c'è scelta morale solo in presenza di due distinte opzioni morali. Rispetto alla struttura della morale, non abbiamo alcuna scelta morale. L'impegno per la ragion pratica, intesa come l'arbitro ultimo nella scelta dell'azione e nella formulazione del giudizio sulla condotta, è l'unico impegno morale per noi possibile. Ed intendo un impegno morale. Non possiamo essere certi di un ulteriore stadio di sviluppo morale vale a dire quello per cui ci impegniamo, e che per definizione è più elevato di qualsiasi stadio precedente. La struttura morale moderna non è unidirezionale, ma presenta una biforcazione. L'impegno degli attori decide quale tendenza predominerà. Se la struttura che ho chiamato "la coscienza come arbitro ultimo" non si concretizza nel mondo etico, se non diventa "scontata" per gli abitanti dei mondi etici (al plurale), il rischio inerente a questa stessa struttura non può essere superato.
Etica generale, cap. VI, pp. 203-203.
Le pagine sono tratte dal corso di filosofia: L. Tornatore, P. A. Ferrisi, G. Polizzi, E. Ruffaldi, La filosofia attraverso i testi. Profili, Temi Autori, Torino, Loescher Editore, 1996, vol. 3.2
Si ringrazia la casa Editrice Loescher per aver autorizzato lutilizzazione di queste pagine.
Sono state omesse le note di commento.
Le citazioni sono tratte da: A. Heller, Etica generale, Bologna, Il Mulino, 1994.
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