Torna alla Home Page di Filosofia & Scuola


 

Da "Insegnare", n. 7, 1991, pp. 22-23

Per una storia dell’epistemologia del Novecento

3. Il "declino" dell’epistemologia

di Gaspare Polizzi

 

Con questo terzo ed ultimo articolo si conclude la presentazione di un percorso didattico sulla storia dell’epistemologia; esso rinvia ad una terza fase del processo storico che coincide con lo stato attuale alla disciplina, riconoscibile come stato di declino. Ricordo che l’intero percorso è sorretto da un’ipotesi storiografica, sintetizzabile nell’asserzione del carattere contemporaneo (e in particolare novecentesco) dell’epistemologia, nel riconoscimento della sua specificità, intermedia tra scienza e filosofia, e del mutamento di rapporti che essa ha prodotto tra area scientifica e filosofica, introducendo un’area tematica e disciplinare nuova. Nella complessità della discussione filosofica contemporanea l’ipotesi storiografica di un declino dell’epistemologia è quindi ancora meno cogente. Tenterò comunque di fornire un itinerario convincente, individuando due tra i possibili aspetti della crisi dell’epistemologia.

Lungo una prima direzione, la crisi attuale consiste nella dissoluzione, dall’interno della disciplina, del primato della spiegazione scientifica rispetto ad altre forme di razionalità e ad altri linguaggi della cultura e di conseguenza nell’abbandono della funzione logica e fondazionale dell’epistemologia stessa. La razionalità dei sistemi scientifici viene a mescolarsi con quella politica o morale e il discorso scientifico viene riconosciuto come un intreccio di contenuti empirici, assunzioni metafisiche, predilezioni estetiche, valori etici. La scienza si configura, in definitiva come una forma di cultura tra le altre, come uno stile di pensiero (1). Se la scienza è uno tra i tanti possibili discorsi sul mondo (e non necessariamente il più valido), l’epistemologia si risolve in una retorica del discorso scientifico, sia a1 fine di valorizzarlo, sia per decostruirlo indicandone la logica interna e nascosta.

Questa tendenza che trasforma la logica dei linguaggio scientifico, oggetto dell’attenzione quasi esclusiva degli empiristi logici, in retorica del discorso scientifico, rappresenta l’esito estremo, ma conseguente, della critica sviluppata da K. R. Popper (1902-viv.) all’empirismo logico e racchiusa nell’epistemologia falsificazionista (2). Sono stati soprattutto gli esponenti della cosiddetta epistemologia postpopperiana a trarre le conseguenze metodologiche più radicali dal falsificazionismo di Popper; tra di essi basti menzionare I. Lakatos (1922-1974), T. S. Kuhn (1922-viv.) e P. Feyerabend (1924-viv.), ampiamente noti nei loro scritti principali anche in lingua italiana (3).

Lakatos, epistemologo e storico delle matematiche, ha cercato di riformulare il falsificazionismo popperiano sulla base dello studio delle costanti presenti nella storia delle scienze (specie delle matematiche); la sua metodologia dei programmi di ricerca, ritrova nelle teorie scientifiche un nucleo metafisico e fattori empirici e concettuali progressivi e regressivi, nel tentativo di salvare la tesi popperiana di una crescita della conoscenza scientifica che avviene per congetture e confutazioni.

Kuhn, che ha al suo attivo importanti studi di storia dell’astronomia e della fisica, ha sviluppato nella fortunata opera del 1962 (ricordata alla nota 3) una epistemologia delle rivoluzioni scientifiche retta dall’ipotesi storiografica di uno scontro tra paradigmi alternativi (quali, ad esempio, quello tolemaico e quello copernicano), che si presenta come un conflitto a carattere socio-psicologico, non necessariamente progressivo e risolto sul piano extrascientifico. Questa posizione, largamente diffusa (ma non più condivisa dall’autore), può essere avvicinata a quella, più sofisticata e omogenea, di G. Bachelard (ricordata nel primo articolo) (4).

Feyerabend, anch’egli di formazione storica ed epistemologica, è assertore di teorie più radicali e dirompenti, che vanno sotto il nome di "anarchismo metodologico". Tramite un esame storico non sprovveduto (interessante l’interpretazione della figura di Galilei, visto come un abile e astuto propagandista i cui metodi erano irrazionali ma convincenti), Feyerabend afferma che la scienza è impresa essenzialmente anarchica, retta dall’unico principio "qualsiasi cosa può andar bene", e che non è possibile elaborare alcuna teoria del metodo scientifico, in quanto - per l’appunto - non esiste metodo. La storia delle scienze conforterebbe tale asserzione, permettendo di riconoscere le continue violazioni delle regole metodologiche formulate volta a volta dagli stessi scienziati a fini retorici e di giustificazione a posteriori. Le scienze procedono - secondo Feyerabend - nel susseguirsi irrazionale di tecniche, valori e stili, proprio allo stesso modo delle arti; non si dà quindi un progresso, né una ragione universale, ma il completo relativismo di teorie e pratiche scientifiche, che dovrebbe essere sottoposto - nella prospettiva di un "liberalismo radicale" - al controllo democratico di tutti i cittadini, chiamati a decidere direttamente sulle scelte da farsi per il futuro della scienza.

Con Feyerabend l’epistemologia post-popperiana esemplifica chiaramente la direzione retorica del declino dell’epistemologia. Guardando infatti da questa angolatura l’epistemologia non ha più alcun ruolo disciplinare e può assumere soltanto una configurazione esornativa e vicaria nella valorizzazione retorica di singole teorie scientifiche o dell’immagine complessiva della scienza.

Lungo una seconda direzione, la crisi attuale dell’epistemologia consiste nella dissoluzione della sua specificità disciplinare e nel suo inglobamento all’interno delle stesse teorie scientifiche, nel tentativo di superare le barriere disciplinari che rendono difficile la comunicazione tra forme diverse di cultura e pressoché impossibile una riflessione complessiva sul sapere. Numerosi sono gli scienziati che hanno operato in questa direzione; ho ricordato R. Thom con la "teoria delle catastrofi", I. Prigogine con la "termodinamica dei processi dissipativi", S. J. Gould per il neo-darwinismo, ma tanti altri si potrebbero menzionare. In tutti si riscontra un’apertura alla filosofia e, a volte, alla metafisica, che è indice della profondità delle esigenze fondative, non appagate dalla logica e dalla metodologia della scienza e vive tra gli scienziati più accorti. Tuttavia un’esemplificazione più circoscritta e didatticamente interessante anche per la sua novità può essere fornita dalla presentazione della figura di un filosofo-scienziato che sembra aver rinnovato il mito del sapiente leibniziano, M. Serres (1930-viv.) (5). Sotto il segno augurale di Ermes, Serres ha percorso i campi più diversi del sapere, attivando forme di comunicazione, di interferenza, di traduzione, di distribuzione, e ponendosi il compito di intercettare e decifrare gli spazi multipli e regionali della conoscenza. Più che di un’epistemologia abbisogniamo oggi - secondo Serres - di una filosofia dello scambio (6): dobbiamo avviare quella nuova alleanza tra uomini e natura che, sola, può reinserire la scienza nel tessuto umano della cultura e permettere insieme la sopravvivenza nostra e della Terra tutta. A questo fine Serres ha esplorato il passaggio a Nord-Ovest, metafora marittima indicante la rotta più difficile, quella che conduce tra innumerevoli ghiacci vaganti dall’Atlantico (Oceano delle scienze) al Pacifico (l’oceano della cultura) attraverso il Mar Glaciale Artico. Serres invita a praticare il viaggio, l’erranza tra i luoghi del sapere, per trovare varchi che conducano dalla cultura estesa a quella esatta e viceversa, nella consapevolezza che il razionale non è universale, che esso è soltanto "un’isola rara emergente" nel caos indifferenziato. Così il sapere scientifico va riposto nel suo luogo naturale, tra turbolenze e miscele, immerso nel disordine dal quale è scaturito: la globalità universalizzante della scienza non può essere astratta dal luogo contingente e singolare che l’ha generata. Natura e cultura non appaiono più contrapposte e non è quindi necessaria nessuna logica parassitaria che interpreti, valorizzi, o peggio ancora orienti il sapere.

L’epistemologia, in questa prospettiva, viene a perdere ogni funzione, risulta inutile poiché si è instaurato un legame interno e diretto tra orizzonti di sapere (anche molto diversi tra di loro). Si torna ad ipotizzare un uso immediato del linguaggio delle scienze e il superamento della partizione tra discipline, al fine di ricostruire una globalità del sapere non disgiunta dal dubbio, dall’incertezza, dal disordine, dalla complessità. Non è tuttavia la riaffermazione del mito unitario e universalizzante della filosofia moderna, di Cartesio e Leibniz, in quanto si riconosce che non c’è globalità senza contingenza, legge senza circostanze. Ma il coraggio di attraversare i più diversi campi del sapere con una traduzione diretta e continua di linguaggi possiede insieme un valore storico, conoscitivo ed etico. Motiva storicamente l’itinerario di una storia dell’epistemologia concludendo con la sua fine possibile nella forma di una disciplina a sé stante. Individua il valore della conoscenza nel superamento di pesanti specialismi e nell’assunzione diretta, in pieno rigore, di un nuovo rapporto con la physis. Addita la pregnanza etica di un riavvicinamento tra scienza e cultura e più in generale di un nuovo patto tra uomini e natura.

Credo che i tre valori indicati diano senso alla proposta didattica nel suo insieme e costituiscano forse il nocciolo formativo per una cultura della scuola.

Gaspare Polizzi

 

NOTE

1. Per una esemplificazione recente, tra le tante, del ripensamento auto-critico sulla razionalità scientifica rinvio a M. Ceruti-L. Preta (a cura di), Che cos’è la conoscenza, Laterza, Roma/Bari 1990.

2. La presentazione dell’epistemologia popperiana e dei suoi esiti potrebbe costituire un’ulteriore integrazione del percorso didattico qui indicato. Tralascio la vastissima bibliografia relativa e suggerisco, per un primo approccio didattico alla questione G. Brianese (a cura di), "Congetture e confutazioni" di Popper e il dibattito epistemologica post-popperiano, Paravia, Torino 1988.

3. I testi fondamentali in lingua italiana degli autori considerati sono i seguenti: I. Lakatos, Dimostrazioni e confutazioni, Feltrinelli, Milano 1979; T.S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino 1969; P. Feyerabend, La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano 1981; Aa.vv., Critica e crescita della conoscenza, Feltrinelli, Milano 1976.

4. L’abbandono della teoria delle rivoluzioni scientifiche ha trovato una sua rigorosa esemplificazione storiografica in T. S. Kuhn, Alle origini della fisica contemporanea, Il Mulino, Bologna 1981. Per il raffronto tra l’epistemologia storica di Kuhn e quella di Bachelard mi permetto di rinviare al mio Sul metodo nella storia delle scienze. Note per una lettura delle metodologie di Bachelard e Kuhn, in "Nuova Corrente" XXVIII (1981), pp. 349-376.

5. Ricordo le opere di Serres pubblicate in Italia: Jules Verne, Sellerio, Palermo 1979; Lucrezio e l’origine della fisica, Sellerio, Palermo 1980; Passaggio a Nord-Ovest (Hermès V), Pratiche Ed., Parma 1984; Genesi, Il Melangolo, Genova 1988; Distacco, Sellerio, Palermo 1988 e L’ermafrodito: Sarrasine scultore, Bollati-Boringhieri, Torino 1989 (più propriamente "epistemologici" sono i volumi secondo, terzo e quarto). Su Serres rinvio al mio Michel Serres. Per una filosofia dei corpi miscelati, Liguori, Napoli 1990.

6. "[...] l’epistemologia - sostiene significativamente Serres - è morta dappertutto come descrizione, norma e fondamento. Le resta l’inter-regionalità, la meditazione sull’interferenza. Il sito dell’epistemologo [...] è il sito mobile, la strada stessa della circolazione concettuale", M. Serres, Hermès II. L’interférence, Minuit, Paris 1972, p. 158.


Inviate i vostri commenti e contributi a: Enzo Ruffaldi