LA FILOSOFIA COME INDAGINE DELL’INTERO E’ MORTA, MA PUÒ RISORGERE CON UNA VITALITA’ SORPRENDENTE. SPETTA A NOI APRIRE UNA NUOVA FASE DI RIPENSAMENTO.

di Piero Carelli

 

La rinuncia ad indagare l’Intero è un fatto come è un fatto la consapevolezza che è più utile coltivare dei piccoli appezzamenti

La filosofia, in senso tradizionale, è morta. Non è una provocazione: è un fatto. E’ un fatto che i filosofi – nella stragrande maggioranza – hanno rinunciato ad indagare l’"Intero", come hanno rinunciato a cercare Verità assolute. E’ un fatto che la filosofia si è parcellizzata in tante filosofie: dall’epistemologia alla filosofia del diritto, dalla philosophy of mind alla bioetica. Il fatto può essere considerato preoccupante (vedi il giudizio severo della "Fides et ratio"), ma può anche essere salutato con soddisfazione, come la fine delle "illusioni", come la scoperta – o la riscoperta – che all’uomo non è dato ubriacarsi hegelianamente dell’Assoluto, che all’uomo non spetta altro che coltivare degli appezzamenti, dei "giardini". Il "pensiero" debole" – al di là delle etichette delle scuole – è ormai dominante. Ed è dominante non solo nella filosofia, ma anche nelle scienze: l’uomo ha sempre più consapevolezza della fragilità del suo sapere, di essere strutturalmente destinato a brancolare nel buio, di non avere più "soli" come punti di riferimento. Un ritorno a Socrate? No. Socrate era convinto (come risulta – almeno – dall’"Apologia") che il sapere non appartenesse all’uomo, ma solo agli dèi. Oggi gli déi sono caduti. Tutti. Tutti i Miti. La nostra è di nuovo l’epoca della "doxa", delle "opinioni". A remare contro sono rimasti ben pochi. Due – a mio avviso – le figure di spicco: Giovanni Paolo II da una parte e Emanuele Severino dall’altra, due nuovi "Platone" che caparbiamente si sforzano di indicare la luce che c’è oltre la "caverna".

La filosofia è morta, ma il patrimonio storico della filosofia è più vivo che mai. Non vi è praticamente disciplina in cui non si parla di filosofia. Le stesse scienze cosiddette "esatte" hanno scoperto la loro storicità e fanno i conti col patrimonio filosofico. Perfino testi di matematica si cimentano con la logica di Aristotele. E questo anche nei licei. Non vi sono poi manuali di storia e di educazione civica che non affrontino le radici filosofiche del pensiero politico. Si tratta di un fatto che può essere visto – anch’esso – da angolature diverse: come salutare in quanto rivelatore della nuova vitalità che si trova ad avere la filosofia, come preoccupante in quanto minaccioso dell’autonomia della filosofia. I docenti di filosofia devono essere pronti, quindi, a fare le valigie? Nell’universo accademico sicuramente no, considerata la grande proliferazione delle "filosofie". E nelle scuole superiori? Ha ragione Enzo Ruffaldi: per avere "diritto di cittadinanza" nel curricolo, la filosofia deve "esibire" la "propria valenza educativa". Ora è in grado di esibirla?

Quali "competenze" è in grado di attivare la filosofia?

Cosa è in grado di offrire la filosofia in termini di "competenze e capacità" (se vogliamo seguire la parola d’ordine che passa oggi)? Cosa dovrebbe "saper fare" uno studente una volta ha affrontato il corso di filosofia? Che "abilità" dovrebbe possedere? Abilità "logiche"? Forse che il latino, il greco, l e scienze… non puntano a questo obiettivo? Abilità "argomentative"? Forse che la matematica non esercita l’allievo a produrre argomentazioni rigorose? E poi ci sarebbe bisogno di centinaia di ore per far fare ai ragazzi l’esperienza di applicare procedure logiche, come, ad esempio, il ragionamento per assurdo? Il saper effettuare "operazioni" sui testi (un altro slogan di oggi)? Forse che in italiano, ad esempio, l’insegnante non si pone tale scopo? Il saper "creare" dei testi – magari in forma di "racconto", di prodotto multimediale – (l’ultimissima moda del momento)? Forse che lo stimolo alla creatività non viene offerto da altre discipline? Il senso critico? Ma è proprio vero che l’obiettivo formativo del senso critico è monopolio della filosofia?

Non sto snobbando l’esigenza di passare dalle "conoscenze" alle "competenze". Tutt’altro! Abilità come il saper analizzare, sintetizzare, applicare, progettare, creare, lavorare in équipe… sono fortemente "formative". Benvenuto il ciclone che sta scuotendo la scuola italiana! Quello che intendo dire è che tutte queste abilità non sono lo "specifico" della filosofia e, quindi, non conferiscono ad essa di per sé "il diritto di cittadinanza" nel curricolo. E’ appena il caso, poi, di dire che l’insegnamento della filosofia è lontano mille miglia dal produrre risultati in termini di "competenze", seppur trasversali.

Non sono forse "conoscenze" alcune sbandierate "competenze"?

La filosofia oggi è ancora in larga parte un cumulo di "conoscenze" più o meno cervellotiche. Cosa si misura per lo più lo studente anche quando si dichiara di valutare delle abilità? Delle semplici "conoscenze", anche quando si chiedono delle procedure logiche o arditi collegamenti affrontati in classe: l’allievo, infatti, non fa che ricostruire diligentemente i passaggi logici spiegati dall’insegnante o i collegamenti più o meno ampi effettuati, cioè… "ripetere". Lo si valuta in base a quanto "sa", non in base a quanto "sa fare". Forse che il docente chiede di "applicare" le conoscenze a contesti diversi, a problemi nuovi (non affrontati in classe) come l’insegnante di matematica chiede di applicare le regole a problemi nuovi? Forse che il docente, prima della fase valutativa, offre agli allievi gli strumenti per affrontare e tentare di risolvere problemi nuovi?

La "modernizzazione" in corso nell’insegnamento della filosofia: un maquillage per salvare il salvabile?

Una facile caricatura di una scuola che non c’è più? Un attacco ingeneroso nei confronti dei tanti professori che da alcuni decenni stanno rivoluzionando l’insegnamento della filosofia? Niente di tutto questo. La filosofia – a mio parere – è la disciplina che più di altre ha messo in discussione se stessa ed ha avviato un grande processo di "modernizzazione". E’ un merito che va riconosciuto alla S.F.I., ad una miriade di insegnanti motivatissimi, a non poche case editrici. Una vera e propria rivoluzione in corso. Una rivoluzione che ha sfruttato pure le migliori potenzialità delle tecnologie informatiche: in quali altre discipline si sono prodotti dei software di così elevata interattività? Come valutare tutto questo? Siamo di fronte ad un maquillage finalizzato a salvare posti di lavoro? Ad un fermento mirato a rendere più "visibile" l’insegnamento della filosofia e, quindi, a guadagnare il "diritto di cittadinanza"? Non credo. I "filosofi" – per lo più – non hanno alcun dubbio di avere già il diritto di cittadinanza. Essi puntano solo a rinnovare il "metodo", inseguendo – ad esempio – il modello letterario (vedi le operazioni sui testi). Ma basterà il rinnovamento metodologico a salvare la filosofia? Un sapere ha "diritto di cittadinanza" se è in grado di attivare "competenze specifiche". Ma… si dirà, questo vale anche per le altre discipline. Certamente. Se è valido il problema qui sollevato, probabilmente altre discipline proverebbero addirittura maggiore imbarazzo. La commissione dei saggi ha, indubbiamente, avviato un processo di ripensamento che, tuttavia, va continuato.

Forse che la filosofia ha verità, valori, punti di riferimento da offrire?

Si obietterà che la filosofia si guadagna il suo diritto di cittadinanza non per le competenze specifiche che riesce ad attivare, ma per i "valori" che ha da offrire alle nuove generazioni. Ma è proprio vero che ha tali "valori" da vendere? E’ proprio vero che le tecniche argomentative che insegna offrono all’allievo gli strumenti per accedere al santuario della "verità"? E’ proprio vero che la filosofia è in grado di dimostrare qualcosa di vero al di fuori di ovvietà logiche e fenomenologiche? Forse che la filosofia è in grado di dare una risposta definitiva a qualcuna delle grandi domande "di senso" che l’uomo si è posto lungo il corso della sua storia? Si dirà che, anche se non sa fornire delle verità assolute sui problemi che contano, la filosofia è in grado di far cadere in trappola tutti gli scettici ed i relativisti. Si tratta di una capacità (suvvia!) che non interessa nessuno! Si obietterà che l’insegnamento della filosofia ha almeno dei grandi valori formativi da offrire: la "ricerca" della verità, il "dialogo", il "rispetto" delle opinioni altrui, la capacità di "sostenere" pubblicamente – con le opportune argomentazioni – le proprie posizioni... Ma… si tratta proprio di uno "specifico" della filosofia? Forse che il "modello socratico" è un patrimonio esclusivo della filosofia? I valori che è in grado di offrire l’insegnante di filosofia non sono forse gli stessi che offrono anche insegnanti di altre discipline, cioè i valori che sono alla base della stessa ’"istituzione scuola" in un Paese liberal-democratico?

E’ una buona ragione per guadagnare il "diritto di cittadinanza" nel curricolo il fatto che la filosofia è insegnata anche in altri Paesi europei?

Si obietterà che la filosofia è tanto formativa che – anche se con modalità diverse – è insegnata in molti paesi europei. Mi inginocchio davanti a cotal consenso. Ma… un ampio consenso – insegnano gli stessi filosofi – non prova un bel nulla! E non prova un bel nulla neanche la scelta di non insegnare la storia della filosofia, ma solo elementi di logica e di etica Quale capacità formativa ha la filosofia in versione "etica"? Se prescindiamo dai "valori" che sono patrimonio della nostra Costituzione, quali altri potremmo trasmettere ai ragazzi? Forse che privilegiamo arbitrariamente alcuni rispetto ad altri tra i tanti formulati dai filosofi? E quale capacità formativa ha la filosofia in versione "logica" rispetto, ad esempio, alla matematica ed alle scienze in termini di tecniche argomentative? Si dirà che la filosofia ha una ricchezza di "stili argomentativi" (un’espressione oggi di moda) che altre discipline non hanno. E’ proprio vero? E nel caso fosse vero, sarebbe proprio utile tormentare i ragazzi delle superiori sui tortuosi meandri logici dell’idealismo tedesco (tanto più se sganciati da una profonda motivazione attuale)?

E’ forse la "storia della filosofia" ad essere di per sé "formativa"?

Si dirà che tutte le discipline contribuiscono a costruire nei ragazzi delle competenze "trasversali" e che ognuna presenta in proprio dei "contenuti specifici". Questo, quindi, lo "specifico": la storia della filosofia, le varie dottrine. Ma si ritiene proprio che, ad esempio, Aristotele abbia ancora qualcosa da insegnare al giovane (uomo) di oggi? Si dirà che, quand’anche non avesse più nulla da insegnare, senza la sua conoscenza non si potrebbe comprendere il patrimonio culturale dell’Occidente: né, ad esempio, Dante, né il dogma cattolico della transustanziazione, né la scienza moderna. Si dirà, cioè, che la storia della filosofia ha almeno la stessa dignità delle altre storie (delle letterature, ad esempio) senza le quali non si potrebbe avere il quadro complessivo della storia. Ma c’è proprio bisogno di affrontare lo studio della storia della filosofia, della storia delle letterature… nelle scuole superiori? Lo si ritiene davvero fortemente formativo? Serve proprio conoscere la filastrocca delle opinioni di hegeliana memoria?

E’ morto un grande "sogno" che accomunava sia la filosofia che la scienza

La filosofia come tentativo di accedere a delle Verità assolute, di mettersi dal punto di vista di Dio, è morta. Chi crede oggi alla capacità della filosofia di dire qualcosa di vero (che non sia – lo ripeto - l’ovvio), crede alla Befana. Eppure la filosofia è più viva che mai. Del resto la stessa scienza non ha più l’ambizione di vedere il mondo con l’occhio di Dio, ma questa sua maggiore modestia non l’ha affatto distrutta. Tutt’altro: se c’è qualcosa di nuovo nell’universo dal sapere - si tratti pure di congetture - proviene proprio dalla scienza e non certo dalla filosofia (esagero?). Qual è, allora, l’ormai "stretto" percorso della filosofia?

Un "laboratorio di ricerca" "multidisciplinare"

Mi permetto qui di suggerire alcune piste di lavoro. Le filosofie "settoriali" sono tutt’altro che morte (con questo non escludo l’esistenza di cattedre create apposta per salvare delle poltrone!). Perché, allora non prevederle anche per le superiori? Sarebbe davvero formativo, ad esempio, lo studio della fisica senza la filosofia della scienza? Sarebbe formativo lo studio delle neuroscienze e delle moderne tecnologie mediche senza la philosophy of mind e la bioetica? Se la scuola vuole offrire agli studenti gli strumenti per affrontare il sapere scientifico con un approccio critico, non può che fornire loro l’opportunità di una riflessione "filosofica" su tale sapere. Del resto sono le filosofie settoriali che oggi fanno ricerca grazie proprio all’apporto delle scienze. Il "mistero della coscienza" (come lo definisce Dennett) è rimasto ancora tale, ma se qualche chiarificazione c’è stata negli ultimi decenni, non è certo venuta dalla filosofia tradizionale.

Non vi è nulla da inventare. Vi sono già, infatti, docenti che dimostrano una grande sensibilità nei confronti di tali filosofie e di sicuro ve ne sono ancor di più che hanno un forte interesse, ma che lamentano di non avere il tempo necessario per arrivare a tali stimolanti problematiche. Considerato il tempo che si ha a disposizione, non vi è altro da fare che scegliere: scegliere (e giustificare pubblicamente all’interno del Piano dell’offerta formativa), ad esempio, se oggi è più formativo Hegel rispetto all’epistemologia o alla bioetica.

Vi è, poi, a mio avviso, un altro spazio specifico. La filosofia non ha verità da vendere, ma può svolgere un compito che difficilmente può giocare un’altra disciplina: creare le condizioni perché lo studente si metta in discussione e attivi una "ricerca radicale" sui quesiti "radicali". Si potrà obiettare che i ragazzi hanno bisogno di punti fermi, non di dubbi, hanno bisogno di sicurezze, non di tormenti interiori. Chi li ha da vendere questi punti fermi (che non siano quelli "costituzionali" di cui prima)? Chi crede in qualche rivelazione divina, non certo il "filosofo"! E allora? Allora sarà l’allievo a "cercare" dei punti fermi. Il "filosofo" dovrà solo aiutarlo in questa "ricerca" (anche testimoniando la sua "passione" per la ricerca), aiutarlo a ponderare con scrupolo le argomentazioni pro e contro, aiutarlo ad aprirsi alla "complessità". Forse che di fronte all’"enigma-universo" il filosofo ha delle soluzioni? Forse che "sa" se l’embrione è una "persona"? Forse che "sa" dare una risposta certa al quesito sulla natura dell’uomo? Il filosofo, o meglio l’insegnante di filosofia, (il filosofo può essere dogmatico, ma l’insegnante no: concordo con Ruffaldi, anche se il match con Terravecchia risulta alla fine più tenue rispetto alle prime battute) non può che svolgere un ruolo "introduttivo" e non può che essere un "seminatore di dubbi" (pur tenendo conto dei suggerimenti di Ubaldo), anche su "conquiste" faticosamente raggiunte sia a livello collettivo che individuale. Piaccia o non piaccia! A meno che non voglia insegnare in una scuola "fondamentalista"! E’ in questa operazione che matura il "senso critico" senza il quale non avrebbe molto senso una scuola statale (o una scuola privata paritaria). Un senso critico che non può che essere "esercitato" (non si può chiederlo ai ragazzi come se fosse qualcosa di genetico!). E lo si può esercitare solo se non si passa in rassegna la filastrocca delle opinioni, ma si concepisce l’insegnamento della filosofia come di un "laboratorio di ricerca", di un "dialogo" che coinvolge non solo la classe, ma anche (perché no?) i genitori, professori di altre discipline, altre scuole tramite la rete Internet, Istituti di ricerca. E’ qui che l’insegnante di filosofia gioca un ruolo "multidisciplinare" in quanto coordinatore di una ricerca a cui partecipano più professionalità.

Come si fa ad affrontare, ad esempio, la philosophy of mind senza il contributo fondamentale delle neuroscienze, della psicologia, dell’informatica…? Come si fa ad affrontare il mistero dell’universo senza l’apporto dell’astronomia e della fisica? Ha un senso ancora tirar fuori dal cilindro l’"acqua" di Talete bypassando completamente tutte le indagini scientifiche?

Ma allora va buttata nella spazzatura la storia della filosofia? No. Come si può pretendere di affrontare i problemi filosofici di oggi (problemi aperti anche dalle ricerche scientifiche) senza "interrogare" i filosofi del passato e senza cogliere la "storicità" – anche attraverso le loro "opere" – dei loro interrogativi e delle loro soluzioni? Ma… se non c’è "laboratorio", se non c’è "motivazione alla ricerca", i filosofi del passato – anche se affrontati nella loro completezza ed organicità - non sono in grado di dire nulla (se non lasciare nella memoria qualche brandello). Se, invece, il laboratorio c’è, i filosofi del passato possono diventare più "vivi" dei viventi. Sa di muffa la "querelle" sul metodo "storico" o metodo "problematico". Sarebbe del tutto superficiale e fuorviante pretendere di affrontare un problema solo con le ricerche in corso oggi. Anzi le stesse ricerche in questione non sarebbero comprese nella loro pienezza senza la comprensione del passato: come si potrebbero capire, ad esempio, gli sviluppi delle ricerche sul cosiddetto mind-body problem senza Cartesio? Tutto è storia: anche l’ottica all’interno della quale sono poste le domande oggi, ottica diversa da quella di Talete o di S. Tommaso.

Il rischio di oggi? Pretendere di fare tutto (o quasi) e tutto in modo organico con l’effetto di non attivare alcuna ricerca, di non accendere lo "stupore" da cui può partire una ricerca. E di non accenderlo con la giustificazione che non si ha il tempo di fare ciò senza il quale non avrebbe senso insegnare la filosofia.

Ma… non si correrebbero altri rischi nello scenario di cui sopra? Non si correrebbe, ad esempio, il rischio di trasmettere il dogma del relativismo? Se fosse valida l’obiezione, questa riguarderebbe tutta la scuola. Forse che la scuola non è un "luogo di ricerca", di "confronto di posizioni", un luogo in cui gli insegnanti offrono agli allievi un metodo di ricerca? Ma… si potrebbe obiettare ancora che – di questo passo - si correrebbe, addirittura, il rischio di spegnere la stessa ricerca: che senso avrebbe la "ricerca" se si sa già in partenza che il Tempio della Verità assoluta non è accessibile all’uomo? Forse che la ricerca scientifica è spenta dalla consapevolezza che hanno gli scienziati che le loro sono solo "congetture", "teorie"? La "passione della verità" è l’anima della filosofia, come è l’anima della stessa scienza e va "accesa" nei ragazzi. Ma questi devono essere messi nelle condizioni di scoprire – proprio mediante l’approccio alla "complessità" – che non esistono verità definitive, che esistono solo "opinioni" più o meno "convincenti", più o meno "argomentate", più o meno "confermate da una serie di casi". Il sapere "umano" è questo: perché mai dovremmo ingannare gli studenti?

Solo alcune piste di lavoro (che meriterebbero uno sviluppo che lo spazio ridotto di un "intervento" non consente). Niente di nuovo sotto il sole – si dirà. E’ vero. Ma credo si tratti di piste non ancora adeguatamente esplorate.

E’ in questa direzione (la messa in atto di una "ricerca radicale" sulle grandi "domande di senso", l’habitus a mettere in discussione tutto – anche le "fondamenta" delle scienze, anche le Weltanschauungen che si presentano più accattivanti, anche i tanti "idoli" della società di oggi - l’approccio alla complessità, la ricerca multidisciplinare) che intravedo il terreno "specifico" dell’insegnamento della filosofia, l’ambito formativo che può davvero conferire a tale insegnamento il diritto di cittadinanza. E’ poco? Tutt’altro. A mio modesto avviso – se questa è la direzione da seguire – ci vuole ancora molta strada da percorrere (forse non è esagerato parlare di "rivoluzione"). Di sicuro la S.F.I., numerose e qualificate pubblicazioni, molti docenti nel loro lavoro quotidiano, non poche case editrici hanno attivato uno straordinario processo di riflessione e di modernizzazione. Ora occorre effettuare un ulteriore salto di qualità. Con coraggio. Anche nel campo del software didattico.

La filosofia per alcuni aspetti è morta, ma può risorgere – in collaborazione con altre discipline - con una vitalità sorprendente. Non sono del resto gli stessi grandi problemi del nostro tempo a reclamare questa nuova giovinezza?

 

 

Piero Carelli