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I problemi di una didattica per problemi

ovvero la semplice arte filosofica di porre i problemi

 “ la storia della filosofia è un comodo catalogo di idee già pronte per chi non ne ha di proprie”

                                                                                Paul Valery

Incipit

Ormai è alla nostre spalle da parecchi anni la discussione intorno alla possibile scelta tra una didattica della filosofia per temi e problemi e una didattica della storia della filosofia. Tra le due ha vinto certamente il compromesso, nettamente però a favore della seconda impostazione: il manuale di storia della filosofia, arricchito ad libitum di inserti tematici, più o meno originali ed interdisciplinari.

Eppure io credo che capiti a molti insegnanti di filosofia di considerare questa come una scelta in tono minore, non riuscendo a fare altro e di meglio e rimanendo al fondo con la convinzione che la filosofia debba svolgere, tra i suoi compiti fondamentali, quello della problematizzazione, invece di limitarsi a raccontare la storia dei sistemi filosofici. Sarà il richiamo di Socrate, che pur sempre resta un auctoritas rispettata dai filosofi, o senz’altro in minor misura, il richiamo dei programmi ministeriali, oppure la consapevolezza (talvolta esibita con orgoglio) che la filosofia non è una materia come le altre.

Rispetto alle altre discipline che sono piuttosto arti settoriali del rispondere a domande specifiche, la filosofia presume di ricercare intorno a questioni generali senza mai pretendere di dare risposte definitive ai problemi che si pone, e dunque si pone piuttosto come un’arte del domandare. E’ questa la vocazione socratica, aporetica, che fa del filosofo un ricercatore inesausto, perennemente scontento delle risposte, ma accanto a questa c’è l’altra strada della filosofia, quella che pur imperfettamente cerca di dare delle risposte all’altezza delle questioni fondamentali che vengono poste. Si potrebbero chiamare l’una problematizzazione, l’altra sistematizzazione. Queste strade se per il filosofo non sono che una sola, nella didattica si trovano spesso a divergere radicalmente, cosicché della filosofia non resta che lo scheletro dei sistemi, senza la forza viva della problematizzazione. Ed è proprio questa tensione perenne della filosofia a mettere in questione il dato, l’ovvio per porre il problema che ne fa quella straordinaria avventura intellettuale che è.

I sistemi, se restano im-pensati, diventano contenitori di opinioni dei filosofi, (come in una lunga sequenza di un gioco in cui filosofo scaccia filosofo), al meglio di risposte sempre diverse a problemi eternizzati. E il rischio fortissimo è che la filosofia, priva dell’élan vital  della problematizzazione divenga appunto un’inconcludente sequela di problemi senza soluzione, o di soluzioni bizzarre agli stessi problemi di sempre. Ma allora, ci si può chiedere, si tratta di una fatica di Sisifo? Esistono in filosofia, e in che senso, le soluzioni? Oppure esistono problemi perenni e la fatica di Sisifo del filosofo è solo quella di riportarli in cima al pensiero incessantemente, per poi vederli ineluttabilmente ricadere verso il basso, magari da un’altra parte della montagna?

 

Philosophia perennis

Innanzitutto la concezione dell’eternità dei problemi filosofici ha come sfondo necessario la philosophia perennis. Si tratta di una vecchia signora che con l’età piuttosto avanzata ha cominciato a dimenticare i nomi delle persone, quando e in che occasioni le ha già viste, che cosa hanno detto a lei e lei a loro. Perciò le capita di rivolgere domande strane, inopportune, già fatte molte volte e magari rivolte alle persone sbagliate. In alcuni casi le domande sarebbero inutili, perché a esse è già stata data una risposta da tempo; altre non coglierebbero più nel segno, perché è completamente mutato il quadro di riferimento; altre ancora decisamente sarebbero impertinenti.

Evidentemente la vecchia signora non è sempre stata vecchia e solo a partire da una certa epoca abbiamo cominciato, irrispettosamente, a considerarla tale. Eppure ha alle spalle una storia millenaria: la philosophia perennis è figlia dei greci, e il suo modo di domandare nasce dal senso greco della domanda e del problema.

Forse è stato Aristotele che ha meglio caratterizzato questo senso greco del “problema” come ricerca teoretica.[i] Il problema non è una semplice domanda che attende una risposta: è piuttosto una prospettiva che si apre allorché mettiamo in discussione un aspetto della realtà.

La riflessione filosofica si origina di fronte a un ostacolo, da una situazione di estraniamento, di meraviglia per ciò che è (thaumas), o ancora di fronte a un’aporia. Il problema filosofico nasce quando, e solo se, c’è una sospensione del dato, un’epoché, che trasforma l’ovvio in un progetto di ricerca. Il problema si costituisce, si elabora; non è figlio dell’intuizione, ma della ragione discorsiva. Non dal lampo dell’intuizione nasce, ma nel tempo della paziente riflessione.

Figlie della riflessione greca sono la scienza e la filosofia che ai nostri occhi oggi sono completamente separate, ma che hanno la medesima matrice, quel medesimo senso del problema come sospensione del dato, elaborazione razionale, ricerca teoretica.

Porre un problema significa già delimitare un campo, ritagliare spazi all’interno della gerarchia dei saperi, saper definire che cosa nel problema propriamente fa problema. E per quanto riguarda le soluzioni, che cosa ha da dirci la filosofia?  Se ascoltiamo la vecchia signora, ci dirà che si danno solo problemi, sempre gli stessi, e soluzioni sempre diverse e mai conclusive. Che certamente ci sono nel corso del tempo dei mutamenti, ma che l’essenziale resta inalterato. Ma questa visione è molto parziale, tipica di un modo di intendere la filosofia che rifacendosi al senso greco del filosofare e volendo eternizzarsi tradisce la propria vocazione di ricerca per assestarsi nella comodità dell’hortus clausus dove può seminare e raccogliere senza sorprese. Con tutto il rispetto che si deve a una vecchia e venerabile signora, se la filosofia fosse eterna non avrebbe un passato e perciò neppure un avvenire. Da ciò segue che dobbiamo mantenere viva la tensione teoretica del problema e non affidarci esclusivamente all’abbraccio che può essere anche mortifero della vecchia signora.

I problemi non sono dati, ma costruiti filosoficamente. Ciò che resta comune possono anche essere gli “eterni” problemi esistenziali dell’uomo, ma muta essenzialmente il modo di interpretarli e costituirli come problemi filosofici.[ii]

 

La costruzione del problema filosofico

Cerchiamo ora di dare una forma a questa modalità del porre il problema che è propria della filosofia. Che significa “problematizzare”? Come si sono “costruiti” e si “costruiscono” i problemi filosofici?

Una risposta articolata a questa questione implica ovviamente una ricerca storica su ciò che all’interno della tradizione filosofica, nelle opere dei diversi autori , si è costituito come problema. Più o meno esplicitamente. Si potrebbe notare per esempio come ci sia una differenza essenziale tra “analitici” e “continentali”[iii]. Due citazioni per esemplificare.

 

“Il rapporto tra domanda e risposta costituisce nell’ambito della filosofia un caso a sé. Si tratta, per parlare con le immagini, di scalare una montagna. L’impresa riesce se noi anziché restare nella pianura del modo corrente di pensare per tenere dei discorsi sulla montagna, con lo scopo di farne “esperienza “ cominciamo subito la salita verso la vetta” (Heidegger)[iv]

“Il libro tratta di problemi filosofici e mostra- credo - che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio” (Wittgenstein)[v]

Come si vede anche da un raffronto superficiali, le due posizioni sono ben diverse: il problema filosofico è frutto di un cattivo uso del linguaggio, e la filosofia è la terapia che può risolvere questi problemi; altro è invece la concezione del problema come domanda: l’ascesa a quella montagna che è il problema che ci sta di fronte implica un’esperienza che ci muta e insieme a noi muterà il problema.  Questi sono soltanto brevi cenni che però possono essere sviluppati riferendosi alla tradizione filosofica e al diverso modo che forse ogni filosofo ha di porre le domande fondamentali, di problematizzare appunto. Ma si può dire qualcosa in generale intorno alla forma del “problema filosofico”? E c’è qualche indicazione didattica che ci indichi meglio come procedere nella problematizzazione?

Qualche filosofo ha tentato di dare una risposta alla prima domanda. Ci riferiremo qui al filosofo americano Thomas Nagel e al filosofo francese Sylvayne Auroux.

Nagel sostiene che i problemi filosofici sono quei particolari problemi generati dalla tensione, dalla “polarità” tra due pretese, tra due punti di vista diversi sulle stesse questioni: un punto di vista esterno (impersonale, oggettivo) e un punto di vista interno (personale, soggettivo).

“A un estremo c’è il punto di vista di un individuo particolare, che ha una specifica costituzione, situazione e relazione con il resto del mondo. A partire da  qui la direzione del passaggio a una maggiore oggettività implica un’astrazione della specifica posizione, spaziale, temporale, esistenziale dell’individuo nel mondo”[vi]. Riportata sul piano didattico questa idea può essere tradotta in questo modo: formare al problema significa costruire la capacità di dar aria ,, per così dire, ai problemi, creare uno spazio dei problemi visti non più dal punto di vista esclusivamente personale, ma da un punto di vista più esterno, scontrandosi, per così dire (dialetticamente, agonisticamente ) con un punto di vista impersonale che è poi quello degli altri e della tradizione.  Ciò che fa problema e che resta problematico e che probabilmente non porterà mai a una soluzione, dice Nagel, è proprio nella tensione , nella polarità ineliminabile tra punti di vista diversi. Ora proprio il confronto con l’altro costituisce il lievito di quella problematizzazione che ci fa vivere una vita filosoficamente sensata. Ecco dunque che problematizzare è anche un atto profondamente etico.

Un’interpretazione leggermente diversa ci viene da Auroux. Partendo da un’impostazione ancora più analitica, Auroux  sostiene che i problemi filosofici hanno la qualità specifica di non essere saturati, cioè sono in se stessi indeterminati e le risposte ad essi variano a seconda dei “dati” e degli argomenti che si utilizzano per specificarli [vii]. Ad esempio il problema filosofico: “l’uomo è libero?” non può e non potrà mai avere un’unica soluzione. La risposta dipenderà da come si definiscono l’“uomo” e la “libertà”. “Compito della filosofia è completare i dati in modo da giungere a una soluzione”[viii]. Traduciamo anche questa interpretazione in termini didattici: filosofare significa cercare risposte a domande aperte, inesauribili , perché la posta in gioco non è solo oggettiva, ma anche soggettiva. Il punto di vista della ricerca personale è essenziale nella pratica filosofica. In questo senso si può dire che i problemi filosofici sono anche specificati esistenzialmente.

  

La servetta  tracia e i ciottoli

Comunque si ponga la questione, la direzione di ricerca è chiara.

Lo scopo della filosofia per la fine del Millennio formulato in termini semplici è l’alternativa strategica opposta al quotidiano, petulante, orribile “non c’è problema!”.

Sappiamo dalla tradizione, seppur in diverse versioni, che il primo filosofo inciampò e cadde nel pozzo. Possiamo assumere questo racconto come una traccia: ciò su cui inciampa il filosofo è proprio il problema filosofico e l’irrisione delle servetta consiste allora non solo nell’impotenza della teoria a risolvere problemi quotidiani, a superare ostacoli troppo semplici, ma anche a seguire strade su cui è più facile inciampare. Anzi al colmo del ridicolo si potrebbe vedere l’immagine del filosofo che prima dissemina il terreno di sassi, per poi potervi passare inciampando.

Ma, se è vero filosofo, con quale ironia lo fa! E quale figure riesce a costruire laddove gli altri vedono solo ciottoli!

 
Prof. Filippo Trasatti

Liceo “Clemente Rebora” Rho (MI)

 


Note e Riferimenti bibliografici


[i] Aristotele dedica una particolare attenzione a distinguere tra questioni, tesi ecc. nell’introduzione ai Topici e agli Analitici secondi. Questi testi, benché difficili, potrebbero essere analizzati in classe per  una prima determinazione generale della questione.

[ii] Heidegger  definisce  la metafisica come un domandare totale che coinvolge lo stesso domandante, nel senso che pone in questione l’esserci stesso dell’uomo e perciò verte non solo sull’essere dell’ente, ma anche sul nulla che a tale essere è essenziale. Concetti fondamentali della metafisica, cit. in Berti, Introduzione alla metafisica, Utet, Torino 1993

[iii] Per  queste categorie si veda il lavoro di F. D’Agostini, Analitici e continentali, Cortina, Milano 1996.

[iv] Martin Heidegger, Domande fondamentali della filosofia, tr. It., Mursia, Milano 1995, p.23 

[v] Ludwig Wittgenstein,  Tractatus, tr. It. Einaudi , Torino  1974, pp. 3-4.

[vi] T.Nagel, Questioni mortali, tr. It Il Saggiatore, Milano 1988, p. 199 e s. 

[vii] Sylvain Auroux, Vc.Problème, in Encyclopedie Philosophique Universelle, tomo II, Puf, Paris 1990., p. 2050.

[viii] Ibidem.

 


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