La Filosofia a scuola: dalla Storia ai problemi

di Mauro Imbimbo

Se non ora, quando?

Replicando ad un articolo apparso in questa rubrica, l’amico Enzo Ruffaldi invitava i frequentatori del sito SWIF a proseguire il dibattito, aperto da molti anni oramai, sulla "riforma" dell’insegnamento della filosofia. Raccolgo l’invito perché credo che la discussione sia tutt’altro che conclusa e diversi aspetti meritano di essere approfonditi. Restano in campo, sull’argomento, posizioni diverse, anche se ho l’impressione vi sia almeno una tesi largamente condivisa : la storia della filosofia non basta più.

Personalmente, ho maturato, nel corso degli anni di insegnamento, una posizione molto critica circa il modo in cui, per lo più, viene proposta la filosofia nei Licei. Qui di seguito, darò conto, sinteticamente, del perché sono molto critico, anche attraverso degli esempi, accennando soltanto, per ragioni di spazio, ai possibili rimedi.

A cosa serve la filosofia a scuola?

Prendo le mosse da questa domanda ,che sempre si ripropone ma dalla quale, comunque, è opportuno partire per mettere subito in evidenza il punto di vista in base al quale giudico come viene insegnata la filosofia nelle nostre scuole. La classica risposta che tutti diamo è: la filosofia a scuola è necessaria perché è una disciplina formativa. Un volta fornita questa risposta, però, il bello deve ancora cominciare. Perché? Perché ritengo che la gran parte dei disaccordi che esistono sulla didattica della filosofia derivi da disaccordi a proposito di ciò che è essenzialmente formativo nella disciplina. Il mio parere, per esempio, è il seguente: il valore formativo della filosofia per degli adolescenti, non ci dimentichiamo mai dei nostri interlocutori, consiste, principalmente, in due tipi di contributi alla loro formazione intellettuale e civile.

  1. contributo logico- linguistico e concettuale: in filosofia si trova il più grande repertorio di indagini sulle strutture logiche delle lingue naturali, sul ruolo fondamentale delle definizioni e dei concetti nelle nostre argomentazioni, sul significato dei termini che usiamo e, dulcis in fundo, il più grande repertorio di ragionamenti che l’umanità abbia prodotto in Occidente. La prima conseguenza di quanto affermo è che lo studio della filosofia ha indubbiamente un valore formale, ovvero anche se non mi occupo di prove dell’esistenza di Dio, di definizione del Bene, di principio di identità, etc., la filosofia mi può servire a comprendere che esprimersi, ragionare, usare le parole in modo chiaro, è una attività meno semplice e ovvia di quanto sospettassi. Attenzione: non sto sostenendo che solo la filosofia insegni a ragionare, come suol dirsi, ma che soltanto in filosofia il linguaggio è oggetto di indagine specifica e non solo mezzo tramite il quale ci esprimiamo.. Mi domando: questo aspetto del patrimonio filosofico è adeguatamente valorizzato nel nostro sistema di insegnamento? Credo di no, e più avanti cercherò di spiegare perché.
  2. Il secondo contributo alla formazione è, per così dire, contenutistico e non formale: la filosofia consiste in un complesso di ricerche riguardanti alcuni problemi che sono stati ritenuti, e vengono ritenuti ancora, fondamentali per la nostra esistenza individuale e sociale Di cosa si tratti lo sappiamo bene, e sappiamo altrettanto bene che l’indagine filosofica, nel suo sviluppo storico, ha dato luogo a filoni di ricerca collegati ma, per tanti versi, distinti: mi riferisco alle cosiddette discipline filosofiche: Metafisica, Etica, Gnoseologia/Epistemologia, Filosofia politica, Logica, per riferirmi agli ambiti principali. Quali sono, o dovrebbero essere, le conseguenze didattiche per questo secondo aspetto? Occuparsi di filosofia a scuola coinciderebbe con l’occuparsi di quei problemi. Sono i problemi ad essere al centro dell’attenzione dell’insegnante e dello studente. I filosofi, in questo quadro, dovrebbero essere il mezzo tramite il quale io entro in contatto con il problema xy, per esempio: possediamo delle conoscenze innate? Per comodità di esposizione, ho distinto i due contributi ma volendo potremmo unificarli sostenendo che: la filosofia è quella indagine su quei problemi fondamentali e in tale indagine svolgono un ruolo di primo piano le riflessioni, logico-linguistiche e concettuali Qualcuno potrebbe farmi notare:" Dal tuo elenco è assente un aspetto della filosofia altamente formativo: la filosofia ci insegna a comprendere la storicità del pensiero, il suo rapporto con le circostanze sociali, economiche, politiche, religiose , entro le quali sono state condotte le indagini a cui ti riferisci, e così via. L’assenza della storicità dall’elenco non è casuale ma ciò non significa né che io ritenga le vicende della filosofia astoriche, né che consideri del tutto marginale la riflessione sulla storicità delle tesi metafisiche, etiche, gnoseologiche, etc. La mia convinzione, discutibilissima naturalmente, è che nel nostro lavoro a scuola sarebbe più opportuno un approccio alla filosofia fondato sulla centralità dei problemi e sulla valorizzazione del repertorio di indagini logico-linguistiche. La storia non deve scomparire ma diventare lo sfondo, la scena all’interno della quale si sviluppa l’itinerario delle indagine filosofiche. Detto nel modo più limpido possibile: il nostro scopo principale non dovrebbe essere "fare storia della filosofia"

I guasti del filosofocentrismo

E’ evidente che non è questo il modo con il quale viene insegnata, per lo più, la filosofia nelle nostre scuole, il che produce, dal mio punto di vista, degli effetti negativi che intendo sottolineare. Cosa si fa a scuola, per lo più – non parlo delle eccezioni, delle sperimentazioni di vario tipo, etc.-? Si fa la storia della filosofia dai presocratici al Novecento, con tagli, esclusioni, riassunti dei quali non si può fare a meno ma che lasciano spesso una scia di rimpianti e sensi di colpa – si può trattare l’idealismo senza Fichte? Capiranno la filosofia medievale se non parlo dell’aristotelismo arabo?, e via di questo passo. Di cosa ci si occupa, sempre per lo più? Direi di singoli filosofi, poi di correnti o scuole di pensiero, di periodi di particolare rilievo e, qualche volta, anche di uno specifico tema, ad es. il dibattito su determinismo e libero arbitrio tra ‘600 e ‘700. Se non mi sbaglio, dunque, nella scuola prevale una sorta di filosofo-centrismo, la qual cosa finisce per creare una mentalità distorta nello studente. Quando, per esempio, è abituato ad associare il principio di identità ad Aristotele, finirà per credere, fatalmente, che quel principio è "…roba di Aristotele", per cui se il docente gliene parla fuori dal contesto aristotelico, perché giustamente ne mette in luce il significato logico generale, il ragazzo/a casca dalle nuvole. È appena il caso di precisare che l’esempio di Aristotele è solo uno dei tanti possibili. Se tutto ciò accade spesso, credo vi sia una precisa ragione: presentando la filosofia prevalentemente tramite gli autori io spingo lo studente, magari inconsapevolmente, ad identificare la natura concettuale di una tesi con la sua genesi, la sua paternità, cosa tutt’altro che ovvia. Ma c’è di più: se mi abituo a pensare la filosofia identificandola con Platone, Descartes, Parmenide, etc,, quando poi, nella vita di tutti i giorni, mi imbatto in un interrogativo etico, in un problema gnoseologico, anche molto semplice, in un quesito di filosofia politica e così via, non sono in grado di metterlo a fuoco anche e soprattutto perché le mie conoscenze di filosofia sono tutte racchiuse nelle cartelle dei filosofi e non nelle cartelle dei problemi, ma nella vita, si dà il caso, non mi imbatto nei filosofi bensì nei problemi. Sinceramente, questo esito, che non ritengo di avere esagerato, mi pare sconfortante e la dice lunga sulla pretesa efficacia della "nostra tradizione", che ho sentito difendere con vigore in un convegno SFI a Firenze a fine ’99. Se l’educazione filosofica che ricevo a scuola non mi permette di inquadrare nelle mie esperienze ciò che vi è di etico, logico, epistemico, etc., mi domando perché si fanno tre anni di Filosofia ? Altro esempio: provate a chiedere ad uno studente, di livello medio-alto, alla fine degli studi di filosofia, cosa distingue esattamente una deduzione da una induzione, facendo anche un paio di esempi; oppure cosa distingue una proposizione o una teoria normativa da una descrittiva; o ancora in che consiste un atteggiamento etico finalistico e perché è diverso da uno deontologico? Pochissimi, immagino, saranno in grado di fornire risposte precise. Hanno studiato poco? Diciamo che hanno studiato male, e la responsabilità non è tutta loro. Giovanni Reale, in un articolo pubblicato mesi addietro sul Domenicale del Sole24 ore, faceva notare, preoccupato, come molti studenti del primo anno di Filosofia quando si parla di miti e/o di tragedia greca di rado conoscono qualcosa dell’argomento. Brutto affare, si dirà, ma non è scandalo peggiore, perché concettualmente di portata più vasta, il fatto che in tre anni di studi filosofici non sia previsto un corso di logica elementare, i primi rudimenti, intendiamoci, niente di raffinato, soltanto il minimo? Non mi pare che la cosa susciti grandi proteste ma, si sa, il nostro è un paese nel quale la filosofia è un po’ troppo imparentata con la cultura umanistica e allora la logica diventa un optional….

Che fare? Per dirla con uno slogan: è l’ora di una rivoluzione copernicana. Se prendiamo sul serio questo benedetto "ruolo formativo della filosofia", sarebbe proprio il caso di passare "dalla storia ai problemi", o per non essere equivocati, "dalla storia della filosofia ai problemi filosofici, entro cornici storiche". Liberiamoci della assurda pretesa di "esseri completi", che suscita gli angosciosi interrogativi a cui accennavo in precedenza – avrò fatto bene o male a tralasciare X o Y?. Addestriamo gli studenti a fare esempi tratti dall’esperienza ordinaria, quando devono illustrare cosa significa, supponiamo, concepire le scelte morali in termini kantiani o epicurei. Attraverso simili esercizi comincerebbero a comprendere come le ricerche filosofiche riguardano la loro esistenza, individuale e sociale, e non sono le elucubrazioni astruse di certi strani signori.

Come si può immaginare, le osservazioni e i suggerimenti potrebbero continuare ma non voglio abusare dello spazio concessomi. Spero di aver fornito un contributo utile al dibattito, tanto più se controverso.

Mauro Imbimbo - E. mail: mimbo@katamail.com