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Ubaldo Nicola, GUARDA CHE IDEA! Atlante di filosofia illustrata

INTRODUZIONE

La lavagna

Sono sempre stato affascinato dalla lavagna. Innanzi tutto per il suo colore nero, così innaturale e, direi, contrario alle abitudini della vita intellettuale quotidiana. Se è vero che il pensiero (nell'uomo occidentale moderno) è un'attività segnata dal modello del libro (il sistema scrittura-lettura) tanto che l'atto dell'affermare (asserire qualcosa con certezza) si esprime normalmente con la metafora del "mettere nero su bianco", allora il "mettere bianco su nero" cui ci obbliga la lavagna fa di quest'ultima uno strumento unico ed eccezionale. Più che uno schermo fisico essa è un luogo mentale in cui si rappresentano non generici "pensieri" ma una forma molto particolare di immaginazione, conoscitiva e socializzata.

Come l'immaginazione la lavagna è dinamica (non ha nulla a che vedere con la memoria, la conservazione dei dati); è costituzionalmente deputata all'effimero: delimita uno spazio in cui si svolgono operazioni veloci e poco formalizzate, dove il pensiero "si fa" e "mette insieme" una dottrina, spazializzandone le componenti come i pezzi di un mosaico. A volte ciò porta a semplificazioni tanto brutali che ci sarebbe da vergognarsi a scriverle (metterle "nero su bianco"), ma del resto lo schematizzare alla lavagna ha molto a che vedere con il gesto, con i "segnali di accentuazione" tramite cui le mani accompagnano il discorso, dislocando (collegando, opponendo) i concetti nello spazio. In questo modo i segni prodotti alla lavagna tendono a teatralizzare e drammatizzare, a sottolineare iperbolicamente i concetti, negarli con enfatici "crocioni" o collegarli con frecce ecc.. La "tavola nera" (blackboard la chiamano gli inglesi ) si presta a collegare la conoscenza all'emozione; imponendosi così alla memoria.

Come metafora della mente la lavagna ha un parente stretto, la celebre "tabula" che gli empiristi volevano "rasa" ed i razionalisti "incisa", ossia la tavoletta spalmata di cera in passato usata dagli studenti per prendere appunti. Tuttavia, a differenza della "tabula" e della "pagina", la lavagna non è uno strumento intimo e personale ma sociale; lavorando su di essa l'immaginazione soggettiva si deve piegare alle esigenze della comunicazione, assumere una disciplina e farsi socialmente usufruibile (1).

In breve: come protesi dell'immaginazione collettiva, luogo sociale in cui si svolge un lavoro intellettuale conoscitivo, la lavagna è uno strumento perfetto, il più formidabile e duttile mezzo di comunicazione a disposizione della didattica. Per questo da millenni, da quando ha sostituito la sua versione pretecnologica (i disegni sulla sabbia), non subisce alcun rilevante miglioramento tecnico: è uno di quegli oggetti che (come la forchetta) hanno da tempo già raggiunto la perfezione.

Il progetto di un atlante filosofico illustrato

Può esistere una lavagna per il pensiero filosofico? E' possibile ed utile, almeno sul piano didattico, il ricorso all'immaginazione visiva? E quali modificazioni, infine, l'assunzione di questo particolare punto di vista provocherebbe sul contenuto stesso della filosofia? Per rispondere a queste domande è nato nel 1995 il progetto Guarda che idea! (2). Nel corso di un intero triennio gli alunni sono stati invitati a 1) "scomporre" il pensiero degli autori individuandone le nozioni chiave; 2) individuare dove tali nozioni siano state rappresentate in modo intenzionale o comunque significativo: nella storia dell'arte, della scienza e della cultura materiale, nella storia della didattica (risalendo ai materiali di epoche in cui tale scienza era molto più multimediale di ora) e, non ultimo, nelle opere dei filosofi stessi (3). Nella scelta delle immagini, da motivare in una breve scheda finale, l'unico vincolo posto è stata la pertinenza rispetto al significato filosofico (accettando quindi rappresentazioni di qualsivoglia "tipo": opere d'arte, schemi logici, illustrazioni di metafore, ritratti, vignette satiriche, ecc.). Obiettivo finale del progetto, come risulta evidente, era verificare quanto una (adeguata) ricerca iconografica possa costituire il mezzo per conseguire i tanto auspicati "collegamenti interdisciplinari".

Una scelta importante, impostasi nel corso del lavoro come diretta conseguenza del particolare punto di vista adottato, è stata quella di abbandonare la struttura del tradizionale manuale, organizzato "per autori", e di organizzare le schede in base all'unità minima della "idea". Al momento attuale Guarda che idea! costituisce una banca dati di "iconologia filosofica" (una disciplina che oggi non esiste), ovviamente in progress ma già consistente (300 voci, 1.000 immagini). Le schede non linkate possono essere richieste via mail a uten87@iol.it. Ogni forma di contributo e suggerimento è benaccetto, anche in vista di una possibile fase 2: la stesura di un ipermediale (che richiederebbe di sommare a quella iconografica analoghe ricerche in campo musicale, matematico, letterario...)

Risultati e prospettive

Come è noto l'indirizzo oggi prevalente nella didattica della filosofia sostiene la centralità della lettura diretta dei testi, rimandando così ad un'idea della filosofia come pura argomentazione verbale. E' noto anche che attorno al problema delle immagini sono tutt'oggi aperti dibattiti (spesso molto polemici) in numerose aree disciplinari (cognitivismo, semiotica, percettologia).

Da questo punto di vista Guarda che idea! non intende dimostrare la necessità di un "pensiero per immagini" né alcuna particolare relazione fra iconismo, filosofia e filosofi. Vi sono stati pensatori che molto hanno teorizzato sulla visività delle operazioni mentali ma che pure erano, d'altra parte, dotati di uno scarso iconismo mentale (come Aristotele); altri al contrario, pur non enfatizzando il ruolo dell'immaginazione, si sono tuttavia espressi con un linguaggio di per sé fortemente immaginifico (Platone ad esempio, ma anche Hegel, Voltaire). E neppure sono mancati gli estremi: autori che hanno fatto dell'immaginazione visiva un elemento fondamentale sia della dottrina che del modo di pensare (Cartesio, ma anche Bruno) ed altri (forse la maggioranza) indifferenti alla questione, sia per dottrina che per stile di pensiero. Da questo punto di vista i "pensatori" non differiscono da qualsivoglia altro gruppo sociale (come gli scienziati, i musicisti, i poeti o gli alunni di una classe.) poiché l'iconismo mentale, la propensione a sceneggiare il pensiero in uno schermo mentale, va considerata una "forma mentis", ossia una variabile psicologica ed individuale. In ogni caso l'iconicità del pensiero supera di molto la concretizzazione in immagini e pochi filosofi (anche a scegliere fra i meno "visivi") hanno rinunciato a sintetizzare i punti salienti della dottrina in opportune metafore (Plotino, Kant, Bergson).

Per questi motivi Guarda che idea!, lungi dal negare l'importanza della lettura diretta del testo (un approccio insostituibile alla filosofia), si pone non in alternativa ma in un rapporto di complementarità rispetto al manuale (in un certo cerca di raccogliere tutto ciò di cui si sente la mancanza in un testo scolastico ordinario). D'altra parte non sembra necessario insistere su alcuni effetti didatticamente benefici insiti nel punto di vista adottato: le rappresentazioni visive, sempre costituite da strati di senso sovrapposti, sono punti di intersezione interculturale che favoriscono le connessioni sovraindividuali del pensiero e permettono quindi un tendenziale superamento delle barriere fra filosofia e storia della cultura.

Certo le immagini bisogna imparare a leggerle, e questa competenza, come tutte le abilità, si acquista sul campo, abituandosi a trattare anche le immagini come "testo" (e quindi, se il caso, anche scomponendole, riassumendole con l'uso del solo contorno così da metterne in luce solo i particolari più significativi). D'altra parte questo lavoro produce importanti effetti positivi, a cominciare dal potenziamento della memoria, favorito dall'impatto emozionale insito nel medium visivo.

Altri, meno ovvi, benefici sono risultati i seguenti: 1) la focalizzazione di nozioni di grande rilievo nella storia della cultura ma frutto più dello spirito dei tempi che di riflessioni individuali: idee (come "equivalenza fra micro-macrocosmo", "teoria degli umori", "olismo") che per essere di incerto copyright trovano scarso sviluppo in un manuale per autori; 2) l'accento sulla circolarità del sapere, che porta all'intuizione della presenza di schemi (movimenti del pensiero, paradigmi) comuni ad aree diverse; il che permette di affrontare la storia della cultura in termini più unitari; 3) un netto miglioramento nel possesso e nell'uso della terminologia filosofica. E' un effetto "verbale" che può sembrare paradossale come prodotto di una didattica "visiva", ma che diviene comprensibile se si tiene conto di come la traduzione iconica delle nozioni comporti un feedback sulle nozioni stesse. L'immagine infatti (come il segno alla lavagna) semplifica, enfatizza sempre un aspetto particolare di una dottrina, descrive i concetti destoricizzandoli ed astraendoli dal contesto argomentativo; riducendo (se si vuole, impoverendo) la loro complessità. Questo "indebolimento", che produce una storia delle tradizioni e delle scuole filosofiche più che una sequenza di autori, permette d'altra parte di fissare, relativamente alle nozioni, non tanto definizioni astratte o varianti personali, ma l'effettivo uso che di volta in volta ne è stato fatto nelle diverse più diverse aree del sapere. La filosofia vive non solo nei testi di filosofia.

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NOTE

(1) Un interessante esercizio collaterale, di tipo più creativo che "culturale", è stato il "gioco degli emblemi": gli alunni sono invitati a disegnare nozioni astratte (quali passato-presente-futuro, democrazia, giovinezza, gerarchia, ecc.); vince chi riesce ad ottenere il massimo dei riconoscimenti, nel senso che gli alunni di un'altra classe, collettivamente, riescono a decifrarne il significato. Se il disegno è accompagnato da una etichetta che suggerisce un campo interpretativo ("politica", "condizione esistenziale", ecc.), l'esercizio da esiti interessanti. Il più notevole mi sembra questo: si ottiene il massimo dei riconoscimenti in un'area la cui "astrattezza" e lontananza dalla percezione farebbe pensare il contrario: la metafisica. Nozioni come "ordine gerarchico", "mondo naturale-mondo divino", "dualismo" platonico o cartesiano, "essere-divenire", "emanazione-ritorno", "coincidenza degli opposti", "sistema dialettico" ecc. sono state rappresentate con una specie di geometria intuitiva basata sia sull'espessività delle forme basilari (cerchio, quadrato, spirale, triangolo) sia su una valorizzazione simbolico-cinestetica dello spazio (alto-basso, verticalità-caduta). Interessante è anche il fatto che in ogni classe sottoposta al test vi sia sempre stato qualche alunno, evidentemente di "forma mentis" tendente all'iconismo, che, intrigato dal gioco, tentava di sviluppare il sistema cercando di fissare, moltiplicare, complicare le forme fino ad un embrionale codice personale e di tradurre così visivamente non più nozioni generali ma le specifiche dottrine che veniva via via studiando (tentativi che ottenevano un livello di riconoscimenti inversamente proporzionale alla loro complessità).

(2) Il titolo è stato scelto per le connessioni fra il termine greco "eidos" (da cui idea) con l'atto del vedere, mostrare, indicare una forma.

(3) In un caso risalendo sino ad inediti disegni originali, ricerca pubblicata in Il sigillo dei sigilli ed i diagrammi ermetici di Giordano Bruno, Edizioni Mimesis, Milano, 1996.

 


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