Torna alla Home Page di Filosofia & Scuola


Ubaldo Nicola, Atlante di filosofia

Epoché
Husserl, fenomenologia

Assieme alla riduzione eidetica, l'epoché costituisce il procedimento fondamentale della fenomenologia. Epoché è il termine greco con cui gli antichi filosofi scettici chiamavano il dubbio, la sospensione di ogni giudizio che caratterizzava il loro atteggiamento: né accettare né rifiutare; né affermare né negare. In epoca contemporanea lo stesso termine è è stato ripreso da Husserl, per il quale fare epoché significa mettere tra parentesi tutto ciò che già si sa e che condiziona, con la sua sola presenza, le nostre attuali percezioni e convinzioni. Si tratta. prima di tutto, di un'opera di demolizione: bisogna abbandonare, ovviamente, i propri pregiudizi ma anche le persuasioni filosofiche e religiose, persino i risultati già acquisiti dalle scienze e considerati universalmente certi, tutto ciò che in qualche modo forma una pre-comprensione del mondo va temporaneamente tralasciato.

L'esercizio della epoché non equivale al prendere una decisione, poiché le abitudini che sottendono alla nostra percezione con cambiano con un semplice atto di buona volontà. Indica invece un lavoro lungo e faticoso, persino spiritualmente doloroso, che il ricercatore fenomenologico deve operare su se stesso: egli deve svuotare la sua mente da tutto ciò che è fittizio, non necessario, casuale e personale, per porsi nella condizione di uno spettatore ingenuo e disinteressato. Egli sa di non trovarsi mai di fronte al fenomeno nella sua evidenza, poiché ogni soggetto conoscente parte sempre da una condizione di pre-scienza, da un particolare punto di vista più o meno consapevole. Il ricercatore deve quindi neutralizzare questa falsa condizione di partenza; deve liberarsi di una parte di se stesso e combattere una predisposizione naturale, ovvero quella massa di convinzioni (il "buon senso") di certo utili alla dimensione quotidiana della vita, ma basate su persuasioni per nulla certe (spesso del tutto sbagliate).

Per la fenomenologia nessun oggetto può dirsi già completamente noto e nulla deve essere considerato tanto semplice da potersi dire ovvio. La storia della scienza dimostra come spesso le grandi scoperte siano state prodotte da scienziati che considerarono per la prima volta in modo nuovo esperienze tanto semplici da non aver suscitato, fino ad allora, i necessari approfondimenti.

Un'accurata epoché su un oggetto qualsiasi (anche una tazza di caffè) mostra ad esempio la netta differenza che vi è tra la percezione di una cosa e la sua immagine mentale (ossia la rappresentazione che ne facciamo nella coscienza). Se si chiede ad un individuo di immaginare una tazza di caffè è probabile che egli formerà nella sua psiche una confusa figura in cui l'oggetto è descritto nella sua totalità e dotato di tutte le caratteristiche, come se lo vedesse da diversi punti di vista. ma questo è chiaramente un costrutto mentale che va ben oltre la sensazione, sempre condizionata da un solo angolo di visuale.

Vedi: Reazione antipositivista.


Il professor Husserl mentre "fa una epoché su una tazza di caffè". E' una vignetta umoristica, ma mette in luce un aspetto peculiare della fenomenologia: il "ritorno alle cose" implica rimettere in discussione anche i dati più immediati della conoscenza, ciò che si dice il "vissuto", ossia le percezioni che accompagnano ogni atto soggettivo, anche il più semplice.

"Fare epoché" significa acquisire la capacità di osservare veramente. Poche persone guardando l'immagine a fianco riescono a vedere i due mostriciattoli della stessa grandezza (come invece sono in realtà) e molti giudicano l'espressione dell'inseguitore" più aggressiva dell'inseguito (mentre sono in realtà identiche). Persino i più semplici dati sensoriali, quindi, sono influenzati dall'immaginario, dai pre-giudizi e dalla cultura.

[scheda precedente] [scheda successiva]


Inviate i vostri commenti e contributi a: Enzo Ruffaldi