Nicola Ubaldo, Atlante di filosofia
Dadaismo
Irrazionalismo, estetica
Il movimento dadaista ebbe una durata estremamente breve: nacque nel 1916 nella tranquilla Zurigo mentre il mondo era sconvolto dalla prima guerra mondiale e, sotto la guida di Marcel Duchamp (1887-1968), l'artista-filosofo che fu mente teorica del gruppo, si sviluppò poi a Parigi e a New York, ma verso il 1923 l'esperienza poteva dirsi ormai conclusa. Si trattò ciononostante di uno dei movimenti artistici più influenti del nostro secolo; è opinione comune fra gli storici dell'arte che il messaggio di libertà e di rigore lanciato da Dadà (unito ad un particolare modo, molto "concettuale" di intendere la pittura) siano diventate parte essenziale di tutta l'arte contemporanea.
Dadà fu in se stesso un controsenso: di certo fu un movimento artistico, ma professò un credo antiestetico, antiartistico e antipoetico. La sua forza, infatti, nacque dall'essere la più rigorosa espressione in campo estetico dell'irrazionalismo contemporaneo (nella versione vitalistica di Nietzsche). I dadaisti professavano le seguenti teorie:
1) il ritorno dell'arte alla vita ed il superamento della tradizionale distinzione fra artista e opera (la pratica del lavoro al cavalletto). Un modo per ottenere questo risultato fu il fare dell'arte la produzione di un evento, non più di un oggetto. Inserendo la dimensione temporale nelle arti visive ed avvicinando la pittura al teatro, il dadaismo inventò l'happening e la performance. Un altro modo, ancor più radicale, fu trasformare lo stesso artista, la sua esistenza ed il suo corpo, in una vivente opera d'arte. A partire dai primi anni venti Duchamp smise di dipingere e cominciò ad esibire sé stesso alle mostre, ad esempio giuocando a scacchi con un amico;
2) la valorizzazione del caso e del gioco. L'arte (come il gioco) va considerata un'attività seria ma disinteressata, aliena da ogni fine utilitario, incapace di produrre valori e soprattutto sprovvista di regole. L'arte è libertà da ogni costrizione e solo giocando, o creando, si è veramente liberi. Una parte del Grande Vetro, il lavoro di maggior impegno di Duchamp, fu costruita sparando sull'opera con un piccolo cannoncino fiammiferi intinti di vernice.
3) l'uso dissacratorio della ironia, rivolta come un'arma contro qualsivoglia valore estetico. Dadà contestò la preziosità all'arte producendo "opere di scarto" e una "pittura dell'immondizia" (fatta di spaghi, bottoni, chiodi trovati nella spazzatura); Duchamp produsse opere controsenso come Aria di Parigi (un vaso riempito d'aria) o Tazza da caffe (una normale tazza ricoperta all'interno con pelliccia).
4) La poetica del ready-made, l'idea che un oggetto qualsiasi possa diventare artistico solo perché l'artista lo dichiara tale, anche in assenza di qualsivoglia manipolazione, esprimendo così nel modo migliore ciò che Nietzsche chiamava "volontà di potenza". L'artista, come il superuomo, con un solo gesto, o meglio con un atto di volontà, cambia il mondo, determina la natura e lo status degli oggetti in base al suo libero arbitrio.
Vedi: Nichilismo, Avanguardie.
Manifesto del Club Dadà, linoleografia di R. Hausmann, 1918 Il termine Dadà non ha alcun significato (è l'imitazione di un balbettio infantile) e proprio per questo fu scelto dai dadaisti come sigla del gruppo. Una volta Tristan Tzara, il poeta ed il filosofo del gruppo di giovanissimi fondatori del Club Dadà (nel senso che a quella data era ancora uno studente di filosofia), si lasciò andare ad una definizione e disse così: "Dada è un microbo vergine che si insinua con l'insistenza dell'aria in tutti gli spazi che la ragione non è riuscita a colmare". |
Secondo i dadaisti ciò che produce il valore dell'arte non è l'oggetto in sé, ma solo l'intenzione dell'artista che lo promuove tale. Duchamp concretizzò questo principio inventando il ready made (letteralmente: l'opera già fatta): un oggetto qualsiasi che diventa opera d'arte per la semplice ragione che così ha deciso l'artista: A sinistra Spago, ottone e viti (1913). A destra: Ruota di bicicletta (1915) di Duchamp. |
Inviate i vostri commenti e contributi a: Enzo Ruffaldi