Gnoseologia

Con il termine gnoseologia (dal greco gnosis =conoscenza e logos =discorso) si intende quella disciplina filosofica che si occupa dello studio della conoscenza. Essa si occupa, in particolare, dell'analisi dei fondamenti, dei limiti e della validità della conoscenza, intesa essenzialmente come relazione tra il soggetto (conoscente) e l'oggetto (della conoscenza). Oggigiorno, soprattutto nell'ambito della cultura anglosassone, la disciplina viene chiamata anche teoria della conoscenza.

 

 

La gnoseologia attraverso i filosofi

Considerando che la teoria della conoscenza sia basata sul rapporto tra soggetto e oggetto, si può definire, in tale senso, due diversi tipi di gnoseologia: uno soggettivistico e l’altro oggettivistico.
 

Il primo fu sostenuto dai sofisti che non accettarono la possibilità di una conoscenza affidabile e oggettiva: tra essi Gorgia mise in dubbio la comunicabilità e persino la possibile esistenza di una qualsiasi conoscenza vera e Protagora mise in evidenza la soggettività irriducibile e la relatività di ogni esperienza e ponendo l’uomo come misura di tutte le cose.

Il secondo fu sostenuto da Platone che, rifacendosi all'insegnamento di Socrate, oppose al relativismo sofistico la concezione di un mondo di idee non percepibili attraverso i sensi e eterne, che l’uomo può conoscere in modo esatto e certo. Secondo Platone, ciò che si vede e si tocca è una copia imperfetta delle forme pure che si può studiare con la matematica e la filosofia; quindi, soltanto l'indagine attraverso la ragione produce una conoscenza pura, che si contrappone all’instabile realtà percepita dai sensi. Anche Aristotele convenne con Platone nell'affermazione della possibilità di una conoscenza scientifica e vera, negando però che essa tratti di essenze separate dal mondo dell'esperienza. Secondo Aristotele ogni conoscenza deriva direttamente dall'esperienza pratica, attraverso l’astrazione di tratti peculiari di una specie, oppure indirettamente, attraverso la deduzione di conclusioni partendo da premesse già note secondo le regole della logica.

 

Jacopo T.

Materiali

Per Platone la conoscenza vera deve essere immutabile e assoluta, e deve cogliere un dato universale e definibile in modo chiaro e stabile.

Che cosa è conoscenza vera
Soprattutto nella Repubblica Platone chiarisce questo tema. Ciò che è massimamente conoscibile (dunque oggetto di vera conoscenza) è ciò che massimamente è: vi è corrispondenza tra essere e conoscere, tra ontologia e gnoseologia. L'essere sensibile, intermedio tra il nulla e il vero essere è perciò oggetto una conoscenza imperfetta, a metà tra la scienza e l'ignoranza, ossia la doxa. Solo dell'essere intelligibile si da vera scienza (episteme).

 

Come si ottiene la conoscenza vera Per Platone, come ricordato sopra, non può essere la sensazione a darci il sapere assoluto: questo deve venire da un oggetto assoluto, che abbiamo potuto vedere solo quando l'anima non era legata al corpo, ma contemplava il mondo intelligibile. Perciò conoscere è ricordare quanto si è già visto, nel mondo intelligibile, l'iperuranio. La vera conoscenza è anamnesi, reminiscenza. Conoscere in modo vero e assoluto è far riemergere ciò che già sappiamo. È soprattutto nel Menone che Platone precisa queste sue tesi. L'anima, prima di unirsi a un corpo è stata in contatto diretto con il mondo intelligibile, con le Idee (l'anima non viene creata contestualmente al concepimento di un nuovo individuo, ma trasmigra, reincarnandosi in successive vite corporali: Platone fa propria la metempsicosi, già affermata dai pitagorici). Nel Menone egli parla appunto di uno schiavo così chiamato che, del tutto ignaro di geometria, giunge a dimostrare il teorema di Pitagora: a prova che le verità matematiche (e in generale le verità assolute) non sono ricavate dall'esterno, dall'esperienza sensibile, ma sono tratte dall'interiorità, dal di dentro, dall'anima, che ricorda ciò che ha visto e sapeva quindi già, ben prima che l'esperienza glielo richiamasse. Nella Repubblica e in dialoghi successivi Platone delinea la ascesa alla conoscenza dell'intelligibile mediante la dialettica, procedimento insieme discorsivo e intuitivo, che coglie le Idee e i loro nessi: a) risalendo dalle idee inferiori verso quelle superiori fino al "vertice" del Bene in sè (d. ascensiva, da alcuni accostata al metodo socratico e al momento dell'ipotesi in matematica), b) discendendo poi col dividere le idee particolari contenute nelle idee generali, e stabilendo così i gradi della gerarchia intelligibile (d. diairetica o discensiva). 

(da www.andriaroberto.com)


Parte della filosofia che si occupa del problema della conoscenza teoria della conoscenza.

Con il termine gnoseologia, che deriva dal greco gnosis = conoscenza e logos = discorso, si indica lo studio di vari aspetti dell’atto conoscitivo e della relativa facoltà da cui il conoscere procede. La gnoseologia è quindi la teoria della conoscenza, cioè l’indagine dell’origine, della natura, del valore e dei limiti della facoltà conoscitiva dell’essere umano. Questa particolare branca della filosofia mira ad individuare i caratteri costitutivi, le condizioni e i criteri di validità, le possibilità e i limiti rispetto a tutte le scienze e metodologie delle scienze particolari. Presa consapevolezza, a partire da Parmenide, della differenza tra opinione e conoscenza, e identificato con Aristotele il corpus delle conoscenze umane nell’insieme delle attestazioni vere, cioè corrispondenti alla realtà, il problema gnoseologico fondamentale fu quello di interpretare, nel suo significato, e giustificare, nella sua possibilità, la corrispondenza alla realtà. Si trattò allora di cercare la determinazione della forma del rapporto conoscente-conosciuto, e con ciò il modo dell’origine dei concetti e dei giudizi conoscitivi. I tipi di risposte date nel corso della storia della filosofia si connettono al tipo di ontologia assunta, cioè alle tesi sul genere di cose esistenti o, più prudentemente, conoscibili. Così, quanti hanno sostenuto che gli unici oggetti conoscibili sono le idee, o le percezioni, o i dati sensoriali, hanno inteso il rapporto conoscitivo originario come un’intuizione immediata, risolvendo la conoscenza di in coscienza di, o addirittura come un imprimersi dell’oggetto nella conoscenza, oppure un’immedesimazione fra soggetto e oggetto. La concezione del momento costitutivo della conoscenza come intuizione è esemplarmente presente in Kant; le tesi dell’impressioni dell’idea nella coscienza è tipica del sensismo settecentesco e ha la sua origine con Locke; l’immedesimazione fra soggetto e oggetto nella sensazione si ritrova nelle espressioni più conseguenti dell’empirismo humiano. I giudizi conoscitivi esprimono, per le varie filosofie settecentesche (empiriocentrismo, monismo naturale ecc…), processi di connessione tra idee e intuizione, che hanno la loro origine nella percezione: per l’empirismo i concetti e le categorie sono i puri risultati meccanici di ripetizioni e associazioni; per Kant invece la conoscenza pensa secondo suoi parametri originari che danno forma all’esperienza, mentre l’attività della conoscenza come elaboratrice di ipotesi, leggi e teorie e come donatrice di senso lo avremo solo dopo la filosofia di Kant.

Un secondo gruppo di risposte è venuto da quanti come Platone e Aristotele, hanno ritenuto che l’oggettività da conoscere consiste in una realtà modellata o sorretta da una struttura ideale esterna all’uomo: per costoro la conoscenza è l’acquisizione e la duplicazione nella conoscenza di queste forme oggettive, variamente garantita dai processi di trasposizione o illuminazione.

Il terzo tipo di soluzione  è quello indicato dal materialismo, che ebbe la sua prima formulazione nell’atomismo di Leucippo e Democrito e ha la sua espressione storicamente più matura e compiuta nel materialismo dialettico. Secondo questo dottrina, la conoscenza è faticosa conquista che si corregge e arricchisce indefinitamente, non un’intuizione contemplativa; il suo oggetto è la materia, nei suoi vari livelli di organizzazione, non la percezione, che ne è unicamente il riflesso, la comunicazione sensibile di qualche aspetto, che per divenire elemento di conoscenza deve essere interpretato nel quadro di una concezione teorica, cioè di tentativo di rispecchiare la realtà che va oltre il fenomenico, spiegandone e prevenendone le occorrenze. Ogni processo di conoscenza per il materialismo dialettico avanza attraverso il confronto continuo fra tre momenti principali: analisi dei dati percettivi; provocazione di nuovi dati percettivi mediante la prassi materiale della sperimentazione; registrazione induttiva ed escogitazione costruttiva di teorie. La connessione accennata fra tesi gnoseologiche e ontologiche sembrerebbe contraddire all’idea della radicale indipendenza fondativi della gnoseologia. Tuttavia, se è vero che le tesi ontologiche adottate condizionano lo sviluppo dei discorsi gnoseologici, è anche vero che da Cartesio in poi si è quasi sempre convenuto che le scelte ontologiche dovessero essere giustificate e fondate a loro volta sul terreno gnoseologico dell’esame delle strutture e condizioni costanti all’esperienza.

Leonardo P.