Essenza - fenomeno

 

ESSENZA

L’essenza definisce l’identità di una certa cosa; quindi o questa è una proprietà intrinseca dell’essere e perciò unica nel suo genere oppure l’essenza può essere intesa come l’insieme delle relazioni che questa cosa ha con il mondo esterno. 

FENOMENO

Il fenomeno è letteralmente “ciò che appare”: cioè è quello che appare ad un soggetto per mezzo delle sue capacità di conoscenza. Se il soggetto in questione ha capacità limitate allora vedrà l’oggetto in modo deformato e non potrà quindi avere una visione reale delle cose.


Niccolò O.

 

 

ESSENZA:      Si definisce essenza (in greco ousía) “ciò per cui una cosa è quel che è”, ovvero il carattere proprio di un ente.

FENOMENO:    Si definisce fenomeno (in greco phainómenon “ciò che si mostra”), ciò   che si manifesta o appare al soggetto attraverso l'esperienza e i sensi, ovvero l’oggetto della conoscenza sensibile.

Alessia V.

 

 

 

MATERIALI

 

Aristotele 

Essenza:

Sostanza si dice ciò che è immanente a queste cose che non si predicano di un sostrato ed è causa del loro essere: per esempio l’anima negli animali.

Inoltre, sostanze sono dette anche quelle parti che sono immanenti a queste cose, che delimitano queste stesse cose, che esprimono un alcunché di determinato e la cui eliminazione comporterebbe l’eliminazione del tutto. Per esempio, se si eliminasse la superficie – secondo alcuni filosofi – si eliminerebbe il corpo, e se si eliminasse la linea, si eliminerebbe la superficie. E in generale questi filosofi ritengono che il numero sia una realtà di questo tipo e che determini tutto, perché, se si eliminasse il numero, non ci sarebbe piú nulla.

Inoltre, si dice sostanza di ciascuna cosa anche l’essenza, la cui nozione è definizione della cosa.

(Aristotele, Metafisica, Rusconi, Milano, 19942, pagg. 215-217)

 

 

 

Platone 

Fenomeno:

- Questo discorso sia il nostro tributo alla reminiscenza che già ci ha tirato ad una lunga digressione, presi dal rimpianto delle cose di allora. Ora, la bellezza, come s’è detto, splendeva di vera luce lassú fra quelle essenze, e anche [d] dopo la nostra discesa quaggiú l’abbiamo afferrata con il piú luminoso dei nostri sensi, luminosa e risplendente. Perché la vista è il piú acuto dei sensi permessi al nostro corpo; essa però non vede il pensiero. Quali straordinari amori ci procurerebbe se il pensiero potesse assicurarci una qualche mai chiara immagine di sé da contemplare! Né può vedere le altre essenze che son degne d’amore. Cosí solo la bellezza sortí questo privilegio di essere la piú percepibile dai sensi e la piú amabile di tutte.

(Platone, Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pagg. 758-761)

 

- "[...] cose, come per esempio la grandezza, la sanità, la forza e, in una parola, della sostanza di tutte le cose, di ciò che ciascuna è. La verità di esse si contempla forse mediante il corpo o avviene che chi di noi si accinge più degli altri e con più accuratezza a pensare ciascun oggetto della sua indagine in sé, costui si avvicina il più possibile alla conoscenza dell'oggetto? E potrà farlo nel modo più puro chi si dirigerà verso ciascun oggetto, il più possibile, con il solo pensiero, senza intromettere nel pensiero la vista e senza trascinarsi dietro con il ragionamento alcun altro senso, ma utilizzando solo il puro pensiero di per se stesso, andrà a caccia di ciascuno degli enti in sé nella sua purezza, dopo essersi liberato il più possibile da occhi, orecchie e, a parlar propriamente, da tutto il corpo, perché turba l'anima e non le consente di acquistare verità e intelligenza, quando comunica con essa. Non è forse costui, Simmia, se mai altri, che coglierà l'essere?
È straordinariamente vero, disse Simmia, ciò che dici, Socrate"

(Platone, Fedone, in G. Cambiano (a cura di), Dialoghi filosofici di Platone, U.T.E.T., Torino, 1995, vol.I, pp. 530-533)

 

 

 

 

Fenomeno

Essenza

Niccolò O.

 

 

 

LOCKE:

Saggio sull’intelligenza umana, libro III

ESSENZA REALE E NOMINALE

…Così una figura che include uno spazio fra tre linee è l’essenza reale nonché nominale di un triangolo: essendo essa, non soltanto l’idea astratta cui si attribuisce il nome generale, ma la vera e propria essentia, o essere, della cosa stessa; ossia quel fondamento da cui discendono tutte le sue proprietà, e cui esse sono tutte inseparabilmente unite. Ma la cosa è ben diversa quando si tratta di quella particella di materia che forma l’anello del mio dito: nella quale due essenze sono visibilmente diverse. È, infatti, dalla costituzione reale delle sue parti insensibili che dipendono tutte quelle proprietà di colore, peso, fusibilità, fissità ecc., che si trovano nell’oggetto; costituzione che noi non conosciamo, e della quale, non avendone alcuna idea particolare non abbiamo nemmeno un nome che ne sia il segno. E tuttavia, sono il suo colore, peso, fusibilità, fissità ecc., che fanno sì che esso sia oro, o che gli danno diritto a quel nome, il quale è pertanto la sua essenza nominale. Poiché nulla può essere chiamato oro, se non ciò che possiede una conformità di qualità con quell’idea complessa astratta cui è annesso quel nome.

  

KANT:

Critica della ragion pura, I cap. 3

FENOMENO E NOUMENO

…Tuttavia, quando designiamo certi oggetti come fenomeni, enti sensibili (phaenomena), facendo distinzione fra il modo in cui li intuiamo e la loro natura in sé, allora è già implicito nel nostro concetto, per così dire, la contrapposizione a tali oggetti di qualcosa a cui diamo il nome di esseri intelligibili (noumena), o intendiamo i medesimi oggetti, presi nella loro natura in sé (quantunque non li intuiamo in essa), o intendendo altre cose possibili, che non sono per nulla oggetti dei nostri sensi, ma oggetti meramente pensati dall’intelletto. Ciò che ora si domanda è: se i nostri concetti puri dell’intelletto sono suscettibili di un significato in relazione a tali esseri dell’intelletto e se costituiscono un particolare modo di conoscerli.

 

Alessia V.