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PSICOLOGIA, ETOLOGIA, ANTROPOLOGIA - di Alberto Giovanni Biuso

L’abolizione degli esami di settembre ha indotto molti collegi docenti a sospendere per qualche settimana le normali attività didattiche per dedicare tempo e attenzione ai corsi di recupero. Insieme a tali corsi, negli ultimi due anni ho tenuto dei seminari di approfondimento su argomenti proposti dagli studenti. Nell’anno scolastico 1996/67 è stato scelto il tema: PSICOLOGIA, ETOLOGIA, ANTROPOLOGIA.

Presento qui gli obiettivi del corso (rivolto alle ultime due classi di Liceo) e lo schema di lavoro che ho seguito. La frequenza al corso -del tutto libera!- è stata regolare e l’interesse davvero notevole. A conferma che –se sollecitati su temi di fondo- gli studenti rispondono sempre con attiva partecipazione. Indico i numeri di pagina delle opere utilizzate, in modo da consentire –a chi lo volesse- di proporre una discussione analoga nelle proprie classi.

Contenuti e metodologia:

Lettura seminariale e analisi di testi di S.Freud, K.Lorenz, A.Gehlen, I.Eibl-Eibesfeldt

1) Obiettivi:

1. Approfondimento di uno degli argomenti centrali del pensiero del Novecento

2. Superamento della dicotomia fra sapere scientifico e sapere umanistico tramite l'intersezione fra etica e scienza che l'argomento consente di attuare

3. Acquisizione di informazioni spendibili nell'ambito dell'esame di maturità, in particolare per la prima prova scritta

Tenteremo una riflessione lucida per quanto amara per il nostro orgoglio. Lontana dagli ottimismi e pregiudizi correnti, variazioni dell’errore di Rousseau. (Uomo buono per natura, corrotto dalle istituzioni)

 

Storia del problema e stato della questione

1. Uomo vitruviano di Leonardo da Vinci: un progetto antico (Greci) e asintotico di perfezione e di centralità.

2. I Greci non avevano una antropologia separata dalla filosofia. Piuttosto osservazioni antropologiche specifiche in Erodoto, Strabone, Tacito.

3. Nel Settecento nascita dell’antropologia culturale dall’analisi delle culture altre rispetto all’Europa dominante.

4. Nel Novecento ad antropologia culturale, etnologia, archeologia, linguistica, storia si affianca l’antropologia filosofica. Tentativo di coniugare questi diversi saperi riprendendo la domanda di fondo: che cos’è l’uomo? Che posto occupa in lui l’animalità? In che rapporto stanno biologia e apprendimento, natura e cultura? A.Kroeber: il superorganico (Antropologia dei modelli culturali, Il Mulino, pp. 76 e 44).

 

Freud, psicologia, psicoanalisi

Tutte le opere di Freud sono tradotte da Bollati Boringhieri

1. Qui si inserisce, ricca e dirompente, la riflessione di Freud (1856-1939). Marx, Einstein, Freud. Psicologia del Novecento: comportamentismo, Gestalt, cognitivismo. La psicoanalisi fra clinica, psicologia, filosofia. Non un sistema medico-scientifico per guarire dalle nevrosi ma una autentica e completa Weltanschauung, questo è la psicoanalisi. Prima e più che una terapia, per Freud la psicoanalisi avrebbe dovuto costituire il "fondamento di una scienza dell'anima nuova" (Freud, Opere, Vol X, p.114 e 225). Inconscio. Es, Io, Super-Io. (Ivi, Vol X, p. 628)

2. Jenseits des Lustprinzips (1920). Piacere e dolore, p. 20. Il gioco come "pulsione di appropriazione"; la pulsione è "una spinta insita nell'organismo vivente, a ripristinare uno stadio precedente" (p. 60). Questa inerzia di fondo dell'organismo lo spinge in realtà a tornare al primo stadio della sua evoluzione, quello della materia inorganica, vale a dire la morte. Il Zum Tode sein di Heidegger.

3. La complessità della vita psichica e la tragicità dell'esistere si spiegano con questo dualismo "fra le "pulsioni dell'Io" e le pulsioni sessuali, poiché le prime spingono verso la morte e le seconde verso la continuazione della vita" (Ivi, pp.70-71). Eros e Thanatos permeano il mondo dell'uomo e di ogni vivente ma si tratta di un dualismo assai meno radicale di quanto non appaia. Il primato, infatti, è delle pulsioni distruttive biologicamente innate le quali nell'Eros cercano semplicemente la via più lunga per approdare al Thanatos.

Sul pessimismo antropologico: Ivi, p. 12.

Al di là del principio del piacere significa pertanto che questo stesso principio è una funzione derivata di un bisogno di morte, di pacificazione nel niente, senza il quale è impossibile intendere la civiltà e spiegarsi il male.

4. L’avvenire di un’illusione (1927). Il disagio della civiltà (1929). È evidente l'eco di Spinoza (Ethica, Appendice alla prima parte) come anche quella di Marx quando Freud paragona "l'effetto delle consolazioni religiose...a quello di un narcotico" (Ivi, p.478). Contro religioni, fedi, dogmi, Freud difende il diritto di usare la ragione, di "impiegare il pensiero ai fini della critica del pensiero stesso", con una formula di chiara tonalità kantiana (Ivi, p.464). Egli sa bene, infatti, che "non abbiamo altro mezzo che l'intelligenza per dominare la nostra pulsionalità" (Ivi, p.477).

5. Insecuritas: corpo, natura, gli altri. Se osserviamo il mondo con questo sguardo freddo e disincantato vedremo che la sofferenza che pervade i giorni e le opere degli umani ha una triplice fonte: la fragilità del nostro corpo, la forza immane della natura, l'atteggiamento ostile degli altri uomini.

6. Le soluzioni che la cultura ha offerto contro questo triplice pericolo sono varie e numerose. Quella cristiana arriva perfino a stabilire il comandamento dell'amore. Freud ha buon gioco a rilevarne tutta l'assurdità e la sostanziale inefficacia. Quest'ultima dipende da due fattori: "la miseria psicologica della massa" (Ivi, p.603) e "i limiti dell'educabilità umana" (Ivi, p.439). In realtà si tratta di un unico problema: il fondamento delle comunità umane è costituito dalla maggiore facilità con cui ci si procura i beni necessari alla vita -e dunque "la coercizione al lavoro"- e dal bisogno "dell'oggetto sessuale" -l'amore (Ivi, p.590). Solo che queste due fonti della relazionalità interumana presentano degli irriducibili caratteri di sofferenza. È qui che risiede la tragedia della civiltà, il suo "disagio" (Unbehagen) o la sua Unglück, "infelicità", come recitava il titolo originario.

7. Civiltà come repressione degli istinti (Ivi, p.611). La civiltà (Kultur) nasce e si sviluppa sottoponendo a controllo gli impulsi fondamentali dell'essere umano, baratta la felicità di poter tutto compiere e tutto avere, con una certa misura di sicurezza.

La natura umana è malvagia. In essa la capacità di amare, costruire e sorridere si accompagna all'autentico piacere della distruzione, alla gioia di procurare dolore e veder soffrire, all'impulso di morte. L'enigma della specie e del futuro sta tutto qui: "se, e fino a che punto, l'evoluzione civile riuscirà a padroneggiare i turbamenti della vita collettiva provocati dalla pulsione aggressiva e autodistruttrice degli uomini" (Ivi, pp. 630, 437).

8. La civiltà contro la natura, descritta come da Leopardi (Ivi, 445-446) Freud ha il coraggio in un contesto culturale come quello del Novecento, profondamente permeato delle illusioni roussoviane, di parlare dell'uomo come "bestia selvaggia, alla quale è estraneo il rispetto per la propria specie", per concludere con una delle poche verità davvero evidenti: "Homo homini lupus: chi ha coraggio di contestare quest'affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?" (Ivi, p.599).

8. Conferme in Gehlen, Montaigne, Schopenhauer.

 

Konrad Lorenz e l’etologia

1. (1903-1989). Premio Nobel 1973 per la medicina. Fondatore e divulgatore dell’etologia: scienza del comportamento animale, oltre la zoologia. Dall’etologia un contributo fondamentale alla comprensione del problema uomo.

2. L’anello di re Salomone (Adelphi, ed. originale 1949). Stupore filosofico davanti agli animali (p. 14). Un grande affetto ma nessun pietismo: gli altri animali su un piano di assoluta dignità. Evitare due rischi opposti: a) separare troppo il mondo animale dal nostro, ergendoci a creature superiori e dominanti; b) vedere il mondo animale in continuità con il nostro, con i nostri occhi, antropomorfismo. (Pp. 57-65-251,2).

3. L’aggressività (1963). a) Aggressività inter-specifica (lotta fra le varie specie); b) aggressività intra-specifica (lotta all’interno della stessa specie). La lotta per la sopravvivenza, di cui parla Darwin, è appunto questa seconda ed è la sola che faccia progredire l'evoluzione, contribuendo a eliminare i meno adatti dalla specie, privandoli del cibo e quindi della discendenza. Sennonché tale lotta è diventata "nell'attuale situazione storico-culturale e tecnologica dell'umanità il più grave di tutti i pericoli" (p. 66). La concorrenza sfrenata fra gli uomini per l'utilizzo delle risorse rischia, infatti, di cacciare l'evoluzione in un vicolo cieco non-funzionale e dunque potenzialmente autodistruttivo.

4. Iato, forbice, separazione fra la dimensione filogenetica (lenta) e quella culturale-tecnologica (velocissima). Tutti i grandi predatori hanno dovuto sviluppare, nel corso della filogenesi, una radicale inibizione a usare le loro potenti armi naturali contro membri della stessa specie, pena l'inevitabile estinzione. Un lupo, ad esempio, non ucciderà mai un altro lupo che gli offre la gola in segno di sottomissione, e basterebbe un semplice morso. Qui l'inibizione è fortissima e agisce sistematicamente. Nell'uomo invece essa è assente in quanto egli è privo di armi naturali con le quali possa, in un sol colpo, uccidere una grossa preda: (Ivi, pp. 314-315). Da qui il proliferare patologico di una violenza senza freni, esercitata mediante armi che colpiscono da lontano e in modo anonimo, rafforzata dall'evidente contrasto fra la "nobiltà" dei valori etici -come la tolleranza e il cosmopolitismo- e il permanere di istinti fondamentali e atavici come la difesa del proprio gruppo e del proprio territorio contro qualunque invasore ed ogni possibile minaccia.

5. E tuttavia lo scienziato qui mostra ancora un notevole ottimismo sul futuro della specie umana. Egli non crede che "il cuore umano sia realmente cattivo fin dalla nascita" (p. 325) e "trasforma" l'ipotesi freudiana di un istinto di morte innato nella semplice "disfunzione di un istinto di per sé conservativo" (p.317). Ma altrove, dieci anni dopo, ammetterà che "...c'è del marcio nella specie Homo Sapiens" (Die acht Todsünden der zivilisierten Menschheit, p.127). Conserverà, però, la fiducia che da questa forma dell'umano si possa -sempre che non ci si autodistrugga prima- trascorrere in un'altra. Si tratta di un vero e proprio Übermensch! E quasi negli stessi termini in cui Nietzsche ne parlò: l'uomo come una corda tesa fra la scimmia e l’oltreuomo: (p.300)

6. Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (1973). Essi sono: la sovrappopolazione che scatena aggressività, la devastazione dello spazio vitale (p.31), la competizione esasperata fra gli uomini, il venir meno dei sentimenti, il deterioramento dello stesso patrimonio genetico, il rifiuto violento della tradizione, l'indottrinamento esasperato, le armi nucleari.

7. Contro il behaviorismo-comportamentismo che dimentica l’inscindibilità di natura e cultura e quindi produce le più rozze semplificazioni sociali e pedagogiche; quelle stesse da cui si genera ogni estremismo violento, ogni pretesa di eliminare il dolore attraverso le leggi, ogni infantilismo che vuole tutto e lo vuole subito: (p.78). Mai dimenticare le radici biologiche del male.

8. Lorenz non lo dice ma è evidente che alla base del behaviorismo come della dittatura mass-mediologica, della distruzione della natura e della bellezza di cui è fonte, dell'istupidimento generale nella pubblicità e nel consumo, dell'arroganza e della violenza a noi quotidiana...c'è la grande mistificazione di Rousseau: la originaria bontà dell'uomo e l'esclusiva negatività delle strutture socio-politiche. Contro questa idea, generatrice della storia contemporanea, Lorenz si esprime con estrema, necessaria chiarezza: (p.74).

 

Desmond Morris (GB, 1928)

1. La scimmia nuda (Bompiani, ed. originale 1967). È non solo istruttivo ma anche assai divertente osservare i nostri, i miei, comportamenti quotidiani con il distacco e l’ironia della scienza. Dalle abitudini sessuali a quelle alimentari, dai riti sociali alla passione per l’arte e per il gioco, dalle forme dell’educazione alle attività professionali, ogni cosa è da Morris osservata con lo spirito di un nuovo Montesquieu che scriva le sue Lettere animali...

2. L’Homo sapiens, scimmione senza peli, può essere definito in tanti modi. Basta sottolineare un elemento o l’altro della sua vita e diventerà "scimmione verticale, scimmione fabbricatore di attrezzi, scimmione intelligente, scimmione territoriale", "scimmione insegnante" (pp. 43 e 134).

3. Anche l’etologia umana di Morris -come quella di Lorenz o di Eibl-Eibesfeldt- rappresenta una sorta di ermeneutica della finitudine, un contributo alla consapevolezza dei limiti della specie. Morris condivide la preoccupazione di Lorenz sugli effetti potenzialmente rovinosi dello iato sempre più ampio fra le acquisizioni tecnologiche dell’umanità e la sua evoluzione genetica, fra gli strumenti di distruzione che possiamo utilizzare e la debolezza degli impulsi inibitori a farlo: (pp. 51-52)

4. Pericolo del sovraffollamento demografico per la sopravvivenza degli altri animali (p. 259)

 

Irenäus Eibl-Eibesfeldt (Vienna 1928)

1. ETOLOGIA UMANA Le basi biologiche e culturali del comportamento (Bollati Boringhieri, 1984-1989). "L’etologia umana può essere definita come la biologia del comportamento umano" (p.4) dove si definisce comportamento ogni azione che abbia uno scopo e sia consapevole, pianificata e intenzionale. Studiare la biologia del comportamento vuol dire analizzarne le componenti innate, quelle insite nell’organismo, sapendo comunque che nei mammiferi gli elementi innati e quelli acquisiti cooperano sempre nel produrre l’una o l’altra azione. Innatismo: (pp. 367-377).

2. Metodologia: a) metodo comparativo; esso è reso possibile dalla grande quantità di dati raccolti dallo scienziato nel corso di lunghi e ripetuti soggiorni presso alcune popolazioni dell’Africa, del Centro America e dell’Oceania: i Boscimani, gli Yanomani, gli Eipo e altri ancora; b) l’apprezzamento per la psicologia della Gestalt e il rifiuto dei presupposti e dei metodi del behaviorismo per il quale un individuo è alla totale mercé della volontà degli educatori e degli obiettivi da essi fissati (p.380); c) il "realismo critico" di Popper (p.5); d) lo sguardo scientifico, oggettivo, metodico ma anche compartecipe con il quale osserva le culture, gli uomini, le donne che ha studiato per decenni nei luoghi più diversi del pianeta. Da essi, egli sembra aver esteso uno sguardo di simpatia a tutti gli umani e a ogni cultura, mantenendo comunque una particolare amicizia per la "vita dei Boscimani...e al loro ricordo provo un forte senso di nostalgia per quella che è stata quasi la mia seconda patria" (p.459).

3. Il primo impulso animale è la fitness, l’aumento numerico della propria discendenza. Aggressività, bisogno di spazio, di cibo e di possesso dell’altro sesso dipendono anche da questo e quindi necessari. Ma la cultura è diventata "per l’uomo una seconda natura e ciò influisce in maniera determinante sul destino della nostra specie" (p. 441).

4. Proprio perché molto attento alle strutture universali del comportamento, Eibl-Eibesfeldt è assai critico nei confronti delle forme più banali di relativismo culturale: (pp. 472-473). Ad esempio: ovunque i rapporti con i conspecifici sono caratterizzati da una chiara ambivalenza: l’estraneo viene cercato e temuto, l’istinto al legame e quello aggressivo procedono insieme ad esplorare l’ambiente sociale. Già all’età di 5-6 mesi il bambino inizia e evitare gli estranei e "nella prima infanzia esiste in tutte le culture da noi studiate un’evidente xenofobia" (p.114). Sua funzione sociale e psicologica: (pp. 410-214)

5. La diffidenza per l’estraneo è determinante nella costruzione della propria identità: ciascuno è quello che è perché non è l’altro. La documentazione antropologica lo dimostra e lo conferma. La tesi assai diffusa, anche per opera di Margaret Mead, della non aggressività e non territorialità di alcune società primitive è, dati alla mano, soltanto un bel mito. "il problema non può venire risolto considerando noi stessi come pacifici e rifiutandoci di ascoltare tutto ciò che dimostra il contrario" (p.257). Se la guerra è una presenza così universale, costante e purtroppo attuale, non può essere liquidata con interpretazioni ideologiche o solo economiste, essa ha prosperato perché ha svolto delle funzioni e pertanto non può essere letta solo in chiave patologica. È stata anche un’invenzione culturale che si è mantenuta procurando vantaggi al vincitore e dunque svolgendo una funzione adattativa e selettiva; oggi essa è però un pericolo troppo grande (pp. 241-279). Contro l’utopia.

6. È da un equivoco antropologico -dal presumere troppo dell’uomo- che si generano i paradossi pedagogici e i veri e propri controsensi che caratterizzano gran parte delle pratiche educative contemporanee. Ancora suggestionati dal mito rousseauviano del carattere pacifico dell’uomo primitivo (a smentire il quale Eibl-Eibesfeldt adduce centinaia di esempi), troppi educatori ritengono che ogni divieto provochi frustrazione e risentimento, sottovalutano la portata dell’aggressività esplorativa che induce il bambino e il giovane a imporsi con la violenza sui concorrenti e sul mondo circostante, si estenuano in una mediazione continua e sterile con l’educato che invece ha bisogno anche di durezza. Così facendo non producono certo individui liberi e pacifici ma soggetti "sfrenati e incapaci di autocontrollo nella loro aggressività" (p.260), talmente insicuri da essere disponibili -poi- a qualunque dominazione ideologica, di gruppo, di un lider máximo. Nelle società primitive l’iniziazione maschile è condotta anche tramite isolamento, maltrattamenti, forzata dipendenza dall’adulto, tutti "mezzi per rendere i giovani disponibili agli insegnamenti" (p.397), per legarli alla società in cui entrano ma per renderli anche capaci di assumersi i loro compiti e le proprie colpe. Nelle nostre società permissive si inverte il processo: si evita qualunque "trauma" educativo ma con ciò si rende l’individuo irresponsabile e insicuro, preparato a seguire personalità forti allo scopo di superare la paura e pronto ad addossare sempre la colpa a soggetti esterni: (p.470). L’etica dei sentimenti prevale sull’etica della responsabilità, per dirla con Max Weber. Non a caso Eibl-Eibesfeldt cita spesso le utopie negative di Orwell e Huxley per significare il pericolo al quale una società di massa e permissiva è sottoposta.

7. Eibl-Eibesfeldt dichiara di aver osservato presso le popolazioni tribali uno spiccato individualismo, lontano dal dominio del collettivo che va sempre più caratterizzando le società avanzate. Mantenere la varietà dei singoli, la molteplicità delle prospettive, la differenza etnica e culturale, l’eterogeneità dei caratteri è una delle condizioni di fondo, come sempre è stata nel passato, per evitare i rischi che un eccesso di potere e di omologazione comporta. Il livellamento degli individui e dei cittadini si oppone a una aspirazione innata quale è quella del rango. Ecco perché uguaglianza e libertà non sono alla lunga conciliabili: chi vuole ottenere la prima deve necessariamente reprimere la seconda e alla fine produce solo una massa indistinta e facilmente manovrabile dai pochi -che siano singoli dittatori o gruppi oligarchici- che hanno ottenuto appunto il riconoscimento del rango. L’esasperazione dell’egualitarismo anche nelle democrazie occidentali corre il rischio di "minare un giorno la base stessa di queste democrazie, che è fondata sul pluralismo delle personalità e delle opinioni" (p.204). Se non possiamo programmare l’evoluzione, dobbiamo però porre degli obiettivi chiari allo sviluppo culturale e all’etica: "uno potrebbe essere quello di vivere in una società di individui responsabili, e ciò corrisponde alla nostra idea di un’umanità superiore" Conosci te stesso. (pp. 478-479).

 

Arnold Gehlen (Lipsia 1904 - 1976)

Opere: Der Mensch. Seine Natur und seine Stellung in der Welt (1940, trad. it. Feltrinelli); Urmensch und Spätkultur. Philosophische Egebnisse und Aussagen (1956-1975, trad. it. Il Saggiatore); Antropologia filosofica e teoria dell’azione (saggi vari, trad. it. Guida); Einblicke (volume 7 delle Opere, Vittorio Klostermann). Ricerche che raccolgono dati etnologici, esperienze politiche, conoscenze di storia delle religioni, riflessioni attente e sempre originali.

1. "L’argomento uomo è il più complesso che si dia in generale" (L’uomo, 239). Una scienza dell’uomo è possibile al crocevia fra filosofia e scienze speciali. Essa potrà finalmente risolvere l’antico -e ormai in altro modo insuperabile- problema del dualismo fra anima e corpo, res cogitans e res extensa, razionalismo ed empirismo, coscienza ed esperienza, natura e cultura.

2. Ripartire da un’idea unitaria: quella di azione. (Antropologia filosofica e teoria dell’azione, 105-106).

L’uomo è: l’essere che agisce

l’animale non definito (Nietzsche)

l’essere manchevole (Herder, 1744-1803)

l’animale culturale.

3. Nessun riduzionismo evoluzionistico, prima di tutto. Se non può esserci "alcun dubbio sulla parentela assai prossima di uomo e scimmia" (L’uomo, 116), questa apre assai più problemi di quanto ne risolva. È infatti altrettanto evidente per Gehlen che "il mondo degli animali non è il nostro" (Ivi, 106). Tanto grandi sono le differenze qualitative tra le rispettive prestazioni, così pochi e limitati gli "istinti" umani rispetto alla moltitudine di quelli animali che "ogni derivazione diretta dell’uomo dall’animale (...) non può che bloccare sin dall’inizio questa problematica" (L’uomo, 41).

4. Fra tutti gli animali, solo quello umano non ha strumenti fisico-biologici di natura specialistica; non possiede sensi particolarmente sviluppati e adeguati alla difesa, attacco e fuga. Anche per questo ha dovuto creare la cultura: strumenti di osservazione, riflessione, previsione e azione che sostituiscano organi e istinti. La cultura è pertanto una seconda natura (Antropologia filosofica e teoria dell’azione, 112; L’uomo, 64 e 109). E pertanto mondo e non ambiente. (Antropologia filosofica e teoria dell’azione, 117). Gli altri animali si adattano a un ambiente, l’uomo plasma il suo mondo.

5. Il neonato come parto prematuro (Antropologia filosofica e teoria dell’azione, 158). Il primo anno di vita è tempo di formazione fisica e sociale.

6. Iato ed esonero. Distacco fra impulso e azione; nascita delle metafore e del pensiero.

7. Istituzioni. Contro l’utopia-ghigliottina. (Antropologia filosofica e teoria dell’azione, 437). L’uomo potrebbe essere definito anche come Zuchtwesen, essere da disciplinare (L’uomo, 88) poiché solo imponendo a se stesso la norma -e socializzandola nelle istituzioni- un ente privo di istinti può sopravvivere nel coacervo delle difficoltà ambientali e delle condizioni storiche. Ecco perché gli esseri umani per crescere hanno bisogno di attrito, di ciò che Hegel definiva il lavoro del negativo, di tutte quelle difficoltà, fatiche e superamenti che producono le inibizioni che altri animali possiedono per natura e che invece l’animale uomo deve imparare. All’utopia suicida della liberazione da ogni autorità "la storia rispose..." (Origini dell’uomo, § 23, p.125). In quanto uomini, enti biologici che trascorrono nel tempo, la negatività ci è necessaria affinché non si spalanchi l’abisso dell’arbitrio, il non senso che procura morte a sé e a qualunque cosa transiti per le mani. La natura sostitutiva delle istituzioni rispetto a istinti e tabù non più operanti; sta qui il contributo più originale di Gehlen.

8. Non è quindi messa in discussione la giustezza e necessità di un rinnovamento delle istituzioni che le mantenga atte a preservare il presente. In questo senso la continua riforma delle strutture istituzionali coincide con la loro stessa funzione. Ciò che invece è inaccettabile è la pretesa, propria di ogni infantilismo anarchico, di poter vivere non bene ma meglio senza le istituzioni. Gehlen non difende l’una o l’altra delle singole istituzioni che la storia e i popoli hanno prodotto ma la necessità che una qualche istituzione si dia affinché la ricchezza e complessità dell’agire sociale divenga "effettivo, durevole, sottoponibile a regole, quasi automatico e prevedibile" (Origini dell’uomo, § 10, p.50). Senza le istituzioni resterebbe soltanto il "libero esplicarsi di una naturalità terrificante, poiché la debolezza della natura umana, qualora forme rigide non la proteggano da se stessa, assume un volto assassino" (Ivi, § 28, p.145).

9. Conseguenze sociali ed educative. Sta qui il rischio più grande di fronte al quale si trovano le società industriali avanzate nell’epoca del consumismo e del benessere diffuso. Il feticismo delle merci, l’accentuazione esclusiva dei diritti dimenticando i doveri, la richiesta arrogante del tutto e sùbito, la rinuncia degli adulti alla funzione educativa che non può non essere funzione anche repressiva, rischiano di distruggere norme e istituzioni alle quali soltanto l’umanità deve la sua sopravvivenza, mancando essa di specializzazioni e determinazioni biologiche sufficientemente potenti. Un lupo non azzannerà mai il conspecifico che gli offre la gola ma un cucciolo d’umano a cui sia stato dato sempre tutto rischia di rivoltarsi con ferocia contro chi gliel’ha offerto precludendogli la gioia della conquista.

10. La cultura di massa è caratterizzata soprattutto da tre elementi: la carenza di creatività e di fantasia; l’assenza della dimensione tragica; il rifiuto di qualunque complessità poiché "la cultura di massa non deve affaticare. Essa non deve sollevare problemi concettuali" (Einblicke, pag. 41). Egli sottopone a critica due delle idee dominanti nella contemporaneità: la legge della maggioranza e l’eguaglianza naturale degli uomini. La prima vale per la politica, non può applicarsi a settori come l’arte, la scienza, l’educazione.

Dall’affermazione che "tutti gli uomini siano uguali" è stato dedotto che essi "siano anche tutti buoni" e quindi "si poté far passare la diseguaglianza storica per qualcosa di contronaturale e moralmente vizioso" (380). Tanto che risulta ormai "impossibile professarsi atei della nuova religione egualitaria" (384).

 

Conclusione.

Lettura di brani da Claude Lèvi-Strauss (Bruxelles 1908), Tristi tropici (1955, trad. it. Il Saggiatore)

Il problema demografico (145-146). L’antropologia come entropologia (402-403).

Alberto Giovanni Biuso


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