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IL LABIRINTO ANTROPICO

PARTE 2


5 PRECURSORI I: BOLTZMANN 1895

Molti autori concordano nel ritenere un'anticipazione del WAP la "spiegazione" dell'apparente direzionalità del tempo proposta da Ludwig Boltzmann, in almeno tre occasioni fra il 1895 e il 1898, sulla base di un effetto di selezione osservativa [59].
In nome della reversibilità temporale delle leggi della meccanica, Boltzmann condusse una battaglia personale contro il "flusso del tempo" e suggerì di considerare la direzionalità del tempo "come una mera illusione" proveniente dalla "nostra prospettiva particolarmente limitata" [60].
In questa lotta il fisico austriaco dovette confrontarsi con una serie di argomenti centrati sull'apparente contraddizione fra l'"apparente irreversibilità di tutti i processi naturali conosciuti" e la reversibilità su scala atomica sancita dai principi della "scienza meccanicistica alla vecchia maniera"[61].
Le obiezioni mosse da Loschmidt prima e da Culverwell e Zermelo poi, aprirono dispute ben note allo storico della scienza. Il punto nodale di tutti questi argomenti consisteva nel mostrare che l'inversione della variabile t nelle equazioni del moto, oppure una concezione ciclica del tempo, implicavano conseguenze assurde se confrontate con l'esperienza.
Nella seconda metà degli anni settanta Loschmidt mostrò che era possibile concepire una violazione del principio di Carnot e Clausius, considerando un'inversione esatta delle traiettorie di tutte le particelle di un sistema di punti materiali.
Boltzmann riconobbe il "grande significato" del "paradosso" sollevato da Loschmidt e rinunciò conseguentemente al tentativo di dedurre i processi irreversibili direttamente dalle equazioni dinamiche. Da allora egli considerò l'irreversibilità come una proprietà statistica di un numero enorme di particelle che collidono e la seconda legge come "un teorema del calcolo delle probabilità". Un sistema tende allo stato d'equilibrio descritto dalla distribuzione delle velocità di Maxwell perché vi sono "infinitamente molti più stati iniziali" che conducono a una distribuzione uniforme che a una non uniforme [62].
Questa conclusione trovò espressione matematica in quella che Paul Ehrenfest ha chiamato la formulazione "moderna" del "teorema del minimo" o, come fu comunemente chiamato dopo il 1890, "teorema H". La "funzione-H" descrive l'andamento dell'inverso dell'entropia di un sistema macroscopico isolato rispetto al tempo. Nel grafico di tale funzione, la curva si trova "per la grandissima maggioranza" del tempo presso un valore minimo che descrive lo stato di massima entropia.
Attorno al significato del teorema H di Boltzmann sorse, nei primi anni novanta, un grande dibattito nel Regno Unito.
Boltzmann partecipò attivamente al dibattito di lingua inglese, preoccupandosi, al tempo stesso, di rispondere ad una nuova obiezione di reversibilità sollevata da Edward Parnall Culverwell di Dublino e di difendere il carattere statistico della seconda legge e la prospettiva meccanicistica [63].
Egli dovette inoltre rispondere a un quesito posto da Fitzgerald e ripreso dallo stesso Culverwell: perché "l'etere, il sistema solare e l'universo" rappresentano un'eccezione rispetto alla legge di distribuzione di Maxwell? [64] Tale problema o testimoniava un'inconsistenza fra il teorema H inteso come "un pezzo di matematica pura" e le sue applicazioni fisiche, oppure rendeva necessario spiegare perché l'universo circostante apparisse così sorprendentemente lontano dall'equilibrio termodinamico e dalla morte termica.
Nel numero del 18 febbraio 1895, Nature ospitò un importante intervento di Boltzmann. In quella memoria, titolata On certain questions of the theory of gases, sono contenute repliche alle obiezioni di Culverwell ed è precisato come dedurre il comportamento della funzione H di un sistema isolato "dalle leggi della probabilità".
Valori di H maggiori del minimo non sono "matematicamente impossibili" ma "soltanto molto improbabili". Diversamente dal 1877 Boltzmann conclude però che, a prescindere dalle condizioni iniziali e disponendo di tempi molto lunghi, sono possibili delle deviazioni occasionali dallo stato d'equilibrio.
Sia procedendo nella direzione positiva che in quella negativa lungo l'asse che rappresenta il tempo, il grafico della funzione H mostra infatti che:

It is extremely probable that H is very near to its minimum; if it is greater, it may increase or decrease, but the probability that it decreases is always greater [65].

Nell'ultimo paragrafo Boltzmann affronta gli argomenti formulati contro il teorema H sulla base dello stato osservato dell'universo. Dopo aver ammesso che, per il teorema H, l'universo - inteso come un sistema meccanico composto da un numero enorme di costituenti - "nel corso del tempo ... deve tendere a uno stato dove la vis viva di ogni atomo è in media la medesima" [66], egli riconosce che chiedersi perché questo stato non sia ancora stato raggiunto costituisce un notevole rompicapo. È a questo punto che fa riferimento a un'idea suggeritagli da un suo "vecchio assistente", il dr. Schütz [67]:

We assume that the whole universe is, and rests forever, in thermal equilibrium. The probability that one (only one) part of the universe is in a certain state, is the smaller the farther this state is from thermal equilibrium; but this probability is greater, the greater the universe itself is. If we assume the universe great enough we can make the probability of one relatively small part being in a given state (however far from the state of thermal equilibrium), as great as we please. We can also make the probability great that, though the whole universe is so far from thermal equilibrium, our world is in its present state. It may be said that the world is so far from thermal equilibrium that we cannot imagine the improbability of such a state. But can we imagine, on the other side, how small a part of the whole universe this world is? Assuming the universe great enough, the probability that such a small part of it as our world should be in its present state, is no longer small.
If this assumption were correct, our world would return more and more to thermal equilibrium; but because the whole universe is so great, it might be probable that at some future time some other world might deviate as far from thermal equilibrium as our world does at present. Then the aforementioned H-curve would form a representation of what takes place in the universe. The summits of the curve would represent the worlds where visible motion and life exist [68].


Lo scenario che risulta da queste righe è quello di un universo che, nella sua globalità è nello stato della morte termica, ma contiene disseminate "qui e là" delle regioni speciali lontane dall'equilibrio: fluttuazioni che hanno alle spalle una "nascita termica" [69] e procedono verso la morte termica. All'interno di queste regioni si stabilisce una direzionalità del tempo, testimoniata dal comportamento dei fenomeni irreversibili.
Sebbene senza alcun nuovo accenno a Schütz, questa stessa idea sarà ripresa da Boltzmann negli anni successivi. In particolare nel corso della celebre controversia con Ernst Zermelo [70].
Quest'ultimo non trovò alcuna "soluzione soddisfacente" nel dibattito avvenuto su Nature e professò una concezione pratica delle teorie fisiche in cui la conduzione termica costituiva un processo irriducibile alla "teoria meccanica". La sua "opinione personale" consisteva nel "credere che un singolo principio in grado di riassumere una grande quantità di fatti sperimentali stabiliti fosse "più affidabile di un teorema matematico" [71].
Nel 1896 egli attaccò dall'interno la teoria cinetica, sfruttando la prova fornita da Poincaré - in un celebrato saggio sul problema dei tre corpi in meccanica celeste - secondo la quale lo stato di un sistema meccanico isolato deve necessariamente essere ciclico [72].
Se un teorema della meccanica decretava l'impossibilità dei fenomeni irreversibili, allora la seconda Hauptsatz (cioè: proposizione fondamentale) della termodinamica, implicava la rinuncia ad ogni spiegazione meccanica dell'irreversibilità; compresa quella di Boltzmann che confondeva impropriamente i concetti di tempo e di probabilità.
Alla controversia fra Boltzmann e Zermelo sono stati dedicati molti importanti studi. Qui mi limiterò a prendere in considerazione le argomentazioni cosmologiche fornite dal fisico austriaco nella sua seconda replica (scritta nel dicembre 1896) e ripresi, quindi, nel paragrafo 90 della seconda parte delle Vorlesungen über Gastheorie (pubblicata nel 1898).
Boltzmann suggerì un'alternativa fra due particolari scenari: o "l'intero universo si trova attualmente in uno stato molto improbabile", oppure noi viviamo da eoni in una regione speciale e improbabile ma pur sempre minuscola a confronto "con l'età e le dimensioni dell'universo" [73].
La prima alternativa rimanda a condizioni iniziali molto particolari per l'intero universo, mentre la seconda è quella già suggerita nel 1895. Boltzmann la giudica ora particolarmente idonea "per coloro che desiderano cedere ai loro impulsi" nel presentare conclusioni in accordo con la prospettiva atomistica. Mentre l'intero universo è "ovunque in equilibrio termico e pertanto morto", devono esservi "regioni relativamente piccole" che, "nel corso di un periodo di tempo relativamente breve di eoni, fluttuano in maniera evidente dallo stato d'equilibrio" [74]. Le dimensioni di questi "mondi singoli" (Einzelwelten) sono paragonate da Boltzmann a quelle della distesa di stelle che ci circonda [75].
Non è possibile parlare di una direzione globale del tempo per l'intero universo, poiché:

proprio come in un certo luogo della superficie terrestre chiamiamo giù la direzione verso il centro della Terra, così un essere vivente che si trova in un certo intervallo temporale [Zeitphase] di tale mondo singolo, giudicherà diversamente la direzione del tempo verso una condizione più improbabile da quella opposta (l'una come il passato, l'inizio, l'altra come il futuro, la fine). Per via di questa denominazione tali piccole regioni isolate dell'universo si troveranno "inizialmente" sempre in uno stato improbabile. Questo metodo mi sembra l'unico secondo cui si può considerare la seconda legge [Hauptsatz], la morte termica di ciascun mondo singolo, senza un cambiamento unidirezionale dell'intero universo da un inizio stabilito verso uno stato finale conclusivo [76].

Boltzmann ritiene che possano esservi dei "mondi singoli" - "da noi separati da eoni di tempo e da distanze spaziali di 1000000000010 volte la distanza di Sirio" in cui la direzione del tempo è opposta relativamente a quella del nostro mondo [77].
Di fronte a questo tipo di considerazioni, però, si preoccupa di poter suscitare il sorriso di qualche lettore e cerca di prevenire alcune difficoltà. A cominciare dall'obiezione, ad ogni modo non ritenuta valida, secondo la quale "non è economico e perciò inadeguato" supporre morta una parte così grande dell'universo per spiegare la vita di una piccola regione [78].
Boltzmann puntualizzò che "indulgere in tali speculazioni" rappresentava una "questione di gusti" e, nelle Vorlesungen über Gastheorie, aggiunse:

Nessuno certamente sosterrebbe speculazioni del genere come scoperte importanti o persino - come fecero gli antichi filosofi - come lo scopo più elevato della scienza. È però incerto, se sia giustificato deriderle come del tutto oziose. Chissà se non amplieranno l'orizzonte della nostra cerchia d'idee e se non promuoveranno, sviluppando la vivacità del pensiero, anche la conoscenza dei fatti d'esperienza? [79]

Il fisico austriaco non mise mai in dubbio l'importanza della seconda legge ma mostrò che non vi era disaccordo fra le osservazioni e la "teoria meccanica". Pertanto non vi erano motivi per rinunciare, come desiderava Zermelo, a tale teoria. Era anzi proprio sulla base del meccanicismo e dell'atomismo che Boltzmann vedeva profilarsi la possibilità sia di "nuove osservazioni", che di risposte plausibili ad alcune "questioni inosservabili" (come: "il comportamento dell'universo o di di un sistema completamente isolato durante un periodo di tempo infinito") apparentemente in contrasto con le conseguenze del principio di Carnot-Clausius. In conclusione Boltzmann sottolineava i meriti del proprio modello cosmologico:

ma si deve ammettere, che l'immagine del mondo [Weltbild] qui sviluppata è una possibilità libera da contraddizioni interne e davvero utile, poichè ci rivela alcuni nuovi punti di vista e spesso ci induce non solo alla speculazione, ma anche a esperimenti (ad es.: sui limiti di divisibilità, sulle dimensioni della sfera d'azione e perciò sulle deviazioni dalle equazioni dell'idrodinamica, della diffusione, della conduzione del calore ecc...) cui nessun'altra teoria riesce a dare stimolo [80].

L'argomento di Boltzmann è stato al centro di numerose critiche e ha incontrato i favori di alcuni decisi sostenitori [81]. Naturalmente le riletture recenti di Boltzmann comportano connessioni con la cosmologia relativistica che risultano ovviamente anacronistiche.
Uno dei punti delicati dell'argomentazione concerne l'estensione dei "mondi singoli" e, in particolare, della peculiare fluttuazione in cui si è evoluto l'uomo.
Molti critici hanno fatto notare che Boltzmann considera "mondi" troppo grandi sia in quanto a estensione che in quanto a durata. L'idea di fluttuazioni così colossali da consentire l'evoluzione della vita organica è stata giudicata "del tutto insostenibile", "sbagliata" e "ridicola" [82].
A titolo di esempio riporto qui le conclusioni di un lavoro di Landau e Bronstein del 1933:

[Boltzmann] provò a spiegare il fatto che siamo in grado di osservare una fluttuazione così fantastica, dicendo che proprio la presenza di tale fluttuazione è una condizione necessaria per l'esistenza dell'osservatore (le condizioni favorevoli per l'evoluzione biologica degli organismi e così via). L'argomento comunque è del tutto falso. Poichè in un tal mondo di fluttuazioni, l'esistenza di un particolare osservatore senza i cieli che contengono miriadi di stelle corrisponde a un'entropia molto maggiore, e nondimeno a una probabilità molto più elevata. Da ciò concludiamo che il mondo che obbedisce alla statistica non mostrerà fluttuazioni importanti [83].

Costituisce un'interessante curiosità storica notare come, l'anno successivo alla pubblicazione della nota appena citata, Sir Arthur Eddington esponesse, nelle sue Messengers Lectures, prorio a proposito del problema delle fluttuazioni, un'inconsapevole enunciazione del principio antropico:

The crude argument is that at a particular epoch (1934) the chance of a fortuitous deviation of entropy from its maximum value sufficient to admit the phenomenon is too small to be considered seriously, and that the fluctuation must therefore ascribed to anti-chance. But the year 1934 is not a random date between t=-¥ and t=+¥. We must not argue that because fluctuations of the present magnitude occupy only 1/xth of the time between t=-¥ and t=+¥, therefore the chances are x to 1 against such a fluctuation existing in the year 1934. For our present purpose the important characteristic of the year 1934 is that it is selected as belonging to a period during which there exist in the universe beings capable of speculating about the universe and its fluctuations. It is clear that such creatures could not exist near thermodynamical equilibrium. Therefore it is perfectly fair for the supporters of this suggestion to wipe out of the calculation all those multillions of years during which the fluctuations are less than the minimum required to permit of the evolution and the existence of mathematical physicists [83a].

Le affermazioni di Eddington appena citate rivestono però un ruolo semplicemente incidentale rispetto alla sua analisi complessiva del problema della "morte termica".
In anni recenti anche Stephen Hawking ha proposto una spiegazione antropica della direzionalità del tempo impostando in maniera profondamente diversa da quella di Boltzmann il problema delle condizioni iniziali [84]. Hawking, dopo lunghe vicissitudini, ha concluso che l'entropia di un universo chiuso continua ad aumentare durante tutta la sua storia evolutiva e che vi è un'unica freccia termodinamica (che determina quella psicologica) del tempo. La risposta all'interrogativo: "perché osserviamo che le frecce termodinamica e cosmologica puntano nella stessa direzione?" non va però cercata né nelle leggi della fisica, né nelle condizioni al contorno dell'universo, ma bensì nel WAP.
La vita può infatti essere presente solo durante la fase dell'espansione e dobbiamo quindi necessariamente osservare che la direzione del tempo coincide con la direzione dell'espansione.
Il WAP è un principio duttile. Può essere invocato a sostegno di opzioni teoriche o di programmi di ricerca eterogenei. Boltzmann sfrutta un argomento di tipo WAP per "spiegare" l'apparente undirezionalità locale del tempo nel contesto di una teoria che esclude una direzione globale; Hawking "spiega" la particolare situazione osservata considerandola come una proprietà dell'intero universo osservabile in questa fase della sua evoluzione.
Compito del WAP, in linea di massima, è quello di connettere i fatti osservativi che risultano "strani", o difficili da spiegare all'interno di un certo contesto teorico, tramite una constatazione del tipo "altrimenti noi non saremmo qui a porci la domanda" o a contemplare la stranezza della faccenda [85].


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6 PRECURSORI. II: IDLIS 1958

L'argomento di Boltzmann fu ripreso in uno scritto scarsamente conosciuto ma che è stato indicato da Jakov Borisevich Zel'dovich come la prima applicazione del "principio antropico" nel contesto della cosmologia relativistica [86]. Parlo di un lavoro intitolato "tratti essenziali dell'universo astrofisico osservato come proprietà caratteristiche del sistema cosmico abitato" pubblicato in russo, nel 1958, dell'accademico delle scienze dell'allora repubblica socialista sovietica del Kazakistan Grigory Moiseevich Idlis.
Lo scritto in questione risente del contesto storico e sociale nel quale si muovevano gli scienziati sovietici a cinque anni dalla morte di Stalin. Come in quelli di molti colleghi, nei lavori di Idlis si avverte una reciproca influenza fra le idee del materialismo dialettico e le ipotesi scientifiche in esame: le prime talvolta giustificano le seconde mentre, in altre occasioni, paiono essere proprio certe tesi scientifiche a essere invocate a sostegno della dottrina marxista-leninista.
Indubbiamente, nella seconda metà degli anni cinquanta, l'intera produzione scientifica sovietica è pervasa dalla concezione dialettica. Proprio in quel medesimo periodo, del resto, molte discipline scientifiche (e in particolare la cosmologia che era stata condannata come idealismo e papismo nell'era staliniana) stavano via via acquistando in URSS una notevole autonomia dall'ideologia dominante, apportando - in accordo con le idee di Lenin - motivi di riflessione e di evoluzione nel dibattito interno al materialismo dialettico.
Come risulta dalle analisi di Loren R. Graham, è fuorviante considerare il pensiero e le elaborazioni originali di molti importanti scienziati sovietici (ad esempio: Oparin, Fock o Ambartsumian; i quali sono, fra l'altro, tutti e tre citati da Idlis) frutto esclusivo di pressioni ideologiche o politiche [87]. È ingiusto negare (a prescindere da certi orpelli di maniera) un interesse intrinseco sincero di questi scienziati verso le idee filosofiche a cui fanno riferimento e delle quali, anche col passare degli anni, continueranno a ribadire la verità e la fruttuosità [87a].
Questa constatazione vale anche per Idlis, il quale - ancora negli anni settanta - continuerà a pubblicare lavori sulla relazione fra lo studio dell'universo e la "ricchissima eredità filosofica" lasciata dalla dialettica leninista [88].
Resta però innegabile che, nel periodo in esame, gli astronomi sovietici adottino ancora, nello studio della struttura di larga scala dell'universo, una serie di credenze diffuse che, "come un leitmotiv" costituiscono i "punti di partenza" di ogni indagine [89].
Fra queste, l'idea dell'infinità dell'universo costituisce un'"assioma fondamentale" dalle molteplici implicazioni [90].
L'estensione infinita e l'eternità dell'universo riflettono infatti una concezione della natura in cui la materia (o meglio: la materia/energia) è infinitamente suddivisibile, indistruttibile, increata e eterna. [91]
La concezione di un universo infinito riguarda anche la complessità crescente denotata dallo sviluppo della materia/energia e l'inesauribilità di questo processo.
Gli astrofisici sovietici affermano che le ipotesi semplificative che sottostanno ai modelli cosmologici "occidentali" sono lontane dalla realtà, che bisogna prendere atto di quella che lo stesso Idlis chiama "infinità strutturale" dell'universo e che la materia su larga scala non è omogeneamente distribuita [91a].
Nella seconda metà degli anni cinquanta vi è grande diffidenza sia verso la linearità della relazione velocità distanza che verso il principio cosmologico, ma l'interpretazione usuale dei redshift e l'idea dell'espansione sono comunemente accettate nella letteratura sovietica [92].
Nello scritto di Idlis, la "metagalassia" (termine con il quale gli astronomi sovietici indicano il sistema delle galassie in espansione nella parte osservabile dell'universo [92a]) rappresenta al tempo stesso una regione particolare dell'universo infinito e un esemplare "a pieno titolo" caratteristico del suo genere: un "tipico sistema di galassie abitate" esteso almeno cinque miliardi di anni luce, approssimabile in prima istanza a un modello cosmologico isotropo e uniforme, con un'età, una densità media, una temperatura media, e un tasso d'espansione caratteristici. Seguendo l'interpretazione di Fock [93] della "teoria gravitazionale" di Einstein, Idlis dice che:

lo spazio fisico che fa da sfondo per questo o quell'agglomerato di galassie (o altri sistemi cosmici") non deve avere curvatura positiva [94].

Poichè questo è l'unico modo per evitare strane idee sulle proprietà dello spazio e del tempo. Sulla base dell'analisi dei dati osservativi, aggiunge quindi che vi sono ragioni di "supporre che lo spazio metagalattico sia effettivamente uno spazio a curvatura negativa" o, in altre parole, uno "spazio di Friedman - Lobachevskii".
L'ambito della metagalassia è discusso da Idlis nel V paragrafo del suo lavoro del 1958. Il fulcro della monografia consiste nelle connessioni esistenti fra i "tratti caratteristici" dell'universo osservato e le proprietà necessarie all'evoluzione della vita. Per caratterizzare quest'ultima, Idlis adotta l'interpretazione di Oparin della definizione data da Engels nella "Dialettica della Natura" [95]. In accordo con la legge dialettica della trasformazione della quantità in qualità, la vita è pertanto vista come una qualità che emerge, con le proprie caratteristiche specifiche, a un certo stadio del processo di movimento della materia. In altre parole: è una forma molto speciale di moto della materia.
Idlis ribadisce così la tesi secondo la quale la vita è un fenomeno raro (perché necessita di condizioni ambientali molto speciali) ma altresì comune nell'universo.
A tale proposito è importante notare la vicinanza dello scienziato kazako con l'astronomo Vasilii Grigor'evich Fesenkov, del quale fu stretto collaboratore [96].
Nel 1956 era stato pubblicato in URSS il celebre volume di Oparin e Fesenkov sulla "vita nell'universo" dove venivano analizzate le proprietà ambientali e astronomiche necessarie all'origine e allo sviluppo della vita. Gli autori, interessati a "fornire un'idea veritiera della possibilità che su un particolare corpo la vita si sia originata e successivamente sviluppata", avevano concluso che, nonostante la straordinarietà delle condizioni richieste una stella su un milione aveva "la probabilità di possedere un pianeta su cui, ad un particolare gradino del suo sviluppo, può formarsi la vita" [97]. Secondo tale stima potevano esserci migliaia di pianeti "idonei alla vita (e parzialmente popolati)" nella nostra così come in ogni altra galassia tipica [98].
I primi tre paragrafi del lavoro di Idlis ripercorrono in larga misura l'esposizione di Oparin e Fesenkov ed esaminano quali caratteristiche devono soddisfare gli ambienti planetari e quelli stellari per garantire proprietà essenziali come la stabilità delle proteine, la capacità di reazione biochimica o l'esistenza dei coacervati proteici (che è essenziale nella teoria di Oparin).
Nel quarto paragrafo Idlis considera le caratteristiche necessarie per l'abitabilità di una galassia e, nel quinto, come già accennato, analizza da vicino le proprietà necessarie allo sviluppo della vita al livello della metagalassia in espansione. John Leslie, uno dei pochissimi "occidentali" a riferire del lavoro di Idlis, sottolinea la sintonia fine, notata dall'astronomo sovietico, fra le condizioni necessarie alla vita e la distribuzione di densità delle stelle all'interno di una galassia [99].
Idlis sa di muoversi in una direzione opposta a quella usualmente seguita nello studio dell'universo e sottolinea l'importanza del suo approccio. Nell'introduzione del suo lavoro si chiede se sia possibile trovare una "soluzione coerente" alla questione della particolare struttura della metagalassia e al problema "perché il mondo circostante è così com'è", a partire dal "fatto stesso della nostra esistenza" [100].
La metagalassia, in quest'ottica, è una tipica regione abitata, caratterizzata da proprietà che non valgono per l'"infinità multiformità" dell'intero universo.
L'intera parte osservata dell'universo costituisce un sistema isolato dove "la genesi e l'effettivo sviluppo della vita" non sono il risultato di "condizioni iniziali anomale" ma l'esito regolare dell'"evoluzione della materia cosmica". Poichè però in "altre regioni dell'universo" (dove prevalgono "condizioni fisiche radicalmente diverse in rapporto a densità, temperatura, composizione chimica ed età dell'ambiente") non può semplicemente esservi vita, le nostre osservazioni non riguardano "una regione arbitraria dell'universo" ma una regione peculiare che possiede le proprietà caratteristiche di una metagalassia abitata [101]. Estrapolare tali proprietà all'intero universo è semplicemente sbagliato.
L'idea di collegare l'estensione e le proprietà dell'intero universo osservabile alla possibilità della vita non giungeva isolata. Proprio in quegli anni infatti George J. Whitrow aveva fatto cenno dapprima alla connessione fra l'esistenza di osservatori e la tridimensionalità dello spazio [102] e poi (senza ritenere opportuno pubblicare qualcosa su questa seconda idea) al collegamento fra le "enormi dimensioni e la complessità" dell'universo osservabile e la possibilità della vita sulla Terra [103]. Idlis non cita queste idee ed è sicuramente molto lontano dall'impostazione razionalista di Whitrow [103a].
La sua prospettiva "rigenera" piuttosto "l'ipotesi delle fluttuazioni" di Boltzmann; ipotesi ben nota nel panorama intellettuale sovietico, dove l'idea di un'usura e di un decadimento globale dell'attività inesauribile della materia/energia (e, quindi, di una morte termica dell'intero universo) era stata energicamente respinta.
Idlis riabilitava l'argomento di Boltzmann giudicando non convincenti le critiche specifiche mosse da Landau o quelle analoghe dovute a Zel'manov [103b]. Le considerazioni e i risultati quantitativi indicavano che la conclusione secondo cui è superfluo considerare l'enorme scala della metagalassia non era convincente.
Infatti: l'esistenza di un osservatore (Idlis dice "essere pensante", oppure: "esseri viventi che osservano il quadro del mondo che si distende davanti a noi") è "improponibile" in assenza di una stringente serie di condizioni che riguardano vari livelli di complessità crescente.
Una fluttuazione che porti "alla comparsa di un sistema solare abitabile, deve, di regola, generare una quantità molto maggiore di sistemi planetari non abitabili", di stelle e di interi sistemi stellari [104]. Idlis conclude pertanto la sua monografia annotando che:

la realizzazione di gigantesche (ma al tempo stesso inizialmente prive di struttura) fluttuazioni di scala metagalattica è più verosimile della comparsa di fluttuazioni inferiori per massa ma molto più complesse per struttura interna

e ribadisce:

non è da escludere che l'attuazione delle gigantesche fluttuazioni da noi studiate (con un'estensione non inferiore a tutta la parte nota dell'universo) sia necessaria per la comparsa degli esseri viventi che osservano il quadro del mondo che ci si distende innanzi [105].

L'applicazione di un argomento di tipo WAP da parte di Idlis rimanda a una prospettiva che avrà, sia pur con altre motivazioni, grande rilevanza nel dibattito successivo. L'astronomo kazako infatti riconosce l'esigenza di non estendere impropriamente il principio cosmologico. Quest'ultimo, per Idlis, costituisce un'idealizzazione appropriata solo per la nostra regione di universo o per regioni analoghe e, comunque, valida solo in prima approssimazione. Nel contempo però Idlis è lontano da ogni teoria cosmologica che contempli il concetto di un inizio dell'intero universo. In accordo con i dogmi degli scienziati materialisti egli ritiene che ogni modello cosmologico non rappresenti altro che una teoria locale della metagalassia, estrapolabile solo al prezzo di ingiustificate idealizzazioni [105a].


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