RASSEGNA STAMPA

30 DICEMBRE 1999
OTTO KALLSHEUEUR
Quel che resta del '900
In un'intervista a "Die Zeit" il filosofo racconta ai tedeschi le sue riflessioni sul secolo e sui limiti della ragione
Professor Bobbio, posso leggerle una diagnosi della crisi spirituale del tempo? Eccola: la crisi attuale "consiste nel frantumarsi di una verità dolorosa in migliaia di verità indifferenti e così si spiega l'apatia morale del lasciarsi trasportare dalla corrente della società e delle cose; essa consiste nella rottura di un'unica volontà autocosciente, nell'offuscarsi della chiarezza interiore, al cui posto torna a minacciare, pericolosamente, il mito".
"Oddio! Che stile aulico...".
L'ha scritto lei nel 1943, concludendo con la perorazione di un "nuovo personalismo" come alternativa all'"esistenzialismo apolitico" di Heidegger e Jaspers.
"Dunque. Un tempo, quando in Italia era già cominciata la guerra di liberazione antifascista, si poneva in modo drammatico, per l'ordine postfascista, la questione della persona umana. La situazione attuale è invece completamente diversa, anche se esiste un nuovo pericolo. La fine del nostro secolo - un secolo che nella prima metà ha conosciuto così tanta violenza, guerra e distruzione - registra una nuova svolta verso la violenza, e non solo nei conflitti internazionali, a partire dalla fine della guerra fredda. Anche all'interno delle nostre società abbiamo una crescita inaspettata della violenza".
Che cosa pensa delle analisi che interpretano l'aumento della criminalità e dell'intolleranza come risultato di un crescente individualismo? Lo sciogliersi dei legami tradizionali distrugge lo "spirito di solidarietà" e la fiducia all'interno della società...
"Non sono d'accordo. Contrariamente ai fautori della comunità, io resto fedele alla concezione individualistica, dal momento che la democrazia liberale si fonda sul primato dell'individuo. L'unico vero progresso che riesco a vedere in questo secolo, il riconoscimento generalizzato dei diritti dell'uomo, si riferisce ai diritti degli individui, non come parte di questa o quella comunità, ma come cittadini di questo o quello Stato".
E che cosa pensa della richiesta di diritti culturali o religiosi per particolari comunità?
"Noi apparteniamo contemporaneamente a comunità molto diverse. A volte comunità religiosa e comunità etnica coincidono, ma spesso non è così e si appartiene a una comunità religiosa che non corrisponde alla religione del proprio popolo, o viceversa. Così oggi si torna a parlare della difesa dei diritti dei popoli. Ma esiste un popolo in quanto tale, la cui esistenza venga prima dei singoli? Il popolo è un'astrazione, solo l'individuo è concreto! Il nocciolo delle convinzioni, delle speranze e degli ideali comuni, che l'uomo ha giustamente chiamato religione dei cittadini o "religione civile dell'umanità", consiste nel fatto che alla fine portatore dei diritti fondamentali viene riconosciuto l'individuo. Le mie idee si sono formate negli anni 30 e 40. Allora da una parte stava l'uomo, l'individuo, dall'altra la massa o - come si dice - lo Stato-massa. E io so bene di che cosa si tratti. Mi basta pensare a quando partecipavamo alle grandi adunate, come una volta a Roma, quando il duce parlava alla folla dal balcone di Palazzo Venezia. La moltitudine che lo acclamava gridando "Sìììì" oppure "Noooo, giammai!", quella era la massa. Che cosa sarebbe successo se uno solo avesse osato opporsi? Non avrebbe potuto nemmeno alzare la sua voce tanto da farla sentire. Il valore che si manifesta opposto allo Stato, il valore che vuole essere solo, quello è l'individuo. E l'inalienabile diritto del singolo di fronte a qualunque forma di moltitudine, massa o comunità appartiene, dalla fine del fascismo, alle mie categorie fondamentali etiche e politiche".
Nel suo libro "L'età dei diritti" lei riprende l'idea di un "jus cosmo politicum", il diritto del cittadino del mondo.
"Sì, è così. Con l'istituzione di un tribunale internazionale per i criminali di guerra per la prima volta i diritti dell'uomo nella storia vengono riconosciuti come "jus causae": come diritto all'apertura di processi, alla protezione di un individuo, cioè totalmente indipendenti dallo Stato di appartenenza. Così per la prima volta questi diritti vengono trattati come diritti che valgono universalmente, anche contro lo Stato. Questa è certamente soltanto una delle possibili tendenze di sviluppo delle relazioni di diritto internazionali; ma in essa io vedo l'unico progresso possibile".
Lei ha anche ripetutamente sottolineato il nuovo fatto storico che per la prima volta da due o tre secoli tutte le confessioni cristiane concordano con il pensiero laico a proposito dei diritti dell'uomo. Anche la chiesa cattolica.
"Ancora nel viaggio in India dello scorso novembre Giovanni Paolo II si è richiamato alla libertà di religione come diritto fondamentale di tutti gli uomini, indipendentemente dal territorio su cui si sono fermati e dallo Stato di cui sono cittadini. In questo senso si può effettivamente parlare dei diritti dell'uomo come della religione civile dell'umanità".
Ma indubbiamente questo nuovo ecumenismo arriva solo fino a un certo punto. Penso ad esempio alla questione dell'aborto.
"Anche quando i diritti dell'uomo, dopo un lungo periodo storico di diffidenza, finalmente vengono accettati dalla Chiesa, resta una differenza nelle priorità: per l'illuminismo il primo dei diritti dell'uomo era senza dubbio la libertà, mentre senza dubbio per la gerarchia della Chiesa al primo posto viene la protezione della vita "data da Dio", e cioè anche della vita non ancora nata".
In una polemica tedesca sul filosofo Peter Sloterdijk, che con un discorso sulle future "antropotecniche" genetiche voleva provocare sia l'umanesimo illuminista sia il diritto naturale cattolico, la sinistra illuminista si è trovata a fianco della religione cristiana contro le idee eugenetiche neopagane. La tradizione monoteistica appartiene al codice genetico dell'illuminismo?
"Ci è permesso spingerci fino al punto di trasformare completamente l'umanità, clonare o programmare gli uomini futuri? Questo è un antichissimo tema dell'utopia. Già nella Città del Sole di Tommaso Campanella viene stabilito con precisione quando e quali uomini e donne possono accoppiarsi, secondo le qualità dell'organismo. Esiste nella religione laica dell'illuminismo l'idea di una misura umana innata? Anche Giovanni Paolo II ha pensato che il nichilismo antiumano è ancorato nel moderno "dramma della divisione tra fede e ragione".
"Io non ho risposte alla domanda di criteri sulla cui base poter decidere, né so dove dobbiamo fermarci e dove possiamo procedere con il progresso scientifico. Nell'enciclica Fides et ratio anche il Papa si mostra preoccupato per le filosofie del razionalismo, ma stranamente non lo inquieta il vero nemico: il progresso tecnologico! Se vogliamo preoccuparci del futuro dell'umanità, dobbiamo interessarci al sapere scientifico, non alle filosofie. Queste sono assolutamente irrilevanti. Il vero pericolo per l'umanità, oggi, è lo sviluppo della scienza e della tecnica, che non ha più confini né freni e dal quale non si può tornare indietro. Una volta scoperta la bomba atomica, non è più possibile eliminare questa scoperta. E così per il codice genetico. Che cosa può dire la Chiesa a questo proposito? La secolarizzazione della nostra immagine del mondo si fonda sullo sviluppo scientifico. L'illuminismo irreversibile comincia non con Kant, ma con Galileo, e concerne non già la filosofia o la teologia ma la scienza. La guerra di Roma con Lutero o Calvino continua da secoli, ma a un Galileo anche il Papa alla fine doveva dar ragione...". "Dio lo vuole", dicevano i cavalieri dell'ordine teutonico. "Questo è il rovescio del nichilismo: se Dio esiste e io combatto al fianco di Dio, allora ogni atrocità è possibile!".
Anche lei, che è notoriamente illuminista, parla di una "religiosità senza Dio".
"Io - uno che non si è mai sentito mortale come adesso, praticamente sono già morto - mi sono sempre sentito un seguace della ragione, non un uomo di fede. Ma proprio in quanto uomo della ragione conosco i limiti della ragione, che può illuminare solo una piccola parte dell'oscurità che ci circonda".
L'isola della ragione di Kant, che è circondata da "un vasto e tempestoso oceano"...
"Un'isola circondata dal mistero. Io so che noi siamo circondati dal mistero. E questo chiamo il senso religioso dell'uomo, il sentimento di essere avvolti da un mistero impenetrabile. Oggi gli scienziati ci aiutano a comprendere il sistema solare e le galassie, abbiamo appreso centinaia, milioni di fatti che gli antichi ignoravano.
Eppure il mondo ci rimane sempre incomprensibile, sempre impenetrabile. Più sappiamo e più aumenta la consapevolezza di essere ignoranti. L'intera storia della scienza consiste in definitiva in ipotesi fallite. Perciò parlo di un senso religioso dell'uomo: di un atteggiamento religioso di fronte all'incomprensibile, all'inspiegabile, all'infinito. Anche quando non mi riesce di convertire questo sentimento in una dottrina, in un catechismo, in un sistema".
Il problema non sono tanto le ipotesi, che - come dice Popper - si possono "lasciar morire". Si sta andando verso la scissione nucleare, verso la "antropotecni ca genetica". Può il senso religioso del mistero, di cui lei parla, costituire un freno sufficiente al progresso tecnologico?
"No, dubito che il giusto rimedio possa essere trovato nella fede religiosa. Anche perché non c'è una sola religione, ma centinaia; e anche il fanatismo religioso, la persecuzione nei confronti di chi sostiene altre credenze diventa oggi sempre più minaccioso. Mi permetta di leggere, in chiusura, la citazione di un libro che mi ha particolarmente colpito in quest'ultimo anno: il bilancio della vita di George Steiner, Errata. Dice: "La risposta alla domanda che è stata posta ad Auschwitz dai torturatori di un bambino affamato: ? Dov'è Dio adesso?', Dio è questo bambino', è un esempio abbastanza ripugnante del pathos antropomorfo". Certo, il Papa può condannare la guerra, ma non può condannare un terremoto. Solo uno stregone potrebbe farlo. Ma c'è qualcuno che può offrire una risposta ai dolori senza fine prodotti dalle epidemie, dalle catastrofi naturali, dalle inondazioni, dalle esplosioni vulcaniche che non dipendono da noi? Chi risponde a un malum passionis , che non è il risultato di un fatto, né la conseguenza di un malum actionis ?".
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vedi anche
Filosofia (e) politica