LIBERI DI POSSEDERE LA STESSA MERCE | Il pensiero liberal-socialista in un saggio di Franco Sbarberi edito da Bollati Boringhieri |
| Scriveva Norberto Bobbio, qualche anno fa: "Il grande dibattito che si svolge oggi nell'ambito
delle democrazie ... è tra l'esaltazione del mercato, in cui si potrebbe vedere la figura del
liberalismo asociale, e i diversi programmi di correzione delle distorsioni del mercato rispetto
all'osservanza del principio fondamentale dell'eguaglianza". Oggi, nei suoi effetti pratici, questo
"grande dibattito" sembra consistere niente più che in un modesto monito notarile rivolto alle
sicumere del pensiero unico e ai distruttivi effetti della mondializzazione capitalistica. E' del tutto
pertinente, perciò, quello che scrive Franco Sbarberi, nell'introduzione al suo L'utopia della libertà
eguale (Bollati Boringhieri, pp. 218, L. . 35.000), e cioè che resta "tuttora aperta ... nell'orizzonte
della democrazia la ricerca di una libertà eguale, anche se resa più ardua da un mercato mondiale in
continua trasformazione, dal ritorno inquietante dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi e dalla
crisi latente delle forme classiche della rappresentanza e della partecipazione politica".
Si presentano, queste parole, come la dichiarazione programmatica di un libro che si propone di
rivisitare la tradizione liberal-socialista del Novecento italiano alla ricerca di un possibile punto di
incontro e di equilibrio tra l'istanza della libertà e quella dell' eguaglianza. Un itinerario che si muove
tra Gobetti e Rosselli, tra Calogero e Calamandrei, per giungere a Bobbio, non senza una
preliminare incursione in Gramsci. Ricerca decisamente ardua, appunto, quella della "libertà eguale",
costretta a incespicare proprio sui concetti (e le pratiche) cruciali di libertà e eguaglianza, nella
tempesta di un processo di globalizzazione galoppante (e devastante). Nei suoi primi anni quaranta
Norberto Bobbio, allora critico del liberalismo, cioè dell'"aspetto pratico e immediatamente politico"
dell'individualismo, argomentava che proprio quest'ultimo, l'individualismo, "trapiantato a livello
economico ... è servito a tutti gli egoismi a tutti gli interessi meno nobili", in una sorta di
sacralizzazione "della inscindibilità della proprietà, come bene economico, dalla persona, ... come
se la proprietà o il possesso di certi beni costituissero l'essenza della persona nella stessa misura e
allo stesso diritto che la coscienza morale". Franco Sbarberi, che riporta questo discorso, avverte
come a quell'epoca Marx fosse ancora "un autore sostanzialmente insondato". Oggi è noto - forse -
che per Marx nel modo di produzione del capitale, e tanto più nella sua fase matura, la proprietà e il
possesso sono l'essenza della persona, e in quanto tali plasmino, certo non deterministicamente,
anche la sua coscienza morale, innervata dall'idea (teologico-trascendente) di un
individuo-proprietario "naturale" (con buona pace dei non-proprietari), cioè pre-supposto,
pre-sociale e pre-politico, vale a dire astratto dalla sua concretezza storico-reale, e riflesso
nell'astrazione del valore che istituisce il capitale stesso.
A dire il vero a quell'epoca Marx restava sostanzialmente insondato anche per i marxisti patentati,
non ultimo proprio Antonio Gramsci. Il libro di Sbarberi ha il merito, tra gli altri, di ripercorrere
lucidamente l'inadeguata penetrazione nelle profondità del pensiero marxiano proprio da parte del
grande animatore dell'Ordine Nuovo. Sbarberi non manca di rilevare come l'"organicismo"
gramsciano rimanga impigliato in una concezione "neutra", cioè astratta e indeterminata, della tecnica
e dell'organizzazione del lavoro, concepite come "oggettive" e "razionali" (Gramsci non aveva potuto
conoscere, per esempio, né la Kritik del '43, né il Frammento sulle macchine, né, di conseguenza,
i Grundrisse). Scrive Sbarberi, infatti, che "anche il giovane Gramsci, come Sorel, è convinto che
l'ordine tecnico industriale della fabbrica risponda a una logica di sviluppo che prescinde sia
dall'esistenza delle classi sia dalla natura e dalla destinazione delle merci prodotte".
Insomma, al Gramsci dell' Ordine Nuovo, ma anche a quello di Americanismo e Fordismo, era
sfuggita l'"anima" dell'analisi marxiana, cioè il pensiero della scissione che fonda il modo di
produzione, quella trennung mediante la quale il capitalismo si rivela nasconendosi, cioe maschera
la sua essenza totalizzante, che rovescia i rapporti fra uomini in rapporti fra cose, abitate,
quest'ultime, da una spettrale spettacolarità merceologica. E perciò questo Gramsci si trovava
nell'impossibilità di cogliere il nesso profondo tra processo di valorizzazione e tecnica industriale,
come se - commenta Sbarberi - "le modalità del ciclo lavorativo potessero essere marxianamente
disgiunte da quelle del processo di valorizzazione del capitale". Si spiega anche così lo scambio
gramsciano tra la struttura dispotica del comando sul lavoro e l'"oggettività" dell'organizzazione del
lavoro stesso, quel suo intrappolamento inconsapevole in una "razionalita" sovraordinata, e quindi,
appunto, nella neutralità della tecnica.
In questo aveva avuto un referente illustre nientemeno che in Lenin, il quale "delirava" di un fordismo
piegato in funzione operaia, e, ahimè, seminava lo stesso equivoco nel movimento operaio
pressocché tutto. Si sa che è dovuta a Raniero Panzieri la demolizione della mistificante "razionalita"
del taylorismo. Il suo Sull'uso capitalistico delle macchine, apparso sul n. 1 dei Quaderni Rossi,
resta ancora oggi uno dei testi più lucidi sul conflitto di classe del secondo Novecento. E'
sorprendente quindi che Sbarberi accomuni questo testo di Panzieri alle "prospettive teoriche" non
convincenti "nelle discussioni della sinistra degli anni sessanta". Specie nel momento in cui gli
riconosce la cruciale riscoperta del "legame inscindibile operato da Marx" tra il comando strutturale
autoritario della fabbrica capitalistica e il progresso tecnico e scientifico. Sembra, implicitamente, che
Sbarberi voglia far carico a Panzieri di non aver colto profeticamente "l'effetto di omologazione e di
livellamento negativo reso possibile dalle nuove tecniche produttive e comunicative", quasi ignorando
ciò che è venuto dopo (Panzieri è morto nel 1964) vale a dire quella storia di antagonismi esaltanti e
di cadute, di ubriacature pre-governative e di insipienza teorica, anche grazie alle quali la
soggettività capitalistica ha potuto incuneare la leva che ha permesso di smantellare un ciclo
inceppato dal conflitto operaio e di aprirne un altro con rinnovato slancio all'accumulazione e al
mercato totale.
Ora, è questo uno dei nodi centrali del presente. Nella sua nuda evidenza, il presente esibisce,
squaderna quasi, l'occultamento del processo di alienazione-espropriazione, mediante il quale il
lavoro vivo appare dileguante, scacciato dal lavoro morto - il sistema di macchine nell'organizzazione
produttiva - e (quasi) completamente incorporato nel baluginio spettacolare della tecnologia
elettronico-digitale; e il tempo di lavoro confondersi ormai con il tempo di vita. E' da qui che
bisognerebbe ripartire per un reale, pratico, processo di trasformazione adeguato al presente, e per
qualsiasi nuovo approccio teorico, ivi compresa una prospettiva concreta per la liberà "eguale". Però
questo nodo nella ricerca di Sbarberi sembra presto volatilizzarsi. Tuttavia, indagare il punto di
fusione tra il pensiero della libertà e quello dell'eguaglianza eludendo il nodo da cui si accelerano tutti
i processi di reductio ad unum, dal dogmatismo del mercato alla sussunzione della persona-lavoro
nell'assolutismo della persona-merce, ebbene, un tale indagare corre il rischio di condurre il pensiero
liberal-democratico nel proverbiale vicolo cieco. In altre parole, tale pensiero, proprio nella sua
curvatura liberal-socialista, persiste oggi più che mai nella sua aporia di fondo: quel porsi a
correggere, temperare, moderare (e magari governare) gli effetti catastrofici del modo di produzione
del capitale maturo (oggi chiamato semplicemente liberismo) senza incidere di un'unghia nella
"crudeltà" delle nuove forme di globalizzazione monetaria e merceologica; soprattutto quel
continuamente sottrarsi a una critica radicale del modo di produzione stesso, praticandone
(apologeticamente) l'accoglimento e lasciandolo sussistere come condizione "originaria" (cioè
eterna), come disegno trascendente (la famosa "mano invisibile" del mercato) e come il migliore dei
mondi possibili.
Si sarebbe tentati di rivolgere ai "moderni" liberal-socialisti le sferzanti parole che nel 1946 Gaetano Salvemini rovesciava sugli "antichi" liberal-socialisti del Partito d'Azione: "Sono cani senza denti:
abbaiano alla luce ma non addentano niente". |