RASSEGNA STAMPA

24 DICEMBRE 1999
ROBERTO SPEZIALE-BAGNACCHI
Giudicati col perdono
Psicoanalisi, una logica laica per il senso di colpa
Nell'ebraismo, secondo il Levitico, durante l'anno del Giubileo si deve applicare la legge del Giubileo che si stacca dalle regole abituali, si potrebbe dire che le trascende. Le terre devono venir lasciate incolte e tutti possono goderne i frutti, gli schiavi ebrei vengono liberati e taluni possedimenti ancestrali tornano a chi li aveva ceduti. Quanto al Giubileo della religione cattolica, esso sembra per lo più caratterizzato da un perdono generale che viene concesso a determinate condizioni.
La psicoanalisi di Freud, occupandosi per prima con metodo scientifico del senso di colpa, esigerà cambiamenti di "regole" (o di logiche), come la legge del Giubileo ebraica, e si dovrà occupare di peccato e di perdono, come il Giubileo cattolico. L'impresa impossibile ora è quella di riuscire a fare una sintesi breve di riflessioni su tutti questi temi che, in diverse trattazioni, mi hanno preso poco meno di cinquecento pagine.
Partiamo dal rapporto tra colpa e peccato, ponendo l'accento sulla colpa, anche se il peccato è un tema assai più affascinante. In uno scritto onesto e rigoroso, il teologo Giuseppe Angelini scriveva che colpa e peccato non sono due concetti diversi solo in termini puramente linguistici, per lui non si tratta in altre parole di una medesima realtà cui discipline diverse hanno dato nomi distinti. La psicoanalisi, invece, tende a decodificare tutto nei propri termini e a omologare colpa e peccato.
Per cogliere l'incompatibilità dei due sistemi che li sottendono (quello religioso da un lato e quello psicoanalitico laico dall'altro), forse può contribuire questo breve confronto: si pensi ad alcuni peccati capitali: accidia, ira, gola, avarizia, lussuria. Ognuno di essi corrisponde a un sintomo o a un segno di una o più sindromi psicopatologiche: "accidia", che rimanda al greco a-kedós (senza-cura), assieme all'ira, per esempio, denota la depressione; il peccato di gola lo troviamo nella bulimia, l'avarizia può essere presente in forme paranoicali e ossessivo-compulsive, la lussuria nella ninfomania o nel satirismo.
Se per salvare l'idea di peccato si cerca di creare una linea di confine al di qua della quale c'è il peccato capitale e al di là la patologia, si fa un'operazione certamente lecita (come è lecito per il giudice cercare di seguire i confini tra infermità, semi-infermità e sanità di mente), ma questa operazione non ha molto senso per la psicoanalisi che tra normalità e follia ritiene ci sia un continuum qualitativo e che per di più crede nell'esistenza dell'inconscio. Come scienziato, Freud ha fondamentalmente idee che un religioso non può accettare.
Per la psicoanalisi "l'Io non è padrone in casa sua": è l'esistenza dell'inconscio a impedirglielo. Per aver un'idea di cosa Freud volesse dire con questa espressione, basterà ricordare l'affermazione che il senso di colpa può precedere il misfatto, che da sola scardina molte idee sul libero arbitrio; in taluni casi il crimine, dunque, avviene come conseguenza del senso di colpa. In Delitto e castigo Dostoevskij gli aveva spianato la strada? Di certo aveva scritto: "Quanto alla questione se sia la malattia che genera il delitto, o se questo, per la sua particolare natura, sempre s'accompagni a qualcosa come una malattia, [Raskòlnikov
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vedi anche
Il mondo dell'uomo