NIETZSCHE Così parlò SeverinoCHE FINE FA L'OCCIDENTE E' uscito "L'anello del ritorno"
un lungo saggio
che spiega che cosa
l'autore
di "Zarathustra"
intendeva
con la morte di Dio
e la nascita
del superuomo La necessità
di un discorso
filosofico è tale
solo se mostra
l'irrevocabilità
del suo dire, altrimenti
è opinione o sentimento |
| Più lo mandi giù e più si tira su con l'aria di un bambino
tenace e pensoso, felice di smentire i suoi avversari. Che
sono tanti e, aggiungerei, fortemente irritati, soprattutto i
cattolici dalle cui fila proviene. Fu negli anni Sessanta che,
sconosciuto ai più, Emanuele Severino sparigliò il panorama
filosofico italiano con una tesi a dir poco squillante.
L'Occidente non aveva capito nulla di sé e della follia che lo
avvolgeva. Follia concettuale provocata dal pensare che le
cose siano niente, che nascano dal nulla e finiscano nel nulla.
Una tesi ardita che al nostro pensatore procurò non poche
reprimende, sospetti di eresia e un processo che lo
estromise dalla Cattolica dove fino ad allora, era il 1968,
aveva insegnato.
Molti anni sono trascorsi, e tanti libri egli ha pubblicato.
Alcuni speculativamente impegnativi, altri accessibili per
l'impianto divulgativo voluto dall'autore. Sfogliandoli ci si
può imbattere in alte e pensose riflessioni su Parmenide (di
cui aveva auspicato il ritorno), sulla tecnica e la violenza;
oppure in veloci annotazioni di politica e di società
spicciola. Insomma, Severino è un filosofo che si divide fra
l'alta moda e il prêt-à- porter. Non a caso egli pubblica
prevalentemente i suoi lavori con due editori molti diversi:
Rizzoli e Adelphi. Presso quest'ultimo è uscito da poco
L'anello del ritorno (pagg. 433, lire 75.000), un lungo e
ambizioso saggio su Nietzsche che lui ama definire una
tappa importante verso l'approdo teorico della sua impresa
speculativa.
| Allora, professor Severino, di tutto la possono accusare i
suoi avversari, ma non d'incoerenza. Sono anni che il suo
martello implacabilmente si abbatte sul pensiero
contemporaneo sordo ai suoi richiami. Cos'è che non va? |
"Fra le tante cose, il fatto ad esempio che la filosofia
contemporanea vive per lo più di rendita rispetto a ciò che
alcuni pensatori, pochi aggiungo, e fra questi Leopardi e
Nietzsche, hanno compiuto rispetto alla tradizione".
"Oggi è diventato un luogo comune negare questa
tradizione, direi quasi un'abitudine arbitraria. Perciò,
qualcuno potrebbe obiettare che non si vede perché non si
debba preferire il mondo della tradizione e i suoi pensatori,
al mondo contemporaneo. Invece, in Leopardi, in
Nietzsche, e aggiungerei in Gentile, viene alla luce la
necessità della distruzione della tradizione dell'Occidente".
| Ci allacciamo le cinture, perciò ci dica cosa intende per
tradizione dell'Occidente. |
"Un significato unitario della tradizione occidentale è
costituito dalla persuasione che l'insieme delle trasformazioni
del mondo sia riconducibile a un ordinamento stabile,
immutabile, definitivo".
| Allude al rapporto tra divenire ed eterno, di cui parlano fra
gli altri Platone, Aristotele ecc.? |
"Sì, un rapporto che non è solo filosofico, ma presente un
po' ovunque: dal campo religioso dove il cristianesimo
sarebbe impensabile senza la distinzione tra il tempo e
l'eterno; a quello economico in cui il capitalismo si dà come
legge naturale ed eterna. Ma è presente altresì nel campo
della politica, dell'arte e perfino della scienza che, almeno
fino ad Einstein, concepisce se stessa come verità definitiva.
Per cui la tradizione, ossia questo particolare rapporto fra
tempo ed eternità, è ciò che si origina con il pensiero greco
e arriva fino al secolo scorso".
| In che senso il rapporto di cui parla è particolare? |
"Perché nella tradizione l'eterno è come il signore che
domina il servo. Servo è il divenire, è il tempo, è la caducità
e la finitezza delle cose. Ai miei occhi tutto questo è il
risultato di una follia".
"Quella di pensare che le cose - siano esse la casa, le stelle,
gli affetti, la donna, gli animali, i sentimenti - oscillino fra
l'essere e il niente. E' follia pensare che le cose siano niente
e viverle come tali".
| E Nietzsche con tutto questo che c'entra? |
"C'entra, anche se non ne è interamente consapevole. Ma
lui compie un passo fondamentale".
| Lei, mi pare, lo colloca su un punto di rottura rispetto alla
tradizione di cui parlava... |
"Nietzsche si rende conto - ma prima di lui già Leopardi ne
è consapevole - che se il divenire esiste è impossibile che
esista un qualsiasi eterno".
| Impossibile perché? Dopo tutto hanno convissuto per
millenni. |
"La verità eterna tende a riempire sia il futuro che il passato.
Qualunque flusso innovatore del divenire, da questo punto
di vista, non è più possibile. La verità eterna, insomma,
rende apparente, finto, il divenire".
| L'idea che le verità non siano eterne è una questione oggi
acquisita... |
"Fino a un certo punto, cosa vuol dire verità eterna?".
"Essa è come una legge che dice a tutte le cose: voi potete
esistere solo conformemente alla mia legislazione. Questo
vuol dire verità eterna o inviolabile. Sia Leopardi che
Nietzsche, ma in seguito anche Gentile, usando linguaggi
diversi, ne hanno colto l'assurdità. Perciò tutti i propositi a
cui assistiamo di salvare l'uomo dalla violenza, dalla guerra,
facendo appello ai grandi valori del passato sono destinati a
fallire".
"Perché essi intendono salvare l'uomo sulla base di quella
legislazione che riempendo ogni vuoto si presenta essa
stessa come violenza, che è appunto impedire al divenire di
essere tale, di irrigidirlo, sottraendogli ciò che gli compete".
| A questo proposito Nietzsche usò una formula che ebbe un
qualche successo, parlò della "morte di Dio". Lei come
interpreta questa celebre espressione? |
"Sarebbe banale riportare questa frase del discorso
nicciano al fatto che la gente non crede più in Dio.
Significherebbe ridurre Nietzsche al suo livello più basso".
| Proviamo ad alzare il tono. |
"La morte di Dio è il modo in cui Nietzsche esprime
l'impossibilità di quell'eterno che rende impossibile la storia,
il divenire, il tempo. Dice a un certo punto Zarathustra: se
esistesse un creatore, cosa mi resterebbe? Io non potrei
creare più nulla. Ma io sono un creatore, dunque gli dei non
esistono".
| Un'obiezione è che Zarathustra sostituendosi a Dio ne
annulla, per così dire, la morte. Come la mettiamo? |
"E' vero che si sostituisce, ma l'importante è la necessità
della sostituzione. Se ci fosse un Dio, l'uomo non sarebbe in
grado di creare nella sua forma autentica, cioè come un
uomo libero dalla venerazione per il passato. Ogni suo
movimento sarebbe solo apparenza. Ma poiché la creatività
dell'uomo non è apparenza, dunque non può esistere ciò
che rende apparente il divenire, ossia il Dio creatore. La
necessità di un discorso filosofico è tale solo se mostra
l'irrevocabilità del proprio dire, altrimenti è cultura,
opinione, sentimento, espressione di volontà".
| L'impressione è che ci stiamo lentamente avvicinando
all'altra celebre figura nicciana che ha dato qualche
grattacapo agli interpreti. Mi riferisco al "superuomo" che è
l'altra faccia della "morte di Dio". Lei come la legge? |
"Non si capisce che cosa sia il superuomo se non si intende
bene cosa è l'eterno ritorno. Quindi tutte le interpretazioni
politiche e sociologiche di questa figura, tutti gli
accostamenti di Nietzsche al nazionalsocialismo, non fanno
che allontanare dal nostro sguardo la sua straordinaria
potenza".
| La stessa traduzione del termine nicciano può ingenerare
qualche equivoco. |
"Nietzsche parla di übermensch, traducibile con
"oltrepassamento dell'uomo". Che cosa è l'uomo? E' quello
che crede in Dio e vive conformemente agli immutabili. La
sua è una vita apparente in quanto è preordinata
dall'esistenza dell'eterno. Il superuomo, perciò, è quello che
va oltre l' uomo perché comprende l'impossibilità
dell'eterno. Non solo. Nel vedere la necessità della morte di
Dio, Nietzsche si accorge che deve morire anche quella
forma di dio che è il passato concepito come una
dimensione rispetto alla quale la volontà non può più nulla".
Le cose, caro professore, si complicano maledettamente.
Tutto pare confluire in questa idea di eterno ritorno. Qual è
il suo senso? |
"E' qualcosa che non ha nulla a che vedere con l'idea che ne
avevano i greci. Per i quali l'eterno ritorno è il dio all'interno
del quale si sviluppa il divenire. Invece in Nietzsche il
discorso è rovesciato. Proprio perché non c'è nessun dio, il
divenire deve essere impossessamento del passato. Ogni
atto dell'andare avanti è un tornare indietro. Il che è
possibile solo se esiste la figura del circolo".
| Mi scusi, ma tutto questo sforzo speculativo dove porta? |
"Porta alla luce la coscienza del superuomo. Il quale in ogni
suo atto sa di volere ciò che è destinato ad accadere. Non
c'è più la scissione della volontà fra ciò che vuole e ciò che
accade".
Il superuomo prende il posto di dio. Siamo, anche se con
modalità diverse, alla domanda che le ho fatto poc'anzi.
"E' generalmente la critica che gli si rivolge. Ma non è
questo il punto. Senza rendersene conto, Nietzsche sta
portando alla luce la contraddittorietà del concetto di
divenire. Egli arriva a dire cose in cui il divenire implica la
negazione di se stesso. Egli tocca il punto estremo della
follia. E' come se avesse visto il baratro in cui l'Occidente
era finito e se ne fosse ritratto spaventato". |
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