RASSEGNA STAMPA

13 DICEMBRE 1999
BRUNO GRAVAGNUOLO
Adorno, quel Socrate negativo del '900, che s'aggirava fra Europa ed America
Le lezioni di filosofia in Germania del maestro del pensiero negativo appena reduce dall'esilio americano
"Dialettica" e "Dialogica" in un approccio critico che teneva insieme tradizione greca e linguaggi della modernità
Theodor W. Adorno, "Il Concetto di filosofia", manifestolibri, pagine 147, lire 15.000
Fine secolo. Tempo di bilanci, anche per la filosofia. Che secolo è stato, filosoficamente, il Novecento? Perlopiù un secolo antispeculativo. Nichilistico, rivelativo-aurorarle, iperstoricistico. Oppure empirico-analitico, linguistico, critico-negativo. Dentro questa temperie globale, Theodor W. Adorno, maestro della scuola di Francoforte, è stato un protagonista. Non solo per vastità di interessi e attitudine a far scuola - tra una sponda e l'altra dell'oceano - quanto per la capacità di stilizzare il vero "Grund- Akkord" del Novecento. Quello che connette le sue diverse sfumature antispeculative. E cioè il "Pensiero Negativo".
Certo, detta così la cosa rischia di tramutare Adorno in eroe eponimo di una voga meramente corrosiva e nichilistica. Che, specie a partire dalla contestazione del 1968, si è mescolata a una sensibilità apocalittica e ostile alla tecnica. E invece in realtà, il messaggio "negativo" di Adorno era tutt'altro che disperato e irrazionale, ancorché ostile alla società industriale, capitalista o socialista che fosse. E l'occasione per capirlo ci viene dal piccolo e prezioso libro che il "Manifesto Libri" pubblica oggi, a cura di Cristopher-Gödde e di Stefano Petrucciani: "Il Concetto di Filosofia", ovvero le lezioni filosofiche tenute da Adorno all'Università di Francoforte nel semestre invernale 1951-52.
Di ritorno dall'esilio americano il filosofo - fondatore del celebre Istituto francofortese per la ricerca sociale e coautore con Horkheimer della "Dialettica dell'Illuminismo" (1941) - distilla nel suo stile laconico una certa idea di filosofia. Niente affatto apocalittica o irrazionale. Bensì dialogica e socratica, come mette in m evidenza Stefano Petrucciani nel suo saggio introduttivo. Di quale Socrate si tratta?Non certo del Socrate platonico, risolto dall'allievo Platone nella dottrina delle Idee trascendenti. Ma di un Socrate dialettico-problematico. Che dissolve ogni "presupposizione data" del pensiero. Mostrandone l'intima insufficienza e contraddittorietà. La filosofia così, proprio nel cuore della modernità totalitaria e industriale, diviene in Adorno non un ritrarsi nell'Originario, come in Heidegger. Quanto una sorta di terapia sociale. Un'autocritica immanente, che mette in luce i contrasti mascherati, le iniquità dell'ideologia e le unilateralità oppressive del vissuto collettivo. Autoterapia ricavata dalla tradizione del Logos greco. E innervata sulla complessità dei linguaggi della modernità: scienza, psicologia, arti d'avanguardia, sociologia. Mentre Horkheimer, l'altro "dioscuro" francofortese, risolveva pragmaticamente questo lavorio nel nesso operativo delle scienze umane, Adorno viceversa non rinunciava a costruire un'idea generale della filosofia. Vale a dire un metalinguaggio, logico ed ermenutico, teso a distruggere la finitezza separata del "dato" - economico, ideologico, culturale - e a farlo implodere. Rovesciandolo e relativizzandolo. Di qui la "Dialettica negativa", che procede per antinomie, per opposizioni. E che mette capo a punti d'arrivo provvisori. Non dedotti, ma convenuti e indicati "a contrario".
Dialettica dunque - posthegeliana e postmarxista - come dialogica. Nella cui "ellissi" ci sono due fuochi: la razionalità dell'argomentare, e la negatività del dissolvimento. Un doppio movimento. Che a ben guardare "mima" due pulsioni chiave di questo novecento filosofico. Certezza pragmatica delle scienze. E il relativismo assoluto.
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