Adorno, quel Socrate negativo del '900, che s'aggirava fra Europa ed AmericaLe lezioni di filosofia in Germania del maestro del pensiero negativo appena reduce dall'esilio americano "Dialettica" e "Dialogica" in un approccio critico che teneva insieme tradizione greca e linguaggi della modernità |
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| Theodor W. Adorno, "Il Concetto di filosofia", manifestolibri, pagine 147, lire 15.000 | Fine secolo. Tempo di bilanci, anche per la filosofia. Che secolo è stato, filosoficamente, il Novecento? Perlopiù un secolo antispeculativo. Nichilistico, rivelativo-aurorarle, iperstoricistico. Oppure empirico-analitico, linguistico, critico-negativo. Dentro questa temperie globale, Theodor W. Adorno, maestro della scuola di Francoforte, è stato un protagonista. Non solo per vastità di interessi e attitudine a far scuola - tra una sponda e l'altra dell'oceano - quanto per la capacità di stilizzare il vero "Grund- Akkord" del Novecento. Quello che connette le sue diverse sfumature antispeculative. E cioè il "Pensiero Negativo".
Certo, detta così la cosa rischia di tramutare Adorno in eroe eponimo di una voga meramente corrosiva e nichilistica. Che, specie a partire dalla contestazione del 1968, si è mescolata a una sensibilità apocalittica e ostile alla tecnica. E invece in realtà, il messaggio "negativo" di Adorno era tutt'altro che disperato e irrazionale, ancorché ostile alla società industriale, capitalista o socialista che fosse. E l'occasione per capirlo ci viene dal piccolo e prezioso libro che il "Manifesto Libri" pubblica oggi, a cura di Cristopher-Gödde e di Stefano Petrucciani: "Il Concetto di Filosofia", ovvero le lezioni filosofiche tenute da Adorno all'Università di Francoforte nel semestre invernale 1951-52.
Di ritorno dall'esilio americano il filosofo - fondatore del celebre Istituto francofortese per la ricerca sociale e coautore con Horkheimer della "Dialettica dell'Illuminismo" (1941) - distilla nel suo stile laconico una certa idea di filosofia. Niente affatto apocalittica o irrazionale. Bensì dialogica e socratica, come mette in m evidenza Stefano Petrucciani nel suo saggio introduttivo. Di quale Socrate si tratta?Non certo del Socrate platonico, risolto dall'allievo Platone nella dottrina delle Idee trascendenti. Ma di un Socrate dialettico-problematico. Che dissolve ogni "presupposizione data" del pensiero. Mostrandone l'intima insufficienza e contraddittorietà.
La filosofia così, proprio nel cuore della modernità totalitaria e industriale, diviene in Adorno non un ritrarsi nell'Originario, come in Heidegger. Quanto una sorta di terapia sociale. Un'autocritica immanente, che mette in luce i contrasti mascherati, le iniquità dell'ideologia e le unilateralità oppressive del vissuto collettivo. Autoterapia ricavata dalla tradizione del Logos greco. E innervata sulla complessità dei linguaggi della modernità: scienza, psicologia, arti d'avanguardia, sociologia. Mentre Horkheimer, l'altro "dioscuro" francofortese, risolveva pragmaticamente questo lavorio nel nesso operativo delle scienze umane, Adorno viceversa non rinunciava a costruire un'idea generale della filosofia. Vale a dire un metalinguaggio, logico ed ermenutico, teso a distruggere la finitezza separata del "dato" - economico, ideologico, culturale - e a farlo implodere. Rovesciandolo e relativizzandolo. Di qui la "Dialettica negativa", che procede per antinomie, per opposizioni. E che mette capo a punti d'arrivo provvisori. Non dedotti, ma convenuti e indicati "a contrario".
Dialettica dunque - posthegeliana e postmarxista - come dialogica. Nella cui "ellissi" ci sono due fuochi: la razionalità dell'argomentare, e la negatività del dissolvimento. Un doppio movimento. Che a ben guardare "mima" due pulsioni chiave di questo novecento filosofico. Certezza pragmatica delle scienze. E il relativismo assoluto. |