| STRATEGIE BELLICHE CON PRETESE DI PACE |
Il ritmo della storia, soprattutto per quanto riguarda la guerra e la pace, è stato negli ultimi anni più
veloce dei tipografi. La caduta del muro di Berlino ha liberato l'umanità dal terrore nucleare ma, nonostante le speranze dei più ottimisti, o forse più ingenui, non dal flagello della guerra.
Un momento straordinariamente favorevole del clima politico mondiale, quello degli ultimi dieci anni del Novecento, poteva essere sfruttato per rafforzare le organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni Unite, e per istituire una veritiera responsabilità cosmopolitica. Si vagheggiava la speranza di vivere senza nemici, con stati propensi alla cooperazione piuttosto che alla rivalità. In
fondo, il conflitto era stato vinto dalle democrazie liberali ed era legittimo attendersi, come avevano già fatto pensatori quali Jeremy Bentham, James Madison e Immanuel Kant, che esse fossero più pacifiche delle autocrazie. E soprattutto, che intendessero applicare anche alla sfera dei rapporti
internazionali i principi di civiltà che informano i loro sistemi interni.
La guerra del Golfo e quella del Kosovo ci hanno invece riportato alla triste realtà: siamo ancora lontani da una vera responsabilità globale. Sia chiaro, le responsabilità dei governi irakeno e serbo, capeggiati da Hussein e Milosevic, sono pesantissime, tra l'altro per le sofferenze che questi due
tiranni alla vecchia maniera hanno inflitto alle proprie popolazioni. Ma anche in presenza di atti tremendi come l'annessione di uno stato sovrano quale il Kuwait e l'inizio di un genocidio del popolo del Kosovo, si rimane stupiti dalla risposta degli stati auto-definitisi "illuminati": essa è stata tanto brutale quanto inefficace. (...)
Dopo molti anni dalla fine guerra del Golfo e diversi mesi da quella del Kosovo, possiamo constatare che l'intervento della comunità internazionale non ha risolto nessuno dei problemi esistenti in quelle regioni: queste guerre sono finite solo nominalmente.
Il contingente militare occidentale non solo non è in grado di evitare che gli oppressi di ieri si trasformino in oppressori, ma neppure di impedire che il Kosovo, come già l'Albania, sia dominato dalla criminalità organizzata.
Chi ha dunque subìto effettivamente la sanzione somministrata sotto la bandiera dell'Onu nel 1991 e della Nato nel 1999? Questa semplice domanda è stata volutamente ignorata perché la risposta suona come condanna: sono stati i popoli, siano essi gli iracheni, i curdi, i kosovari, i serbi o gli
zingari, coloro che hanno patito e continuano a patire. La comunità degli stati "illuminati", piuttosto di mitigare le sciagure che provenivano dal potere concentrato nei governi di Hussein e Milosevic, non ha saputo trovare di meglio da fare che aggiungere nuove e spesso più tremende sciagure. I
responsabili dei crimini, con poche eccezioni, sono ben lungi dall'essere stati portati di fronte alla giustizia internazionale, vanificando così uno dei principi fondamentali del diritto: il rapporto diretto tra chi viola le leggi e chi subisce la sanzione.
Come dovrebbe agire la comunità internazionale, nell'ambito della quale gli stati democratici detengono oggi l'assoluto predominio? E' la ricerca di una prospettiva autenticamente cosmopolitica che impone oggi di rileggere le opinioni dei filosofi del passato. Il cosmopolitismo certamente condanna la vecchia e ottusa categoria della sovranità statale. C'era insomma un diritto e un dovere della comunità internazionale a intervenire per impedire tanto che le frontiere venissero
unilateralmente modificate quanto il perpetuarsi di genocidi. Ma poiché tale interferenza si giustifica esclusivamente rivendicando un interesse dei cittadini del mondo che ha un valore superiore a quello della ragion di stato, chi si è preso la responsabilità dell'interferenza avrebbe almeno dovuto avere la certezza che l'intervento sarebbe stato vantaggioso per le popolazioni. Nulla di tutto ciò si è verificato. La medicina somministrata è stata di gran lunga peggiore del male. La triste verità è che la comunità internazionale assomma un pericoloso miscuglio di precisissime tecnologie militari e di
miopia politica. Gli stati si sono trincerati dietro le belle parole "interferenza umanitaria" e hanno poi utilizzato strumenti bellici del tutto analoghi a quelli della II guerra mondiale: bombardamenti aerei a tappeto. Oggi il bombardismo non rappresenta certo il modo per far rispettare i diritti umani, quanto piuttosto lo strumento per affermare una nuova e indiscussa egemonia.
Ma l'interferenza cosmopolitica differisce radicalmente dal bombardismo. Essa intende in primo luogo ricercare nei popoli - le principali vittime della guerra - gli interlocutori di un progetto di pace.
Le trattative diplomatiche, che potevano evitare il ricorso alle armi, sono state svolte con una colpevole incapacità. Anche quando si rende necessaria l'utilizzazione di mezzi coercitivi, il cosmopolitismo rivendica che vengano applicati i criteri delle operazioni di polizia, volti a minimizzare i danni alla popolazione, piuttosto che quelli delle operazioni militari, che intendono danneggiare il più possibile gli avversari. La superiorità tecnologica e militare esibita nel Golfo persico e nei Balcani è stata tutta rivolta ad evitare vittime tra le truppe occidentali, ma assai meno a raggiungere gli obiettivi
strategici senza infliggere danni alla popolazione civile.
Viene allora spontaneo chiedersi come possa accadere che la democrazia, che pure ha raggiunto traguardi significativi all'interno di molti stati, si arresti improvvisamente nelle scelte internazionali, come possa accadere che stati liberali e democratici all'interno smarriscano del tutto la propria
vocazione quando hanno a che fare con altri popoli.
I progetti di pace del passato conservano allora tutta la loro significatività. Rileggiamo quanto sostiene Rousseau in tema di interessi reali e apparenti in materia di guerra e pace e ci chiediamo come mai la popolarità del presidente degli Stati Uniti aumenta ogni volta che decide l'uso della forza
militare. Constatiamo che già Bentham aveva richiesto di rendere pubblico l'operato dei ministeri degli esteri e ci domandiamo se si sarebbe potuta evitare la guerra del Kosovo qualora l'opinione pubblica fosse stata adeguatamente informata su quanto è accaduto a Rambouillet. Riflettiamo sulla proposta kantiana di istituire un diritto cosmopolitico per prevenire la violazione del diritto in qualsiasi parte del mondo e constatiamo che ancora oggi, ben lungi dal vedere tutelati i propri diritti, le vittime delle dittature sono pure esposte ai bombardamenti.
La filosofia politica dei progetti di pace non può convertire i governi, ma fornisce ancora argomenti ai cittadini del mondo per difendere i propri interessi vitali. |