RASSEGNA STAMPA

8 DICEMBRE 1999
PIETRO GRECO
La bioetica? E' la palestra dei diritti
LECALDANO INTERPRETA LA DISCIPLINA PIU' DIFFICILE
Nel suo libro cinque capitoli per illustrare ciò che offrono le nuove tecniche
Una palestra di libertà, il luogo in cui l'uomo, ciascun uomo, allena i suoi diritti, si reimpossessa del proprio corpo, governa la tecnica e costruisce (contribuisce a costruire) il proprio futuro. Questa è la "bioetica", ovvero l'etica applicata ai mutamenti che negli ultimi decenni la biologia e la medicina hanno provocato nei processi di nascita, di cura e di morte dell'uomo, nell'interpretazione laica di Eugenio Lecaldano, ordinario di filosofia morale presso l'università "La Sapienza" di Roma, membro del Comitato Nazionale di Bioetica ed esperto di valore internazionale della più interdisciplinare, difficile e controversa delle discipline apparse nel panorama della cultura negli ultimi anni. Questa interpretazione "liberale" e, in un certo senso, "liberatoria" dell'etica applicata all'innovazione tecnica in biomedicina, Eugenio Lecaldano l'ha consegnata alle stampe in un libro, Bioetica, appena uscito per i tipi di Laterza. Il libro è costituito da cinque capitoli, ciascuno dedicato a un diritto, a un nuovo diritto, offerto dalle nuove tecnologie biomediche: il diritto di morire, il diritto alla libertà di procreare, il diritto all'integrità genetica, il diritto a un minimo garantito di cure e, il capitolo (il primo) in cui si colloca la bioetica, appunto, nell'età dei diritti.
Professor Lecaldano, lei definisce la bioetica come l'insieme delle questioni etiche originate dai mutamenti che la biomedicina ha provocato, negli u1timi anni, nel modo di nascere di curarsi e di morire degli esseri umani. E con ciò elimina dalla discussione bioetica i temi riguardanti altri diritti e altri portatori di diritti, come gli animali non umani o l'ambiente nel suo complesso. Questa definizione ristretta di bioetica non rischia di essere limitante?
"Ogni definizione è, di per sè, una convenzione. I temi che lei richiama sono di grande importanza, anche nei loro aspetti etici, e possono benissimo rientrare in una definizione allargata di bioetica. Tuttavia storicamente la disciplina bioetica nasce una trentina di anni fa con le prime riflessioni sulle conseguenze etiche e sociali delle innovazioni biomediche applicate a quelle, per intenderci, relative alle tecniche di ingegneria genetica, di procreazione assistita, ai trapianti di organi, alle tecniche che consentono il cosiddetto "accanimento terapeutico". Ovvero alle tecniche che hanno preteso una nuova definizione di vita e di morte per l'uomo".
Definito il contenuto della bioetica, Lei passa a una critica breve, ma serrata e radicale, delle fondamenta teoriche su cui si reggono le principali "bioetiche" finora proposte. Per esempio giudica riduzionistica e velleitaria l'aspirazione a costruire una "bioetica scientifica", fondata sulla ragione e rigorosamente dedotta a partire da pochi assiomi.
"Vede, la bioetica affronta problemi nuovi proposti da tecnologie altrettanto nuove. L'ingegneria etica, quella che Caplan chiamava la "deduzione meccanica da una serie gerarchica di principi ordinati" considerati come "assiomi" è un approccio che non riesce a vedere e, quindi, a interpretare le novità delle questioni etiche poste dallo sviluppo della biomedicina".
Lei critica, con la medesima radicalità, anche l'approccio religioso o, per dirla in termini più rigorosi, "giusnaturalistico" alla bioetica.
"Beh, questo è l'approccio di alcuni cattolici e di molti moralisti religiosi, secondo cui esiste un ordine naturale fissato da Dio, da cui è possibile e necessario ricavare i diritti e i doveri degli uomini. Non credo che questo approccio abbia alcuna possibilità di interpretare le nuove problematiche bioetiche. E, men che meno, di proporsi come interpretazione universale".
Poiché molti uomini di fede hanno difficoltà ad abbandonare questo approccio, per così dire,divino., Lei ritiene che il conflitto bioetico tra laici e cattolici sia destinato a riprodursi nel nostro paese?
"Beh, penso proprio di sì. Anche se non penso che il confronto, anche radicale, sia un fatto negativo. Al contrario, è il cuore della democrazia. E, quindi, anche della democrazia bioetica. A patto, naturalmente, che nessuno tenti di imporre la propria come morale unica".
Esiste una bioetica cattolica fondata sull'ordine naturale creato da Dio. Ma esiste una bioetica laica, o non esistono piuttosto diverse bioetiche proposte da laici?
"Non esiste, naturalmente, una bioetica laica. Esiste, dico per fortuna, una pluralità di posizioni. Tuttavia è possibile distinguere tra l'impostazione di un laico e l'impostazione di un cattolico. La differenza ruota sempre intorno alla disponibilità del proprio corpo. Per un cattolico è un bene indisponibile, perché disponibile solo a Dio. Per un laico il corpo è nella piena disponibilità dell'uomo. Da questa posizione nascono tutte le differenze sui diritti".
Indro Montanelli, nei giorni scorsi rivendicava il diritto di poter scegliere quando e come morire. Nel quadro della disponibilità del proprio corpo, Lei include anche il diritto all'eutanasia?
"Non penso che sia possibile parlare in generale e in astratto di diritto all'eutanasia, alla libertà di procreazione e quant'altro. Penso che le libere scelte bioetiche debbano maturare nel concreto delle situazioni. Si tratta di scelte caso per caso. In quest'ottica rivendico, la legittimità del diritto di scegliere come e quando morire."
A proposito di diritti generali e legittimi. La sua critica si rivolge, anche, a quell'approccio storico alla bioetica che considera diritti dotati di legittimità quelli assunti, storicamente appunto, nell'ordinamento di un qualche Stato.
"Sì, critico anche questo approccio perché ritengo essenziale separare sempre più e sempre meglio il biodiritto dalla bioetica. Perché non dobbiamo nè illuderci nè pretendere di poter determinare tutti i comportamenti degli individui, compresi quelli che attengono alla sfera dell'autonomia delle persone, mediante leggi dello stato. Le nuove tecniche biomediche offrono opportunità all'uomo nei processi di nascita, di cura e di morte. Ciascuno di noi deve essere messo nelle condizioni di scegliere in libertà".
Il luogo primario della bioetica, dunque, non può essere una cattedra e neppure il parlamento.
"Il luogo principale delle scelte bioetiche non sono nè i comitati tecnici nè le sedi legislative. Il luogo principale è l'opinione pubblica. E la scelta bioetica deve essere il frutto libero di una cultura, non la scelta imposta ex cathedra o ex lege".
E' questa, dunque, la bioetica dei diritti che Lei propone? Una bioetica originale, perché costruita dal basso e vissuta in positivo da quelli che Lei definisce "agenti" oltre che "pazienti" morali?
"Sì, io penso una bioetica attiva, costruita con scelte libere e consapevoli, da ciascuno di noi nell'azione quotidiana".
Tra i grandi diritti, Lei pone quello ad avere un minimo di cure. La bioetica dei diritti, dunque, rivendica a sua volta il diritto di entrare nel vivo del dibattito politico e sociale? In molti paesi e in molte situazioni la cura minima non è affatto un diritto reale.
"Io faccio riferimento soprattutto al tema dei trapianti. Ma il ragionamento è di tipo generale. Dobbiamo evitare di cadere nell'etica della solidarietà, quella per la quale una persona o l'intera società " donano " qualcosa, che sia un organo o una cura particolarmente costosa. Ma dobbiamo evitare di cadere anche nella logica pura di mercato. Dobbiamo pertanto rivendicare un'etica sociale. Per cui avere un organo o una cura particolare non sono frutto nè di un atto generoso e, quindi, straordinario, nè di un atto mercantile. Ma, appunto, un diritto".
Un'ultima domanda, professore. Lei pensa che ci sia davvero il rischio che la moderna biomedicina sancisca la perdizione dell'uomo?
"La paura non è una motivazione morale. Il catastrofismo è un residuo di religiosità. No, io penso che non dobbiamo nè possiamo arrenderci. Non possiamo rinunciare a governare la tecnica. Dobbiamo, al contrario, esercitare sempre l'etica della responsabilità. E valutare sia i rischi che i benefici associati a ogni singola tecnologia. D'altra parte, come si fa a nutrire solo paura rispetto a tecniche che ci consentono spesso di allungare la nostra vita o di migliorarne la qualità? ".
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Bioetica