| Che servitù non saper dire no |
| Nicola Panichi, "Plutarchus redivivus? La Boétie e i suoi interpreti", Istituto italiano di studi filosofici, Napoli, Vivarium, pagg. 79, s.i.p. | Ha attraversato come una saetta ideologica almeno
quattrocento anni della storia politica e della cultura
filosofica dell'Europa. È stato un micidiale libello
rivoluzionario e antitirannico la cui miccia è in questa
sulfurea domanda: "Io bramerei soltanto di sapere per ora s'egli è possibile, e in qual modo può accadere, che tanti
uomini, tante città, tante nazioni sopportino talvolta un solo
tiranno, che non ha verun'altra autorità fuori di quella che gli
vien conferita...". Se l'è chiesto intorno al 1552 un poeta e
umanista francese, Étienne de La Boétie. Aveva circa venti
anni ed era amico intimo di Montaigne.
La prima risposta nel titolo, famosissimo, del libello:
Discorso contro la servitù volontaria. Étienne morì a
trentatré anni, nel 1563, lasciandolo inedito ma Montaigne
lo fece pubblicare nel 1574 e poi in una raccolta di scritti
antimonarchici del 1576 con aggiunto il titolo Contra Uno,
con cui divenne poi noto. Secondo Montaigne La Boétie fu
ispirato da un passo di Plutarco dove si parla di popoli
asiatici oppressi da tiranni per non aver saputo pronunciare
una sola sillaba, No. Ebbene, a questo fondale
cinquecentesco si aggiunga una quinta fiammeggiante: la
repubblica giacobina napoletana del 1799 e il "dono
rivoluzionario" di una traduzione italiana fatta quell'anno da
uno dei più radicali e intelligenti esponenti del governo di
quella breve e sfortunata repubblica, Cesare Paribelli.
Scopriremo così un'altra pagina della storia del
giacobinismo italiano.
Allo studioso di filosofia politica Nicola Panichi il merito
della ristampa anastatica del libello, di un ampio saggio
introduttivo e di una ricostruzione bibliografico-critica del
successo che ha sempre riscosso questo prezioso scritto. |