RASSEGNA STAMPA

4 DICEMBRE 1999
editoriale
Montanelli: reclamo il diritto di morire
"L'eutanasia non è una soluzione nazista"
INDRO Montanelli, lei ha suscitato una gran discussione dicendo di cercare disperatamente un medico che l'aiuti a morire quando glielo chiederà. Lalla Romano le ha scritto ieri sulla "Stampa" che è d'accordo con lei nel detestare la sofferenza: ma la sofferenza la Romano alla fine l'accetta, lei, Montanelli, no. Ha qualcosa da dirle?
"Dico che fra me e Lalla Romano c'è assonanza assoluta. E mi ha fatto piacere: un tempo lei è stata mia grande nemica, poi ha voluto conoscermi un po' meglio ed è diventata la mia più cara amica. Accenna lei stessa a quel tempo nella lettera sulla ''Stampa''. Io le scrissi che me ne strafottevo del radicalchiccume sinistrorso e delle cose che esso pensava di me, ma che mi bruciava che quelle cose le pensasse anche una Lalla Romano: avevo una grande opinione di lei, come scrittrice e come carattere. Il suo ravvedimento fu per me una grande vittoria, una ricompensa. Mi sono commosso".
In che cosa consiste esattamente l'"assonanza" fra la Romano e lei? I vostri comportamenti davanti alla sofferenza sono opposti.
"Consiste nel riconoscere il diritto alla scelta. Lei ne fa una: accetta la sofferenza. Io ne faccio un'altra: spero, ma non sono sicuro, di saper scegliere il giorno in cui mettere fine alla mia vita. Reclamo il diritto di farlo".
Lalla Romano afferma anche che tutti e due, proprio perché detestate la sofferenza, non potete dirvi cristiani. Lei che ne pensa?
"Se cristiano vuol dire rifiutare l'eutanasia, non sono cristiano. Sono piuttosto pagano. I grandi saggi dell'antichità dicevano: ''Punge, medice'', svenami.
Seneca, ad esempio. Ecco, io vorrei essere stoico, non solo a parole. Ripeto: non sono sicuro. Lo vorrei oggi, che posso pensare con la mia testa".
Lei che è favorevole all'eutanasia, perché l'altra sera non ha mai pronunciato questa parola?
"Perchè le è stato affibbiato un significato che non le spetta, quasi di soluzione nazista. Sono favorevole all'eutanasia soltanto quando il malato la richiede e quando ci sono motivi fondati perché la richieda. Essa va circondata di molta cautela: a volte un malato di depressione, e io lo sono stato, invoca la morte; ma non la si può dare, perché dalla depressione si guarisce".
La Fondazione Floriani, che l'ha invitata a parlare l'altro giorno, si batte per la cura con palliativi (morfina, eptadone, un analgesico come la chetamina), che accompagna, aiuta il malato terminale, ne lenisce l'angoscia, il dolore fisico e morale: una sorta di "terza via", diversa sia dall'eutanasia sia dall'accanimento terapeutico. Accetterebbe questa cura?
"Non mi accontenterei. Poi magari perdo il coraggio, insieme con le forze, e l'accetto... E' il dolore morale che mi spaventa di più, la perdita della dignità di uomo, il venir meno della volontà, dell'intelligenza, dell'orgoglio. Questo mi fa paura. Non tanto la sofferenza fisica".
Lei ha detto che "alcuni altissimi sacerdoti" l'hanno richiamata all'ordine. Può dirne i nomi?
"Vescovi, parroci. Non me li ricordo. Io sono una pecorella un po' smarrita che loro cercano di riportare nel gregge, ma io nel gregge non ci sono mai stato, non mi piace. Mi chiedono umiltà, come anche ieri il vescovo Pietro Nonis su ''Avvenire''. Ma è una qualità di cui non abbondo, lo riconosco.
Sono umile soltanto di fronte al lettore".
Che rapporti ha oggi con la fede?
"Non l'ho mai avuta. Ho sempre pensato, nella mia incredulità, che il giorno in cui sarò chiamato a rendere ragione del fatto di non averla, ritorcerei l'accusa su chi non me l'ha data. E questa è un'eresia, che merita l'inferno. Ma sull'inferno condivido l'opinione di André Gide: ''Certamente esiste, ma è disabitato''. Lo dice anche il teologo von Balthasar. E siccome non andrò in Paradiso, che è al di sopra dei miei mezzi, andrò in Purgatorio, dove credo ci ritroveremo tutti".
Le è mai venuto il dubbio che la fede non sia soltanto un'illuminazione improvvisa, come per Paolo sulla via di Damasco, ma anche una ricerca continua, un percorso sempre aperto?
"I teologi sono dei mozza-orecchi, fanno troppi distinguo. Lo dicono per vendere i loro libri. La fede l'ho cercata a lungo, in me stesso. E' una grande illuminazione che o ti viene, ne sei colpito, investito, o se no è inutile che la cerchi nei ragionamenti dei teologi, che non offrono un filo per arrivarci. Aveva ragione Voltaire: la teologia è un'antologia di risposte incomprensibili a domande senza senso. L'unico teologo che mi persuadeva era un povero parroco del mio paese che veniva la domenica e faceva un predicozzo nella nostra chiesetta di famiglia in campagna, colma delle donne dei contadini. Gli uomini aspettavano sul sagrato. Il parroco li guardava sopra gli occhiali e gli diceva: ''Ehi, voialtri, che fate laggiù? Entrate a prendere la Messa. Voi pensate che non c'è, e io vi dico: forse avete ragione, forse non c'è. Ma... E se poi c'è?''. Che è poi il discorso di Pascal sulla scommessa del credere, sul fare come se Dio ci fosse... Io non ho mai scommesso".
Senza rimpianti?
"Mi sento defraudato. La fede non l'ho non per mia debolezza, non perché non la chiedo abbastanza, ma perché qualcuno non me la dà. Cosa me ne fregherebbe di questo passaggio sulla terra? Per la fede io rinuncerei a tutto".
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