Montanelli: reclamo il diritto di morire| "L'eutanasia non è una soluzione
nazista" |
| INDRO Montanelli, lei ha suscitato una gran discussione dicendo di
cercare disperatamente un medico che l'aiuti a morire quando glielo
chiederà. Lalla Romano le ha scritto ieri sulla "Stampa" che è
d'accordo con lei nel detestare la sofferenza: ma la sofferenza la
Romano alla fine l'accetta, lei, Montanelli, no. Ha qualcosa da dirle?
"Dico che fra me e Lalla Romano c'è assonanza assoluta. E mi ha fatto piacere:
un tempo lei è stata mia grande nemica, poi ha voluto conoscermi un po' meglio
ed è diventata la mia più cara amica. Accenna lei stessa a quel tempo nella
lettera sulla ''Stampa''. Io le scrissi che me ne strafottevo del radicalchiccume
sinistrorso e delle cose che esso pensava di me, ma che mi bruciava che quelle
cose le pensasse anche una Lalla Romano: avevo una grande opinione di lei,
come scrittrice e come carattere. Il suo ravvedimento fu per me una grande
vittoria, una ricompensa. Mi sono commosso".
| In che cosa consiste esattamente l'"assonanza" fra la Romano e lei? I
vostri comportamenti davanti alla sofferenza sono opposti. |
"Consiste nel riconoscere il diritto alla scelta. Lei ne fa una: accetta la
sofferenza. Io ne faccio un'altra: spero, ma non sono sicuro, di saper scegliere il
giorno in cui mettere fine alla mia vita. Reclamo il diritto di farlo".
| Lalla Romano afferma anche che tutti e due, proprio perché detestate
la sofferenza, non potete dirvi cristiani. Lei che ne pensa? |
"Se cristiano vuol dire rifiutare l'eutanasia, non sono cristiano. Sono piuttosto
pagano. I grandi saggi dell'antichità dicevano: ''Punge, medice'', svenami.
Seneca, ad esempio. Ecco, io vorrei essere stoico, non solo a parole. Ripeto:
non sono sicuro. Lo vorrei oggi, che posso pensare con la mia testa".
| Lei che è favorevole all'eutanasia, perché l'altra sera non ha mai
pronunciato questa parola? |
"Perchè le è stato affibbiato un significato che non le spetta, quasi di soluzione
nazista. Sono favorevole all'eutanasia soltanto quando il malato la richiede e
quando ci sono motivi fondati perché la richieda. Essa va circondata di molta
cautela: a volte un malato di depressione, e io lo sono stato, invoca la morte;
ma non la si può dare, perché dalla depressione si guarisce".
| La Fondazione Floriani, che l'ha invitata a parlare l'altro giorno, si batte
per la cura con palliativi (morfina, eptadone, un analgesico come la
chetamina), che accompagna, aiuta il malato terminale, ne lenisce
l'angoscia, il dolore fisico e morale: una sorta di "terza via", diversa sia
dall'eutanasia sia dall'accanimento terapeutico. Accetterebbe questa
cura? |
"Non mi accontenterei. Poi magari perdo il coraggio, insieme con le forze, e
l'accetto... E' il dolore morale che mi spaventa di più, la perdita della dignità di
uomo, il venir meno della volontà, dell'intelligenza, dell'orgoglio. Questo mi fa
paura. Non tanto la sofferenza fisica".
| Lei ha detto che "alcuni altissimi sacerdoti" l'hanno richiamata
all'ordine. Può dirne i nomi? |
"Vescovi, parroci. Non me li ricordo. Io sono una pecorella un po' smarrita
che loro cercano di riportare nel gregge, ma io nel gregge non ci sono mai
stato, non mi piace. Mi chiedono umiltà, come anche ieri il vescovo Pietro
Nonis su ''Avvenire''. Ma è una qualità di cui non abbondo, lo riconosco.
Sono umile soltanto di fronte al lettore".
| Che rapporti ha oggi con la fede? |
"Non l'ho mai avuta. Ho sempre pensato, nella mia incredulità, che il giorno in
cui sarò chiamato a rendere ragione del fatto di non averla, ritorcerei l'accusa
su chi non me l'ha data. E questa è un'eresia, che merita l'inferno. Ma
sull'inferno condivido l'opinione di André Gide: ''Certamente esiste, ma è
disabitato''. Lo dice anche il teologo von Balthasar. E siccome non andrò in
Paradiso, che è al di sopra dei miei mezzi, andrò in Purgatorio, dove credo ci
ritroveremo tutti".
| Le è mai venuto il dubbio che la fede non sia soltanto un'illuminazione
improvvisa, come per Paolo sulla via di Damasco, ma anche una ricerca
continua, un percorso sempre aperto? |
"I teologi sono dei mozza-orecchi, fanno troppi distinguo. Lo dicono per
vendere i loro libri. La fede l'ho cercata a lungo, in me stesso. E' una grande
illuminazione che o ti viene, ne sei colpito, investito, o se no è inutile che la
cerchi nei ragionamenti dei teologi, che non offrono un filo per arrivarci. Aveva
ragione Voltaire: la teologia è un'antologia di risposte incomprensibili a
domande senza senso. L'unico teologo che mi persuadeva era un povero
parroco del mio paese che veniva la domenica e faceva un predicozzo nella
nostra chiesetta di famiglia in campagna, colma delle donne dei contadini. Gli
uomini aspettavano sul sagrato. Il parroco li guardava sopra gli occhiali e gli
diceva: ''Ehi, voialtri, che fate laggiù? Entrate a prendere la Messa. Voi pensate
che non c'è, e io vi dico: forse avete ragione, forse non c'è. Ma... E se poi
c'è?''. Che è poi il discorso di Pascal sulla scommessa del credere, sul fare
come se Dio ci fosse... Io non ho mai scommesso".
"Mi sento defraudato. La fede non l'ho non per mia debolezza, non perché non
la chiedo abbastanza, ma perché qualcuno non me la dà. Cosa me ne
fregherebbe di questo passaggio sulla terra? Per la fede io rinuncerei a tutto". |