RASSEGNA STAMPA

3 DICEMBRE 1999
MARCO NEIROTTI
Levi Montalcini: anch'io come Montanelli
Il premio Nobel favorevole al "diritto alla morte" invocato dal giornalista
"NON ho paura della morte, ma di morire". E, allora, per morire "bene" si può cercare aiuto fra i medici, ma non si trova. Questo raccontava un Indro Montanelli garbato e impietoso mercoledì alla Fondazione Floriani di Milano.
Tema duro, in genere spezzato tra fanatici dell'eutanasia e "salvatori" della carne a oltranza, della vita più che della salute, del "vivere". Montanelli pone il dibattito su un altro livello: niente dottor Morte, niente disperazione incontrollata. Soltanto una lente d'ingrandimento puntata sulla propria eventuale fine. E Montanelli dice: "Non ho paura della morte. Ho paura di morire, di soffrire". Forse di non "esserci" con tutta la volontà, la possibilità di guidare i gesti di chi ci assiste. Vengono voci scandalizzate, politiche soprattutto, ma il dibattito pacato è più alto. Sta nel confine di un diritto, che in qualche modo cerca Rita Levi Montalcini, premio Nobel, quando ammette: "Anche io vorrei essere aiutata a morire se soffrissi in modo indicibile o se fossi ridotta a un vegetale. Ma non sono ammissibili interferenze". E la staffilata gelida di Montanelli una cosa rende invalicabile: "Il diritto a un aiuto a finire con dignità la propria vita". Il premio Nobel - che non intravede un'autorità che decide la morte altrui - immagina, in ipotesi, un collegio di tre medici (come per gli espianti) che agiscono su richiesta. Però, prima di questi estremi, rilancia il diritto di tutti a una morte assistita per medicine e psiche. Se Montanelli lamenta di non aver trovato un medico "disponibile", il presidente dell'Ordine, Aldo Pagni, lo avverte con simpatia: "Non lo troverà mai. Chiunque ha il diritto di morire, ma non può pretendere che un medico lo aiuti a farlo". E Pagni individua un sentiero (che dovrebbero cogliere i suoi colleghi distratti) tra la morte tout court come liberazione e l'assistenza a chi non ce la farà: "Il compito del medico è aiutare a vivere nel miglior modo possibile, e a morire nel miglior modo possibile". Come ha sempre rammentato l'oncologo Gianluca Sannazzari: esistono malattie inguaribili, nessuna incurabile.
Ma le parole di Montanelli non riguardano soltanto la sofferenza fisica. Una mente così lucida ci pone di fronte alla paura di un declino della coscienza, della capacità di dominare ciò che ci accade. Il filosofo Lucio Colletti è d'accordo con Montanelli: "A meno che non mi garantiscano una morte istantanea per infarto o ictus, sono d'accordo con l'eutanasia". Non può essere d'accordo il cardinale Ersilio Tonini, che però condivide "una grande sofferenza per la quale non si potrà mai chiedere a un amico un gesto che sacrifica la coscienza". E avverte: la trasparenza, la dignità, l'onestà dell'uomo Indro possono prestare quelle parole a una strumentalizzazione". Contro la quale alza un muro il farmacologo Silvio Garattini: "Ritengo legittimo che qualcuno rifiuti delle cure e scelga di morire. Non accetto che qualcuno pretenda che un altro lo uccida. Si chiama eutanasia, ma è omicidio. Ma non c'è un muro: il medico serio deve aiutare a vivere bene e a morire nel miglior modo possibile, dando dignità anche agli ultimi giorni".
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