"NON ho paura della morte, ma di morire". E, allora, per morire "bene" si
può cercare aiuto fra i medici, ma non si trova. Questo raccontava un Indro
Montanelli garbato e impietoso mercoledì alla Fondazione Floriani di Milano.
Tema duro, in genere spezzato tra fanatici dell'eutanasia e "salvatori" della
carne a oltranza, della vita più che della salute, del "vivere". Montanelli pone il
dibattito su un altro livello: niente dottor Morte, niente disperazione
incontrollata. Soltanto una lente d'ingrandimento puntata sulla propria eventuale
fine. E Montanelli dice: "Non ho paura della morte. Ho paura di morire, di
soffrire". Forse di non "esserci" con tutta la volontà, la possibilità di guidare i
gesti di chi ci assiste.
Vengono voci scandalizzate, politiche soprattutto, ma il dibattito pacato è più
alto. Sta nel confine di un diritto, che in qualche modo cerca Rita Levi
Montalcini, premio Nobel, quando ammette: "Anche io vorrei essere aiutata a
morire se soffrissi in modo indicibile o se fossi ridotta a un vegetale. Ma non
sono ammissibili interferenze". E la staffilata gelida di Montanelli una cosa rende
invalicabile: "Il diritto a un aiuto a finire con dignità la propria vita". Il premio
Nobel - che non intravede un'autorità che decide la morte altrui - immagina, in
ipotesi, un collegio di tre medici (come per gli espianti) che agiscono su
richiesta. Però, prima di questi estremi, rilancia il diritto di tutti a una morte
assistita per medicine e psiche.
Se Montanelli lamenta di non aver trovato un medico "disponibile", il
presidente dell'Ordine, Aldo Pagni, lo avverte con simpatia: "Non lo troverà
mai. Chiunque ha il diritto di morire, ma non può pretendere che un medico lo
aiuti a farlo". E Pagni individua un sentiero (che dovrebbero cogliere i suoi
colleghi distratti) tra la morte tout court come liberazione e l'assistenza a chi
non ce la farà: "Il compito del medico è aiutare a vivere nel miglior modo
possibile, e a morire nel miglior modo possibile". Come ha sempre rammentato
l'oncologo Gianluca Sannazzari: esistono malattie inguaribili, nessuna incurabile.
Ma le parole di Montanelli non riguardano soltanto la sofferenza fisica. Una
mente così lucida ci pone di fronte alla paura di un declino della coscienza, della
capacità di dominare ciò che ci accade. Il filosofo Lucio Colletti è d'accordo
con Montanelli: "A meno che non mi garantiscano una morte istantanea per
infarto o ictus, sono d'accordo con l'eutanasia". Non può essere d'accordo il
cardinale Ersilio Tonini, che però condivide "una grande sofferenza per la quale
non si potrà mai chiedere a un amico un gesto che sacrifica la coscienza". E
avverte: la trasparenza, la dignità, l'onestà dell'uomo Indro possono prestare
quelle parole a una strumentalizzazione". Contro la quale alza un muro il
farmacologo Silvio Garattini: "Ritengo legittimo che qualcuno rifiuti delle cure e
scelga di morire. Non accetto che qualcuno pretenda che un altro lo uccida. Si
chiama eutanasia, ma è omicidio. Ma non c'è un muro: il medico serio deve
aiutare a vivere bene e a morire nel miglior modo possibile, dando dignità anche
agli ultimi giorni". |