IL ROMANZO, ANIMA E FORMA DEL PRESENTE| "Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento", di
Giuseppe Di Giacomo per Laterza |
| Parlare di estetica e letteratura, oggi che il problema della narrazione è venuto a occupare una posizione centrale nella riflessione filosofica, non è una scelta neutra né pacifica. A partire da questa connessione, infatti, vi sono strade che portano direttamente all'ermeneutica, dunque al riassunto delle domande filosofiche nella teoria e nella pratica dell'interpretazione, e ve ne sono altre che conducono all'ontologia, allo sguardo che nelle parole della poesia o nei temi del romanzo riconosce una via d'accesso privilegiata alla questione dell'essere. Vi è però anche una terza possibilità che consiste nel considerare la letteratura nella prospettiva di una filosofia critica e che si riallaccia proprio per questo all'estetica, alla concezione che la intende come una riflessione sul senso della nostra esperienza, e non come una specifica filosofia dell'arte.
Il saggio di Giuseppe Di Giacomo, Estetica e letteratura. Il grande romanzo tra Ottocento e Novecento segue quest'ultimo percorso e, immergendosi nel terreno concreto dell'analisi letterararia, tenta di rielaborare come per un effetto di retroazione anche i principi stessi del pensiero estetico, cercando di ridefinirne i rapporti sia con il terreno dell'ermeneutica sia, e in modo più marcato, con quello dell'ontologia.
Lo sfondo teorico dal quale muove Di Giacomo è un'originale rilettura della Teoria del romanzo di Lukács, libro del 1916 che viene qui sottratto alle interpretazioni "di tendenza" che per molto tempo ne hanno condizionato la ricezione. Di Giacomo lo restituisce al suo contesto storico attraverso un
serrato confronto con i due abbozzi di Estetica che Lukács aveva scritto nello stesso periodo, con i suoi saggi sparsi dell'epoca e con gli appunti del cosiddetto Manoscritto-Dostoevskij, il brogliaccio da cui, secondo il progetto iniziale, sarebbe dovuto nascere il seguito di Teoria del romanzo. Da
questo tipo di analisi, al posto dell'immagine che negli anni Sessanta e Settanta ha fatto del giovane Lukács un "teorico dell'arte borghese", un "utopista rivoluzionario" o un "esistenzialita" ante litteram, emerge invece il profilo di un pensiero più complesso, antiromantico e antiutopista, il quale sceglie di confrontarsi con il romanzo proprio perché in esso trova una chiave di lettura del presente. Lukács, osserva Di Giacomo, è portato continuamente a riflettere su quell'esperienza del "limite" che nella cultura moderna separa l'anima dal mondo, l'interiorità dall'esteriorità, il senso dal non-senso, il finito dall'infinito. Se però l'atteggiamento romantico di tante filosofie ha sempre cercato di combattere contro quel limite, nel tentativo di superarlo o di guarirne le ferite esistenziali, Lukács invita piuttosto a radicalizzarlo e a considerarlo come una risorsa del nostro pensiero, non come un'ipoteca che lo
segni negativamente. Teoria del romanzo appare da questo punto di vista come un contributo che porta a ripensare in una prospettiva del tutto nuova le questioni classiche della dialettica: il suo ideale di riferimento, infatti, non è la conciliazione reale di conflitti sul piano della storia, ma la loro elaborazione narrativa sul piano della finzione estetica. Le due vie alternative che secondo Lukács il romanzo ha praticato nell'Ottocento per venire incontro a questa problematica, individuano per Di Giacomo una doppia linea di sviluppo che si prolunga anche nel Novecento e che permette di riconoscere profonde affinità di pensiero fra autori a prima vista molto distanti: da un lato la "linea-Flaubert" nella quale Di Giacomo colloca Proust, Joyce, Musil, con il loro insistente tentativo di fare dell'opera letteraria il luogo di una domanda di senso che contrapponga le sue esigenze di unità alla dispersione della vita reale; dall'altro la "linea-Dostoevskij" che riunisce autori come Kafka e Beckett, i quali non attribuiscono alcuna funzione salvifica alla dimensione
estetica dell'opera, ma ne fanno piuttosto l'espressione di un'ostinata esigenza di senso che tuttavia si dà solo per frammenti, senza più alcuna pretesa di unità.
Nessuna di queste due linee di sviluppo autorizza però il romanzo, secondo Di Giacomo, a interpretare quel ruolo di garanzia per l'esperienza personale che nel mondo contemporaneo non può più essere svolto dalla metafisica. Al contrario, entrambe sono percorse da una consapevolezza critica che diventa parte integrante della pratica letteraria e che attraversa perciò non solo le
narrazioni, ma anche i saggi, le lettere, i diari, le riflessioni con le quali ciascun autore analizza gli spazi della propria poetica.
Di Giacomo esamina gli uni accanto agli altri testi di diversa destinazione, rafforza le sue argomentazioni con assidui riferimenti a Benjamin, Bachtin, Ricoeur, ma soprattutto cerca di mettere in luce quel nodo in cui il percorso delle due "linee" del romanzo arriva a un punto di incrocio dove si
incontra con il cammino del pensiero estetico. Si potrà obiettare che la sua analisi è poco "letteraria" e troppo "filosofica", e che è riduttivo leggere Flaubert o Beckett come se la loro opera, sottoposta a un'interpretazione trasversale, tendesse a sistematizzarsi in precisi quadri teorici. Ma un diritto alla parzialità e persino a un certo riduttivismo è apertamente rivendicato da Di Giacomo fin dalle prime pagine come un aspetto qualificante di ogni lettura produttiva: se gli si può concedere di valersene, è proprio perché la sua riflessione non tende alla sistematicità, ma lascia affiorare ordini che sono
interni al discorso letterario, alla lotta di idee che come una sorta di Azione Parallela è sempre all'opera in ogni narrazione.
Ma al di là delle puntuali e spesso sorprendenti ipotesi di lettura che ci provengono da questo libro, un altro aspetto contribuisce a definirne ulteriormente l'interesse anche per un lettore non specializzato, il quale si troverà oltretutto favorito da una scrittura di non comune chiarezza. Nella
misura in cui Di Giacomo ci invita a tornare su autori di lettura comune, e che per una buona parte dei lettori avranno segnato le tappe della loro crescita intellettuale, egli apre uno spiraglio nuovo su quei percorsi di formazione che un tempo venivano raccontati proprio dai romanzi, ma oggi possiamo più facilmente cercare nei buoni saggi. |