RASSEGNA STAMPA

1 DICEMBRE 1999
ARMANDO MARCHI
Nel nome di Freud
I cent'ann dell'"Interpretazione"
Celebriamo quest'anno en attendant la fine di un i999 intellettualmente noiosissimo, i cento anni dell'Interpretazione dei sogni, libro che Freud pubblicò nel novembre del 1899 (il 4 novembre per l'esattezza), ma volle datato 1900 in frontespizio. Centoanni. E la psicoanalisi per dirla con una frase cretina - "non smette di fare discutere": L'interpretazione dei sogni è una pietra miliare non della psicoanalisi, ma del nostro comune e quotidiano sentire e pensare. In realtà l'arrabattarsi degli specialisti sul tema "ha o non ha ragione?, funziona o non funziona?" ha un che di stantìo, ed è cosa ciclica.
Come è noto, Freud partì come neurofisiologo e neurologo clinico, e finì col ragionare in termini psicologici e metaforici. Fu il primó e il più grande tentativo di affrontare la relazione tra mente e cervello, tra soma e psiche con il metodo delle scienze naturali; di conferire uno statuto scientifico alle scienze dell'anima. E se fu la lettura di uno scritto filosofico di Goethe a spingere Freud ad iscriversi a medicina, la filosofia fu sempre - per lui - una mistificazione: priva di valore conoscitivo.
Freud definì sempre la sua creatura "Spezialwissenschaft", una "scienza particolare" dello stesso tipo delle scienze della natura, e quindi "totalmente inadatta a crearsi una propria Weltanschauung", una visione del mondo. Tutto ciò è arcinoto. Freud è figlio del positiviamo, e la psicoanalisi sta al culmine di una scienza moderna nata quando Galileo spiegò che il corso della natura è regolato da leggi immutabili e le categorie epistemologiche sono semplicità , ordine e regolarità.
Tutto è determinabile e scopo della scienza è quello di individuare i costituenti delle forze che in essa agiscono.
La psicoanalisi è figlia di un paradigma scientifico che si basava sulla certezza e - soprattutto - è nata da esperimenti che avevano come cavie uomini e donne che non esistono più. E' ridicolo pensare che l'uomo odierno abbia gli stessi problemi sessuali di un secolo fa. L'isteria, come malattia, è scomparsa. I problemi sono ben altri.
Non solo non esistono più gli uomini, non esistono più nemmeno i fenomeni a cui si rapportava la psicoanalisi. Venti anni dopo l'Interpretazione dei sogni la fisica inizia ad ammettere la possibilità di eventi casuali o comunque in parte non prevedibili. E quarant'anni dopo gli scienziati .si trovano di fronte a un mondo in cui non esiste più la "precisione": serve a poco ricercare le Leggi, occorre indagare la complessità, il disordine e il caos. E' stata ribaltata la scienza, in tutte le sue branche. Figuriamoci se la psicoanalisi può sopravvivere.
E invece sopravvive. Anzi, deve sopravvivere. O almeno c'è da augurarsi che lo faccia.
In realtà il problema è mal posto. La psicoanalisi non morirà perché, come dice Feyerabend, "la storia del processo scientifico è una serie continua di violazioni, casuali o volontarie, di certe norme metodologiche (... ). Data una norma qualsiasi, per quanto fondamentale o necessarìa essa sia per la scienza, ci sono sempre circostanze nelle quali è opportuno non solo ignorare la norma, ma adottare il suo opposto". E' importante stabilìre metodo e norme per poi violarli.
Ma come la mettiamo col fatto che - lo sostengono oggi in molti come prassi terapeutica fa un po' acqua?
La differenza fondamentale tra l'utente o consumatore di psicoanalisi dei tempi dì Freud è quello odierno è che sono crollate le ideologie, sono finiti la politica e il desiderio di cambiamento: i meccanismi dell'alienazione non sono più esterni ma sono stati introiettati. Siano alienati da noi stessi. La vita è una curva di produzione e io produco ansia, solitudine, angoscia, paura del futuro, mancanza di tempo, di spazio, di aria, di amici, di relazioni vere, di una donna "che mi capisce"... L'uomo moderno pare dirsi: la vita non è più alla portata delle mie capacità perché non appartengo più a nessuno, nemmeno a me stesso.
Di fronte a questo stato di cose sembrano allora vecchie e inefficaci psicoterapie lunghe e brevi, analisi junghiane, adleriane, kleiniane, di gruppo e singole, terapie della parola, farmacologiche eccetera eccetera.
Sono in molti, oggì, a interrogarsi sul fallimento delle psicoterapie come risposta ai bisogni dell'uomo (uno per tutti: Hillmann). E sono in molti, anche, a chiedersi se la psichiatria in generale non sia oggi in grave defaillance nel fornire risposte positive.
Il problema dunque riguarda più un intero "sistema culturale" che la psicoanalisi in senso stretto. Forse la soluzione sta nell'etica, nella "posizione" morale di tutti. Forse la colpa è dei professionisti e degli utenti. Dei professionisti: perché la sfida lanciata oggi dalla commistione tra determinismo e casualità, la scienza la può affrontare solo facendosi trans-disciplinare, facendo confluire i diversi rami del sapere in una stessa ottica. E invece la tutela del business richiede la preservazione di steccati e gruppi di potere; e invece gli "addetti ai lavori" continuano a investire la loro identità umana e professionale su paradigmi vecchi e costruzioni rigide.
Degli utenti: perché chiediamo alla psicoanalisi quello che chiediamo alla chimica, cioè di combattere al posto nostro per non dover rendere conto a noi stessi dei nostri fallimenti emozionali, lavorativi, sentimentali. Onestamente è chiedere troppo.
Il pasticcio nasce dal fatto che siamo schiavi - utenti e professiónisti insieme di una frustrata e frustrante ostilità. Una persona ostile ha bisogno di denigrare gli altri per rinforzare o affermare il proprio sé, per evitare le percezioni penose che ha di se stesso. E' il buon senso a insegnarci che tendiamo ad attribuire agli altri quasi mai a noi stessi - la condizione dei nostri malesseri. E più aumentano i malesseri più peggioriamo la situazione aumentando l'aggressività verso gli altri, che vediamo come cause dei nostri mali. "Non sono io che sbaglio, sono gli altri che mi fanno sbagliare": è il ragionamento diffuso). Ce la pigliamo quindi anche con Freud. Pretendiamo troppo poco da noi stessi e troppo dalla psicoanalisi; pretendiamo troppo poco dai professionisti (dalla loro etica) e troppo dalla scienza.
La psicoanalisi ha semplicemente messo al centro del problema l'uomo, non ha cercato di mettersi concorrenza con medicina, sentimento, religione, politica. Prendiamone atto e vedremo che Freud non ha fallito.
I risultati terapeutici della psicoanalisi non sono apprezzabilì? C'è da chiedersi fino a che punto siano misurabili. Eppure dovrèbbe essere un grande successo che una persona si attribuisca consapevolmente la responsabilità del proprio disagio o fallimento. Sdraiarsi su un lettino non significa dare forfait, dichiararsi impotenti, ma esattamente il contrario: riconoscersi soggetto determinante delle proprie azioni. Il che dovrebbe essere socialmente meglio che picchiare il partner o iniziare la spirale dell'odio verso un universo mondo che "non mi accetta, non mi ama e mi fa sbagliare". Il fallimento della psicoanalisi - se mai può definirsi tale - non è imputabile al sistema ma agli uomini che la praticano: al desiderio di vederla come una soluzione ai problemi dell'uomo. L'abbiamo banalizzata, ne abbiamo abusato fino a perderne di vista i confini e la reale portata.
Nessuno è in grado di aiutarci a raggiungere la felicità perché non esiste una felicità umana; non esistono nemmeno il bene e il male. Possiamo solo cercare di interpretare il mondo, cercare di spiegare noi stessi a noi stessi.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo