| A fine secolo si riscopre la
repubblica |
| Maurizio Viroli, "Repubblicanesimo", Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000 | Chi scriverà la storia intellettuale di questa fine secolo "non potrà fare a meno di notare un rinnovato interesse degli studiosi per il repubblicanesimo, ovvero quella lunga e variegata tradizione del pensiero politico che si ispira all'ideale della repubblica": così si apre il recente saggio di Maurizio Viroli (Repubblicanesimo, Bari, Editori Laterza, 1999, L. 20.000).
Viroli si riferisce essenzialmente alle ricerche di un gruppo di studiosi che insegnano nelle università anglosassoni come Quentin Skinner (Liberty before
Liberalism, Cambridge University Press, 1998), Philippe Pettit (Repubblicanism: A Theory of Freedom and Govemment, Oxford University Press, 1998) e altri, fra cui lui stesso, docente di Teoria politica a Princeton, i quali sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo settecentesco e ottocentesco di derivazione essenzialmente individualistica. Essi aggiungono che la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.
La libertà dei liberali - scrive Viroli - è essenzialmente intesa come non interferenza da parte di altri nelle scelte dell'individuo. La sua formulazione più netta si trova nel celebre saggio di Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty (trad. it. in Quattro saggi sulla libertà, Feltrinelli, Milano 1989) che la definisce come libertà negativa e a questo proposito scrive: "Normalmente posso essere definito libero nella misura in cui nessun uomo, né alcun gruppo di te uomini interferisca con la mia attività"; e ancora: "Più ampia è l'area della non-interferenza maggiore è la mia libertà". Berlin aggiunge, citando Hobbes e Bentham: "Questo è ciò che i filosofi classici inglesi intendevano nell'usare questa parola".
Rispetto alla libertà intesa come non interferenza, la nozione della libertà degli scrittori repubblicani - sostiene Viroli - è molto più ampia. Essi la intendono come "assenza di dominazione (o di dipendenza), intesa come la condizione dell'individuo che non dipende dalla volontà arbitraria di altri individui o di istituzioni che possono opprimerlo impunemente, se lo vogliono" (pagina 19). A questo proposito Viroli cita un bel passo di Montesqieu nell'Esprit des Lois laddove questi scrive: "La libertà politica consiste in quella tranquillità di spirito che proviene dalla convinzione, che ciascuno ha, della propria sicurezza; e perché questa libertà esista bisogna che il Governo sia organizzato in modo da impedire che un cittadino possa temere un altro cittadino".
Si tratta di distinzioni molto sottili rilevanti senz'altro per una ricostruzione della storia delle idee politiche. Ma, nell'aspirazione di Viroli e degli altri studiosi cui egli fa riferimento, vi è qualcosa di più: l'ideale della libertà repubblicana costituisce essenzialmente un programma politico e offre un'indicazione sulle cose da fare per realizzarlo. Il punto principale riguarda la funzione dello Stato e delle leggi. La concezione liberale ottocentesca tende a considerare le leggi e l'azione dello Stato come un'interferenza nella sfera di libertà del cittadino, Per questo i teorici liberali,
come Ropke o come Hayek, guardano con diffidenza a qualsiasi programma legislativo in quanto potenzialmente tale da ridurre la sfera della libertà individuale.
Per i repubblicani invece la legislazione ò essere condizione per la realizzazione della libertà. Essi sono disposti a considerare "le leggi come il più sicuro baluardo della libertà" e sono disposti "a sopportare anche severe interferenze per ridurre il peso del potere arbitrario e della dominazione" (pagina 49). Naturalmente, non basta che una legge sia adottata da una maggioranza - come richiede il principio democratico - per ritenere che quella legge sia giusta; è necessario che la legge abbia caratteri di generalità e di non discrezionalità.
La riscoperta del repubblicanesimo come dottrina distinta dal liberalismo è molto interessante. Probabilmente questa distinzione era quella che Mazzini, in una serie di articoli pubblicati in Inghilterra fra il 1846 e il 1847 recentemente ripubblicati a cura del professor Salvo Mastellone (Pensieri sulla democrazia in Europa, Feltrinelli, Milano 1997), traccia definendo l'ideale democratico come qualcosa di essenzialmente diverso sia dal liberalismo che dal socialismo e criticando "la dottrina dei diritti individuali terrorizzata dall'idea di governo", così come il socialismo edificato "sul concetto di eguaglianza assoluta con tendenze tiranniche".
Il libro di Viroli è dunque un libro importante, anche se i problemi che esso pone sono comunque molto complessi: basta pensare alla legislazione in materia di redistribuzione dei redditi per comprendere che non è facile contemperare l'ideale della non interferenza con quella della non dipendenza. In realtà Viroli si rende ben conto della difficoltà di ricavare dall'impostazione astratta che gli propone un insieme di proposte valide per fissare le regole di una società che realizzi in pieno l'ideale della libertà repubblicana. In un passo che richiederebbe forse un'ulteriore analisi egli scrive che "il linguaggio politico repubblicano ... è un linguaggio retorico piuttosto che filosofico; non cerca il vero, ma l'utile (il bene comune); non ha bisogno di fondamenti astratti, ma di saggezza" (pagina 47). Vale però certamente la pena di fermarsi con attenzione su questi argomenti ed è bene che nel dibattito italiano possano entrare le questioni che questo libro solleva. |