| Che cos'è Dio? Risposero in ventiquattro | Apparso nella seconda metà del XII secolo, "Il libro dei ventiquattro filosofi" (conservato originariamente in trentasei codici, di cui dieci andati perduti) sí presenta come l'esito di un simposio di ventiquattro filosofi, durante il quale - così è detto nel Prologo - "un solo punto rimase loro in questione: che cosa è Dio? Allora, con decisione comune, si dettero un periodo di attesa, e stabilirono il tempo di un nuovo incontro. Ciascuno avrebbe esposto la propria idea di Dio in forma di definizione, e poi, di comune accordo, avrebbero tratto dalle singole definizioni qualcosa di certo intorno a Dio". Ne risulta la summa di "un sapere teologico policentrico e insieme unitario", come scrive il curatore, la nostra ottima guida nei meandri di un testo spesso oscuro (qui presentato con l'originale latino a fronte), ed anche per questo di grande fascino sia per chi lo legga secondo un itinerario di personali suggestioni sia per chi intenda indagarlo sin nelle pieghe più riposte. Già sulla sua origine persistono molti dubbi, le ipotesi restando principalmente due: la prima lo attribuisce a certa tradizione neoplatonica medioevale, la seconda lo riferisce invece al pensiero aristotelico e alla cultura alessandrina del III secolo. Ma è quasi certo che l'ignoto autore sia un pensatore cristiano, poiché le tesi fondamentali ivi sostenute non sono lontane dal più classico neoplatonismo cristiano, appunto, dall'infinità di Dìo al pensiero trinitario ed anzi alla sua circolarità, all'idea della creazione fino alla teologia negativa, ovvero l'assoluta inconoscibilità del divino in quanto: "Dio è il solo che per la sua dissomiglianza, non comprende" (sentenza XVI). Non avendo l'anima in sé il modello di Dio, la sua possibilità di penetrazione del divino è assai limitata ed anzi nulla; la vera, e l'unica forma di sapere, sarà allora la vera ignoranza, "vere ignorare": "Dio è colui che la mente conosce solo nell'ignoranza" (XXIII).
Particolarmente nota è la metafora, attorno a cui si affannano tuttora fior di studiosi ("Forse la storia universale è la storia di alcune metafore", è la citazione da Borges che Lucentini mette all'inizio della sua introduzione), di Dio come sfera infinita, derivante dal simbolismo antico, empedocleo e parmenideo, e passata attraverso il neoplatonismo medioevale. La sentenza II, infatti, così recita: "Dio è una sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo". Dove si afferma l'ineffabile e completa assenza, in Dio, di ogni riferimento temporale o dimensionale, e perciò il suo sottrarsi ad ogni categoria di pensiero: "Questa definizione è data" dice il commento (perché ogni sentenza appare commentata in calce dal suo stesso autore) "raffigurando la prima causa, nella sua vita propria, come un continuo. Il termine della sua estensione si perde al disopra del dove e ancora oltre". Il paradosso del simbolo, ben commenta Lucentini, sta nel fatto che usi "un linguaggio geometrico per negare ogni determinazione, raffigura un centro che non ha luogo, una circonferenza che non è confine".
Anche la prima sentenza, che vede Dio come monade, da cui discende il molteplice, in questo caso il concetto trinitario, ha radici antichissime, che risalgono a Pitagora e al simbolismo dei numeri poi ripreso dai neoplatonici Plotino e Proclo, quindi dai pensatori cristiani Dionigi Areopagita e Giovanni Eriugena: "Dio è una monade che genera una monade e in sé riflette un solo fuoco d'amore",
Concetto trinitario che anticipa quello, poi elaborato dai grandi pensatori del XIII secolo, da San Bonaventura ad Alberto Magno a Tommaso d'Aquino, della "circolarità" della Trinità, in quanto movimento che procede dal centro e al centro ritorna: "Il suo (di Dio) superessere non è diviso, ma da sé in sé ritorna, di nulla privo nella sua totalità, ma in sé sovrabbondante" (sentenza XI). |