O la scienza o la Bibbia| Un pamphlet va a spulciare nei sacri testi alla ricerca di
tutte le contraddizioni con le leggi fisiche e astronomiche |
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| Piergiorgio Odifreddi, "Il Vangelo secondo la Scienza - Le religioni alla prova del nove", Einaudi, pagg. 220, lire
16.000 | Ci vuole un bel coraggio, in questi tempi ecumenici, per
prendere di petto la questione dei rapporti tra religioni e
scienza moderna senza scansare educatamente i conflitti
irrisolvibili e l'irriducibilità di un universo mentale all'altro.
Chiedersi, ad esempio, se le domande che sono al fondo di
qualsiasi credo "organizzato", di ogni religione storica
(l'esistenza di Dio e dell'anima, la convinzione di una
esistenza ultraterrena, la nascita e l'eventuale fine
dell'Universo) sono, alla luce del pensiero scientifico,
sensate. E cosa rimane del bagaglio di verità rivelate, di
intuizioni mistiche, di dogmi, riti, passioni, speranze, che
costituiscono il terreno su cui affonda le radici il tuttora
vigoroso albero delle religioni, una volta passati
all'impassibile vaglio della logica formale.
E' questa l'impresa che affronta - con vivacità e arguzia, ma
anche con un notevole apparato culturale - l'agile pamphlet
di un logico-matematico torinese, Piergiorgio Odifreddi,
provocatorio anche nel titolo: Il Vangelo secondo la Scienza
- Le religioni alla prova del nove (Einaudi, pagg. 220, lire 16.000). E lo fa percorrendo - necessariamente a volo
d'uccello - i grandi temi che da alcuni millenni sono alla base
sia delle grandi religioni storiche, sia della filosofia e della
scienza: la nascita e il destino ultimo dell'Universo, la
necessità di un Creatore o di un Demiurgo, il Nulla e
l'Infinito, la coscienza individuale e il suo rapporto col
mondo e con le altre coscienze, l'immortalità dell'anima.
Partendo, comunque, dall'assunto che "le certezze
appartengono alle religioni, i dubbi alle scienze", e che
quindi mentre ogni credo è costruito sulla base di un sistema
di assiomi dati una volta per tutte, il cui sviluppo "spiega"
definitivamente il mondo, la scienza "non descrive la realtà,
bensì l'esperienza che abbiamo di essa" (rinunziando quindi,
sia pure dolorosamente, a ogni assunto metafisico: sia pure
con qualche vistosa eccezione).
Sfilano così, davanti all'inesorabile vaglio critico della logica,
cristianesimo (nelle sue varie accezioni), islamismo,
ebraismo, buddismo, i diversi volti dell'induismo, e anche
teosofia e religioni naturali, mentre si susseguono e
confutano tra loro le prove dell'esistenza di Dio, da
Anselmo d'Aosta a Cartesio, da Cicerone a Cusano.
Con quelle costruzioni si intrecciano inoltre quegli aspetti
delle teorie scientifiche moderne (dalla cosmologia alla
meccanica quantistica), i cui risvolti sembrano avvicinarsi ai
miti e alle intuizioni di almeno alcune delle grandi religioni.
Ad esempio, il rapporto tra i modelli cosmologici del Big
Bang - ossia la teoria della nascita dell'Universo da una
singolarità che sembrerebbe al di fuori delle leggi fisiche che
conosciamo - e la narrazione che fa la Genesi della
creazione del mondo per la nuda parola di un atemporale
Creatore; o l'induista "respiro di Brahma", che sembrerebbe
offrire una elegante soluzione alle equazioni della relatività
generale.
Da Pitagora in poi, la tentazione di trasformare i miti religiosi
in modelli fisici e matematici si è diffusa e fa proseliti: anche
se difficilmente potrebbe avvenire il contrario. Ma il
bersaglio di Odifreddi non sono tanto le religioni - la fede
giace in un'area che è sottratta per definizione all'indagine
scientifica e agli algidi algoritmi della logica - quanto i
tentativi di "annessione" del pensiero scientifico e dei suoi
risultati da parte delle teologie, i tentativi di far combaciare
le "rivelazioni" delle religioni storiche (in particolare del
cattolicesimo) con le osservazioni, le scoperte e le ipotesi di
lavoro della scienza moderna, in primo luogo della fisica. In
questo favorite, secondo Odifreddi, da una paradossale
inversione che si è verificata in questo secolo: quando "le
scienze umane - scrive - hanno subito l'onda d'urto del
materialismo delle scienze fisiche ottocentesche, diventando
sempre più meccaniciste e riduzioniste; (mentre) la fisica
invece ha subito l'urto dell'onda quantistica, ritrovandosi non
deterministica e dualista come le scienze umane
dell'Ottocento".
Nella "nuova fisica", o almeno in alcune sue esegesi, trovano
posto concetti come quello del ruolo della coscienza
dell'osservatore nella determinazione del risultato
dell'osservazione, le soluzioni che postulano, ad esempio, una pluralità
di universi paralleli nel collasso del processo di misura di un
evento subatomico, il principio antropico che ipotizza un
universo programmato proprio per far nascere osservatori
coscienti (vale a dire noi esseri umani), soluzioni olistiche ad
alcuni paradossi della meccanica quantistica, come quello
della "non località" delle particelle subatomiche, che
renderebbero obsoleta la visione di una realtà costituita di
sistemi separati e localizzati, come la percepiamo coi nostri
sensi limitati. Nonché il "vuoto quantistico", un oceano
ribollente di energia potenziale, di cui l'Universo reale
sarebbe solo una increspatura, e che una ardita esegesi
potrebbe addirittura sostituire alla immagine tradizionale di
un Dio. Ma nessuno dei singolari risultati portati alla luce
dalla scienza moderna, anche laddove sembrano porsi al di
fuori del "senso comune", - spiega Odifreddi - può essere
annesso a un qualsiasi sistema di credenze religiose: la
scienza posa sull'osservazione e sulle "esperienze sensate" e
misurate riproducibili, ed ha i suoi fondamenti nella logica, in
un pensiero formalizzato e matematizzato. Anche il
complesso concetto matematico di infinito (al quale
Odifreddi dedica uno dei capitoli più interessanti del suo
libro), al quale spesso le costruzioni teologiche fanno
riferimento, si sottrae in realtà a un uso teologico, anzi lo
contraddice.
Fa forse eccezione il buddismo, che il matematico torinese
descrive come "una religione decostruzionista, senza fede,
senza dei, senza anima, senza profeti, senza testi sacri... una
religione completamente umanistica, democratica e
scientifica... Se proprio vuole essere religioso, l'uomo
occidentale dovrebbe essere buddista", anche se la
passività e la chiusura in se stessi postulata dal buddismo
male si attagliano alla nostra mentalità sostanzialmente
pratica e operativa.
E' comunque un approccio che si potrebbe ricondurre a
quello che Brian Josephson, premio Nobel per la fisica nel
1973, definì "misticismo sperimentale", e che ha in comune
con l'esperienza matematica quanto meno il metodo: la
concentrazione, la meditazione e - alla fine - l'illuminazione.
Sotto questo aspetto, l'unica "religione di verità" è proprio la
matematica ("la religione - afferma Odifreddi in una delle
battute che infiorano il libro - è la matematica dei poveri").
Nella matematica coesistono infatti sia il rigore della logica e
di un linguaggio formalizzato e privo di ambiguità,
l'universalità, l'astrazione e la generalità che consentono di
non farsi intrappolare dal contingente, sia la capacità di
raggiungere un risultato attraverso una fulminea intuizione,
una sorta appunto di "illuminazione", o uno sguardo
rivelatore sul mondo ultraterreno delle idee.
Spesso la matematica ha preceduto la scoperta
sperimentale di leggi del mondo fisico, come se già
contenesse al suo interno il "progetto del mondo". La realtà
ultima, insomma, quella verità che da millenni l'umanità
insegue, e che le religioni storiche rivendicano ognuna per
sé, è solo matematica: tutto il resto è superstizione. Non a
caso uno dei padri fondatori del cristianesimo, Agostino,
mette in guardia il "buon cristiano" proprio dalla matematica,
ricorda Odifreddi, che lo cita a epigrafe del suo libro: "C'è il
pericolo che i matematici - scriveva Agostino - abbiano stretto un patto col diavolo per annebbiare lo spirito e
mandare gli uomini all'inferno". O in paradiso? |