RASSEGNA STAMPA

15 NOVEMBRE 1999
FRANCO PRATTICO
O la scienza o la Bibbia
Un pamphlet va a spulciare nei sacri testi alla ricerca di tutte le contraddizioni con le leggi fisiche e astronomiche
Piergiorgio Odifreddi, "Il Vangelo secondo la Scienza - Le religioni alla prova del nove", Einaudi, pagg. 220, lire 16.000
Ci vuole un bel coraggio, in questi tempi ecumenici, per prendere di petto la questione dei rapporti tra religioni e scienza moderna senza scansare educatamente i conflitti irrisolvibili e l'irriducibilità di un universo mentale all'altro.
Chiedersi, ad esempio, se le domande che sono al fondo di qualsiasi credo "organizzato", di ogni religione storica (l'esistenza di Dio e dell'anima, la convinzione di una esistenza ultraterrena, la nascita e l'eventuale fine dell'Universo) sono, alla luce del pensiero scientifico, sensate. E cosa rimane del bagaglio di verità rivelate, di intuizioni mistiche, di dogmi, riti, passioni, speranze, che costituiscono il terreno su cui affonda le radici il tuttora vigoroso albero delle religioni, una volta passati all'impassibile vaglio della logica formale. E' questa l'impresa che affronta - con vivacità e arguzia, ma anche con un notevole apparato culturale - l'agile pamphlet di un logico-matematico torinese, Piergiorgio Odifreddi, provocatorio anche nel titolo: Il Vangelo secondo la Scienza - Le religioni alla prova del nove (Einaudi, pagg. 220, lire 16.000). E lo fa percorrendo - necessariamente a volo d'uccello - i grandi temi che da alcuni millenni sono alla base sia delle grandi religioni storiche, sia della filosofia e della scienza: la nascita e il destino ultimo dell'Universo, la necessità di un Creatore o di un Demiurgo, il Nulla e l'Infinito, la coscienza individuale e il suo rapporto col mondo e con le altre coscienze, l'immortalità dell'anima.
Partendo, comunque, dall'assunto che "le certezze appartengono alle religioni, i dubbi alle scienze", e che quindi mentre ogni credo è costruito sulla base di un sistema di assiomi dati una volta per tutte, il cui sviluppo "spiega" definitivamente il mondo, la scienza "non descrive la realtà, bensì l'esperienza che abbiamo di essa" (rinunziando quindi, sia pure dolorosamente, a ogni assunto metafisico: sia pure con qualche vistosa eccezione). Sfilano così, davanti all'inesorabile vaglio critico della logica, cristianesimo (nelle sue varie accezioni), islamismo, ebraismo, buddismo, i diversi volti dell'induismo, e anche teosofia e religioni naturali, mentre si susseguono e confutano tra loro le prove dell'esistenza di Dio, da Anselmo d'Aosta a Cartesio, da Cicerone a Cusano. Con quelle costruzioni si intrecciano inoltre quegli aspetti delle teorie scientifiche moderne (dalla cosmologia alla meccanica quantistica), i cui risvolti sembrano avvicinarsi ai miti e alle intuizioni di almeno alcune delle grandi religioni.
Ad esempio, il rapporto tra i modelli cosmologici del Big Bang - ossia la teoria della nascita dell'Universo da una singolarità che sembrerebbe al di fuori delle leggi fisiche che conosciamo - e la narrazione che fa la Genesi della creazione del mondo per la nuda parola di un atemporale Creatore; o l'induista "respiro di Brahma", che sembrerebbe offrire una elegante soluzione alle equazioni della relatività generale. Da Pitagora in poi, la tentazione di trasformare i miti religiosi in modelli fisici e matematici si è diffusa e fa proseliti: anche se difficilmente potrebbe avvenire il contrario. Ma il bersaglio di Odifreddi non sono tanto le religioni - la fede giace in un'area che è sottratta per definizione all'indagine scientifica e agli algidi algoritmi della logica - quanto i tentativi di "annessione" del pensiero scientifico e dei suoi risultati da parte delle teologie, i tentativi di far combaciare le "rivelazioni" delle religioni storiche (in particolare del cattolicesimo) con le osservazioni, le scoperte e le ipotesi di lavoro della scienza moderna, in primo luogo della fisica. In questo favorite, secondo Odifreddi, da una paradossale inversione che si è verificata in questo secolo: quando "le scienze umane - scrive - hanno subito l'onda d'urto del materialismo delle scienze fisiche ottocentesche, diventando sempre più meccaniciste e riduzioniste; (mentre) la fisica invece ha subito l'urto dell'onda quantistica, ritrovandosi non deterministica e dualista come le scienze umane dell'Ottocento". Nella "nuova fisica", o almeno in alcune sue esegesi, trovano posto concetti come quello del ruolo della coscienza dell'osservatore nella determinazione del risultato dell'osservazione, le soluzioni che postulano, ad esempio, una pluralità di universi paralleli nel collasso del processo di misura di un evento subatomico, il principio antropico che ipotizza un universo programmato proprio per far nascere osservatori coscienti (vale a dire noi esseri umani), soluzioni olistiche ad alcuni paradossi della meccanica quantistica, come quello della "non località" delle particelle subatomiche, che renderebbero obsoleta la visione di una realtà costituita di sistemi separati e localizzati, come la percepiamo coi nostri sensi limitati. Nonché il "vuoto quantistico", un oceano ribollente di energia potenziale, di cui l'Universo reale sarebbe solo una increspatura, e che una ardita esegesi potrebbe addirittura sostituire alla immagine tradizionale di un Dio. Ma nessuno dei singolari risultati portati alla luce dalla scienza moderna, anche laddove sembrano porsi al di fuori del "senso comune", - spiega Odifreddi - può essere annesso a un qualsiasi sistema di credenze religiose: la scienza posa sull'osservazione e sulle "esperienze sensate" e misurate riproducibili, ed ha i suoi fondamenti nella logica, in un pensiero formalizzato e matematizzato. Anche il complesso concetto matematico di infinito (al quale Odifreddi dedica uno dei capitoli più interessanti del suo libro), al quale spesso le costruzioni teologiche fanno riferimento, si sottrae in realtà a un uso teologico, anzi lo contraddice. Fa forse eccezione il buddismo, che il matematico torinese descrive come "una religione decostruzionista, senza fede, senza dei, senza anima, senza profeti, senza testi sacri... una religione completamente umanistica, democratica e scientifica... Se proprio vuole essere religioso, l'uomo occidentale dovrebbe essere buddista", anche se la passività e la chiusura in se stessi postulata dal buddismo male si attagliano alla nostra mentalità sostanzialmente pratica e operativa. E' comunque un approccio che si potrebbe ricondurre a quello che Brian Josephson, premio Nobel per la fisica nel 1973, definì "misticismo sperimentale", e che ha in comune con l'esperienza matematica quanto meno il metodo: la concentrazione, la meditazione e - alla fine - l'illuminazione.
Sotto questo aspetto, l'unica "religione di verità" è proprio la matematica ("la religione - afferma Odifreddi in una delle battute che infiorano il libro - è la matematica dei poveri").
Nella matematica coesistono infatti sia il rigore della logica e di un linguaggio formalizzato e privo di ambiguità, l'universalità, l'astrazione e la generalità che consentono di non farsi intrappolare dal contingente, sia la capacità di raggiungere un risultato attraverso una fulminea intuizione, una sorta appunto di "illuminazione", o uno sguardo rivelatore sul mondo ultraterreno delle idee. Spesso la matematica ha preceduto la scoperta sperimentale di leggi del mondo fisico, come se già contenesse al suo interno il "progetto del mondo". La realtà ultima, insomma, quella verità che da millenni l'umanità insegue, e che le religioni storiche rivendicano ognuna per sé, è solo matematica: tutto il resto è superstizione. Non a caso uno dei padri fondatori del cristianesimo, Agostino, mette in guardia il "buon cristiano" proprio dalla matematica, ricorda Odifreddi, che lo cita a epigrafe del suo libro: "C'è il pericolo che i matematici - scriveva Agostino - abbiano stretto un patto col diavolo per annebbiare lo spirito e mandare gli uomini all'inferno". O in paradiso?
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