IL CARATTERE MALINCONICO DELLA COMUNITA| L'ASSUNZIONE DEL LIMITE COME FERITA CHE CI CONTIENE E CI ACCOMUNA |
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| Anticipiamo la prima parte della relazione che aprirà, questo pomeriggio a Roma, al teatro
Argentina, l'ultima sessione del convegno dedicato all'"Arcipelago malinconia" |
E' possibile ipotizzare che la malinconia abbia qualcosa a che fare con la forma stessa della
comunità? E quale rapporto passa tra questi due termini? C'è qualcosa di essenzialmente "comune"
nella malinconia? La risposta che la letteratura sulla malinconia ha dato a questa domanda è stata
prevalentemente negativa. Sia nell'accezione patologica di malattia del corpo e dello spirito, sia in
quella, positiva, di eccezionalità geniale, la malinconia è stata generalmente situata in un ambito
individuale non soltanto diverso da quello della comunità, ma anche ad esso contrapposto. Si può
anzi dire che per larga parte della tradizione interpretativa - soprattutto di derivazione sociologica -
l'uomo malinconico sia stato definito proprio da tale contrapposizione al vivere comune. Dal suo
essere appunto non comune: malato, anormale, anche geniale - ma comunque, e proprio per questo,
fuori dalla comunità, se non contro di essa. Più simile a una bestia o ad un dio - secondo la classica
definizione aristotelica, ma non all'uomo nella sua generalità, alla comune generalità degli uomini. E
infatti, per quanto diffusa, ripetuta, moltiplicata in una infinita varietà di casi e di tipologie, per quanto
estesa ad un numero crescente di individui, la malinconia è sempre stata intesa e trattata come un
fenomeno appunto individuale: solo l'individuo - o gli individui - possono essere malinconici. Non la
società in quanto tale, dal momento che uno dei caratteri prevalenti della malinconia è appunto
l'asocialità, l'isolamento e il rifiuto della vita collettiva. La quale, a sua volta, nella sua intenzione
operativa e produttiva, nella sua coazione all'ordine e alla razionalità, viene interpretata come ciò che
non tollera al suo interno la malinconia - al punto da doversene liberare attraverso l'espulsione, la
repressione o l'inglobamento terapeutico. Resta comunque lo schema contrastivo: malinconia e
comunità vengono pensate nella forma di una reciproca ripugnanza. Dove c'è l'una non può esserci
l'altra. Esse sono, non solo fattualmente, ma concettualmente, incompatibili. Ma le cose stanno
veramente così? E' proprio vero che la malinconia è confinata all'esterno della comunità o al
massimo nei suoi punti ciechi, nelle zone improduttive e irrazionali che essa porta dentro come
residui di volta in volta espulsi o conquistati alla pienezza della vita collettiva? In verità la grande
filosofia moderna - come già la grande tradizione iconologica e letteraria - ha radicalmente
contestato questa lettura semplificata e superficiale, arrivando a rovesciarne il presupposto di partenza in un'immagine ben altrimenti problematica. In una figura, anzi, essa stessa malinconica, ripiegata autocriticamente su di sé: a riprova, peraltro, del fatto che la malinconia non è, né può essere, un semplice oggetto d'analisi, ma qualcosa - una potenza,
una calamita, un abisso -che tende irresistibilmente a catturare e risucchiare lo stesso soggetto che la
analizza.
Tutta la grande filosofia moderna ha sempre colto non soltanto il carattere "comune" della malinconia
lungo un tracciato interpretativo, ormai ben noto, che va dai Padri della Chiesa a Heidegger; ma -
ciò che ancora più importa - ha colto il carattere originariamente malinconico, lacerato, fratturato,
della stessa comunità. (Sto naturalmente parlando del grande pensiero sulla comunità, non delle sue
attuali riproposizioni comunitarie, comuniali o comunicative che ne costituiscono l'estenuazione e
insieme la negazione).La grande filosofia politica, o meglio "impolitica" nel senso che in questi anni si
è cercato di dare a questo termine, ha sempre colto che la malinconia non è una malattia
occasionale, un carattere contingente o anche un semplice contenuto della comunità, ma qualcosa
che la concerne assai più intrinsecamente fino a costituirne la stessa forma. Non qualcosa che la
comunità contiene insieme ad altre attitudini, movenze, possibilità - ma qualcosa da cui essa stessa è
contenuta e determinata. O, ancora più precisamente, "decisa": qualcosa che taglia e scarta la
comunità rispetto a se stessa, costituendola esattamente come quel taglio e quello scarto. Come una
faglia e una ferita in cui la comunità non sperimenta una condizione temporanea o parziale, ma il suo
unico modo di essere. E insieme di non essere. Di essere precisamente nella forma del proprio
"non". Di ciò che deve essere, ma che appunto non può essere - se non in una modalità difettiva,
negativa, concava. Nella modalità dell'assenza a se stessa che Jacques Lacan ha definito "manque à
être" o "pure manque".
Qui, in questo sfaldamento iniziale, in questa spaccatura dello stesso Inizio, sta la malinconia: non
nella comunità e neanche della comunità, ma come comunità - come scarto originario che separa
l'esistenza della comunità dalla propria essenza. Come il limite infrangibile su cui la stessa comunità
batte e rimbalza senza poter varcare. O come la Cosa - la chose o das Ding, per riprendere i
termini di Lacan (non die Sache, ma das Ding, come Kant definiva "la cosa in sé" appunto per
indicarne l'irragiungibilità) - come la Cosa che non è possibile realizzare perché fatta di niente e di cui
non è possibile appropriarsi perché costituita dall'espropriazione stessa.
Che altro è il "comune" se non la mancanza di "proprio"? Se non il non proprio e l'inappropriabile?
Questo è appunto il significato anche etimologicamente inscritto nel munus da cui la communitas
deriva e che porta dentro come il suo stesso non appartenersi. Come l'inappartenenza, o
l'improprietà, di tutti i membri che la formano nel modo di una reciproca alterazione, che è
l'alterazione della comunità stessa: il suo essere sempre altro da ciò che vuole essere, il suo non
potere consistere in quanto tale, la sua impossibilità di farsi opera comune senza distruggersi - ecco il
senso e la radice della nostra comune malinconia. Se la comunità non è null'altro che la relazione -il
"con" o il "tra" - che lega più soggetti, ciò significa che essa non può essere a sua volta un soggetto,
né individuale né collettivo. Che essa non è un "ente", ma appunto un ni-ente, un non-ente che
precede e taglia ogni soggetto sottraendolo alla identità con se stesso e consegnandolo ad un'alterità
irriducibile.
Da questo punto di vista - che non si limita a sondare l'incontro, ma che interroga l'incrocio
aporetico di comunità e malinconia - va revocata in dubbio ogni facile analogia tra communitas e
res publica. La comunità non è una res e tantomeno la Res. Non è la Cosa, ma la sua mancanza. Il
foro da cui il nostro cum scaturisce e in cui tende continuamente a scivolare. Se non si coglie questo
nesso costitutivo, istitutivo, tra cosa e niente - che la malinconia ad un tempo subisce e custodisce -
si rischia di restare ad un'immagine riduttiva e semplificata della comunità. O, peggio, di forzarne
l'accesso fino a farla esplodere, o implodere, con effetti catastrofici. Ecco ciò che la malinconia da
sempre c'insegna: che il limite non è eliminabile. Che la Cosa non è interamente appropriabile. Che la
comunità non è identificabile con se stessa - con tutta se stessa e con se stessa come un tutto - se
non in una forma appunto totalitaria. E cosa è stato il totalitarismo di questo secolo se non l'illusione
- la furiosa illusione - di identificare la comunità a se stessa e così di compierla? La tentazione
fantasmatica di abolire il limite, di riempiere la faglia, di chiudere la ferita. L'illusione criminale che si
potesse guarire definitivamente la comunità dalla sua malinconia. Che ci si potesse immunizzare dal
morbo malinconico distruggendone i germi portatori - magari nella carne del popolo malinconico per
eccellenza: senza accorgersi che tentare di liberare la cosa dal suo niente significa annientare la cosa
stessa. (...) |