Che cosa nasconde la voglia di ecstasy| I giovani cercano una via di fuga immediata e non sanno curare i loro desideri |
| NON si può considerare la tossicodipendenza come una
malattia individuale. Essa è il frutto della nostra cultura
profondamente colpita da patologia. E ciò per diversi
motivi. Prima ragione, l'intera società, specie nei nostri
paesi, ormai è drogata: dalla velocità, dal denaro, dalla
violenza ambientale, per non parlare delle medicine ritenute
indispensabili alla sopravvivenza. Anche la competizione
individuale è una droga. Oggi disperazione, malattia,
pericolo, morte sono componenti abituali con cui ci
misuriamo nella vita quotidiana. Anche i discorsi privilegiano
il tema della guerra, i rischi che minacciano il nostro pianeta,
gli effetti dell'inquinamento sulla nostra salute. L'impressione
è che non si parli d'altro. Né il cinema né la letteratura
trattano altri argomenti.
E' come se gli esseri umani fossero schiacciati da queste
questioni, costretti a volgersi al passato. A chi tenti di aprire
un futuro più vivibile, subito si dà dell'utopista. Un divenire
nuovo per l'umanità è considerato come un sogno, o un
avvenire migliore come un'irrealistica prospettiva
immaginaria. Come si può fare perché ragazzi e adolescenti
non cerchino nella droga un rimedio contro la disperazione
dilagante?
È normale che i ragazzi, gli adolescenti, vogliano sfuggire a
questo mondo chiuso nel suo incubo, nella sua passiva
rassegnazione.
E' un segno di salute da parte loro volere scappare da
questo universo infelice che è loro offerto come solo futuro
possibile. Gli adulti peccano di colpevole inconsapevolezza
quando ricorrono al giudizio, alla condanna e persino alla
repressione nei confronti dei giovani che fumano, che
bevono, che si drogano. Non fanno altro che appesantire la
zavorra sulle spalle dei ragazzi. E ciò rischia di suscitare
reazioni più negative ancora.
In realtà quali sono le soluzioni praticabili dai giovani per
uscire dall'ambiente deprimente in cui sono stati cacciati?
Sembra che ce ne sia solo una: andare via. Diventano così
nomadi. Si aspettano di trovare altrove ciò che non trovano
qui. E a volte scoprono in un' altra cultura qualche ragione
di vivere, un'occasione di speranza. Molti ragazzi di oggi
sono multiculturali, ma è una scelta dettata dallo
sradicamento. I giovani si allontanano da loro stessi per
scappare alla sofferenza, all' assenza di prospettive
dinamiche.
Viaggiano anche in loro stessi grazie alle droghe. Questo è
possibile sul posto, e senza che i genitori se ne accorgano,
almeno per un certo tempo. Il viaggio - in fase iniziale -
costa meno che la partenza per un altro paese. I giovani
viaggiano fuori o dentro a seconda delle loro possibilità,
delle loro risorse. Fanno di tutto per sopravvivere,
mettendosi sfortunatamente in sintonia con l'essenza stessa
di una società malata: con la distruzione, la violenza, la
malattia, la morte. Usano droghe non solo per immaginare
un presente o un futuro più felici, per sognare o planare
altrove, ma per esagerare le tendenze distruttive di questo
mondo, e dunque per annientare se stessi.
Per fermare questo suicidio collettivo esistono soluzioni
semplici, poco costose. Esse richiedono un po' di
riflessione, un po' di lavoro e un grande amore della vita. I
ragazzi e le ragazze sono pieni di energia e di desiderio. Se
la loro vitalità fosse riconosciuta e coltivata, essi non
diventerebbero questi adolescenti o giovani adulti che si
distruggono. I genitori, gli insegnanti, i programmi scolastici
dovrebbero preoccuparsi di indicare ai giovani strade che li
incoraggino al rispetto di se stessi e a beneficiare delle
ricchezze della vita. Ma spesso gli adulti hanno perso il
gusto di questa ricerca. Sono diventati in gran parte
indifferenti e insensibili. D'altra parte è questa apatia una
delle ragioni che ha indotto gli adolescenti a cercare vie di
fuga.
Un sentimento forte nei ragazzi - che meriterebbe un
maggiore interesse da parte degli adulti - è il desiderio.
Un'emozione più forte di tutte le droghe! Invece di
reprimere - nella migliore delle ipotesi chiudere gli occhi -
sarebbe preferibile ascoltare ragazzi, incoraggiarli. Non
certo a vivere in un mondo cieco le loro pulsioni ma a
trasformare passioni solitarie in un cammino per andare
verso l'altro - l'altra - con gioia, e addirittura con ebrezza.
Da alcuni anni lavoro sui giovani, soffermandomi in
particolare sull'acquisizione dell'identità di genere, sul
desiderio che sentono per l'altro. Attraverso parole e
disegni, tento di condurli a scoprire la loro differenza - le
loro differenze - e il fascino che essa riscuote ma anche la
sofferenza o il ripiegamento che può provocare se non viene
rispettata. Insegno a questi ragazzi e/o adolescenti strade
per dialogare fra di loro sul piano del desiderio, dell'amore.
Le loro reazioni sono generalmente entusiaste, raramente
reticenti. Ragazzi e adolescenti vorrebbero che gli incontri
episodici che ho organizzato con loro diventassero corsi
regolari. Vorrebbero imparare a desiderare, a amare. E non
a reprimere con vergogna gli slanci che provano verso gli
altri, le altre.
Perché non corrispondere alle loro aspettative? La cosa
sarebbe tanto difficile? Perché gli adulti devono gravare sui
ragazzi con il peso delle loro disavventure amorose,
disillusioni e disperazioni? Forse noi avevamo convinzioni
profonde alle quali attingere per alleggerire i nostri fallimenti.
Forse un tempo le donne interpretavano il desiderio come il
cammino necessario verso la procreazione, ma non verso lo
sbocciare della stessa identità umana.
I tempi sono cambiati! Sarebbe augurabile che dalla
cosiddetta liberazione sessuale o liberazione della donna
scaturisca la capacità di amarsi, anche nello scambio
carnale. E che si scopra così una fonte di energia e di felicità
che renda inutile il ricorso a ogni sorta di droga. Infatti, non
è passando dalle droghe proibite alle droghe lecite, persino
reimborsate dalle assicurazioni sociali, che troveremo la
guarigione del nostro malessere. La soluzione mi sembra
invece in una maggiore cura dei nostri desideri. |