Il sogno che segnò il secoloCompie cent'anni il capolavoro di Sigmund Freud la cui sostanza serba ancora oggi immutato valore Il racconto onirico come chiave analitica dell'inconscio: questa la sua grande intuizione Le parole del paziente diventano "oggetto" concreto, che
può essere studiato |
| Il 4 novembre 1899 l'editore viennese Franz Deuticke pubblica L'interpretazione dei sogni di Sigmund Freud: sulla copertina, spoglia e molto semplice, sotto l'epigrafe virgiliana (Flectere si nequeo superos, Acheronta movebo) compare tuttavia la data 1900, una data che a molti è sembrata assumere, con il passare degli anni, un valore esemplare, come se a quel libro fosse giusto attribuire una funzione inaugurale. E certamente sarebbe difficile indicare un padrino più congruo o più accreditato di Freud per un secolo che si accingeva a nascere, come dirà Musil, in "posizione podalica": perché qualunque cosa si pensi della psicoanalisi (che la si consideri come una scoperta decisiva o, viceversa, come una tarda sorella dell'astrologia condannata per sempre agli inferni della pseudoscienza) è impossibile, senza cieche faziosità, non riconoscere il ruolo che Freud ha finito per assumere. E forse di nessun altro si potrebbe affermare, con altrettanta legittimità, che il Novecento (come realtà culturale, "ontologica" ancora prima che cronologica) sarebbe impensabile senza la sua opera. Tanto, così capillarmente e diffusamente, la psicoanalisi è penetrata nel corpo di un'epoca, determinandone (magari per contrasto, nel bene e nel male) la fisionomia, la storia, le scelte, i modelli e i
paradigmi ermeneutici.
In una lunga poesia scritta in memoria di Freud, all'indomani della sua morte, nel settembre del 1939, Auden ha detto che "se spesso egli cadde nell'errore e talvolta nell'assurdo / per noi ora non è più una persona / ma una corrente del pensiero". E anche chi si è scagliato contro Freud e ha rifiutato radicalmente non solo lo statuto scientifico della psicoanalisi, ma anche ogni valore di conoscenza alle sue tesi, non ha potuto sottrarsi a quel cono d'influenza.
Può avere gridato con la geniale intemperanza di Nabokov: "Uno dei massimi esempi di aberrazione ciarlatanesca e satanica, imposta a un pubblico dì bocca buona, è l'interpretazione freudiana dei sogni", e tuttavia non è riuscito a sottrarsi, come scrittore, alla realtà di un mondo su cui quella interpretazione ha lasciato la propria impronta. E se, non contento dei propri anatemi, ha aggiunto: "Ogni mattina mi diverto a confutare il medicone viennese richiamando alla mente e spiegando i particolari dei miei sogni senza mai ricorrere a simboli sessuali o complessi mitici", si è certamente imbattuto (o si imbatterà) in qualcuno in grado di indicargli un buon numero di sogni che quel "medicone" ha interpretato senza ricorrere "a simboli sessuali e complessi mitici" e di chiedergli dove mai, in quale strato del senso comune, abbia trovato traccia di simili aberrazioni ciarlatanesche. Perché proprio dal senso comune - dalle sue distorsioni, dai suoi appiattimenti sembra nascere un'immagine di comodo della psicoanalisi: facile bersaglio e fondata, una volta per tutte, su alcuni immutabili pi astri.
Ma se guardiamo l'opera di Freud, e tralasciamo le sue banalizzazioni, non abbiamo certo l'impressione di trovarci di fronte a un sistema chiuso e coerente, a un edificio la cui pianta architettonica sia stata definita, una volta per tutte, al momento di gettare le fondamenta; se mai potremmo spesso pensare di essere all'interno di un cantiere aperto, dove vengono progettate e realizzate numerose ristrutturazioni che a tratti riguardano un dettaglio, un particolare, magari un'ala dell'intera costruzione, ma che a volte coinvolgono anche le strutture portanti in base a un principio di flessibilità teorica rivendicato da Freud, a più riprese, e presentato come una garanzia scientifica: "La psicoanalisi - diceva - non è un sistema del tipo di quelli filosofici, che partono da alcuni concetti fondamentali rigorosamente definiti, tentano di comprendere in base ad essi la totalità dell'universo, poi, una volta compiuta tale operazione, non lasciare alcuno spazio per nuove scoperte e più adeguati approfondimenti. Al contrario essa si attiene ai dati di fatto del proprio campo di lavoro, tenta di risolvere ì problemi immediati dell'osservazione, procede a tentoni avvalendosi dell'esperienza, è sempre incompiuta e disposta a dare una nuova sistemazione alle proprie teorie oppure a modificarle".Si tratta di una descrizione fedele e che ogni lettore attento potrebbe dichiarare conforme alla realtà della ricerca freudiana. Eppure, in mezzo a così numerose trasformazioni, che investono tanto la teoria quanto la pratica della psicoanalisi, c'è un punto fermo, una "conquista" il cui valore fondante non verrà mai messo in discussione, e che un soggetto solo ad alcuni aggiustamenti di dettaglio: ed è L'interpretazione dei sogni. Ripubblicandola, nel 1931, Freud dichiarerà che il libro è rimasto "sostanzialmente immutato" e rappresenta "la più significativa di tutte le scoperte che io abbia mai avuto la fortuna di fare. Intuizioni come questa càpitano, se càpitano, una volta sola nella vita".
Sarebbe tuttavia un errore sostenere, come alcuni hanno fatto, che la novità di quella "intuizione" consiste nell'avere preso finalmente sul serio un'attività come quella onirica, disprezzata per secoli dalla scienza e che occupa una parte cospicua nella vita quotidiana di ogni singolo individuo. In realtà Freud era perfettamente consapevole di avere avuto, e lo dimostra l'ampia e ragionata rassegna bibliografica che apre il suo libro, numerosi e anche recenti predecessori che egli aveva letto scrupolosamente, e con apprensione, nel timore - raccontava a Fliess - che qualcuno avesse potuto precederlo. Ma nessuno, dichiarava felice, aveva scoperto il segreto. Se qualche lettore, per propria curiosità, o seguendo altre piste, volesse tuttavia inoltrarsi tra quei testi, non potrebbe - io credo dissentire da Freud che li giudicava di "terrificante aridità": soprattutto gli apparirebbero contrassegnati da una forma endemica di metapsicologia. Si aggirerebbe in un mondo dove grandi astrazioni (la volontà, l'attenzione, la memoria, il desiderio ecc.) sembrano mettere in scena la vita psichica, offrirci lo spettacolo imbarazzante di una specie dì commedia dell'arte costruita sui canovacci di una più o meno attendibile neurofisiologia, dove può capitare di trovare i sintomi promossi al livello di cause e dove un grande, preliminare programma di classificazione viene fatto funzionare a ogni costo.
Ci si avvicinerebbe maggiormente alla verità se si dicesse che, a partire dall'Interpretazione dei sogni, Freud porta alla luce una nuova realtà psichica, una regione extragiurisdizionale, l'inconscio, che fino ad allora era stata battezzata, ma che era sfuggita a ogni descrizione: che qualcuno aveva giudicato, per sua stessa natura, inesplorabile. I "predecessori" non si erano comportati diversamente dagli antichi geografi che, racconta Plutarco all'inizio delle Vite parallele, "nel rappresentare la terra comprimono ai margini estremi delle carte le zone di cui non hanno che una conoscenza vaga, e oltre quel limite scrivono: Dune senz'acqua, animali feroci, oppure Paludi misteriose, oppure Scitia, gelo oppure oceano ghiacciato". Freud ha drasticamente cancellato quelle scritte rassicuranti: le ha dichiarate illegittime e si è spinto oltre con quel testo di audacia, di spregiudicatezza, di pazienza e di impavida determinazione che gli erano proprie e che ogni suo lettore, non accecato da pregiudizi, ha imparato a riconoscere. "In questo momento - scriveva pochi mesi dopo l'uscita del suo libro, il 1° febbraio 1900 - io non sono affatto uno scienziato né un osservatore né uno sperimentatore né un pensatore. Non sono niente altro, per temperamento, che un conquistador, un avventuriero se vuoi tradurre così, con tutta la curiosità, l'ardimento e la tenacia caratteristiche di un uomo di tale specie".
Era, d'altronde, necessario un simile temperamento per infliggere l'ultima - la più "scottante" - mortificazione alla "megalomania dell'uomo": dopo che Copernico lo aveva costretto a prendere atto di non essere il signore dell'universo e Darwin di non essere al centro
della natura, la psicoanalisi - diceva Freud per spiegare le "resistenze" che aveva suscitato il suo lavoro - gli ha tolto anche la signoria su se stesso, ha ridotto la coscienza a una sottile pellicola, l'io a una zona continuamente minacciata e di cui bisogna sforzarsi di difendere e, se possibile, di estendere il dominio. Wo es war, voll ich werden (Dove c'era l'es, deve subentrare l'io) dirà Freud chiudendo la trentunesima delle sue lezioni introduttive,
E in effetti la sua opera presuppone un drastico decentramento: "qualcosa", un'istanza, l'io, che poteva avere contorni indefiniti, che poteva nel corso dei secoli avere mutato fisionomia, e che nondimeno era stato costantemente identificato grazie al suo essere "al centro, alla base", veniva sospinto ora alla periferia, riceveva una notifica di sfratto non meno perentoria di quella che gli era stata comunicata una trentina di anni prima da Rimbaud con la sua "formula folgorante: Je est un autre", a dimostrazione, secondo Lacan, del fatto che "i poeti spesso non sanno quello che dicono e tuttavia lo dicono prima degli altri".
Ma oltre la decisione di misurarsi con la vita notturna e di farne l'oggetto di una ricognizione sistematica e regolata da un preciso protocollo operativo, oltre ad avere sottratto l'inconscio alla sua indeterminazione e ad averlo dichiarato una realtà esplorabile, c'è nell'Interpretazione dei sogni qualcosa di ancora più innovativo, in un certo senso di più rivoluzionario, che sconvolge alle radici i metodi della psicologia tradizionale. E' una mossa d'apertura tanto radicale quanto non immediatamente programmatica e che Freud enuncia solo in seguito quando, rispondendo a coloro che gli obiettavano la non osservabilità del sogno, dichiara, con geniale empirismo, che il problema si risolve appena decidiamo di considerare come sogno "il racconto del sogno". In tal modo Freud si è procurato un "oggetto" concreto, irriducibile alle elucubrazioni mitologiche della psicologia classica e ha messo in mora, una volta per tutte, le sue regole perché quell'oggetto, come vedrà tempestivamente Georges Politzer, gli offre un materiale che può essere studiato "dall'esterno".A partire da quel momento il medico di formazione positivista che era in Freud, e che non fu mai dimenticato, si trovò aperta la strada per fondare la propria legittimazione."Proust e Freud dirà nel 1925 Jacques Rivière - inaugurano un nuovo modo di interrogare la coscienza. Rompono con le indicazioni del senso intimo; non vogliono più restargli in parallelo: attendono, spiano, invece dei sentimenti, i loro effetti; non vogliono capirli se non attraverso i loro segni. L'uomo interiore è qui, per la prima volta, trattato come un corpo". Le parole del paziente, quelle che una seduta dopo l'altra egli pronuncia e che il medico ascolta affidandosi all'attenzione fluttuante, costituiscono il "corpo" dell'analisi: l'ermeneutica si presenta così come una sorta dì prosecuzione e di ampliamento della semeiotica.
La clinica, ha scritto Michel Foucault, "presuppone, senza interrogarla, la visibilità della malattia, come una struttura comune in cui lo sguardo e la cosa vista, l'uno di fronte all'altra, trovano il loro posto". Il medico può certo toccare, auscultare, palpare, ma soprattutto guarda e osserva: "legge" dietro il reticolato dei sintomi, che il suo occhio riconosce e decifra riconducendoli a un sapere organizzato, la verità nascosta e invisibile della patologia. Interrogare il paziente è senza dubbio importante, a volte indispensabile, ma solo per fornire all'occhio surrogati o conferme. Commemorando il "maestro", di cui aveva seguito i corsi alla Salpetrière nel 1884, Freud disse che Charcot era essenzialmente (come diceva lui stesso) un visuel, un visivo, un discendente dì coloro che definivano la scienza medica "oculare": "all'allievo ... faceva venire in mente Cuvier, il grande conoscitore e descrittore del mondo degli animali" o meglio ancora "l'Adamo del mito", a cui Dio aveva affidato "l'incarico di distinguere e dare un nome a ogni essere vivente nell'Eden". Freud, che pure da quell'insegnamento fu profondamente segnato, ha rinunciato al "colpo d'occhio" e lo ha sostituito con un ascolto guardingo, vigile e sospeso fino a diventare, come ha detto ancora Foucault, "il più grande orecchio della nostra epoca".
In tal modo ha insieme conservato e sovvertito la tradizione; e, con un gesto audace, ha messo definitivamente al bando l'introspezione collocando la verità fuori dalla sua portata: la conoscenza di sé si ottiene solo quando la parola viene metabolizzata e ricostruita attraverso la presenza di un altro che ascolta, osserva, interpreta, costruisce, si incunea al suo interno, nel cuore del "romanzo analitico", man mano che, di seduta in seduta, viene lentamente costituendosi. E, tuttavia, c'è - alle origini stesse del percorso freudiano - un flagrante paradosso: la psicoanalisi viene fondata attraverso una scrupolosa e impavida autoanalisi di cui possediamo, nelle lettere che Freud scrive a Wilhelm Fliess, una magnifica testimonianza che sta tra il racconto di una scoperta "scientifica" e la confessione. Una sorta di diario (per sua natura la forma più clandestina e privata di scrittura) redatto significativamente per lettere, sotto gli occhi di un altro, di un testimone, che sostiene, inconsapevole, la parte destinata, nel teatro da camera della psicoanalisi, all'analista .
Lette alla luce dell'Interpretazione dei sogni quelle lettere costituiscono una preziosa sinopia e fanno affiorare una densa trama di riferimenti, chiariscono la struttura stessa di un'opera pensata secondo un piano minuzioso e una strategia sufficientemente mimetica per riprodurre, nelle sue scansioni e nei suoi ritmi, quello stesso tragitto che ha portato, un passo dopo l'altro, alla scoperta della verità. "Tutto - scrive Freud all'inizio di agosto, pochi mesi prima che il libro venga stampato - è congegnato sul modello di una passeggiata immaginaria. Dapprima viene il bosco degli autori (che non vedono gli alberi), foresta senza prospettive nella quale è facile perdersi. Vi è poi uno stretto passaggio attraverso il quale conduco i miei lettori i miei esempi di sogni con le loro caratteristiche, i loro dettagli, le loro indiscrezioni e i loro perfidi motti e poi, tutto in una volta, il punto più elevato e il panorama e la domanda: "Ditemi, se non vi spiace, dove volete arrivare?"".
Pochi, inizialmente, furono disposti a intraprendere quella passeggiata e a porsi quella domanda, se il 25 novembre del 1900 Freud scriveva a Fliess di sentirsi "come uno che parla una lingua straniera" o come "il pappagallo di Humboldt", che parlava una lingua perduta e ormai incomprensibile per tutti."Essere l'ultimo della propria stirpe, o il primo e forse l'unico sono situazioni che si rassomigliano". A cent'anni di distanza sappiamo che quell'amara predizione non si è avverata e che un'altra "lingua" si è aggiunta alle molte che dovremmo conoscere. |