GIRARD: VIVA L'APOLOGIAPer l'antropologo francese sta finendo l'assuefazione alle mode e i
cristiani devono rialzare la testa "Da trent'anni lo spirito di sottomissione al pensiero moderno ha
caratterizzato parecchia teologia cattolica Ma la fede è il contrario dell'opinione della folla" |
| Nella Bibbia, "l'uomo non è mai la vittima di Dio, Dio è sempre la vittima
dell'uomo".
Verità di antropologo, "senza alcun ricorso al soprannaturale"; verità che il teologo
sottoscrive senza esitare. Ma per capirla si impone un cambiamento: invece di
considerare la Bibbia come un mito, bisogna interpretare il mito alla luce della
Bibbia, sotto la croce. E ancora una volta René Girard sconcerta molti pregiudizi; la
Bibbia vede giusto, e solo essa dice il vero.
Una lezione assai poco "politicamente corretta", invero. Ma Girard - avignonese di
78 anni, ora in pensione dopo una vita d'insegnamento universitario trascorsa negli
atenei americani (soprattutto la Stanford University della California) - è abituato a
stupire e ad andare contro corrente: suscitando spesso reazioni polemiche. Dal
1972, anno del saggio su La violenza e il sacro, a Il capro espiatorio del 1982
(una figura che per lo studioso francese riveste un ruolo culturale davvero centrale),
l'antropologo ha spesso indagato il terreno delle religioni.
Ora esce in Francia Je vois Satan tomber comme l'eclair, "Vedo Satana cadere
come la folgore", (Grasset), un voluminoso saggio in cui l'autore sviluppa
un'antropologia della religione che si interessa delle regole originarie della cultura
occidentale e delle istituzioni indirettamente prodotte dalla religione. E ancora una
volta Girard - che si è convertito al cristianesimo dopo un lungo percorso, iniziato
negli anni Sessanta - dimostra che la parola evangelica è l'unica a problematizzare
seriamente la violenza umana.
"Il principale attacco dei miei studi - ha scritto Girard nell'opera precedente,
tradotta in Italia dall'editrice Santi Quaranta sotto il titolo La vittima e la folla - è
stato al relativismo religioso. Ho cercato di mostrare che, ben lontani dall'essere
mitici, i Vangeli sono la principale forza anti-mitica del nostro mondo. Essi sono veri
proprio laddove i miti sono falsi, e tale superiorità può essere mostrata senza
presupposti religiosi di qualunque sorta, attraverso un'analisi che è puramente
testuale e antropologica".
| Professore, che cosa l'ha condotta a scrivere, talvolta su un tono polemico,
un'apologia del cristianesimo? E "apologia" è proprio il termine che lei
rivendica... |
"Apologia indica che i cristiani devono rialzare la testa. Da trent'anni, lo spirito di
sottomissione al pensiero contemporaneo ha caratterizzato, in parte, il pensiero
cattolico: un pensiero moderno che ha tutto "derealizzato". Il mio percorso non è
tradizionalista. Vuole dimostrare il carattere irriducibile della differenza
giudaico-cristiana. Certo, il cristianesimo ha sempre dialogato con altre visioni
dell'uomo. In maniera interessante quando si trattava di Aristotele e Platone e meno
quando si tratta di Jacques Lacan e Jacques Derrida. Si era finito per accettare,
tutto considerato, il verdetto di Nietzsche sul cristianesimo. Osservando che i primi
cristiani appartenevano soprattutto alle classi inferiori, li si è accusati di simpatizzare
con le vittime per soddisfare il loro risentimento contro il paganesimo. Ora, il
cristianesimo è lontano dall'essere la "morale degli schiavi", è la resistenza eroica al
contagio violento. È la chiaroveggenza di una piccola minoranza che osa opporsi al
gregarismo mostruoso del linciaggio dionisiaco. Il cristianesimo è il contrario
dell'opinione della folla. I cristiani hanno il dovere di pensare da se stessi. Io
sottolineo che nei Vangeli Gesù cerca d'altronde sempre di sfuggire al gregarismo.
Egli tira fuori gli individui dalla folla. Perfino nel passaggio della donna adultera. I
protagonisti passano dalla parte buona perché un primo uomo si è distaccato dagli
altri all'appello del Cristo".
| Questa apologia non è anzitutto un'analisi religiosa? |
"Ho intrapreso una riabilitazione intellettuale della Bibbia e dei Vangeli sotto l'angolo
dell'antropologia. Nei miei libri precedenti, mi si era rimproverato di produrre una
teologia bizzarra. Io rispondo a queste critiche. Simone Weil aveva suggerito che
prima di essere una teoria di Dio, i Vangeli sono una teoria dell'uomo. La parola
evangelica è la sola a porre il problema della violenza umana. In tutte le altre
riflessioni sull'uomo, la questione della violenza è risolta prima ancora di essere
posta. La rivelazione cristiana illumina non solo tutto ciò che viene prima, i miti e i
rituali, ma anche tutto ciò che viene dopo, la storia che noi stiamo creando, la
decomposizione sempre più completa del sacro arcaico, l'apertura su un avvenire
mondializzato, liberato dalle servitù antiche ma nello stesso tempo più sguarnito".
| Ciò va verso l'assimilazione ormai comune dei Vangeli a un mito? |
"I miei studenti nord-americani, al loro arrivo all'università, parlano del Vangelo
come di un mito. Pensano che avranno l'aria più intelligente così! Io dimostro che
l'assimilazione dei testi cristiani e biblici a dei miti è un errore facile da confutare. È,
invece, capitale dimostrare che i Vangeli hanno la loro propria antropologia, una
visione dei conflitti che non è quella delle scienze dell'uomo. La singolarità e la verità
che la tradizione giudaico-cristiana rivendica sono perfettamente reali, anche dal
punto di vista antropologico. Quanto al piano teologico, il libro sarebbe un
commento della frase di Paolo: io non conosco che il Cristo crocifisso. Il sapere su
Dio, sull'uomo, sulle religioni, è là!".
| Eppure, via via che ci si avvicina al XXI secolo, la riflessione sul religioso si
fa più densa. La sua voce non è isolata. Si può parlare di un ritorno del
religioso. |
"Come un fenomeno molto curioso. Io sottolineo di primo acchito che l'influenza del
religioso sul pianeta si allenta. Mi sento nello stesso tempo molto impressionato dalla
riflessione di certi filosofi, a priori lontani dal mondo religioso e che ora vi si
interessano di nuovo. Citerei fra essi l'italiano Gianni Vattimo. Venuto dalle contrade
del niccianesimo incrociato con Heidegger, Vattimo ama molto parlare del pensiero
debole che lo riconcilia con il cristianesimo. Questo ritorno all'analisi dell'esperienza
religiosa conferma che si assiste alla fine di un certo spirito di sottomissione alle
mode. Noi entriamo in un nuovo periodo dove il rapporto del cristianesimo col
mondo si è trasformato. Si può parlare davvero di nuovi orizzonti". |