in collaborazione con FRANCO VOLPI
Può suonare curioso che due menti elegantemente tese alla
stima reciproca, e a quel tocco di nobiltà dello spirito
guglielmino - ciascuna portando in dote all'altra un cospicuo
patrimonio intellettuale - ci appaiano, a un certo punto del
loro rapporto epistolare, come due entità sollevate dai loro
ruoli definiti e segnate da un carattere che fa somigliare una
alla lievità di un ballerino e l'altra a un sacerdote iniziato al
mistero.
Quando Carl Schmitt scrive, nel suo stile tagliente, sembra a
volte che desideri mettere in guardia l'altro, mostrargli
l'evidente superiorità di chi si è assunto il compito di essere
una sorta di segreta guida spirituale. Allorché è Jünger a
rispondere, si ha l'impressione che a tratti danzi sollevandosi
dalla nuda terra, schivi il soffocante monito dell'amico-avversario, giochi con lui al ritmo di una musica che l'altro non conosce. Il sacerdote e il ballerino. L'autorità
e la seduzione. Sono loro, e non sono loro, attori di primo
piano che attraversano la Germania, il secolo e il corteo di
tragedie che, in parte, ricadranno sui loro destini privati.
E il documento che abbiamo sotto gli occhi è davvero
straordinario per rileggere un'epoca attraverso due mondi
che si toccano senza confondersi. Si tratta di un volume di
quasi 900 pagine - Briefe 1930-1983 (edito da
Klett-Cotta) - comprendente 426 lettere scritte nell'arco di
oltre mezzo secolo, di cui 249 di Jünger e 177 di Schmitt,
l'epistolario è curato con un ampio commento da Helmut Kiesel.
Può stupire, vista la loro identità, che il carteggio in merito
agli eventi politici appaia cauto e perfino reticente. I due
danno l'impressione di essere saturi di politica, dei suoi
eccessi. Anche nel profondo della tragedia bellica, si ha la
sensazione che a corrispondere non siano un ufficiale della
Wehrmacht nella Parigi occupata e il giurista più in vista
della Germania nazista, bensì due pensatori che, corazzati
nel proprio mondo interiore, si scambiano solo pensieri e
letture. Il loro leggendario dialogo si intreccia con la
turbolenta storia del Novecento, ma il carteggio ce lo
mostra soprattutto nella sua luce spirituale, filosofica e
letteraria.
Fu Schmitt, nel 1930, a prendere l'iniziativa. L'allora
giovane professore al Politecnico di Berlino era curioso di
conoscere l'osannato autore delle Tempeste d'acciaio. Fin
dalle prime lettere i due sembrano fatti per intendersi.
L'insofferenza verso il perbenismo borghese, la
spregiudicata opposizione a Weimar e al parlamentarismo
democratico in crisi, la ribellione contro la massificazione
dell'intelligenza, l'attesa di una grande politica capace di
decisione, è il terreno che li accomuna.
Jünger è colpito dalle intuizioni che circolano in Romanticismo politico e nel Concetto del politico. "Lei ha affrontato il mio sguardo", scrive a Schmitt con lusinghiero giudizio. E paragona la distinzione di amico-nemico, quale
discrimine del Politico, a "una mina che esplode senza
rumore". Tra i pochi che registrarono subito la sorda
esplosione c'era Walter Benjamin: nel 1930 recensì in toni
positivi La mobilitazione totale di Jünger e
contemporaneamente inviò a Schmitt una lettera di
ammirazione (la missiva fu poi cassata nell'edizione
francofortese del suo carteggio).
L'avvento al potere del nazionalsocialismo divise il cammino
dei due, ma non interruppe il loro dialogo. Schmitt entrò nel
partito e divenne - secondo la definizione di Waldemar Gurian - "giurista della corona" del Terzo Reich. Jünger si
chiuse invece nella sua aristocratica indipendenza. Per
ragioni estetiche, prima ancora che politiche, non si lasciò
lusingare dalle profferte dei nazisti che avrebbero voluto
fare di lui lo scrittore nazionale. Rifiutò la nomina
all'Accademia letteraria e la candidatura al Reichstag
offertagli in due occasioni. Nelle lettere a Schmitt spiega di
aver agito così "non perché si parli di me sulla stampa, ma
perché non sorga la minima incertezza circa le mie
convinzioni politiche".
Anziché di politica, le sue lettere raccontano di sogni, di
incontri, di letture che lo appassionano: Hamann, Vico,
L'altra parte di Kubin, Viaggio al termine della notte di
Céline, le "fatali anticipazioni" di Valéry. Boccia
irrimediabilmente il Tractatus di Wittgenstein: "Un libro che
non mi dice nulla". Annuncia all' amico l'idea da cui nasce Il
lavoratore, libro del 1932: "Vorrei espungere dal concetto
di lavoro qualsiasi ethos". Solo raramente tocca la realtà
storica che incombe. Come quando provoca Schmitt
definendo la Gestapo, con la quale ha delle noie, un "Alto
Tribunale di Inquisizione". Per tutta risposta Schmitt, che nel
frattempo gli ha tenuto a battesimo il secondogenito Carl
Alexander, pubblica la famigerata tesi che per Jünger
rimarrà tra le più improvvide e funeste: "Il Führer custodisce
il diritto".
Presto, tuttavia, anche Schmitt, attaccato nella rivista delle
SS come strumento del cattolicesimo politico, cade in
disgrazia. Circostanza che alimenta in lui il sospetto che il
mondo sia diverso da come appare. Ossessionato dalla
logica del segreto e della congiura, il sacerdote della politica
prodiga tutta la sua luciferina intelligenza a scoprire le forze
che fiuta all'opera nella storia universale: forze che gli
appaiono insieme occulte ed elementari. Studia quindi i miti
e le cosmogonie presocratiche, ma si immerge con
altrettanta passione nello studio dell'esoterismo e della
massoneria. "In questi giorni", scrive a Jünger il 12 dicembre
1937, "è stato qui un singolare italiano, il barone von Evola.
Sa molte cose e mi ha detto, nella conversazione, di
considerare come inizio della modernità il processo di
Filippo il Bello contro i Templari".
Sono anche gli anni in cui Schmitt concepisce Terra e mare:
il suo libro degli elementi, per il quale si ispira a Moby Dick.
Che consiglia a Jünger come lettura evocatrice dell'occulto
e dell'elementare, interpretazione del mare e del tutto. In
piena guerra, in una lettera che raggiunge l'amico sul fronte
del Caucaso, constata: "La storia dell'umanità è un
attraversamento dei quattro elementi. Ora siamo nel fuoco...
Ciò che viene chiamato "nichilismo" è combustione". Gli
autori che nomina - Bruno Bauer, Tocqueville ("aveva
capito tutto già nel 1835!"), Däubler - sono altrettante porte
segrete per entrare nel labirinto del suo pensiero.
Nel 1941 Jünger lo fa venire a Parigi per una conferenza.
Passano giorni in un dialogo di rara intensità, immortalato da
una foto sul lago di Rambouillet più eloquente e istruttiva di
molte pagine scritte su di loro. Jünger è meno attratto
dall'esoterico e più dalle forme dell'arte e della metafisica. Si
sprofonda in Villiers de l'Isle-Adam, Rivarol, nel Maelstrom
di Poe, in Léon Bloy: "Lo assaporo più volte al giorno",
come "un elisir di consolazione in tempi oscuri". Esercita
l'occhio sugli inferni di Hieronimus Bosch, indispensabile
lezione di metodo visivo per chi vuole descrivere gli scenari
del nichilismo.
Dopo il 1943 l'atmosfera delle missive che vanno e vengono
tra Parigi e Berlino si fa cupa. Città costruite in millenni,
distrutte in venti minuti. La casa e la biblioteca di Schmitt
bombardate - scrive il diretto interessato - come per un
"décret du Destin". Jünger perde il primogenito nei
combattimenti di Carrara ed è trascinato dal lutto nel gorgo
del maelstrom. Per i cinquant'anni, il 29 marzo 1945,
Schmitt gli annuncia un voluminoso regalo: "Le procurerei
volentieri un'enciclopedia del 1780 Du naufrage in 27 tomi,
che contiene materiale immenso sul tema". Sogna "il San
Dominick nel maelstrom", vede cioè la nave del capitano
Benito Cereno, con cui si identifica, naufragare nel mare del
nichilismo caro a Jünger, legando così nella notte la propria
sorte a quella dell'amico.
La fine del Reich, porta pesanti conseguenze per Schmitt.
Inquisito a Norimberga, viene rilasciato dopo snervanti
interrogatori. Il fatto che Jünger se la cavi invece con poco,
ricominci a pubblicare e mieta con Heliopolis un grande
successo, attizza in lui il complesso del "capro espiatorio". Si
sente un grande incompreso, unica vittima a pagare per tutta
l' intelligencija tedesca. Annota irritato nel Glossarium:
Jünger è "una monade totale", "senza finestre né porte" sul
mondo, meno che meno sugli altri.
Dal canto suo Jünger, che ignora i risentimenti dell'amico, si
ritiene autorizzato a redarguirlo sull'antisemitismo: "Certo lei
ricorderà la notte in cui la lasciai nella Friedrichstrasse con
grande tristezza. Se in questa faccenda avesse seguito il mio
consiglio e il mio esempio, forse oggi Lei non sarebbe più in
vita, ma avrebbe tutto il diritto di giudicarmi. Se io avessi
seguito il suo consiglio e il suo esempio di sicuro non sarei
più vivo".
Schmitt risponde laconicamente: "Capisco et obmutesco.
Con antica e incrollabile amicizia". Ma nel diario travasa in
inchiostro tutto il suo rancore: "Non è questo il sofisma di un
egocentrico che vuole avere ragione a ogni costo? Un
effetto postumo dei suoi esperimenti con la mescalina?".
Sempre più solo, Schmitt sublima la propria sfortuna
proiettandola in figure leggendarie o mitologiche, in
personaggi famosi della storia: in Machiavelli, chiamando
San Casciano il proprio ritiro di Plettenberg; Epimeteo, che
scoperchia il vaso di Pandora contenente mali e sciagure
per l'umanità; Gelimero, il capo dei vandali sconfitto da
Belisario.
Si identifica soprattutto con Benito Cereno, il capitano
preso in ostaggio dalla sua ciurma: la sua nave, il San
Dominick, è l'Europa disorientata e ormai al tramonto; il
capitano rappresenta l'élite europea travolta dalle masse e
dalle forze della dissoluzione, ha la funzione del catechon, la
"forza che trattiene" l'avanzata del Male e dell'Anticristo di
cui parla san Paolo.
Sotto i piedi del "sacerdote" la terra trema. Agli anni della
disfatta seguono quelli della desolazione. A Schmitt rimane
un solo interlocutore alla sua altezza: l'anarca Jünger. Il
quale, per il Natale del 1972, gli risponde: "Il numero dei
contemporanei con cui vale la pena dialogare diminuisce
rapidamente, specie in Germania, terra classica della
filosofia".
L'età cementa il loro comune sentire. Svaniscono con il
tempo i ruoli che hanno giocato. Né ballerina né sacerdote.
La distanza - che le lettere sanciscono con il "lei" - si
affievolisce, per far posto a una sincera malinconia. "Il vero
volto è riservato agli amici", scrive Jünger a Schmitt
nell'aprile del 1981. E quando dall'incerta grafia, dall'"aria
novembrina" delle lettere, percepisce che al compagno del
secolare cammino stanno venendo meno le forze, si
commiata con un'ultima commovente preghiera: "Aspetta
ancora un po' prima di salire sulla barca di Caronte".
| >Non toccare quel libro! Non entrare negli "arcana"! Schmitt a Jünger, giugno 1945 |
Prudenza!
Hai mai sentito parlare del grande Leviatano e non ti vien
voglia di curiosare in questo libro? Prudenza mio caro!
Questo è un libro in tutto e per tutto esoterico, e
l'esoterismo che vi si cela è tanto più abissale quanto più
entri nel libro. E' meglio che tu te ne stia alla larga! Rimettilo
al suo posto! Non toccarlo con le tue mani, poco importa
se linde e curate o imbrattate di sangue e colore del nostro
tempo! Aspetta che questo libro ti ricapiti in mano un'altra
volta, se mai tu sarai tra coloro cui il suo esoterismo si
dischiuderà! (...) Te lo dico in amicizia. Non voler entrare
negli arcana, ma aspetta di esservi ammesso e iniziato in
forma conveniente. Altrimenti potresti essere colto da un
attacco d'ira fatale per la tua salute ed essere tentato di
distruggere qualcosa che sta oltre ogni distruttibilità.(...)
Sinceramente, il tuo buon amico
Benito Cereno
| Lei ha creato una mina che esplode senza rumore Jünger a Schmitt, ottobre 1930 |
Egregio Professore,
dedico al suo scritto Il concetto del Politico questo
epigramma: "Videtur, suprema laus", perché il grado della
sua lampante evidenza è tale da rendere superflua ogni
presa di posizione (...). La lezione che in queste trenta
pagine Lei impartisce a tutte le vuote chiacchiere di cui è
piena l'Europa è a tal punto definitiva che possiamo
passare all'ordine del giorno, cioè (...) alla constatazione del
concreto rapporto amico-nemico. Amo troppo la parola
per non apprezzare la perfetta sicurezza, freddezza e
malignità del suo colpo, che non può essere parato. Il rango
dell'intelligenza è oggi definito dal suo rapporto con le armi.
A Lei è riuscita una speciale invenzione tecnico-militare: una
mina che esplode senza rumore (...).
Con grande considerazione
Ernst Jünger |