RASSEGNA STAMPA

29 OTTOBRE 1999
MAURIZIO CECCHETTO
Dono o consumo? La guerra dei filosofi
Parla Guidieri: troppo utilitarismo, serve una "rivoluzione della gratuità" Dono o consumo? La guerra dei filosofi
"Marcel Mauss si riferiva al "prestito". Derrida sostiene che il disinteresse totale è impossibile. Ma sbagliano entrambi: la maternità è l'esempio più evidente che è possibile e incondizionato"
"La tecnica è una metastasi. Non sapendo più che dire oggi gli antropologi si sono buttati sull'estetica e pensano solo al loro potere. Torniamo alla critica di Rousseau verso la decadenza dei costumi"
Mai argomento fu causa di così opposti pareri: il dono. Il dono, per lo storico delle religioni Marcel Mauss, era l'altra faccia del contratto sociale: e finiva con l'essere "prestito". Mauss espose queste idee nel celebre Saggio sul dono pubblicato nel 1925, il cui sottotitolo è chiaro: "Forme e motivo dello scambio nelle società arcaiche". L'antropologa Mary Douglas, introducendo l'edizione inglese del saggio di Mauss, conclude: "Non esiste dono gratuito". Altri dopo Mauss hanno preso di petto la questione: Malinowski, Benveniste, Levi-Strauss, Bataille, fino a Baudrillard e Derrida, e per la verità in questi ultimissimi anni il dibattito è tornato ad accendersi soprattutto in Francia con i saggi di Caillé, Godbout, Latouche e del filosofo cattolico Jean-Luc Marion. Un giovane esponente di quella "nuova destra" che fa riferimento ad Alain de Benoist, Charles Champetier, ha legato la questione alla società dei consumi, in un saggio appena tradotto da Arianna editrice, Homo Consumans, dove arriva a una conclusione pessimistica: "Il dono? Un regalo avvelenato...". Sul dono si è concentrato dunque un vero e proprio scontro ideologico che oppone i realisti del "contratto sociale" - in soldoni: il dono è uno scambio che presuppone e obbliga a una reciprocità - a intellettuali invece più utopisti, o profetici, che sentono il bisogno di chiarezza e di una nuova pulizia anche delle parole. Tra questi c'è Remo Guidieri, una firma che i nostri lettori hanno visto spesso su questo giornale. Guidieri, che è nato a Torino, insegna estetica all'Università Paris-Nanterre e negli Stati Uniti; ha scritto numerosi saggi che hanno sempre un sottofondo antropologico e svolgono una critica alla decadenza dei costumi, intellettuali e sociali, del nostro tempo.
Guidieri ha appena pubblicato un saggio dal titolo sibillino: Ulisse senza patria, presso una editrice partenopea, L'ancora (pagine 120, lire 25.000), che porta un sottotitolo esplicito: "etica e alibi del dono". È questo, dunque, l'argomento della nostra conversazione. Il dono, portato sul piano economico-sociale, sembra una sorta di simbolo laico dell'equità dei rapporti tra simili nelle società contemporanee. Carità pelosa o cinismo dei "civilizzatori"? Prevale l'idea che già Mauss aveva esposto studiando alcune consuetudini in certe società arcaiche o per così dire "primitive" riferite ad atti che hanno nomi astrusi ed esotici: Potlatch, Kula, Hau, vocaboli in uso in certe tribù nord americane, in Papuasia, Melanesia e Polinesia. Il dono, per questi uomini, aveva sempre una componente agonistica, legata al prestigio da guadagnare o da mantenere dentro la comunità. E spesso la tensione di questi rituali culminava in una violenza per nulla metaforica, anzi sacrificale. Guidieri critica l'idea di "reciprocità" che presuppone questa idea del dono, e la qualifica piuttosto come prestito. Ma nella società dei consumi (e prendiamo l'espressione come equivalente a "consumismo"), la produzione del bene, la sua aura sacrale che compensa innumerevoli stati psicologici del consumatore, non costituisce un addomesticamento economico dell'idea arcaica di dono come lo intende Mauss?
"Il consumo non è affatto un dono", replica secco Guidieri. Allora giro la domanda: il prodotto non assume sempre più il volto ambiguo di un dono che la società dei consumi fa all'individuo, nella logica pacificante del "contratto sociale", in cambio dei suoi servigi? "Come dicono i francesi io intendo chiamare un gatto un gatto - replica Guidieri - Se mi dicono che il dono è, sì, un dono, ma in realtà non è un dono perché si presenta piuttosto come prestito o scambio, allora non posso non concludere che il significato del dono è frainteso. Ma guardi che questa vulgata antropologica o sociologica rappresenta una vera ideologia nefasta: un prestito perché dovrebbe essere un dono? Il dono non ha dinamica: non ci sarebbe economia col dono, invece il prestito è il motore dell'economia, è dinamico". Lei critica tra le righe l'impostazione filosofica di Derrida, però quando allude alla gratuità che deve animare il dono sembra avvicinarsi alla sua posizione. "Tutt'altro. Derrida dice che il dono è impossibile..." Perché presuppone il disinteresse totale, in una prospettiva neokantiana... "Sì, ma se si prende il prestito per un dono, come sostiene Mauss, o si dice che il dono è impossibile e che non siamo più in grado di pensare al dono, allora non possiamo pensare se non in una prospettiva economicista. In una conferenza a Napoli chiesi, ma soltanto al pubblico femminile, quale fosse la forma di dono più esemplare che veniva loro in mente. Siccome nessuno rispondeva, dissi: la maternità. La maternità è data senza condizioni ed è dono". Oggi la nuova madre, o forse la matrigna, è la tecnica. Essa ci fa stare al mondo, ci dà gli strumenti per sopravvivere, ma ci impone anche le sue regole... "La tecnica oggi è una metastasi". È una civilizzazione che ci sfugge di mano e sembra riportarci ai valori del non civilizzato, alla barbarie... "Bizzarramente o emblematicamente, la tèchne che si oppone alla physis è proprio l'opera umana e quindi l'uomo ha sempre pensato che con la tecnica poteva piegare e domesticare la realtà naturale, ma oggi in realtà non controlla più quello strumento che dovrebbe servirgli per sfuggire al giogo della natura" L'unica via d'uscita che lei intravede è la "gratuità necessaria". È una posizione profetica la sua?
"Non è la parola giusta. Quando Mauss negli anni Venti scrive quel saggio, tutta la seconda parte ha una dimensione politica. Non è profetico, è politico, non nel senso che ha assunto oggi questa parola, ovvero il furbo machiavellismo di una parte, ma nel senso genuino del pensare agli altri. E questo non è nemmeno politico, è utopico, è il tentativo di ritrovare una innocenza, che non significa stupidità. Ma oggi tutto viene fatto per non essere innocenti. Per far finta di stare con l'altro, per vincere.
Sotto questo aspetto, svolgo anche una critica verso l'antropologia ufficiale. Gli antropologi non sanno più che cosa raccontare e si sono buttati tutti sull'estetica convinti di essere utili all'umanità". Anche lei insegna estetica. Perché li critica?
"Perché è l'ultima spiaggia di una categoria che non sa più che cosa dire e opera con una strategia burocratica: occupano musei, cercano posti da direttore per fare le loro équipes, ma non possono più ripetere le cose che trenta o quarant'anni fa li eccitavano: il ping-pong strutturalista, il discorso scientista fondato su una presunta dimensione cristallina del socius e dell'umano; in realtà, non sono in grado di convertirsi a discipline vere: se ti vuoi occupare del cervello, non devi fare l'antropologo, ma il neurologo..."
Da che parte sta, lei? Con Rousseau: l'uomo è buono, ma la società lo corrompe; oppure, contro?
"Sono senz'altro rousseauista. Il discorso sulla decadenza dovuta alla ricchezza, ai vizi, agli eccessi, discorso anche savonaroliano, mi ha sempre attirato ed è ancora molto importante. Però attenzione: non il rousseauismo, ma lui, Jean-Jacques; e non il Rousseau del Contratto, ma quello del "Discorso di Lione" sulla decadenza.
D'altra parte, tornando al dono, perché questa confusione di linguaggio? Nel latino c'è nexum e donum, e sono due cose ben diverse. Esiste una legge contrattualistica fondante, che nessun economista è mai riuscito a spiegare davvero: il baratto. Il baratto è la reciprocità interessata ed esplicita. E io sono per il baratto. Il dono è altra cosa, ha a che fare col sacrificio..." Vorrei tornare all'inizio: dono e consumo si sfiorano in una società secolarizzata. Il dono non è più puro come un tempo (anche l'utero, oggi, viene per così dire affittato). La secolarizzazione ha "derealizzato" le cose, le ha privare della loro aura sacrale. E il consumo è l'espressione di questa perdita di valore... "È vero. Il rispetto alle cose svela il loro potere. Il consumo è proprio una pratica globalizzante dove non c'è più rispetto. Il modo con cui ci si avvicina alla cosa è viziato dall'attitudine del consumatore. Non avere più lo stile giusto che ti guida al rapporto con la cosa, non saper più portare un abito, un oggetto: questa è la decadenza del nostro tempo".
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vedi anche
Filosofia morale