RASSEGNA STAMPA

27 OTTOBRE 1999
ANTONIO GNOLI
L'ARTE D'INSULTARE
Vi diffamo dunque sono
Arthur Schopenhauer, "Arte dell'insultare", Adelphi, pagg.130, lire 10.000
Se esistesse una classifica del più incazzoso fra i filosofi che la storia ha avuto il privilegio di consegnarci, ebbene il primo posto andrebbe assegnato di diritto a Schopenhauer, la cui vocazione all'eccesso verbale, all'intemperanza filosofica vanno di pari passo con l'originalità del suo pensiero.
Non c'è argomento, si direbbe, che non cada sotto le sue grinfie e non venga filtrato dal suo malumore. Dall'amicizia all'amore, dai carrettieri alle ferrovie, dalla filosofia alla religione, dal sesso al matrimonio, dallo Stato all'individuo, non c'è pertugio dello scibile umano o esperienza vissuta che l'occhiuto pessimismo di Schopenhauer non frughi dal suo lato peggiore.
Ai suoi occhi, si sarà capito, il bicchiere è sempre mezzo vuoto. E bene ha fatto Franco Volpi, che di Schopenhauer è un eccellente conoscitore, a raccogliere quanto di più insolente egli abbia scritto sul mondo e dintorni. Questa Arte dell'insultare, di cui diamo al lettore un assaggio (il libro è da oggi disponibile nell'edizione Adelphi - pagg.130, lire 10.000) è più di un pamphlet, uno stile al quale va ricondotto ad esempio lo schopenhaueriano Sulla filosofia delle università. E se proprio dovessimo inscriverlo a qualche categoria ci verrebbe in mente quella del sospetto.
Di fronte ai grandi arredi mentali e alle costruzioni metafisiche egli guarda con l'irridente convinzione che buona parte della filosofia che il pensiero ha prodotto è una bufala, una favola per gonzi, un fumo destinato, presto o tardi, a dissolversi. Nel personalissimo elenco dei "nemici" ai quali riservare il più violento disprezzo, campeggia inesorabile il nome di Hegel che Schopenhauer riduce alla stregua di un ciarlatano. Accanto a una figura tanto illustre, sfilano quelle non meno disprezzate di Fichte, Jacobi e Schelling. E' chiaro che un conto aperto il nostro malmostoso ce l' ha con tutto l'idealismo tedesco. Ma anche Spinoza e Leibniz non escono del tutto integri dal suo tritacarne. Perfino Kant, il solo con il quale Schopenhauer si senta in sintonia, è bistrattato per le sue idee sulla morale.
Tanta acredine ha qualche spiegazione? Volpi, nel breve saggio introduttivo, ne avanza una suggestiva. C'è una grandezza nell'insulto, ed essa risiede nel fatto che anche l'argomento più sublime e stringente di fronte all'offesa, alla villania, è costretto alla fuga. Sicché appare evidente che il rapporto di forza fra logos e impertinenza è, agli occhi di Schopenhauer, a tutto vantaggio di quest'ultima.
Ma un'arte d'insultare, che richiede fra l'altro nel filosofo una sottile e bizzarra inclinazione pedagogica, non solo revoca lo stato di grazia che alberga, per esempio, nel dialogo platonico, ma altresì destituisce di senso l'idea che esista una buona filosofia le cui ragioni siano decentemente trasmissibili.
Al fondo di questa visita nei piani bassi dello spirito, l'insulto non risulterà perciò una mera provocazione, o un gratuito florilegio, ma un punto di vista sul mondo e sui suoi discutibili costumi, troppo occupati a omaggiare le sorti del progresso per intuire la loro lacera condizione. Se si rompesse l'involucro della diffamazione schopenhaueriana, si vedrebbe con stupore affiorare il suo contenuto morale.
Una morale sui generis e del tutto impraticabile, si dirà. Ma pur sempre esercitata con fantasioso disprezzo da chi riconobbe, con rassegnata violenza, che "il nostro è il peggiore dei mondi possibili".
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