Martedì scorso, a proposito dell'affare Mitrokhin, abbiamo parlato di uso pubblico della storia.
Oggi parliamo di uso pubblico della filosofia, espressione coniata su quella precedente da Furio
Cerutti nell'ultimo numero della rivista Iride, che propone di ripensare in questa chiave lo scontro tra
fautori e oppositori dell'intervento Nato in Kosovo. Iride è una rivista promossa dall'istituto Gramsci
toscano e dall'istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli, esce tre volte all'anno e ha come
sottotitolo "Filosofia e discussione pubblica": cerca infatti di mettere all'opera il laboratorio filosofico
contemporaneo su temi e contraddizioni emergenti nelle società di fine secolo (fra gli altri argomenti,
la riforma del welfare, la sinistra europea e il liberalismo d'oltreoceano, i dilemmi della bioetica, le
trasformazioni del lavoro; fra le altre firme, tutte prestigiose, Veca, Lecaldano, Viano, Galli, Nacci,
Pulcini, Cerutti, Vegetti, Rigotti, Bodei, Zolo, Franco, Curi).
Nell'ultimo numero il tema d'apertura è, appunto, la guerra nel Kosovo, e in particolare l'uso degli
argomenti "filosofici" portati a favore e contro l'intervento: lo statuto giuridico e politico dei diritti
umani, il rapporto fra politica, morale e diritto, la legittimazione delle istituzioni sovranazionali
eccetera. Ma se l'esperimento voleva essere quello di "riordinare" il materiale polemico scatenato
dalla guerra secondo una griglia teorica, o anche di riattraversare le polemiche vagliando categorie e
contraddizioni trasversali ai due schieramenti, non si può dire che sia riuscito: anche Iride risulta, più
semplicemente, spaccata fra interventisti e antiinterventisti. E l'articolo di apertura di Furio Cerutti,
più che una riflessione sull'uso pubblico della filosofia, è una condanna carica di acredine delle
posizioni pacifiste, riflesso delle "ideologie che hanno presieduto alla formazione di generazioni di
intellettuali di sinistra, il cui tratto culturale prevalente è il tradizionalismo, ovvero la conservazione di
obsolete certezze". In dettaglio, gli "ideologici" pacifisti si sarebbero (ci sarenmmo) macchiati per
Cerutti di "antimperialismo ontologico", "pacifismo antistatuale" radicato nell'idea (davvero tanto
balzana?) che gli stati non hanno il diritto di disporre delle vite, "pacifismo giuspositivistico ai limiti del
cretinismo giuridico". Inutile provare a replicare. Senonché alla fine della sua invettiva Cerutti si
spinge ad ascrivere le posizioni antinterventiste alla "preponderanza delle etiche delle convinzioni,
con la loro arrogante aria di superiorità moralistica, sulle etiche della responsabilità". E questo è
davvero troppo: quale sarebbe l'etica della responsabilità sottostante a un intervento che si è
caratterizzato per l'assoluta incapacità di ponderare il rapporto fra mezzi e fini, come non solo
l'opposizione pacifista alla guerra ma anche quella "realista" (che Cerutti non considera) ha
denunciato?
Di orientamento opposto e di diverso stile l'articolo di Danilo Zolo, a diretto confronto con la
posizione interventista di Habermas (che si può rileggere nella raccolta pubblicata da Reset a cura di
Giancarlo Bosetti, "L'ultima crociata?", con articoli di Beck, Bobbio, Cassese, De Giovannangeli,
Ferrajoli, Habermas, Hobsbawm, Morin, Pizzorno, Sofri, Walzer e dello stesso Zolo). Zolo
decostruisce l'argomentazione di Habermas nei suoi presupposti neokantiani e nel suo intento di
supportare la vocazione universalistica del diritto moderno occidentale come unica garanzia dei diritti
umani e della libertà individuale nel tempo della globalizzazione. E controbatte che "l'uccisione dal
cielo di migliaia di innocenti contraddice clamorosamente l'istanza stessa della dottrina dei diritti
dell'uomo", e che il cosmopolitismo e il moralismo di Habermas finiscono col fornire "un'ulteriore
copertura alla occidentalizzazione ideologica alla occidentalizzazione del mondo e all'espansione
dell'economia di mercato, imbonita come portatrice di un ordine giuridico e di una libertà universali".
La storia si ripete, la filosofia pure: come Zolo ricorda, torna attuale il sarcasmo di Hegel contro il
cosmopolitismo di Kant ai tempi della Santa Alleanza. |