| Platone, "Parmenide", Loffredo Editore, Napoli 1999, pagg. 244, L.
32.000. | Il dialogo di Platone intitolato Parmenide resta uno dei più controversi. È
un'opera in cui i neoplatonici - ad esempio Proclo e Damascio - hanno
stabilito il loro laboratorio, ma è anche quello scritto sconcertante che si
è potuto interpretare soltanto formalmente, ovvero come un esercizio
logico.
L'editore Loffredo di Napoli ci offre ora l'opportunità di riflettere
nuovamente su questo dialogo, traducendo in italiano il lavoro che Luc Brisson dedicò nel 1994 (uscì da Flammarion) proprio al Parmenide (la
versione nella nostra lingua è stata curata da Amalia Riccardo). Ampia
introduzione, testo, dettagliato apparato di note e appendici che
esaminano le interpretazioni del Parmenide nell'antichità, le eventuali
lettuere "analitiche", e l'argomento del "terzo uomo" secondo Gregory Vlastos.
Il tentativo di Brisson è quello di offrirci una "nuova lettura" di queste
pagine. Nota innanzitutto che Platone, al fine di provare l'ipotesi
dell'esistenza di un mondo intelligibile di cui partecipa il mondo sensibile
nel quale ci muoviamo, non disdegna la storia della filosofia: da
Parmenide e Zenone, interlocutori metodici, attinge elementi che, proprio
perché costitutivi di una cosmologia, forniranno in lui alimento per il
fertile terreno della metafisica. Inoltre Brisson storicizza l'analisi, forse
perdendo in profondità ma guadagnando punti alla chiarezza. Parmenide
e Zenone vengono ridotti alla stregua di due filosofi del V secolo a.C. le
cui elaborazioni sull'Essere e sull'Uno entrano in un contesto meno
sacrale e meno ontologico di quello da noi immaginato. Insomma, sono
posti accanto "ai pensatori che ai loro tempi si interrogavano
sull'universo". Lo studioso francese vuole, insomma, ricollocare la
materia del dialogo in un preciso contesto e liberarla da interpretazioni
"grandiose, ma anacronistiche", per restituirgli "la sua autentica
dimensione metafisica". |