Paolo Rossi: "Vico vittima delle ideologie"| Non fu nè un cattolico nè un premarxista |
| "La mente è come un terreno, che per quanto sia dì fecondo ingegno, se tuttavia non si ingrassa con le varie letture, a capo di tempo si sterilisce". Questa frase dì Giambattista Vico apre il libro di Paolo Rossi "Sterminate antichità" (Nuova Italia), presentato alla Biblioteca comunale fiorentina di Sant'Egidio da Gianfranco Cantelli e Massimo Cacciari in apertura del ciclo "Leggere per non dimenticare", Con Paolo Rossi, storico della filosofia, abbiamo parlato del libro che raccoglie i suoi scritti tutti i suoi scritti vichiani.
| Vico o della complessità. Ci sono tante facce di Vico filosofo moderno o antimoderno? Teorico dell'ordine e del ritorno alla metafisica o galileiano e illuminista? Chi è Giambattista Vico? |
"La risposta diventa immediatamente soggettiva. Anche se devo dire che io mi sono sempre tenuto lontano dagli estremi. Quand'ero giovane c'era l'interpretazione dei neoscolastici dell'Università Cattolica di Milano. Ci sono dei libri importanti (quello di Amerio, ad esempio) nei quali Vico veniva presentato come il continuatore di Tommaso, e nei quali venivano accentuati gli elementi dì vicinanza con Soares e con l'interpretazione che aveva fatto di Vico il filosofo dell'immanenza. Da una parte c'era la tesi estrema di un Vico cattolico, precursore della neoscolastica, tutto il contrario di Hegel, una tesi non troppo dissimile dal Vico antimoderno; dall'altra parte c'era l'interpretazione dei seguaci di Gentile che in sostanza facevano dì Vico il precursore di Hegel."
| C'è, chi lo ha visto, addirittura, come un premarxista |
"Infatti. C'è poi l'interpretazione che lo lega al marxismo, di cui l'artefice principale è
Nicola Badaloni, grande studioso di Vico. Una interpretazione che fa leva su aspetti che in Vico senza dubbio ci sono, colpisce il fatto che il filosofo diventa una specie di "bandiera" per Benedetto Croce dell'idealismo italiano. Lo stesso per i cattolici, come per i marxisti. Badaloni è fuori da questo contesto, ma nella vulgata marxista Vico fa parte di una genealogia che da luì passa a De Sanctis, a Labriola, a Gramsci. Il marxismo come storicismo, insomma".
| Nel suo libro sostiene la necessità di disancorare Vico dalle due interpretazioni estreme. Come? |
"E' difficile disancorare, perché poi questi caratteri estremi ricompaiono. Credo che il modo di disancorarlo sia di rinunciare a quello che nel mio libro, ironicamente chiamo 'le devozione vichiane'. La seconda cosa da fare è non prendere più parte a quel tipo di disputa ideologica che oggi non ha più pìù senso. Io non lo so se alcuni studiosi di Vico siano cattolici o no. Non so se Andrea Battistini lo sia o non lo sia, ma so che ha scritto cose eccezionali su Vico. Questa antica contrapposizione fra cattolici e laici, fortissìma in filosofia ma presente anche in altri settori, va sfumando"
| Può darsi che, superata la fase dello scontro ideologico, sì ricollochino anche i filosofi? |
"Sono convinto sia così. Ho avuto tante polemiche su Vico ma era chiaro, comunque, che anche negli studiosi più giovani questa dicotomia era una cosa superata. Oggi Vico si legge come un classico, del quale magari pesano gli orientamenti, le convinzioni, le ideologie, le filosofie, ma che non ha più quella duplice carica simbolica. L'ho fatto presente anche nel libro a proposito della tradizione ermetica o magica nella filosofia di Newton. A nessuno è venuto in mente di accusare Newton dì antimodernismo o di essere degli antinewtoniani!".
| Lei mette in guardia dal "pensiero dicotomico" che, dice, è naturale ma non aiuta a capire. Quale modo altro si può scegliere allora? |
"Noi siamo portati a dire sì o no. C'è qualcosa dì naturale nel dover scegliere sempre bianco o nero. Ma io sono d'accordo con Bobbio che, nel mo mento in cui si
presentano due tesi contrapposte, la funzione dell'intellettuale è di indagare come stanno le cose. L'unica via per uscire dalle contraddizioni è rendersi conto che in mezzo ci possono essere posizioni accettabili per entrambi".
| Vico e la scienza. C'è una frase nel suo libro: "le verità non accertate non sono verità, che è la premessa della scienza moderna". |
"Quando Vico scrive un libro come la "Scienza nova", lo fa perché ritiene che, con lui, la storia, che finora non è mai stata scienza, possa diventarlo. Quando usa la parola scienza Vico non ha in mente Aristotele, ha in mente Galileo, in altre parole la scienza del suo tempo. Il metodo a cui pensa è quello del "vero e del certo" che, come lei dice, è il metodo della scienza moderna. Altra cosa, però, è sostenere che Vico sia al corrente di ciò che nella scienza del suo tempo sta accadendo (come dice anche il mio antico amato maestro Eugenio Garin). Vico di questo non sa nulla. Ma io non credo che per essere un grande filosofe sì debba essere aggiornati. Vico non lo era ma nessuno, come dice Battistini, utilizzando libri vecchi scrive quella cosa immortale che è la "Scienza nova".
| Vico e la Napoli del suo tempo. S'è riaperta una polemica. |
"Non faccio lo storico politico. Certo Vico non si può scambiare per un rivoluzionario. E' un uomo preoccupato, ha paura. C'è stato il processo degli ateisti napoletani, un'immane tragedia. Era come fare il regista in America dopo il maccartismo. Cammina sul filo del rasoio. Sostenere le sue tesi porta all'eterodossia da due parti. C'è in lui una grande prudenza. Il lettore contemporaneo non ha questa preoccupazione, ma Vico vive n una società oppressiva. L'unico paragone possibile è quello di un filosofo che scriva di marxismo nella Russia di Stalin. Leggiamo Vico o Cartesio come se vivessero nel nostro mondo. E' un modo diverso di stare nella società".
| Cosa ci ha lasciato Giovan Battista Vico? |
"Vico va letto come leggiamo Shakespeare, non per capire l'età elisabettiana, ma perché parla ancora alla nostra mente. Quella visione dell'emergere lento della civiltà dalla barbarie, per cui l'animale è diventato uomo, è costantemente presente in Vico, che ci dà il senso di questo passaggio come pochissimi". |