| Quella difesa intransigente del diritto di fronte alla
marea del Sessantotto | A Palazzo Campana, nell'autunno del'66, le lezioni di Norberto Bobbio erano le più affollate. Anche
se non faceva appelli a sorpresa, anche se non bollava gli assenteisti con minacciosi scarabocchi
sul libretto come certi suoi colleghi, noi matricole di Giurisprudenza accorrevamo in massa ad
ascoltarlo. Ricordo la sua figura allampanata protesa sulla cattedra, con quel naso a becco che
pareva trafiggere l'aria, come per infilzare stormi di concetti volteggianti da qualche parte sopra le
nostre teste. Ci parlava, con incredibile naturalezza, di Grozio, di Hobbes, di Pufendorf. Dialogava
con i giusnaturalisti del '600 quasi fossero suoi contemporanei. "Bellum omnium contra omnes",
"Pacta sunt servanda", declamava Bobbio, con la solennità di un predicatore laico. E nelle nostre
menti confuse si faceva lentamente strada il sospetto che quelle giaculatorie racchiudessero il
nocciolo della civiltà occidentale. L'idea che l'autorità e l'uso della forza debbano essere fondati
sulla ragione e non sull'arbitrio. E la convinzione che al di là e al di sopra della legge positiva,
scritta nei codici, esista una Norma che nessuno può e deve infrangere.
Palazzo Campana, a Torino, è un vecchio edificio in via Carlo Alberto, a due passi dal Museo
Egizio e dal Carignano, già sede della Federazione fascista. Dai finestroni dell'aula magna, lo
sferragliare dei tram copriva a tratti la voce dell'oratore. Il che era quasi un sollievo nelle ore di
diritto privato, quando il compianto professor Allara, rettore dell'università fin dai tempi del Cln,
spiegava con toni striduli che "la proprietà è un mazzetto di asparagi", oppure che "la norma
giuridica non è la Norma di Bellini" e poi pretendeva che uno ripetesse queste amenità in sede di
esame, pena la bocciatura. O nell'ora di Giuseppe Grosso, storico del diritto romano, ex-sindaco e
padre del futuro vicepresidente del Csm, che rievocava con sdegno le nefandezze di Silla. Ma
quando era il turno di Bobbio, noi non ci perdevamo una parola. Tra i banchi, molte facce note:
Maurizio Laudi, futuro pm della procura torinese, il penalista Fulvio Gianaria, Giuseppe La Ganga,
che sarebbe diventato uno dei luogotenenti di Bettino Craxi, Giuseppe Ortoleva detto "Peppuse"
per fare rima con Marcuse, ideologo del movimento e oggi docente di scienze della
comunicazione, Fabrizio Del Noce, figlio del filosofo e ora inviato del Tg1. E tanti altri che avrebbero
occupato posizioni di prestigio nelle professioni, nella magistratura, nelle case editrici, nei mass
media.
Soltanto un piccolo drappello di eletti ebbe il privilegio di partecipare, quell'anno, al seminario sulla
"sanzione", promosso da Bobbio insieme a quel gentiluomo di Alessandro Passerin d'Entrèves.
Erano gli ultimi balbettii dell'università di élite, prima del diluvio. Il seminario si concluse con una
memorabile cena al ristorante di Valle Ceppi, in collina. Agnolotti, fritto misto alla piemontese e
barbera in quantità. Al dessert, i due cattedratici si esibirono in un repertorio di cori alpini.
Ora che il Norberto nazionale sta per doppiare felicemente la boa dei novant'anni, la memoria
ritorna a quei canti e a quelle lezioni. A quell'ineguagliabile divulgatore, a quel maestro di logica e
di pulizia intellettuale che sapeva anche diventare, all'occorrenza, compagno di bisboccia. Al
Bobbio di "Giusnaturalismo e positivismo giuridico", degli "Studi per una teoria generale del
diritto", dei "Saggi sulla scienza politica in Italia": libri da leggere e conservare, ben più di quelli
che in anni recenti gli hanno procurato una tardiva popolarità.
Non era sempre sereno, il professor Bobbio. Qualche volta, in lui, l'animo giacobino prendeva il
sopravvento. Come quel giorno che un giovane del Fuan (l'organizzazione della destra universitaria)
lo interruppe citando Nietzsche, e lui troncò subito la conversazione: "Tra me e lei c'è
un'incompatibilità morale". In compenso quando un gruppo di monarchici, guidati da Luigi Rossi di
Montelera, bussò alla porta del palazzo occupato dai ragazzi del Movimento, e già si stava per
venire alle mani, lui si intromise: "Sono studenti come voi, lasciateli entrare".
Quello fu un momento difficile, anche sul piano personale, per il filosofo torinese. A guidare
l'occupazione, nel novembre del '67, c'era tra gli altri suo figlio Luigi, appena eletto segretario
dell'Interfacoltà, il parlamentino degli studenti. Lo rivedo, pallido e magro, megafono in pugno,
mentre arringa l'assemblea, incitando alla rivolta contro il potere accademico. Un mese dopo, fra
Natale e Capodanno, la polizia porta via di peso i "sovversivi" nei loro sacchi a pelo, sotto una fitta
nevicata. Ma l'incendio non si spegne. Travolto dagli eventi, Bobbio senior ondeggia, amletico.
Capisce alcune ragioni della contestazione, non approva gli esami di gruppo e i controcorsi
autogestiti. E soprattutto è contrario alla violenza (allora quasi solo verbale) dei giovani "filocinesi".
Ma a differenza di Luigi Firpo, che parla apertamente di nuovo fascismo, o di Franco Venturi,
grande storico e protagonista della resistenza piemontese, che si chiude in uno sdegnoso
isolamento, non sposa la linea dura. Continua i suoi corsi, per quanto è possibile, cercando di
venire a patti con i ribelli. In casi estremi, ricorre all'arma dell'ironia. Un giorno un gruppo di
contestatori irrompe nell'aula e uno dei più scalmanati, scimmiottando le guardie rosse, fa a pezzi
il libro di testo. E Bobbio, senza perdere la calma: "Lei non ha inventato niente. Già Rousseau,
nell'Emilio, sosteneva che dei libri si può fare a meno". È difficile immaginare qualcosa di più
lontano del Sessantotto dalla mentalità di Norberto Bobbio. Per lui la cultura è essenzialmente
"equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni
semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità". Eppure, in quegli anni deliranti, la sua
voce stenta a farsi sentire.
Nel gennaio del '91, al culmine dell'operazione "Desert Storm", lo intervistai per il Corriere. "È una
guerra giusta", sentenziò il professore. "Sono convinto che la pace è un bene fondamentale, ma
sono anche convinto che non si possa restare passivi di fronte a un'aggressione". Subito tra i suoi
discepoli, nelle file della sinistra bigotta, si diffuse il panico. Molti si domandarono se per caso non
fosse ammattito. E invece non aveva fatto altro che mettere in pratica gli insegnamenti di Grozio e
di Pufendorf, i grandi giusnaturalisti che per primi, nell'Europa dei conflitti religiosi, avevano riflettuto
sul significato della pace e della guerra. Un filone di pensiero più che mai attuale in questa
turbolenta fine di millennio, come abbiamo potuto di nuovo constatare in Kosovo e a Timor Est.
Peccato che nel '66 non ci fossero ancora le videocassette, altrimenti potremmo chiedere alla Rai
di mandare in onda qualcuna di quelle lezioni. A meno che l'interessato non se la senta di
regalarcene un remake per festeggiare questo suo formidabile compleanno. Perché forse il Bobbio
migliore non è tanto l'uomo pubblico, il senatore a vita, il padre della patria davanti al quale vanno a
genuflettersi i segretari di partito, quanto l'educatore, il maestro che ci ha spiegato l'abc della
democrazia liberale. Anche se, tra i suoi seguaci e adulatori, non tutti sembrano averlo capito. |